I novant’anni della missione del Dirigibile Italia – Tra il ricordo storico e le esplorazioni future

805

Il racconto della conferenza, tra le mura di Villa Celimontana in Roma

(a cura di Guglielmo Vinci)

Il 24 Maggio scorso si è celebrato il novantesimo anniversario dello schianto del Dirigibile Italia, precipitato tra i ghiacci dell’Artico durante il viaggio di rientro alla base scientifica posta lungo la Baia del Re, nelle Isole Svalbard (Norvegia). Un evento tragico, avvenuto nelle fasi conclusive del terzo volo scientifico del dirigibile lungo l’area dell’Artico, a seguito del quale numerosi paesi si prodigarono con ingenti sforzi per salvare e riportare a casa il capitano della spedizione, il Generale Umberto Nobile (1885-1978) ed i membri dell’equipaggio sopravvissuti all’impatto del veivolo sul pack* artico, gli uomini della Tenda Rossa.

Una missione ardua che vide paesi come la Norvegia, la Svezia, la Francia e l’Unione Sovietica stringersi al fianco dell’Italia per riportare a casa gli uomini del Dirigibile Italia (i quali dovettero attendere e sopravvivere nell’Artico per un mese) in uno slancio di coraggio ed eroismo, concretizzatosi nel Giugno del 1928 dapprima con il salvataggio del Generale Nobile (venne soccorso e tratto in salvo da un triplano Fokker guidato dall’allora tenente svedese Einar Lundborg) e successivamente con l’intervento della nave rompighiacci sovietica Krassin che raggiunse i superstiti portandoli in salvo.

Un successo ottenuto a carissimo prezzo (tra lo schianto del Dirigibile Italia e le operazioni di salvataggio perirono complessivamente venti persone) e che in seguito avrebbe portato a pesanti ripercussioni nella vita del Generale Nobile ma che comunque ebbe una risonanza internazionale e portò enormi risultati in termini di ricerca scientifica ed esplorazione geografica.

Gli eventi che ebbero luogo in quel giorno di novant’anni fa, nel ricordo e nel tributo offerto all’equipaggio del Dirigibile Italia che contribuì all’esplorazione scientifica del Mare Glaciale Artico e del Polo Nord, sono stati oggetto della conferenza organizzata, in un doppio appuntamento, dalla Società Geografica Italiana e il Museo Storico dell’Aeronautica Militare in collaborazione con la Reale Ambasciata di Norvegia in Italia, l’associazione PolarQuest 2018 ed il “GREAL- Geographic Research and Application Laboratory” dell’Università Europea di Roma.

Importante e sentita l’affluenza di ospiti e partecipanti durante la prima giornata dell’evento, tenutosi nella sede della Società Geografica Italiana presso il Palazzetto Mattei (nella cornice di Villa Celimontana), nella quale si è vista un’importante partecipazione di personalità accademiche, giornalisti e ricercatori italiani ma provenienti anche da Russia e Norvegia oltre all’intervento di ricercatori del CERN di Ginevra.

In questo insieme non può essere omesso l’impatto emotivo dovuto alla presenza dei discendenti di alcuni membri dell’equipaggio della missione già a partire dall’commovente ricordo e omaggio che la dottoressa Carla Schettino Nobile, nipote di Umberto Nobile, ha voluto rendere alla memoria del nonno e di quegli uomini che perirono durante la missione del Dirigibile Italia (qui per il video) durante l’apertura della conferenza.

