Critica al Wilsonismo – Gli Stati Uniti “dopo” Wilson – Gli interregni di Ford e Carter, la nascita dei Neo-Cons e l’epopea di Ronald Reagan

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Indice : Nuovi “interregni”La nascita dei Neo-ConsRonald Reagan e “l’Impero del Male”

“There is an American tragedy in which we all have played a part. It could go on and on and on, or someone must write the end to it. I have concluded that only I can do that, and if I can, I must.”
(Gerald Ford su Richard Nixon, 8 Settembre 1974)

La storia politica degli Stati Uniti d’America successiva ai fatti del c.d “scandalo Watergate” del 1972 riprese il 9 Agosto 1974 con la successione del Vice-Presidente repubblicano Gerald Ford (1913-2016) alla guida della Casa Bianca a seguito delle dimissioni dell’allora Presidente Richard Nixon (contro il quale, in seguito al Watergate, la Camera dei Rappresentanti aveva votato a favore della messa in stato d’accusa – impeachment – per abuso di potere e ostacolo alle indagini).

Con la presidenza di Ford, che rimase in carica fino al 20 Gennaio 1977 e venne sconfitto nelle elezioni presidenziali del 1976 dal candidato democratico Jimmy Carter, si aprì per il Paese quella che può essere definita una nuova fase di “interregni” (nella seconda parte di Critica al Wilsonismo è stato possibile analizzare la situazione politica statunitense durante gli anni Venti sotto le amministrazioni Harding, Coolidge ed Hoover): sia Ford che, a suo modo, Carter infatti non lasciarono un’impronta tangibile del loro operato rispetto ai propri predecessori (entrambi non ottennero un secondo mandato) e furono oggetto di pesanti critiche da parte del mondo politico statunitense per le loro scarse capacità carismatiche e la loro scarsa esperienza nel gestire questioni non solo di natura domestica ma anche di rilievo internazionale.

Uno dei primi atti compiuti dal neo-nominato Presidente fu di concedere il Perdono Presidenziale (con la Proclamation 4311 ai sensi dell’art. 2, sezione II della Costituzione statunitense) proprio a colui che il 6 Dicembre 1973 lo aveva scelto per ricoprire l’incarico di Vice-Presidente al posto del dimissionario Spiro Agnew (1918-1966), Richard Nixon. Una scelta, quella dell’allora avvocato sessantunenne del Nebraska, che al tempo fece discutere molto negli Stati Uniti al punto che restò come un marchio indelebile nel corso della sua esperienza presidenziale, affibbiato a colui che aveva graziato l’uomo fino ad allora più odiato della storia del Paese.

Negli anni di Ford alla guida della Casa Bianca, tralasciando un doppio attentato a poca distanza l’uno dall’altro (si salvò miracolosamente in entrambi i casi) e le cadute in eventi pubblici, si osservò la mera prosecuzione della politica nixoniana volta alla distensione dei rapporti con l’area sino-sovietica con un Presidente che di rado volle far sentire, a livello internazionale, il proprio peso politico. Questo in un periodo storico segnato comunque dalla crisi energetica ed economica globale dovuta allo shock petrolifero arabo che coinvolse tanto gli Stati Uniti, che con Ford vissero la più grave recessione dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, quanto ad esempio l’Italia, che vide nella ritorsione araba successiva alla guerra del Kippur israeliana del ’73 il fattore decisivo per la brusca interruzione della crescita e dello sviluppo del nostro sistema Paese – il c.d “miracolo economico” – che si era protratto fin dagli anni Cinquanta. In questo scenario politico internazionale, Ford nel complesso mantenne un profilo basso.

Ford assistette – quasi impotente – alla fine della disastrosa guerra che il proprio Paese aveva condotto in Vietnam con il ritiro dal Vietnam del Sud del contingente armato statunitense, decimato e devastato tanto fisicamente quanto psicologicamente da quasi venti anni di guerra sotto tre diverse presidenze, che potrebbero divenire addirittura cinque qualora si volessero considerare anche i piani preparatori del presidente Truman e John Foster Dulles e la successiva “Domino Theory” portata avanti dal presidente Eisenhower nell’area asiatica.

