Atto IV: la fase pentapartitica tra stagnazione e velleità di riforma (1981-87)

535
In ordine partendo da sinistra: Giulio Andreotti (D.C.), Bettino Craxi (PSI) e Arnaldo Forlani (D.C.) (Fonte: Wikimedia Commons)

L’esaurimento dell’esperienza della solidarietà nazionale fu certamente agevolato dall’irrigidirsi dei rapporti tra le due superpotenze nell’ambito della cosiddetta “seconda guerra fredda”, caratterizzata da momenti di estrema tensione quali l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel Dicembre del 1979, l’installazione degli euromissili per contrastare il riarmo del Patto di Varsavia e il dilagare della rivoluzione comunista nel Terzo Mondo. A fronte di simili cambiamenti il Partito Comunista Italiano, reduce dalla collaborazione con la D.C. e isolato da Mosca in seguito alla denuncia della legge marziale instaurata in Polonia nel 1981, aveva accusato un profondo disorientamento ideologico dal quale si sarebbe ripreso solamente dieci anni dopo con l’abbandono della dottrina marxista e la trasformazione in Partito Democratico della Sinistra. Allo stesso modo i rapidi mutamenti intervenuti nel Paese a seguito della terza rivoluzione industriale, responsabile dell’accelerazione del progresso scientifico e del relativo declino del modello di produzione taylorista, sembravano aver colto impreparati gran parte di quegli attori istituzionali assuefatti al clima di familiare immobilismo politico. Per descrivere la cronica incapacità di sbloccare quest’impasse a causa dell’esasperata frammentazione alla base dell’edificio partitico, il giurista Gustavo Zagrebelsky ha coniato un’espressione destinata col senno di poi a riscuotere ampio successo: quella di paradosso della riforma.

Fra i principali propugnatori di un rinnovamento ormai avvertito come inderogabile figurava il segretario del PSI Bettino Craxi, per nulla sconfortato dai risultati mediocri della tornata elettorale del 1979 e anzi risoluto nello sfruttare appieno il potere interdittivo del suo partito per strappare alla D.C. un’alleanza su basi paritarie. L’obiettivo di sostituirsi ai cattolici nel ruolo di forza propulsiva grazie all’appoggio dei movimenti ispirati al liberalismo e al laburismo, i cosiddetti lib-lab, si sarebbe tuttavia infranto al cospetto di una macchina statale farraginosa e pachidermica, nonché ad una corruzione dilagante che negli anni successivi avrebbe investito la stessa dirigenza socialista. L’accettazione dell’ultimatum craxiano rappresentò nondimeno la prova lampante della vulnerabilità in cui versava la leadership democristiana, screditata dalle accuse di peculato e in evidente difficoltà nell’affrontare il problema del debito pubblico per l’ingresso nel Sistema Monetario Europeo. A ciò bisognava aggiungere l’insuccesso del referendum abrogativo della legge sull’aborto, respinto con quasi il 90% dei voti validi, lo scoppio della vicenda Propaganda 2 (P2) nel corso delle indagini sul presunto rapimento dell’imprenditore Michele Sindona e l’attualità dell’emergenza terroristica a seguito della strage di Bologna, consumatasi il 2 Agosto 1980.

È interessante notare come il coinvolgimento della loggia massonica P2, guidata in quegli anni dall’imprenditore pistoiese e “Maestro Venerabile” Licio Gelli, in alcuni degli avvenimenti più oscuri e macabri della storia repubblicana quali il sequestro Moro, il crack del Banco Ambrosiano, l’omicidio del banchiere Roberto Calvi e il già citato attentato dinamitardo alla stazione ferroviaria del capoluogo emiliano, abbia finito per confermare l’esistenza di uno stretto legame tra lo Stato e molte delle losche figure iscritte alla società segreta . Quest’ultima si era infatti resa interprete di un progetto destinato a mutare radicalmente la fisionomia istituzionale del Belpaese, il cosiddetto Piano di rinascita democratica, incentrato su misure invasive quali il bipolarismo (conseguibile attraverso la creazione di due nuove associazioni aliene alla decrepita partitocrazia), il superamento del bicameralismo paritario mediante l’abolizione del Senato, la separazione delle carriere dei magistrati e dei Pubblici Ministeri, la diretta responsabilità del Consiglio Superiore della Magistratura verso il potere legislativo, l’estensione del controllo sui mezzi di comunicazione tramite elenchi di “due-tre elementi simpatizzanti” per testata, l’abolizione del monopolio della RAI a vantaggio delle emittenti private, lo smembramento delle province e molto altro ancora. Lascio al lettore il compito di tracciare un giudizio complessivo sulla familiarità di questi provvedimenti rispetto allo scenario politico attuale.