Ha caratterizzato le prime fasi della giornata anche il ricordo della leggendaria figura di Roald Amundsen e delle sue imprese esplorative (ma anche del suo complesso carattere) presentato prima dal professor Steinar Aas, docente della Nord University di Bodø, Norvegia e quindi “approfondito” dall’attuale Console Onorario della Namibia in Italia Petter Johannesen (in basso a destra nella foto, Nda), pronipote di Amundsen e ugualmente esploratore al pari del suo avo. Similmente è avvenuto seguito per alcuni membri dell’equipaggio del Dirigibile Italia: in sala infatti erano presenti anche Sergio Alessandrini Giuseppe Biagi, rispettivamente nipoti di Renato Alessandrini (timoniere dei dirigibili Norge e Italia, finì disperso assieme all’involucro del Dirigibile e altri cinque uomini dopo lo schianto) e Giuseppe Biagi (operatore radio del Dirigibile Italia, fu fondamentale per la salvezza degli uomini della Tenda Rossa grazie alla radio Ondina 33).
Il signor Biagi in particolar modo, nel ringraziare gli organizzatori dell’evento, ha dichiarato di essere riuscito, dopo lunghe ricerche e anche grazie alla dottoressa Schettino, a contattare i discendenti diretti ed indiretti di tutto l’equipaggio del Dirigibile Italia per poter organizzare un evento che possa vederlo, finalmente, “riunito”.

Giuseppe Biagi, nipote del radiotelegrafista Giuseppe Biagi, membro dell’equipaggio del dirigibile Italia.

Importante il contributo accademico italiano nell’analisi di alcuni risvolti storici, scientifici e tecnologici legati alla storia del Dirigibile Italia come il legame tra Umberto Nobile e Francesco Tomaselli (1893-1968), giornalista di prim’ordine del Corriere della Sera che partecipò (e raccontò) le missioni del Norge e dell’Italia come inviato a bordo.
Nel giorno dello schianto del Dirigibile Italia, Tomaselli rimase al campo base della Baia del Re e questo gli permise di poter comunicare con la radio Ondina 33 di Biagi ottenendo le informazioni da trasmettere quotidianamente alla sede del Corriere della Sera raccontando, con i suoi articoli, i momenti più drammatici dell’attesa e del salvataggio degli uomini della Tenda Rossa.

Nelle foto a destra e in basso si può osservare la fedele riproduzione della strumentazione ricreata dal radioamatore romano Claudio Berrettoni utilizzando i componenti dell’epoca ed esposta al termine della conferenza. Frutto di un lungo lavoro, da parte di Berrettoni, di ricerca storiografica nonché dei materiali stessi necessari all’assemblaggio, si può notare come la Ondina 33, perfettamente funzionante, fosse composta da un apparecchio di trasmissione e uno di ricezione delle onde radio.

Questo legame, ricco di spunti di riflessione storica, è stato infatti l’oggetto dell’intervento del professor Claudio Sicolo, storico della radiofonia il quale ha evidenziato, grazie ad una serie di pubblicazioni saggistiche e alla scoperta di nuovi elementi ignoti fino a poco tempo fa, come la figura di Tomaselli sia stata parte di una complessa trama di interessi nel finanziamento e nella buona riuscita della missione guidata da Umberto Nobile da parte della stampa e della politica di regime (la vendita dei diritti di esclusiva della spedizione al solo Corriere della Sera in cambio di un cospicuo sostegno e finanziamento della stessa visto che Tomacelli era membro del Comitato Finanziatore di Milano).
La presenza di Tomaselli infatti fu utile, anzi determinante, ma allo stesso tempo fu oggetto di forti critiche. Un ruolo, quello della comunicazione e della cronaca giornalistica che continua a risultare di grande attualità anche nel ripercorrere gli eventi avvenuti novant’anni fa.

Una piacevole nota a margine: lo stesso professor Sicolo ha gentilmente concesso a Policlic.it una copia del materiale di ricerca da lui esposto e menzionato durante la conferenza per i lettori interessati ad un approfondimento storico sull’argomento (qui il link).

Presente alla conferenza anche un contributo da parte dell’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma con il professor Paolo Sellari, docente di Geografia Politica ed Economica, che ha avuto modo di analizzare il peso e l’impatto che la regione dell’Artico possiede da un punto di vista geo-politico e geo-strategico.

