“Estamos mal pero vamos bien”. Il pendolo dell’Argentina dalla dittatura ai giorni nostri

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Fonte: Emaze

Stiamo male, ma andiamo bene” ha affermato il presidente della Unión Industrial Argentina (UIA) Miguel Acevedo nel Giugno 2017. Una dichiarazione volta a tracciare l’attuale situazione economica del paese che però risveglia oscuri ricordi nel popolo argentino. È stata infatti pronunciata nel lontano 1991 dall’allora presidente Carlos Menem nel descrivere la situazione che 10 anni dopo avrebbe portato il paese al fallimento totale.

Liberalizzazione o protezionismo? Sovranità popolare o economica? Quali dovrebbero essere i valori guida di un paese tremendamente eterogeneo la cui storia ha sempre oscillato da un estremo all’altro? Per comprendere l’attuale situazione dell’Argentina è necessario fare un passo indietro, ricordando brevemente l’altalenante storia del paese.

Dal 1976 al 1983 si instaurò la dittatura civico-militare di Jorge Rafael Videla, denominata “processo di riorganizzazione nazionale”. L’installazione del regime rientrava nel “piano di prova” del neoliberismo, elaborato in quegli anni dagli Usa e messo a sperimentazione nei paesi latino americani, Cile in primis. Durante il regime iniziarono ad attuarsi delle vere e proprie operazioni militari contro la popolazione civile, contro i “disertori”: studenti liceali ed universitari, professori, attori, giornalisti. Contro insomma tutti coloro che venivano considerati “nemici della nazione”.

Fonte: Diarioregistrado.com

Il regime istituì più di 340 centri di detenzione clandestina e assassinò, attraverso la sparizione forzata e con previa tortura, circa 30.000 persone, gran parte giovanissimi, di cui si contano almeno mille di nazionalità italiana. I militari argentini, ahimè, non fecero l’errore cileno mostrando in diretta mondiale le atrocità del regime, ma operarono nella più completa segretezza. Durante il golpe infatti tutto era perfettamente normale alla vista; ciò che non era rappresentato non accadeva. Lo slogan promosso dalla dittatura era infatti “Los argentinos somos derechos y humanos” (Siamo retti e umani). Furono poi le correnti del Río de la Plata a mostrare la verità, rispondendo alle domande di quelle famiglie disperate dalla sparizione dei propri cari, portando a galla decine e decine di corpi gettati in mare dai “voli della morte” mentre le vittime erano ancora in vita, anestetizzate (Per approfondire: H. Verbitsky “Il volo”, Feltrinelli, 1996).

Dopo la grandiosa sconfitta subita nella “Guerra de las Malvinas” contro l’Inghilterra il regime si trovò costretto a convocare elezioni democratiche.

Nel 1983 dunque, con il 52% dei voti, salì al governo Raúl Alfonsin, al quale spettava l’ardua transizione democratica. Alfonsin fece processare i principali responsabili delle giunte militari, condannando all’ergastolo Videla e Messera – capo di stato maggiore della Marina militare ed uno dei principali responsabili del colpo di stato del 1976. Istituì inoltre la CONADEP (Comisión Nacional sobre la desaparición de personas), la quale redasse il famoso rapporto “Nunca más” e promulgò le leggi Punto final” e “Obediencia debida”. Tramite queste ultime venivano scagionati tutti gli ufficiali e subalterni che avevano commesso delitti durante la dittatura in ragion del fatto che stavano ubbidendo a ordini superiori (Per approfondire: J. C. Marín Conocimiento y desobediencia a toda orden inhumana”, México, Universidad autónoma del Estado de Morelos).

Nel 1989 si affermò al governo Carlos Menem, con il 47,7% dei voti, il quale cambiò rotta proclamando l’indulto di tutti i militari accusati di genocidio dal governo precedente, privatizzando le imprese, svendendo le terre ai privati e abbassando i tassi di interesse sugli investimenti.