Ad essa collegata era l’organizzazione stay behind Gladio, un raggruppamento paramilitare clandestino creato nel 1956 con l’appoggio logistico della CIA per contrastare, tramite azioni di sabotaggio e di guerriglia, l’avanzata delle forze comuniste in caso d’invasione ad opera delle truppe del Patto di Varsavia. Svelata all’opinione pubblica grazie ad un intervento tenuto alla Camera il 24 Ottobre 1990 dall’allora Premier Giulio Andreotti, Gladio ha rappresentato una pedina fondamentale nell’ambito della già citata strategia della tensione stagliando la propria ombra su episodi sinistri come il Piano Solo, le stragi di Piazza Fontana e della Loggia, sino ad arrivare all’assassinio dei giudici Falcone e Borsellino nel 1992 (sembra infatti che questi ultimi avessero aperto un’indagine sulle attività criminose perseguite dai gladiatori sin dai primi anni Sessanta).

Spadolini
Giovanni Spadolini, Premier del primo esecutivo della storia repubblicana a non essere presieduto da un democristiano (Fonte: Wikimedia Commons)

L’insieme di tali fattori indusse il Capo di Stato Sandro Pertini ad operare, nel Giugno del 1981, un ricambio nei vertici dell’esecutivo affidando al repubblicano Giovanni Spadolini l’incarico di formare il primo governo nella storia della Repubblica non presieduto dalla Democrazia Cristiana: la sua parabola si sarebbe tuttavia esaurita nell’arco di 18 mesi per via di una crisi extraparlamentare fra i ministri Andreatta e Formica, divisi in merito alla separazione del Tesoro dalla Banca d’Italia, conosciuta con l’appellativo poco lusinghiero di “lite delle comari”. Ad esso avrebbe fatto seguito un ministero ponte sotto la guida dell’inossidabile Fanfani, preludio dell’ascesa definitiva di Craxi al timone del Paese. Fra le conseguenze più immediate dell’exploit fatto registrare dai socialisti in Francia, Spagna e Portogallo durante gli anni ’80 occorre menzionare la conclusione prematura del progetto dell’eurocomunismo, ancorato ad una visione politica troppo conservatrice per riuscire a cogliere la portata dei mutamenti intervenuti in una società sempre più ostile ai vecchi partiti e al loro repertorio ideologico ormai stantio: gli anni di piombo, con le loro lotte feroci e la lunga scia di morti, avevano lasciato nel cuore dei cittadini una cicatrice troppo profonda per poter essere dimenticati. Il declino della centralità operaia risultò evidente in occasione degli scioperi di Torino del 1980, quando i lavoratori della FIAT protestarono veementemente contro i picchettaggi che avevano impedito per 35 giorni l’ingresso in fabbrica e spinto i sindacati a chiudere la vertenza con un accordo favorevole alla casa automobilistica, e del referendum abrogativo del 1985 sulla cosiddetta scala mobile, istituita quarant’anni prima per adeguare automaticamente gli stipendi al costo della vita. Perché le speranze del PCI di rilanciare il proprio ruolo propulsivo ricevessero il colpo di grazia fu comunque necessario attendere l’11 Giugno 1984 quando Enrico Berlinguer, figura eclettica e infaticabile che aveva portato i comunisti italiani a livelli sino ad allora impensabili, si spense in seguito ad un improvviso attacco cardiaco. Aveva 62 anni.

Il vuoto lasciato dai movimenti di sinistra venne rapidamente colmato da una nuova forza politica rappresentata dai gruppi ecologisti: nati nel corso del decennio precedente dalla progressiva presa di coscienza dei cittadini sui problemi dell’inquinamento ambientale e dei rischi insiti nell’energia nucleare, i “Verdi” parteciparono con discreto successo alle elezioni amministrative del 1985 costituendosi in partito nella giornata del 16 Novembre 1986. Altrettanto evidente fu l’indebolimento dell’estrema destra in conseguenza del contributo prestato nell’offensiva stragista, a fronte del quale il MSI cercò di rispondere rilanciando insistentemente l’idea di una sua cooptazione nel sistema istituzionale attraverso la legittimazione proveniente dagli elettori (invero espediente utilizzato già nel corso degli anni’50 senza grandi risultati).