Un ritiro sancito dal disimpegno militare che il Congresso stabilì nel momento in cui venne negato lo stanziamento di ulteriori fondi, già ridotti nelle fasi finali dell’amministrazione Nixon, per il mantenimento delle truppe statunitensi a Saigon e nel resto del territorio sud-vietnamita. La giunta militare sud-vietnamita, “abbandonata definitivamente” da Washington al proprio destino infausto e impreparata contro le truppe nord-vietnamite che avanzavano rapidamente nel proprio territorio, non poté far altro che concedere la resa incondizionata della capitale Saigon e di tutto il Vietnam del Sud (30 Aprile 1975). Questo mentre nelle ore antecedenti alla caduta della città gli elicotteri statunitensi facevano la spola per trasportare tutto il personale militare, diplomatico, tecnico-scientifico e politico fuori dai confini del paese sconfitto.

“In compenso”, sotto la presidenza Ford, ci fu tempo per osservare un ulteriore colpo di stato diretto da Henry Kissinger: l’invasione di Timor Est da parte dell’Indonesia del  dittatore Suharto (1921-2008).
Seguendo schemi e percorsi già osservati e messi in atto, durante l’Operazione Condor in America Latina, dall’uomo che servì come Segretario di Stato degli Stati Uniti sotto Nixon e Ford perseguendo la propria lotta contro il comunismo, tra il 5 Dicembre ed il 7 Dicembre 1975, la rappresentanza presidenziale statunitense giunta a Giacarta, Indonesia a bordo dell’Air Force One diede il proprio assenso alla c.d “Operasi Seroja” (it. “Operazione Loto”).

Nel giro di due giorni e a seguito dell’incontro tra Henry Kissinger, Gerald Ford e Suharto, le truppe indonesiane “armate” da Washington, invasero Timor Est e con un golpe vi istituirono un governo fantoccio che successivamente, nel 1977, si fece annettere dall’Indonesia.
Un’operazione militare che fatta eccezione per una trasmissione radio della Croce Rossa non ebbe alcun risalto mediatico a livello internazionale : “merito” dell’influenza statunitense (ovvero Kissinger) volta a minimizzare e nascondere il fatto compiuto all’opinione pubblica.

Nel solo periodo dell’operazione militare vennero uccise tra le cento e le centoottantamila persone tra soldati e civili di Timor Est a cui si aggiungono circa mille caduti indonesiani. L’occupazione indonesiana di Timor Est durò fino al 31 Ottobre 1999 e solo il 20 Maggio 2002, dopo una fase di transizione successiva al voto referendario per l’indipendenza nazionale, Timor Est potè ottenere la propria indipendenza. Negli anni, le ricerche e le statistiche hanno riportato come nell’intero periodo dell’occupazione indonesiana di Timor Est, tra l’operazione militare e la successiva dominazione, siano morte tra le cento e le trecentomila persone a fronte di una popolazione locale di poco meno di ottocentotrentamila abitanti (stima del 1999).
Un conto che inserisce Timor Est tra i casi accertati, a livello mondiale, di genocidio e che portò Gerald Ford, “grazie” ad Henry Kissinger, ad avere sulla coscienza centinaia di migliaia di morti timoresi.

Nel Dicembre 2001 la National Security Agency (NSA) desecretò alcuni documenti contenuti nei propri archivi, tra i quali la trascrizione integrale e non censurata dell’incontro che Ford e Kissinger (il quale per anni negò categoricamente ogni responsabilità statunitense in quello che avvenne a Timor Est) ebbero con Suharto presso l’ambasciata statunitense a Giacarta il giorno prima dell’inizio dell'”Operazione Loto”.