Gli interventi di caratura internazionale hanno visto anche la Russia partecipe con la presentazione e proiezione del documentario “Out of the Ice Prison” a cura del documentarista Aleksandr Dalin, opera nella quale sono state ripercorse le imprese esplorative di Amundsen e Nobile nei due Poli dalla prospettiva analitica russa, con un importante peso dato alle concitate e drammatiche fasi del salvataggio degli uomini della Tenda Rossa ad opera della nave rompighiacci Krassin.
Quest’ultima è stata successivamente menzionata dall’attuale direttrice del The Icebreaker Krasin Museum di San Pietroburgo, dottoressa Irina Stont, la quale ha presentato la lunga storia (più che centenaria) di una delle navi simbolo della flotta dell’Unione Sovietica (della quale fu enorme il valore propagandistico anche dovuto al salvataggio dell’equipaggio di Nobile) e della Russia di oggi, in cui la Krassin assume un valore di grande avvicinamento del popolo russo alla Nazione.

Nell’arco della conferenza è stato possibile intervistare alcuni degli ospiti che hanno avuto modo di intervenire. Di seguito, quindi le interviste di Policlic.it al professor Sellari, al dottor Dalin e alla dottoressa Stont.



“Due parole con…” – Prof. Paolo Sellari , docente di Geografia Politica ed Economica presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma

(a cura di Guglielmo Vinci)

Un passaggio dell’intervento “Artico: luogo geografico e spazio geopolitico” a cura del prof. Paolo Sellari (La Sapienza). Da sinistra verso destra, il professor Sellari, il Ten.Col. Adelio Roviti, la Vicepresidente della Società Geografica Italiana, dott.ssa Margherita Azzari e la prof.ssa Carla Schettino Nobile, nipote di Umberto Nobile

Domanda : “Professor Sellari, la ringraziamo per la sua disponibilità a questa breve intervista. Lei ha avuto modo di intervenire, nella fase conclusiva di questa prima sessione di lavoro, con una relazione intitolata “Artico: Luogo geografico e spazio geopolitico”.
Alla luce di questo volevo chiederle se, dal punto di vista geopolitico, sia più appropriato definire la regione dell’Artico come uno spazio o attribuirgli invece un valore legato alla sua spazialità
? “

Risposta: “In verità ritengo che la definizione geopolitica più esaustiva riguardante la regione artica sia un insieme più ampio di elementi comprendenti anche i due termini da lei menzionati, la definirei cioè come “uno spazio ove si stanno verificando dei processi di territorializzazione da parte dell’uomo”.

D: “Può spiegarci meglio?”

R: “Certamente, partirei a riguardo dal titolo che ho voluto dare al mio intervento: l’Artico è infatti un luogo geograficamente rintracciabile e al contempo è uno spazio, nell’accezione geopolitica del termine, dove ruotano gli interessi strategici mondiali per la sua collocazione, per le risorse di cui dispone e per prospettive a medio e lungo termine.
La regione risulta essere pertanto una somma di luoghi sotto diverse prospettive e punti di vista e l’uomo, volente o nolente, ne è paradossalmente consapevole: ricollegandomi ad un passaggio del mio precedente intervento, si può comprendere questo interesse se si riflette sul c.d. “turismo post-moderno” che sta coinvolgendo l’area artica.

Un fenomeno che riguarda gli insediamenti e le zone rese abitabili dall’uomo (come ad esempio nella Baia del Re delle isole Svalbard o nella Terra di Francesco Giuseppe lungo lo stretto di Barents) e che racchiude molto di più che la sola ricerca scientifica: come in altri luoghi scarsamente abitati o meno per via delle provanti condizioni ambientali, il turismo post-moderno si pone come un modo di relazionarsi personalmente con il territorio visitato ed esplorato. Non sono più i soli scienziati o esploratori a recarsi in luoghi come questo, ma anche delle persone che vogliono ricercare qualcosa di nuovo anche dal punto di vista emotivo e sensoriale che possa arricchirli interiormente.

Inoltre, anche dal punto di vista scientifico ed accademico, i progressi della comunità internazionale ma anche spinose questioni come quella legata al cambiamento climatico hanno portato ulteriore interesse sull’Artico: nel corso degli anni è aumentato il numero di basi scientifiche appartenenti alle nuove superpotenze emergenti (l’India ma ancor di più la Cina solo per menzionare alcuni esempi) e gli investimenti crescenti portano a comprendere come vi siano dei piani geostrategici delineati per la “conquista” dell’Artide (come dell’Antartide).”