Il dato più rilevante che trasparve nel corso della tornata del Giugno 1983 fu senza ombra di dubbio il crollo inaspettato della D.C., precipitata per la prima volta nel corso della sua storia al di sotto della soglia del 35% (32,9) a vantaggio delle liste laiche e missine: la funzione di collante esercitata dalla religione cattolica e dall’autoinvestitura a bastione dell’anticomunismo non sembravano infatti più sufficienti per fermare il dissanguamento del bacino elettorale, tanto che il neo-segretario Ciriaco de Mita si convinse a rispolverare l’ipotesi di un’alternanza maggioranza-opposizione nell’ottica di quel bipolarismo mai realizzatosi.

De Mita
Ciriaco de Mita, segretario della D.C. tra il 1982 e il 1989 (Fonte: Wikimedia Commons)

Un’ipotesi certamente lodevole, ma irrealizzabile senza una profonda ristrutturazione del partito e delle sue modalità d’intervento, necessarie a promuoverne l’immagine di interlocutore privilegiato delle istanze provenienti dalle fasce emergenti. Da qui il ricorso alla minaccia (invero poco credibile) di un ritorno al compromesso storico al fine di neutralizzare la concorrenza insidiosa dei repubblicani e dei socialisti, ma l’attuabilità del disegno demitiano fu stroncata sul nascere dall’esito disastroso delle già citate elezioni e dal conseguente approdo di Craxi a Palazzo Chigi. La sua permanenza alla guida dell’esecutivo per un periodo di quattro anni fu un risultato sorprendente se si tiene conto della durata media dei ministeri nell’alveo della cosiddetta Prima Repubblica, generalmente circoscritta ad un intervallo di soli 12 mesi, caratterizzandosi per il tentativo di sbloccare l’immobilismo del sistema politico italiano mediante il riequilibrio dei rapporti di forza all’interno della Sinistra. Solamente il ridimensionamento del PCI avrebbe potuto permettere al Partito Socialista di avviare un’iniziativa analoga a quella lanciata dal leader dell’Eliseo François Mitterand, sicuramente favorito dalla singolarità del caso francese rispetto a quello nostrano.

A ciò si sarebbe aggiunto il progetto per la riforma delle strutture istituzionali avviato nel Novembre del 1983 con l’insediamento della Commissione presieduta dall’onorevole Aldo Bozzi, le cui velleità innovative vennero nondimeno vanificate dalla condotta intransigente dei principali attori partitici e dal ricorso estensivo alla pratica del veto. Tra le numerose proposte vagliate nei due anni di attività occorre ricordare la riduzione del numero di parlamentari, la revisione della legge elettorale (propedeutica al superamento della cronica instabilità governativa), la fine del bicameralismo paritario e il passaggio ad un modello presidenziale. Allo stesso modo il miglioramento dello stato di salute dell’economia nazionale nell’ambito di una congiuntura favorevole non poté celare il problema costituito dalla cosiddetta questione morale, sollevato nel corso del 1981 da Enrico Berlinguer di fronte al dilagare della corruzione nei diversi meandri della macchina statale: fra i principali indiziati delle indagini  avviate dalla magistratura figurò nientemeno che il PSI, i cui parlamentari si erano resi protagonisti a partire dal 1979 di episodi di appropriazione indebita di denaro attraverso il discusso meccanismo del finanziamento pubblico. La decisione di presentare tali figure come vittime di una persecuzione ad opera del potere giudiziario (anche in questo caso invito il lettore ad interrogarsi su eventuali analogie con la storia politica recente) si sarebbe rivelata, in ultima istanza, disastrosa alla luce degli avvenimenti successivi.

