Atto II: l’esperienza del centrosinistra fra speranze e illusioni (1962-1976)

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La repentina caduta di De Gasperi nell’Agosto del 1953 e il declino della formula centrista finirono col rendere imperativo l’allargamento delle basi di consenso mediante l’inclusione di forze politiche tradizionalmente non legittimate a governare, palesando i limiti di una conventio ad excludendum che iniziava a stare sempre più stretta ai principali attori partitici. L’interlocutore privilegiato per questa nuova strategia fu il Partito Socialista di Nenni, alla ricerca di una maggiore autonomia dal PCI come dimostrato dalla rottura del Fronte Popolare Democratico e dall’accettazione dell’ingresso dell’Italia nella NATO in chiave difensiva. Bisognò tuttavia attendere lo scoppio della Rivoluzione ungherese per arrivare al superamento del patto di unità d’azione (scelta avversata dagli esponenti dell’ala sinistra del PSI, i carristi, conosciuti con tale appellativo perché favorevoli alla repressione operata nel Paese dai reparti del Patto di Varsavia) e al rilancio del dialogo con i socialdemocratici di Saragat in vista di una possibile riunificazione. Il reinserimento a pieno titolo nell’area di governo avrebbe inoltre permesso il varo di una serie di riforme intese ad applicare quei dettami costituzionali rimasti “congelati” per quasi un decennio, garantendo così il miglioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici in un momento cruciale per la storia del Paese, quello del Boom economico.

Il mutamento della congiuntura internazionale aveva invece colto alla sprovvista il Partito Comunista Italiano, indebolito dalla defezione dei socialisti e costretto a sconfessare il mito di Stalin in seguito al rapporto pubblicato dal neo-segretario Nikita Chruščëv al termine del XX Congresso del PCUS. Questo discorso risultava in parte valido anche per la Democrazia Cristiana, orfana del suo esponente di maggior prestigio dopo la cocente sconfitta elettorale e alle prese con un drastico cambio di indirizzo voluto da Amintore Fanfani, portavoce della componente di sinistra e fautore di un maggior interventismo dello Stato negli ambiti economico e sociale. Il primo passo verso tale direzione fu rappresentato dalla nascita del Ministero delle Partecipazioni statali nel Dicembre del 1956, seguito di lì a breve dal rilancio dell’IRI e dell’Agip nonostante le prevedibili diffidenze della Confindustria: fu proprio l’ostilità del mondo dell’imprenditoria insieme alle manovre destabilizzanti della destra democristiana e missina a rallentare sensibilmente il coinvolgimento del PSI negli esecutivi, per di più osteggiato dalle gerarchie ecclesiastiche che premevano per un’apertura verso il Partito Nazionale Monarchico e il MSI. Nondimeno l’indirizzo dirigista venne accolto con il favore dei repubblicani, a loro volta divisi fra chi come Randolfo Pacciardi spingeva per la conservazione del quadripartito e chi invece supportava La Malfa nella ricerca di un accordo con le altre forze politiche. Nel frattempo in seno al Partito Liberale si era andata verificando una scissione che ebbe per protagonisti alcuni intellettuali appartenenti alla rivista di Mario Pannunzio “Il Mondo”, critici nei riguardi di un’alleanza con la D.C. che appannava l’ideale dello Stato laico e nascondeva pericolose velleità di dominio culturale da parte dei cattolici: dalla loro fuoriuscita sarebbe nato il Partito Radicale, protagonista a partire dai primi anni Settanta di una serie di riforme di stampo sociale destinate a svecchiare il Paese e i suoi costumi antidiluviani.