Domingo Cavallo, il suo acclamato Ministro delle Finanze, emanò due famose leggi oggi sinonimo di fallimento di un’intera classe politica. Fra queste ricordiamo la famosa “Ley de convertibilidad” (1991) la quale sanciva, sconsideratamente, l’equivalenza del Peso argentino col dollaro e il pacchetto di misure economiche denominato “Corralito” (‘piccolo recinto’), emanato nel 2001 sotto la presidenza del neo eletto presidente Fernando De la Rua, che impose una bancarizzazione dell’economia e un pesante limite di prelievo dai conti correnti argentini. Operazioni queste fortemente in linea con le direttive USA, appoggiate dai mercati finanziari, dal FMI e dalla BM i quali, fra l’altro, nell’indifferenza più totale dell’effettiva situazione sociale, continuavano a definire l’Argentina come “la prima della classe”. (1)

Era il terzo anno di recessione economica. Pochi mesi dopo, il paese considerato allievo prediletto del neoliberismo sarebbe sprofondato nella banca rotta totale che portò la disoccupazione al 50% ed oltre il 30% della popolazione sotto la soglia di povertà. Le banche non contenevano più soldi, chi li aveva, li aveva persi. Venne proclamato lo stato dassedio: rivolte, manifestazioni e repressioni caratterizzano le giornate di un paese esasperato che il 20 Dicembre del 2001 vide il presidente De la Rua dare le dimissioni e fuggire in elicottero dalla Casa Rosada (sede del potere esecutivo argentino), lasciando sotto i suoi piedi, in una affollatissima Plaza de Mayo, un popolo inferocito che al grido “Que se vayan todos” (“Andatevene tutti”) reclamava dignità e giustizia.

Fonte: ElDiario.es

Dal 2001 al 2003 si assistette ad un susseguirsi di governi provvisori che non proponevano soluzioni effettive e non miglioravano la situazione (nel 2002 in Argentina si contavano una media di ben 42 manifestazioni al giorno). Nacquero comitati, assemblee e numerose forme di cooperazione sociale che avrebbero dato vita ad un’economia solidale in grado di garantire sussistenza alla popolazione.

Nel 2003 Menem si aggiudicava nuovamente il primo turno, salvo poi rinunciare all’incarico consegnando così la presidenza allo sfidante Néstor Kirchner, detto “il pinguino”, governatore della provincia patagonica di Santa Cruz che si trovava ad avviare il suo primo governo con una legittimazione popolare pari al 22% dell’elettorato. Si cambiava nuovamente rotta.

Iniziò l’era del “Kirchnerismo” (2003-2015) che avrebbe visto un primo mandato di Néstor Kirchner e due mandati della moglie, Cristina. Si intraprendeva una profonda attività sociale volta a valorizzare i diritti umani, centro del programma politico, riaprendo i processi per lesa umanità che erano stati interrotti da Menem. Dal 2004 al 2015 si processarono centinaia di persone coinvolte nella dittatura senza la necessità di dover istituire alcun tribunale penale internazionale, un fatto che diede un grande riconoscimento al paese. Si stabilivano profondi rapporti con associazioni quali Madres y Abuelas di Plaza de Mayo e ci si allontanava dall’orbita Washington per restaurare le relazioni con i paesi Brics. Il presidente si guadagnò così la fiducia popolare che mancava all’inizio del mandato.

Nel 2007, il paese – ora nelle mani di Cristina Kirchner – rifiutava i trattati di libero commercio, nazionalizzava numerose imprese fra cui Aerolíneas Argentinas, aumentava le imposte sulle esportazioni al fine di stimolare la produzione industriale interna. Apriva inoltre numerose università in particolare nelle zone periferiche, imponeva controlli sui prezzi e sulle importazioni e provvedeva a numerosi programmi di cooperazione sociale. Anche qui le ombre non furono poche, numerose sono le accuse di corruzione imputate al governo, un’ulteriore conferma della perenne divisione politica del popolo argentino. Ciononostante il paese assistette ad un sostanziale miglioramento delle condizioni di vita. Tutto questo fino a dicembre del 2015, quando con il 51% dei voti è salito al governo il presidente Macri, del partito “Cambiemos” (2). Si è verificato così un ulteriore drastico cambiamento nella politica economica e sociale del paese che conferma la tendenza argentina di passare costantemente da un estremo all’altro in un costante moto pendolare che impedisce la creazione di presupposti saldi atti a costruire una stabilità economica ed uno sviluppo duraturo.

Fonte: Trochandosinfronteras.info

Con Macrì non si è teso quindi ad aggiustare il modello socio-politico-economico precedente ma lo si è ribaltato, iniziando un’opera di smantellamento delle basi costruite dal kirchnerismo. A quattro giorni dall’insediamento al Congresso, il neo eletto presidente ha aumentato i prezzi dei beni primari fra cui luce, gas, acqua, carne ed elettricità, con rialzi nell’arco di un mese e mezzo pari addirittura al 700% (el tarifazo”), al quale non fu accompagnato un parallelo aumento degli stipendi. Una misura questa necessaria per sanare la situazione lasciata dal governo precedente” a detta della classe politica. Macrì ha inoltre eliminato le tasse sulle esportazioni, svalutato la moneta del 40% e privatizzato importanti imprese.