Tali documenti permisero, allora come oggi, di avere una situazione panoramica inconfutabile circa le responsabilità statunitensi nell’attuazione del piano di Suharto.Tra il 2001 ed il 2002 inoltre, la pubblicazione del libro The Trial of Henry Kissinger (2001)il personale “j’accuse” del giornalista Christopher Hitchens (1949-2011) nei confronti di Henry Kissinger, e il successivo adattamento nel documentario The Trials of Henry Kissinger (2002) offrirono ed offrono ulteriore materiale di studio e analisi che, come detto, trovano coinvolta anche la figura dello stesso Ford.
Un passaggio fondamentale della trascrizione di quell’incontro, menzionato nell’opera di Geoffrey Robinson “If You Leave Us Here, We Will Die”: How Genocide Was Stopped in East Timor (2011), riporta quanto segue:

SUHARTO: I would like to speak to you, Mr. President, about another problem, Timor [..]
We want your understanding if we deem it necessary to take rapid or drastic action.
FORD: We will understand and will not press you on the issue.
We understand the problem you have and the intentions you have.
KISSINGER: You appreciate that the use of U.S.-made arms could create problems.
F: We could have technical and legal problems.
K: It depends on how we construe it. Whether it is in self-defense or is a foreign operation. It is important that whatever you do succeeds quickly.
We would be able to influence the reaction in America if whatever happens, happens after we return.
(Ford-Kissinger-Suharto discussion, Embassy Jakarta Telegram 1579 to Secretary State, 6 Dicembre 1975)

Con la sconfitta di Ford nel 1976 giunse l’ora dell’ex governatore della Georgia con un passato da proprietario terriero, nonché candidato per il Partito Democratico, Jimmy Carter. Rispetto a Gerard Ford si possono fare delle distinzioni e delle specifiche sulla figura di Jimmy Carter anche se, volendo fare un parallelo con figure a lui antecedenti, lo si potrebbe paragonare ad un Herbert Hoover per certi versi sostenuto dalla buona sorte (oltre che alle proprie buone intenzioni) mentre si trovò a guidare la Nazione.

Importante ad esempio fu il risultato conseguito, durante la sua amministrazione, nella stipula degli Accordi di Camp David (17 Settembre 1978) che videro Carter nel ruolo di mediatore tra il Presidente israeliano Menachem Begin e il Capo di Stato egiziano Anwar Al-Sadat. Un’opera di mediazione e negoziati continui (durati dodici giorni) sotto la massima discrezione e riservatezza che portò al successivo trattato di pace tra i due Paesi (26 Marzo 1979) e che, in una chiave più ampia, ancora oggi rimane effettivamente uno dei documenti più significativi nell’ambito della ricerca di una soluzione del conflitto arabo-israeliano. Gli accordi stipulati presso la tenuta presidenziale nel Maryland non rappresentarono soltanto infatti il segno tangibile del cambio di rotta dell’Egitto in direzione occidentale (dopo che, sotto la guida del generale Nasser, la Nazione guida del movimento panarabista e del “blocco dei non allineati” aveva avuto nel blocco sovietico un interlocutore di primo piano), ma fu anche il primo atto di riconoscimento ufficiale dello stato d’Israele da parte di un paese arabo, un evento che nel contesto storico di quel tempo fu di enorme impatto, un impatto tale che sarebbe costato la vita del presidente Sadat, assassinato il 6 Ottobre 1981 da un commando jihadista.

“In my 2 years as President, I’ve spent more time and invested more of my own personal effort in the search for peace in the Middle East than on any other international problem.
(Jimmy Carter, conferenza stampa del 27 Febbraio 1979, estratto tratto da Public Papers of the Presidents of the United States: Jimmy Carter, 1979)
Uno scatto fotografico del 9 Luglio 1978, proveniente dalla Jimmy Carter Library e divenuta di dominio pubblico, ritrae i tre Presidenti presso Camp David. Da sinistra verso destra, Menachem Begin (Israele), Jimmy Carter (Stati Uniti d’America) ed Anwar Al-Sadat (Egitto) Fonte : Wikimedia Commons