Nemmeno il leggero rafforzamento della coalizione governativa registratosi in seguito alle elezioni del 1958 sarebbe tuttavia bastato a sbloccare il quadro di persistente immobilismo finora descritto, specialmente di fronte alla reiterata offensiva dei missini e all’allontanamento di Fanfani dalla segreteria del partito. Il posto di quest’ultimo venne preso dallo statista pugliese Aldo Moro, proveniente dallo stesso laboratorio dossettiano e altrettanto favorevole ad un disegno di cooptazione dei socialisti che finalmente cominciava ad apparire realizzabile anche grazie alla minore invadenza del nuovo pontefice Giovanni XXIII. Il colpo di grazia per l’esperienza centrista sarebbe stato inferto dagli eventi di Genova del 30 Giugno 1960, quando il corteo indetto dalla Camera del Lavoro per protestare contro la convocazione del sesto congresso del Movimento Sociale Italiano degenerò in uno scontro aperto tra i manifestanti e le forze dell’ordine, al termine del quale si contarono oltre 200 feriti ed un danno d’immagine tale da spingere il democristiano Fernando Tambroni alla dimissione dalla presidenza del Consiglio.

Amintore Fanfani, leader del primo governo appoggiato esternamente dai socialisti (Fonte: Wikimedia Commons)

Il via libera per questa svolta epocale sarebbe arrivato alla chiusura del Congresso tenutosi a Napoli fra il 27 e il 31 Gennaio 1962, quando le ultime resistenze in seno alla D.C. furono superate nonostante la contrarietà del fronte guidato da Scelba, Gonnella e Andreotti. Un endorsement inatteso arrivò invece dall’altra sponda dell’Atlantico quando il giovane e dinamico presidente John Fitzgerald Kennedy, determinato ad isolare i comunisti dalle altre forze della Sinistra italiana, autorizzò ufficialmente la manovra. È interessante notare come gran parte delle critiche indirizzate contro il disegno di apertura a sinistra di Fanfani, divenuto il 22 Febbraio 1962 leader di un nuovo esecutivo appoggiato esternamente dai socialisti, avessero per bersaglio la piattaforma programmatica imperniata sulla nazionalizzazione delle industrie elettriche, sulla riforma della scuola media, sulla revisione del piano regolatore generale, sulla creazione della Commissione per la programmazione economica e sull’istituzione delle Regioni a statuto ordinario, tanto che sul finire della legislatura si decise di congelare una parte dei provvedimenti in attesa della vicina scadenza elettorale.

Il temporaneo rafforzamento del PCI al termine delle elezioni politiche dell’Aprile del 1963, frutto del proselitismo presso quei lavoratori meridionali costretti ad emigrare al Nord per ragioni economiche e, al tempo stesso, di un’evoluzione strategica basata sull’alternanza fra la dialettica parlamentare e l’attivismo nelle piazze, s’inserì all’interno di un processo di revisione ideologica avviato verso la fine degli anni ’50. L’obiettivo ultimo avrebbe dovuto essere la conquista di un certo margine di manovra da Mosca per poter valutare autonomamente la linea d’azione più conveniente in vista di una futura presa del potere, ma il dibattito circa le modalità con cui realizzare tale rinnovamento finirono per dividere il Partito in due schiere tra loro inconciliabili: da un lato quella guidata dal deputato e giornalista Pietro Ingrao, convinto assertore della necessità di mantenere i legami con il mondo operaio per interpretarne le istanze e ridisegnare il proprio ruolo all’opposizione; dall’altro quella egemonizzata dalla figura di Giorgio Amendola, fautore di un rientro nell’area di Governo attraverso il rilancio dell’intesa con i socialisti. Questi ultimi avevano invece accusato una leggera flessione rispetto alla tornata elettorale del 1958, aggravata dal raffreddamento dell’entusiasmo di Riccardo Lombardi nei confronti della linea del centrosinistra e dal successo ottenuto dai socialdemocratici alle urne. L’esacerbarsi del conflitto interno fu tale da spingere Nenni e i suoi collaboratori ad attendere qualche mese prima di impegnarsi nella svolta ministeriale, esigenza avvertita dalla stessa Democrazia Cristiana alle prese con un’ala destra a dir poco riottosa. La IV legislatura si aprì di fatto il 16 Maggio con la presentazione di un esecutivo monocolore democristiano appoggiato dalle astensioni del PRI, del PSDI e del Partito Socialista, cui fece seguito nel Novembre del 1963 il primo governo organico di centrosinistra presieduto da Aldo Moro. Fu proprio in questa circostanza che il PSI si rese protagonista di una seconda e altrettanto grave scissione ad opera della componente carrista, la quale nel Gennaio del 1964 diede vita in segno di protesta al Partito Socialista di Unità Proletaria.