Fonte: Radioencuentro.org.ar

Come accadde in precedenza durante il governo Menem, la vendita del patrimonio pubblico incarna oggi la strategia cardine per attirare capitali esteri e diminuire la spesa pubblica (l’italiano Benetton è il primo proprietario terriero del paese con ben 900.000 ettari di terra). Il potere giudiziario inoltre, subordinato al potere politico, ha emanato la famosa sentenza 2×1 che ha equiparato i crimini di lesa umanità con i crimini comuni considerando doppi gli anni trascorsi in prigione in attesa di una sentenza definitiva. Un’azione giuridica che rischia di mettere a piede libero i responsabili della dittatura, previsione questa che ha scatenato la marcia di protesta più grande degli ultimi 30 anni della storia argentina, alla quale hanno partecipato circa un milione di persone. La sentenza è stata ritirata il giorno seguente.

A queste azioni del governo si aggiungono le repressioni dei manifestanti in piazza, l’arresto degli esponenti di cooperative sociali, fra cui Milagro Sala, rappresentante dell’associazione Tupac Amaru detenuta illegalmente da circa 680 giorni e per la quale l’Argentina è stata più volte richiamata dalla CIDH (Corte interamericana de derechos humanos) e da altri importanti organi di protezione dei diritti umani. Come non ricordare inoltre la profonda indifferenza del governo di fronte alla “desaparición” di Santiago Maldonado, riapparso nel fiume Chubut tre giorni prima delle elezioni di medio termine, dopo 78 giorni dalla scomparsa.

Fonte: Tucuman a las siete

Il partito “Cambiemos”, con al seguito la “nuova” classe dirigente (molti nomi sono gli stessi del governo Menem) si presenta come il partito dell’allegria: nei comizi politici cantano e danzano, esprimono pubblicamente battute infelici (3), il presidente Macri balla la cumbia dal “balcone di Eva Perón” (considerato sacro fino ad allora dai presidenti precedenti). Rompono insomma la tensione, animano le masse con luci e colori, appoggiati dai più grandi poteri mediatici e finanziari. Eppure c’è poco da festeggiare. Se secondo i dati dei più importanti indici economici, fra cui l’Index of Economic Freedom, il paese migliora, creando un terreno ottimo per investimenti esteri, secondo l’OSDA (Observatorio de la deuda social Argentina) e l’Indec (Instituo Nacional de Estadística y censos de la República Argentina) la situazione è tutt’altro che rosea. Il tasso di disoccupazione, che nel 2015 registrava il 7,1%, nell’inizio del 2017 è salito al 9,2%, mentre il tasso di povertà aumentò dal 29% a fine 2015 al 32,9% nell’ultimo trimestre del 2017; la povertà aumenta e la repressione anche.

D’altronde non sorprendono neanche i risultati delle ultime elezioni di medio termine che hanno riaffermato il partito “Cambiemos”: quando una scelta di dominio economico è finemente appoggiata dai media tranquillizzanti, l’opinione pubblica diventa apatica e la legittimità politica naturale. La situazione attuale dunque non è nuova, tende anzi a seguire quel movimento perpetuo che va da un estremo allaltro e che rappresenta, forse, una delle grandi cause di instabilità del paese. L’interesse economico torna ad essere l’obbiettivo trainante delle politica macrista, imposta tramite lapplicazione sfrenata dei dettami del neoliberismo a discapito dei basilari diritti civili e politici. Ancora una volta si chiede pazienza e sacrifici alla popolazione perché è vero, “stiamo male, ma andiamo bene”.

Amir Vidal
 per Policlic.it


(1) L’università di Bologna, nel 2000, riconobbe il ministro dell’economia Cavallo come “l’architetto dellarticolato piano di stabilizzazione delleconomia argentina (), studioso e uomo di governo capace di integrare la creazione e la trasmissione della conoscenza con la sua corretta applicazione alla realtà economica contemporanea.

(2) In Argentina vige il suffragio obbligatorio forzato. Il presidente Macri raccoglie circa 680.000 voti in più del suo avversario Scioli, del partito Unidad Ciudadana.

(3) La deputata della nazione Elisa Carrió, esponente del partito Cambiemos, commentò pubblicamente il ritrovamento del corpo di Santiago Maldonado affermando che è stato ritrovato “come Walt Disney”.

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