Ai parziali successi dell’amministrazione Carter in Medio Oriente, fece tuttavia da contraltare, in modo determinante, la gestione fallimentare della c.d “crisi degli ostaggi” che ebbe luogo tra il 4 Novembre 1979 ed il 20 Gennaio 1981 nella Teheran passata sotto il controllo degli ayatollah sciiti e dei suoi pasdaran*, i nuovi guardiani spirituali e “temporali” di quella rivoluzione iraniana che nel 1979 aveva scacciato dal Paese la famiglia reale Pahlavi, rea di essere stata al soldo di interessi stranieri (Stati Uniti e Regno Unito tra i maggiori indiziati tanto per natura geostrategica – per la sua collocazione nello scacchiere della Guerra Fredda – tanto per quella geopolitica in virtù dei ricchi giacimenti petroliferi) e di aver guidato l’Iran con fare dispotico.

Gli studenti iraniani assaltano l’ambasciata statunitense a Teheran.
Fonte : Alborzagros/Wikimedia Commons

La “crisi degli ostaggi”, nata a seguito dell’assalto dell’ambasciata statunitense a Teheran da parte di un numeroso gruppo di studenti fedeli alla Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, coinvolse cinquattaquattro membri del corpo diplomatico di Washington che vennero tenuti in ostaggio nella residenza dell’ambasciatore Bruce Lainigen per 444 giorni.
L’effetto e la risonanza mediatica che ebbe la gestione di quella crisi, nel gioco di forza tra Carter e Khomeini, vide il secondo ottenere un’importante vittoria morale al netto delle sanzioni internazionali e del blocco delle relazioni tra i due Paesi : Carter infatti fece una serie di errori devastanti (inclusa una fallimentare operazione militare di salvataggio degli ostaggi che ebbe ripercussioni nella sua popolarità e gradimento negli Stati Uniti).
L’Iran riuscì a tener testa al “Grande Satana”, utilizzando le parole di Khomeini, per oltre un anno e mostrò all’opinione pubblica statunitense, cavalcata anche dal feroce dissenso dei nascenti neo-conservatives, l’immagine di una superpotenza debole e troppo intenta alla normalizzazione dei rapporti con il blocco orientale che alla lotta contro il comunismo.
Da presidente degli Stati Uniti, Carter incarnò questa immagine e rimase “vittima degli eventi” iraniani (soltanto a seguito della vittoria schiacciante di Ronald Reagan alle elezioni presidenziali del 1980 ed il suo insediamento, gli Stati Uniti riuscirono ad avere indietro i propri concittadini bloccati in Iran, grazie anche all’intervento mediatore dell’Algeria).

Fortemente indebolito nel gradimento nazionale statunitense dalla crisi economica ed occupazionale che attraversò il Paese e ulteriormente minato a seguito della crisi iraniana nonchè dall’incapacità di rispondere con forza e determinazione alle mosse dell’Unione Sovietica (come l’invasione dell’Afghanistan che ebbe luogo quell’anno) , Carter ottenne un’umiliazione al momento della tornata elettorale non tanto dal voto popolare (quasi dieci milioni di preferenze di differenza) quanto dalla nomina dei grandi elettori : un vero e proprio tsunami repubblicano infatti invase il Paese portando a Reagan 489 voti contro i soli 49 per i democratici.

Una volta lasciata la Casa Bianca, la vita di Jimmy Carter al di fuori della Casa Bianca ha probabilmente portato maggiori soddisfazioni e riconoscimenti rispetto agli anni presidenziali ivi descritti.
Nel 2002 ha ottenuto il Premio Nobel per la Pace per il proprio impegno nella soluzione delle controversie internazionali, come successe a Camp David, e per il proprio attivismo ed impegno a difesa dei diritti umani.
Il risultato di Camp David è stato oggetto nei decenni successivi, anche alla luce degli ulteriori sviluppi diplomatici, di un’ulteriore analisi da parte degli studiosi sia negli Stati Uniti che a livello internazionale e lo stesso Jimmy Carter, negli anni ha avuto modo di rivendicarne i successi e di porre grande enfasi sulla guerra israelo-palestinese e sulle responsabilità israeliane nell’ostacolo alla pace tra i due Paesi, divenendo una personalità discussa.