Il generale Giovanni de Lorenzo, eminenza grigia dietro il progetto di colpo di Stato conosciuto come Piano Solo (Fonte: Wikimedia Commons)

Di fronte alla ripresa dell’agitazione comunista e alle evidenti difficoltà incontrate dalla nuova coalizione il generale Giovanni de Lorenzo, capo del Servizio Informazione Forze Armate o SIFAR, ideò un progetto per neutralizzare sul nascere qualunque minaccia di stampo sovversivo, il Piano Solo.
A partire dall’estate del 1964 vennero infatti sottoposti all’attenzione delle massime autorità istituzionali i dettagli di questo disegno, imperniato sull’occupazione dei principali centri nevralgici del Paese e sulla deportazione di 731 personalità politiche ritenute potenzialmente pericolose. La natura allarmante di una simile macchinazione può essere compresa soltanto alla luce del delicato momento storico vissuto in quegli anni, dove lo spettro della Guerra Fredda e la paura delle trame (presunte o reali) della Sinistra sembravano fornire un alibi convincente ai propugnatori della svolta in chiave autoritaria del sistema italiano. Perché la sua esistenza giunse all’opinione pubblica fu necessario attendere il 1967 grazie all’inchiesta condotta dai giornalisti Lino Jannuzzi ed Eugenio Scalfari per conto dell‘Espresso, confermando l’inquietante prospettiva della presenza di frange deviate all’interno di quelle istituzioni chiamate a difendere la vita democratica nazionale.

Quest’ultima visse sul finire degli anni ‘60 una fase d’intensi fermenti socio-politici di cui si resero protagonisti movimenti sempre più intolleranti verso una partitocrazia stagnante nella quale stentavano a riconoscersi. Rispetto al monolitismo dei vecchi partiti con le loro strutture rigide e fortemente gerarchizzate, tali formazioni si coagulavano attorno ad uno o più capi in grado di interpretare le istanze rivendicatorie del momento per poi sciogliersi una volta raggiunti gli obiettivi più immediati. Il primo esempio di questo tipo fu rappresentato dai militanti fuoriusciti dal MSI per i contrasti con la linea filo-parlamentare del segretario Arturo Michelini, seguito dagli iscritti alle federazioni giovanili di sinistra e della D.C. che, di fronte allo scollamento fra i valori tramandati per decenni e la liberalizzazione dei costumi, palesarono il loro malessere scagliandosi contro l’ordine costituito. Alla prevedibile deriva rivoluzionaria vissuta dalla ribellione studentesca si accompagnò ben presto una preoccupante polarizzazione ideologica che portò alla fondazione di gruppi estremamente violenti come Lotta continua e Potere operaio, coesi nel criticare il presunto tradimento inferto dal PCI alla causa del proletariato. Una simile occasione si rivelò certamente ghiotta per la ambizioni del PSIUP, alla ricerca di nuovi elettori dopo la scissione del 1964, ma anche per lo svecchiamento del Partito Comunista dopo la lunghissima parentesi togliattiana: il nuovo segretario Luigi Longo scelse infatti di continuare sulla strada della revisione politica attraverso l’allentamento dei legami con l’URSS, come palesato dalla condanna della repressione sovietica della Primavera di Praga e dalle prime aperture verso l’integrazione europea.

