I nazionalisti danesi rubano il lavoro ai socialdemocratici?

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Un manifesto elettorale danese che invita alla partecipazione al voto.

Chi non conosce concorrenza oggi? Dal momento in cui varchiamo la soglia degli edifici scolastici, la pistola da starter di un invisibile, ma tangibile, giudice di gara batte il colpo d’inizio per una corsa senza fine. E a maggior ragione in politica – dove la concorrenza è spietata – i partiti storici del Novecento sono divenuti competitivi, ristrutturando di volta in volta il proprio bagaglio ideologico al fine di allargare un bacino elettorale più volte minacciato da crisi economiche o da scandali. Catch-all parties, li definì Otto Kirchheimer nel 1966. Un fenomeno che riguarda soprattutto l’Europa, dove i partiti tradizionali subiscono oggi la competizione dei nuovi arrivati.

I nuovi arrivati

Nel caso della Danimarca, da quarant’anni feudo socialdemocratico, i nuovi arrivati sono quelli del Danske Folkeparti(DF), con il 21,1% dei voti ottenuti alle elezioni del 2015.
Il partito, nato nel 1995, si definisce contrario all’immigrazione e alla permanenza nell’Unione Europea, ma favorevole all’alleanza NATO. Scorrendo il suo Principprogram, (consultabile sul sito del partito) si può notare la predilezione per i temi sociali: un sistema sociale e sanitario pubblico e ben funzionante, la famiglia come nucleo centrale della società danese, un sistema di istruzione e di ricerca di alto livello, prosperità derivante dal lavoro e dalla piena occupazione.

Durante la campagna elettorale del 2015, DF si è più volte confrontato con il programma elettorale del partito socialdemocratico, ad esempio promettendo un incremento di risorse per il settore pubblico superiore a quanto proposto dai Socialdemokraterne. Ha inoltre dichiarato di voler ridurre le risorse per i rifugiati per destinarle alla cura degli anziani. La lotta contro i socialdemocratici e contro “Gucci Helle”, nomignolo dato al precedente primo ministro socialdemocratico, Helle Thorning-Schmidt, è proseguita con la promessa di aumentare il sussidio di disoccupazione da due a quattro anni. Una mossa strategica, maturata in un settore oggetto di tagli da parte del precedente governo a guida Socialdemokraterne.

Affinità elettive?

L’estate scorsa, i leader dei socialdemocratici e di DF, Mette Frederiksen e Kristian Thulesen Dahl, tradizionalmente avversari politici, hanno sostenuto che i lavoratori stranieri europei ed extra-europei stanno influenzando negativamente i salari e le condizioni di impiego in Danimarca. Hanno inoltre invitato il governo Rasmussen ad intervenire sulla libera circolazione. Una convergenza che ha spinto il quotidiano danese Politiken ad ipotizzare addirittura una probabile alleanza tra DF e socialdemocratici a seguito delle elezioni municipali di Novembre. Nell’articolo il giornale evidenzia soprattutto le aperture da parte di DF nei confronti dei socialdemocratici, lasciando intravedere ampi margini per una futura collaborazione tra i due partiti.

Welfare, welfare, welfare

Ad avvicinare i due partiti sono anche – e soprattutto – tematiche fondamentali come quella del welfare. Alcuni esponenti di DF più volte hanno espresso la propria riluttanza a collaborare con il partito di governo, Venstre. Tra questi indicative le parole di Paw Karslund, membro del consiglio comunale di Tårnby:

“Abbiamo molto di più in comune con i Socialdemocratici che con i quattro partiti borghesi del consiglio comunale (…) Il partito blu
(Venstre) si focalizza troppo su tasse più basse e risparmi. Questo, io credo, è un problema, alla luce delle sfide che abbiamo nell’area del welfare”.

Il welfare sembra essere d’altra parte al centro della campagna pubblicitaria di Mette Frederiksen, leader dei Socialdemokraterne, nella quale risuonano slogan che attingono direttamente al passato socialista: “Prima il welfare!” e “Il benessere prima dei tagli delle tasse”. Non mancano neanche riferimenti a maggiori investimenti per la cura degli anziani, ribadendo un secco no al taglio delle tasse lanciato dal governo Rasmussen che prevedrebbe, di conseguenza, una riduzione delle risorse per il welfare.

Ma non finisce qui. Perché DF si sta ponendo come uno dei principali argini nello scontro sulle politiche liberali promosse dal governo di Lars Løkke Rasmussen. Quest’ultimo è infatti impegnato in un’opera di razionalizzazione della spesa per il settore pubblico volta a diminuire le imposte sul reddito. Il 25 ottobre il ministro per l’istruzione, Mette Bock, ha però già dovuto fare marcia indietro su una proposta di riorganizzazione delle istituzioni culturali molto contestata, che prevedeva la fusione tra le varie accademie d’arte. I primi partiti ad annunciare il voto contrario alla riforma sono stati proprio DF e i Socialdemokraterne.

Abbraccio mortale?

Il declino dei partiti di centro-sinistra – inclusi i Socialdemokraterne – ha avuto enormi implicazioni. Il vuoto politico creatosi è divenuto terreno di conquista per DF, il quale si è presentato con un programma politico che è un vero e proprio minestrone ideologico: essere di destra per quanto riguarda l’immigrazione, essere di sinistra per la difesa del welfare. Un escamotage per allargare il proprio bacino elettorale e per presentarsi agli scontenti come una valida e nuova alternativa al vecchio sistema.

Timorosi di perdere altri voti, i socialisti hanno deciso di collaborare con DF, in particolar modo sul tema dell’immigrazione, e quindi sull’essere di destra del DF. Quale sarà il risultato? Una maggiore dispersione di voti per i socialisti, di cui beneficerà soprattutto il DF, e lo spostamento a destra dei contenuti del partito socialdemocratico. L’inizio di una rincorsa a chi riesce ad accalappiare l’ultimo voto, senza pero’ contrapporre una strategia politica reale: DF, ad esempio, è conosciuto per l’uso di toni spesso spregiudicati per far arrivare il proprio messaggio politico. I socialdemocratici dovrebbero esserne consapevoli, e trovare un nuovo linguaggio. Un linguaggio che si contrapponga in modo autorevole al becero strillo di piazza, che sia altrettanto fermo nell’affermare le proprie posizioni, senza invece che la rielezione ne sia l’unico scopo. Similia similibus curantur dicevano i latini.

La sfida per i partiti di centro-sinistra, e per i Socialdemokraterne in particolare, è ardua. Non è più sufficiente reinventarsi e riesumare i vecchi temi della sinistra – welfare, redistribuzione dei redditi, maggiore giustizia sociale – poiché il XXI secolo pone nuovi scenari e nuovi problemi. Gli effetti di una globalizzazione sul mondo del lavoro – che la politica non è riuscita a governare adeguatamente, la non troppo distante robotizzazione del lavoro, il cambiamento climatico. Temi sui quali tutti i partiti propongono idee che attingono al passato. Le quali, come si vede dal frammentato scenario partitico non solo danese, non convincono l’elettorato ad esprimere un voto che possa dar vita a solide maggioranze parlamentari.


Sara Belfiore per www.policlic.it

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