Nel Novembre del 2006, la pubblicazione del libro Palestine: Peace Not Apartheid suscitò una veemente reazione negli Stati Uniti tra i suoi sostenitori (tra i quali Norman Gary Finkelstein) e i critici provenienti tanto dalla galassia democratica, progressista e liberal quanto dagli esponenti della comunità ebraica statunitense (nelle sue associazioni e organizzazioni, inclusa la Anti-Defamation League) e dal mondo neo-conservative. Inoltre scatenò un violento scontro dialettico con Alan Dershowitz, “il Principe del foro” statunitense che al tempo ricopriva ancora l’incarico di docente universitario presso l’Università di Harvard. Il teatro dello scontro, nel Dicembre di quell’anno, tra l’ex Presidente e Dershowitz fu la Brandeis University: l’invito dell’università ad un dibattito pubblico con Dershowitz sul libro venne infatti rispedito al mittente da Carter con parole roventi.

“I don’t want to have a conversation even indirectly with Dershowitz. There is no need to for me to debate somebody who, in my opinion, knows nothing about the situation in Palestine
(Jimmy Carter al The Boston Globe, 15 Dicembre 2006)

La replica di Dershowitz non mancò nella pubblicazione, sei giorni dopo, di un nuovo articolo sul The Boston Globe.

“The real reason Carter won’t debate me is that I would correct his factual errorsIt’s not that I know too little; precisely so as to start debate over the issue of the Israel-Palestine peace process. If that were really true, Carter would be thrilled to have the opportunity to debate.”
(Alan Dershowitz, “Why Won’t Carter Debate His Book?” , The Boston Globe, 21 Dicembre 2016)

La “soluzione” dello scontro tra Carter e Dershowitz (il quale nel 2008 avrebbe dedicato ampio spazio all’accaduto nel suo libro The Case Against Israel’s Enemies: Exposing Jimmy Carter and others who stand in the Way of Peace) venne trovata solo l’anno seguente, con un nuovo dibattito alla Brandeis University a porte chiuse nel quale i due contendenti avrebbero parlato separatamente alla platea. Non il massimo. Ma anche tra gli stessi che ebbero modo di applaudire al coraggio dell’ex-Presidente Carter nell’associare un termine significativo come l’apartheid alla situazione palestinese, vi furono delle specifiche riguardo tale atteggiamento.
Lo stesso Finkelstein, il quale nel 2006 ebbe modo di recensire positivamente il libro pubblicato da Carter (al punto di che pubblicò una critica della critica rivolta all’opera dai detrattori di Carter), in una lezione da lui tenuta presso la University College Dublin il 10 Febbraio 2015, riprendeva le parole di Carter circa il suo coinvolgimento nei negoziati che portarono agli accordi di Camp David.
Una riflessione, quella di Carter qui riportata nella citazione dello studioso statunitense, che trasmetteva l’importanza che egli ripose nell’accordo nell’interesse statunitense alla pace.

“Carter at one point, he comments that he is determined to get something out of these negotiations because he said : << I’ve spent>> – and you can see it’s true – <<I’ve spent hundreds of hours on this>>. He said <<To the point that it means I’ve sacrificed the time I should have invested on the Soviet Union, on Cyprus , on Nicaragua>> – and he starts listing all these world crisis that he had to sideline in order to just extract this agreement to get Israel out of the Sinai, out of the Egyptian Sinai.”
(Norman Finkelstein , The Martyrdom of Gaza and the Future of Palestine, lezione inaugurale della UCD Philosophical Society presso la University College Dublin, 10 Febbraio 2015
N.B Per la completa visione dell’intervento si rimanda al seguente link)

Una nota di colore : ad oggi, complice la recente scomparsa di George H.W.Bush, Jimmy Carter risulta essere il Presidente degli Stati Uniti d’America più anziano ancora in vita.