Un corteo di protesta guidato dagli studenti dell’Università commerciale Luigi Bocconi. Era il 1968. (Fonte: Wikimedia Commons)

La cronica debolezza del partito e la paura causata dal “tintinnio di sciabole” descritto da Nenni in un discorso alla Camera del 1967 sul Piano Solo fecero da cornice storica al mancato raggiungimento degli obiettivi fissati a inizio legislatura, costringendo il PSI a rivedere al ribasso le proprie pretese in materia di riformismo per via di una congiuntura economica sfavorevole dopo la stagione del boom. Le riforme sarebbero proseguite sul piano assistenziale e del mondo dell’impiego come dimostrato dalla promulgazione dello Statuto dei lavoratori nel 1970, nonché su quello di attuazione dei dettami costituzionali grazie alla legge istitutiva delle Regioni a statuto ordinario. L’ipotesi di una riunificazione con i socialdemocratici dopo quasi vent’anni di acerrima ostilità, dettata da ragioni di mutuo opportunismo nonostante le profonde divergenze ideologiche, si era invece concretizzata nel 1966 con la nascita del Partito Socialista Unificato. Nondimeno l’intesa faticosamente raggiunta si sarebbe infranta nei mesi immediatamente successivi alle elezioni politiche del 1968 dove la nuova associazione, più simile ad un cartello elettorale che ad un’entità organica, raccolse un risultato ben al di sotto delle aspettative ante-voto. Quando nel Luglio del 1969 la parentesi ministeriale del PSU volse bruscamente al termine a causa del flop elettorale e della diffidenza mostrata dagli ambienti più conservatori del Paese, l’evidente insuccesso della strategia nenniana determinò l’uscita di scena del vecchio segretario innescando la prevedibile lotta per la successione fra Mancini e De Martino. Seppure concordi in merito alla permanenza negli esecutivi guidati dalla D.C., la linea da seguire per riguadagnare consensi rimaneva un insidioso terreno di scontro: il primo aveva infatti accarezzato l’idea di un avvicinamento ai movimenti rivendicativi giovanili e femministi (si pensi all’approvazione della legge Fortuna-Baslini sullo scioglimento del matrimonio nel Dicembre del 1970); il secondo al contrario propendeva per la riapertura del dialogo con i comunisti nell’ottica dell’abbattimento della formula del centrosinistra delimitato.

Anche la Democrazia Cristiana stava vivendo un periodo estremamente delicato sotto il profilo della tenuta interna, schiacciata fra le rimostranze dei socialisti per la mancata applicazione integrale del programma concordato a inizio legislatura e la fuga di voti dalle liste dello scudo crociato, tanto che il ridimensionamento della Destra a causa dell’isolazionismo dei liberali e del declino dei monarchici non bastò a rafforzare la coalizione di Governo. L’apertura di un dialogo con il PCI successiva all’elezione di Giuseppe Saragat alla Presidenza della Repubblica (avversata da entrambi i Partiti) segnò a quel punto l’inizio di una nuova fase destinata a toccare il proprio apice in occasione della V legislatura, quella della strategia dell’attenzione. Particolarmente difficile risultava inoltre essere la lotta per il recupero dei consensi nel Meridione a seguito dei moti che nel 1970 avevano sconvolto Reggio Calabria (frutto della decisione di trasferire il capoluogo regionale a Catanzaro), specie di fronte alla concorrenza agguerrita di un MSI rafforzato dalla confluenza del defunto Partito monarchico. Quest’ultimo aveva intrapreso sotto la direzione di Giorgio Almirante una nuova linea politica improntata alla coniugazione della dialettica parlamentare con l’attivismo militante in chiave anti-comunista, i cui frutti vennero raccolti in occasione della già citata rivolta nel Sud Italia. Ugualmente critica appariva la posizione del PCI, impegnato a riportare l’ordine in quei gruppi extraparlamentari sedotti dall’idea del partito rivoluzionario: il precedente rappresentato dal golpe dei Colonnelli in Grecia dell’Aprile del 1967, ordito con il sostegno logistico e il beneplacito di Washington, aveva infatti alimentato all’interno di queste formazioni la psicosi di un colpo di coda da parte della destra filofascista spingendole all’azione violenta contro le istituzioni.