Si è a lungo parlato del “secondo miracolo economico” vissuto dal nostro Paese tra la prima metà degli anni ’80 e il 1992, una stagione di relativo benessere riassunta nel celebre slogan “Milano da bere” ideato dal pubblicitario Marco Mignani per reclamizzare l’amaro Ramazzotti. Le cose, ovviamente, non stanno così, in quanto di fronte al sensibile calo dell’inflazione e alla corrispondente crescita dei salari il rapporto fra debito pubblico e PIL aumentò vertiginosamente sfiorando il 90%: era il preludio di una crisi destinata a manifestarsi già sul finire di quello stesso decennio in relazione ai primi segnali della recessione globale, il materializzarsi di uno spettro che, alimentato dall’irresponsabilità della classe dirigente nella gestione dei conti pubblici, si sarebbe ingigantito sino ad arrivare ai nostri giorni. D’altro canto la IX legislatura fu caratterizzata dalla progressiva attenuazione della conventio ad excludendum in risposta all’esaurimento del conflitto ideologico tra le due superpotenze, ufficializzato dall’ascesa di Michail Gorbačëv alla guida del Cremlino e dal vertice di Reykjavík dell’Ottobre del 1986, nonché dal miglioramento dei rapporti con la Santa Sede attraverso la firma degli accordi di Villa Madama del 18 Febbraio 1984.

Infine tra la novità più importanti inaugurate dalla stagione pentapartitica è doveroso ricordare lo smantellamento del monopolio statale nell’ambito delle trasmissioni radiotelevisive, conseguenza del reflusso della mobilitazione ideologica e della proliferazione di numerosissime emittenti locali che, in base al sistema delle syndication (ossia la vendita di diritti per la trasmissione di programmi senza il passaggio attraverso una rete nazionale) e le disposizioni costituzionali sulla libertà di espressione e d’iniziativa economica privata (artt 21 e 41 Cost), iniziarono a trasmettere in tutta Italia. Protagonista indiscusso di tale vicenda sarebbe stato l’imprenditore milanese Silvio Berlusconi, già distintosi nel ramo edilizio con la creazione del quartiere residenziale Milano 2 e in seguito fondatore della holding Fininvest. Quest’ultima in particolare, nata nel 1975 dalla rilevazione della stazione televisiva Telemilanocavo, era stata costretta nel corso del 1984 a sospendere l’interconnessione dei suoi ripetitori nelle regioni del Lazio, dell’Abruzzo e del Piemonte per via di un’ingiunzione presentata da rispettivi prefetti per conto della RAI e dell’ANTI, l’Associazione Nazionale Teleradio Indipendenti. Immediata fu la reazione della maggioranza di governo e del Presidente del Consiglio (legato all’allora Cavaliere del Lavoro da legami d’amicizia e di reciproco opportunismo) il quale, tra il 20 Ottobre 1984 e il 1 Giugno 1985, incoraggiò l’emanazione di tre decreti legge al fine di legittimare la situazione venutasi a creare: erano le premesse per il riassetto definitivo del sistema radiotelevisivo, avvenuto il 6 Agosto 1990 con l’approvazione della Legge Mammì, e della successiva ascesa di Berlusconi nell’agone politico italiano.

Berlusconi e Craxi
Silvio Berlusconi (a sinistra) e Bettino Craxi (a destra) fotografati nel corso di un evento mondano (Fonte: lineapress)

Un preoccupante campanello d’allarme circa lo Stato di salute della partitocrazia arrivò dalle elezioni politiche del 1987, durante le quali la coalizione governativa fece registrare una perdita di quasi dieci punti percentuali rispetto ai risultati conseguiti appena quattro anni prima. Le ragioni di un simile calo devono essere ricercate nel ricorso estensivo al voto di protesta da parte del corpo elettorale, sintomo di una crescente disaffezione verso quei partiti che per un quarantennio avevano dominato la scena politica, e nel conseguente exploit vissuto dai movimenti ecologisti e leghisti. Questi ultimi in particolare avevano beneficiato dell’indebolimento della Democrazia Cristiana nelle tradizionali roccaforti del Settentrione come il Veneto, la Lombardia e il Friuli-Venezia Giulia, tanto da raccogliere un numero di consensi sufficiente all’elezione del deputato Giuseppe Leoni e del senatore Umberto Bossi. Alla base del loro successo troviamo soprattutto la capacità di instaurare un rapporto diretto con l’elettorato locale e l’appeal offerto dalla feroce polemica contro uno Stato colpevole di ostacolare la crescita delle Regioni più virtuose, nonché l’estraneità al tradizionale confronto ideologico Est-Ovest. Apparentemente immune a questo trend negativo risultava essere il PSI, protagonista di una crescita sensibile tanto nelle aree più industrializzate del Nord quanto in quelle più povere del Sud Italia grazie all’appoggio dei ceti urbani in ascesa e delle clientele dei notabili.

Niccolò Meta per Policlic.it

LASCIA UN COMMENTO

Inserire commento
Inserire nome qui