Come menzionato precedentemente, tra il 1980 ed il 1981 si assistette all’avvicendamento alla Casa Bianca tra il democratico Jimmy Carter ed il neo-eletto Presidente degli Stati Uniti d’America, il candidato repubblicano Ronald Reagan (1911-2004).
Nel menzionare la figura di Ronald Reagan non può non essere evidenziato il fatto che divenne il primo Presidente legato all’emergente corrente dei c.d neo-conservatives (o neo-cons).
Ma chi erano nello specifico i neo-conservatori?

Nel delineare una breve panoramica attorno alle origini dei neo-cons vanno anzitutto chiarite due caratteristiche fondamentali.
Primo : il neo-conservatorismo è una visione del mondo, paragonabile ad una ideologia che totalizza coloro i quali vi aderiscono verso una specifica idea del ruolo desiderato degli Stati Uniti d’America nel sistema delle relazioni internazionali.
Secondo : la natura e la storia del neo-conservatorismo sono slegate dalla tradizionale e granitica suddivisione della politica statunitense tra Democratici e Repubblicani.
Queste due caratteristiche preliminari hanno permesso, ieri come oggi, a figure politiche statunitensi appartenenti a blocchi partitici diversi di avere e condividere valori profondi nonostante suddetta diversa collocazione.

L’ipersensazionalismo legalistico della Nazione, la difesa dei valori fondanti del modello  democratico statunitense e la sua indiscussa superiorità rispetto a qualsiasi altro sistema politico ; in questa combinazione tra elementi tipicamente wilsonisti ed applicazioni pragmatiche degli stessi si concretizza la natura dogmatica (l’etica puritana d’altronde non manca) del pensiero neoconservatore.

Questa specifica ha maggior valore se contestualizzata al periodo storico preso in considerazione : i neo-cons infatti nascevano come aderenti al Partito Democratico o più generalmente ad un’area politico-intellettuale di sinistra in aperta critica dell’imprimatur sovietico. In questo contesto, gli anni Sessanta rappresentarono per gli Stati Uniti d’America “apparentemente disintossicati” dal clima da caccia alle streghe comuniste del senatore McCarthy ,un momento di profondo cambiamento, di crisi, di rottura ed infine di scontro tanto dialettico e culturale (la Beat Generation e Woodstock) quanto fisico (gli scontri alla Berkley University nel 1968) e, a riguardo, politico (Black Panther Party).

Furono gli anni delle presidenze Kennedy, Johnson e Nixon, gli anni della Baia dei Porci, del discorso di Kennedy davanti ai cittadini della Berlino Ovest, della crisi di Cuba, della “linea rossa con Mosca” e della guerra in Vietnam, ovvero gli anni in cui la politica estera statunitense era nel vivo e ad un passo dallo scoppio di un conflitto nucleare con il nemico comunista sovietico.Ma per utilizzare una definizione che raccolga questa descrizione in modo più semplice, gli anni Sessanta furono gli anni dei c.d. baby boomers in aperto scontro con la generazione precedente e pertanto più propensi ad una radicalizzazione del pensiero (che li avrebbe avvicinati ad un approccio più violento e alla lotta armata).
Una radicalizzazione che non era minimamente condivisa e che pertanto portò ad un graduale allontanamento dall’area “democratica” per uno spostamento verso destra.
Un evento che venne accellerato tra la fase finale della presidenza Nixon e le amministrazioni Ford e Carter [a destra, il Consigliere per la sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski il quale, “nato” Democratico, fu tra i più accaniti neoconservatori per tutta la propria vita, nda]. : a dire dei neo-cons infatti, la politica di detente avviata durante la presidenza Nixon rappresentava la fuga del pensiero democratico americano dominante rispetto a quello comunista, una sconfitta ideologica per l’America di pari passo con quella bellica.