Quando il 12 Dicembre 1969 venne fatto detonare a Piazza Fontana un ordigno esplosivo che reclamò la vita di 17 innocenti ferendone altri 88, diverse prove sembrarono testimoniare l’effettivo coinvolgimento dei servizi d’informazione nel mosaico della cosiddetta strategia della tensione, ossia dell’instaurazione di un regime di terrore presso i cittadini tale da giustificare una svolta politica in senso autoritario. Fra le numerose pagine nere del periodo vale la pena ricordare il tentativo di colpo di Stato avvenuto nella notte fra il 7 e l’8 Dicembre 1970 su iniziativa di Junio Valerio Borghese (ex comandante della X MAS e fondatore del movimento di estrema destra Fronte Nazionale) che aveva progettato, con la collaborazione di diversi esponenti delle Forze Armate, l’occupazione dei ministeri dell’Interno, della Difesa, delle sedi RAI e la deportazione di tutti gli oppositori presenti in Parlamento. Non meno sconcertanti furono gli episodi di Piazza della Loggia nel Maggio del 1974 ed il deragliamento del treno Italicus il 4 Agosto successivo (sul quale avrebbe dovuto prendere posto lo stesso Aldo Moro, salvato da un “provvidenziale” arrivo di alcuni funzionari del Ministero degli Esteri), fino ad arrivare alla più recente strage di Bologna che costò la vita ad 85 persone. Era il 2 Agosto 1980.

La pagina di apertura del Corriere della Sera dopo la strage di Piazza Fontana (Fonte: sostenitori.info)

La distensione realizzatasi a partire dai primi anni Settanta nei rapporti fra le due superpotenze non fece sentire i propri effetti sullo scenario politico e sociale italiano, travolto dalla recessione economica in seguito alla fine del sistema di parità aurea di Bretton Woods e allo shock petrolifero del 1973. Un primo rimescolamento delle forze in campo si registrò nel corso delle elezioni amministrative e regionali del 1970 quando il PSIUP, in conseguenza del riavvicinamento tra il PSI e il PCI e l’exploit vissuto dai radicali, iniziò ad accusare i primi segnali di uno svuotamento del proprio bacino elettorale: era il preludio di un mesto declino che si sarebbe consumato nella tornata elettorale del Maggio del 1972, dove l’ottenimento di una percentuale di voti così irrisoria impedì ai socialisti di unità proletaria di eleggere i propri rappresentanti alla Camera. A quel punto la decisione di sciogliere il Partito nella giornata del 13 Luglio apparve l’unica alternativa percorribile in attesa di tempi migliori. La sfida lanciata dai movimenti marxisti-leninisti dentro e al di fuori del piano della legalità aveva inoltre avuto delle ripercussioni negative anche sull’immagine del PCI, accusato di aver contribuito in misura determinante alla loro deriva violenta come nel caso delle Brigate Rosse e di Prima Linea. Gli anni successivi furono quindi improntati al ripristino della propria legittimazione nel sistema politico attraverso l’adozione di un basso profilo e il rifiuto di un confronto diretto con la D.C, impegnata in quel periodo nella crociata contro l’introduzione dell’istituto sul divorzio grazie all’appoggio diretto della Santa Sede.

La scelta di ricorrere ad elezioni anticipate fu infatti dettata dalla convinzione di ottenere un riscontro positivo da parte degli stessi cittadini, in maggioranza di fede cattolica e per questo contrari ad una legge definita senza troppi fronzoli sfasciafamiglie. A ciò dovette aggiungersi l’inarrestabile declino dei socialisti, in preda ad un delirio schizofrenico tra la componente favorevole alla permanenza nell’esecutivo e quella disponibile ad un’intesa con i comunisti, e dei socialdemocratici, penalizzati dalla scelta di spostarsi a destra nella vana speranza di catturare nuovi elettori. Bisognò tuttavia attendere il 1972 perché si concludesse definitivamente l’esperienza ministeriale del PSI, prodotto del rifiuto di votare la fiducia al primo governo Andreotti.

Niccolò Meta per Policlic.it

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