“The rhetoric of Reagan’s first term marked the formal end of the period of detente. America’s goal was no longer a relaxation of tension but crusade and conversion” (Henry Kissinger, Diplomacy)

Nato a Tampico, Illinois il 6 Febbraio 1911, Ronald Reagan rappresentò “il nuovo corso” della politica statunitense, sulla scia dell’entusiasmo mondiale scaturito dagli anni Ottanta : negli anni decisivi per la fine della Guerra Fredda infatti, Reagan diede nuovo slancio all’idea ipersensazionalista statunitense e, rispetto alla parentesi partita con Nixon e conclusasi con Carter, tornò a volgere il proprio sguardo verso i valori del Wilsonismo permeando la politica estera statunitense su di essi.

Il Presidente degli Stati Uniti d’America Ronald Reagan ed il Primo Ministro del Regno Unito, la “Lady di Ferro” Margaret Thatcher. È nota la profonda stima ed amicizia che la Thatcher nutrì nei confronti di Reagan, una stima che per molti anni cementificò i legami politici e commerciali tra i due Paesi. Allo stesso modo entrambi furono oggetto di profonda contestazione (specie la Thatcher) per gli elevati costi sociali che le politiche neoliberiste da loro applicate provocarono nelle fasce più deboli dei due Paesi, allargando la forbice tra le classi più agiate e quelle più indigenti.

Acerrimo anti-comunista dal fascino e dal carisma magnetico (in gioventù fu una celebrità di Hollywood) nonchè ispiratore della soprannominata Reaganomics (un importante piano di riforme economiche strutturali di stampo neo-liberista ispirate dalla teoria monetarista di Milton Friedman, a sinistra nda), Reagan interruppe bruscamente la normalizzazione nixoniana dei rapporti con l’Unione Sovietica che ritornò ad essere “l’Impero del Male” da sconfiggere e riportare alla via maestra rappresentata dalla democrazia statunitense.
Al netto dell’approccio teorico-ideologico wilsonista, l’effettiva applicazione del progetto in chiave anti-sovietica ricordò aspetti molto lontani dai principi di Wilson e, incredibilmente, più vicini a quelli di un Machiavelli o ad un Richelieu: per rendere concreta l’opera di conversione wilsonista del nemico comunista, Reagan (con la sua omonima dottrina) fu disposto a sostenere, con ingenti aiuti logistici, economici e militari, qualunque movimento o soggetto stesse affrontando la pressione sovietica (da Solidarnosc in Polonia e i movimenti moderati in America Latina fino ai mujaheddin afghani e le fazioni tribali africane).

In questo aspetto si mostra un altro dei gravi errori statunitensi, ovvero l’atteggiamento arrogante e poco intelligente di una grande nazione in ambito di politica estera, un atteggiamento riscontrato nel corso della storia del secolo scorso.
Facendo un parallelo rispetto ad oggi, molti dei problemi attuali a livello internazionale partono proprio dall’errata valutazione politico-militare dei cosiddetti “nemici del nemico” compiuta allora dagli Stati Uniti, in molti casi proprio durante l’amministrazione Reagan.
La Libia ne è stato un esempio evidente : dalla strenua opposizione di Reagan a Muhammad Al Gheddafi (che si concretizzò con il bombardamento americano a Tripoli del 1986) si passò, negli anni a venire, all’attesa dell’occasione perfetta con cui rimuovere il comandante libico (concretizzatasi durante la Primavera Araba del 2011 con la sua rimozione, in collaborazione con Francia e Regno Unito, e la successiva uccisione) salvo poi abbandonare il Paese nel caos di un doppio governo a Tobruk e a Tripoli il cui futuro continua ad essere immerso da profonde nubi.
Parimenti l’Afghanistan, paese sostenuto dagli statunitensi nelle attività di guerriglia contro le truppe occupanti sovietiche, rientra in questo ambito anche perchè uno dei luoghi più importanti nell’applicazione della dottrina Reagan : la vendita di armamenti e l’addestramento militare dei mujaheddin da parte della CIA portarono infatti, negli anni seguenti e con il ritiro dell’esercito sovietico dal territorio, all’affermazione dei talebani e l’entrata in scena di Al Qaeda.


 

Guglielmo Vinci per www.policlic.it

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