D : “Alla luce della sua analisi e considerando gli sviluppi degli ultimi mesi circa l’ampliamento pianificato della “Nuova Via della Seta” attraverso la rotta polare e l’aumento della presenza di infrastrutture russe nelle acque del Mar Glaciale Artico, quale interpretazione può darci delle mire sino-russe verso la regione artica?”

R : “Ritengo che siano una serie di proclami e progetti messi in cantiere dalle due superpotenze che non andranno a concretizzarsi, questo perché risulterebbero insostenibili per le economie di Mosca e di Pechino. Pur essendo nota infatti la volontà di ampliare le rotte commerciali verso l’estero (in particolar modo nel caso cinese), la regione dell’Artico offre pochi attracchi portuali alle navi commerciali in viaggio lungo la sua rotta e questo comporta l’assenza dei c.d mercati intermedi nell’Artico. Dall’altra parte, un’economia in balia delle sanzioni internazionali come quella della Russia vedrebbe un’ulteriore ed importante nota di spesa nell’investimento massiccio sulle navi rompighiaccio lungo la regione artica.

Si sono comunque riscontrati approcci alternativi da parte delle due superpotenze per estendere la propria influenza sull’area come ad esempio l’entrata della Cina nel Consiglio Artico nel 2013 o, ancora prima, la bandiera russa issata sui fondali della dorsale di Lomonosov nel 2007.”

D : “Dal punto di vista geo-politico, i due esempi da lei menzionati sono da considerarsi come degli atti di soft power o di hard power?”

R : “Soft power nel caso cinese, con una pianificazione a lungo termine attuata da Pechino per far valere i propri interessi all’interno del Consiglio Artico, mentre si può parlare di un’azione molto forte nel caso della rivendicazione russa della dorsale di Lomonosov (ancora oggi oggetto di contese con il Canada e gli Stati Uniti), non soltanto per il valore simbolico ma anche per la collocazione strategica della stessa.”

D : “Grazie mille, Professore.”

Il nostro inviato Guglielmo Vinci con il professor Paolo Sellari (La Sapienza)


L’esplorazione dell’Artico dalla prospettiva russa – Intervista ad Aleksander Dalin, autore del documentario “Out of the Ice Prison”

(a cura di Guglielmo Vinci)

Domanda : “Dottor Dalin, la ringraziamo per la sua disponibilità nel rispondere alle nostre domande. È da poco terminata, per il pubblico presente oggi a Villa Celimontana, la proiezione del suo documentario che presenta molti argomenti e personaggi dibattuti durante questa conferenza, ovvero la regione artica ed i suoi esploratori, da Roald Amundsen ad Umberto Nobile e la missione del Dirigibile Italia. Vorrei quindi cominciare chiedendole qualcosa riguardo alla realizzazione del suo “Out of the Ice Prison”: come ha organizzato le proprie ricerche?

Risposta : “Salve e buon pomeriggio, “Out of the Ice Prison” è un documentario russo incentrato sulle figure di Roald Amundsen, di Umberto Nobile e, più importante, della missione del Dirigibile Italia. Questo perchè la spedizione del Dirigibile Italia e la successiva missione di salvataggio furono eventi senza precedenti al tempo dove varie nazioni con diverse politiche e forme di governo collaborarono attivamente dapprima per appagare il desiderio della scoperta e dell’esplorazione e quindi, ancor più importante, per il recupero ed il soccorso di vite umane, al punto che i discendenti di quegli uomini ricordano ancora oggi, a distanza di novant’anni, l’eroismo mostrato dai loro antenati.

È un elemento che non va dimenticato in alcun modo al giorno d’oggi, se si considera come le vite umane vengano in molti casi valutate al pari di mere pedine di scambio per interessi politici od economici: nulla infatti vale di più della vita di un uomo.

Questo documentario ha una grande importanza per il mio Paese: sono stato infatti il primo documentarista russo che ha potuto visionare e lavorare con materiale esclusivo custodito al Museo Umberto Nobile di Lauro (Avellino) e del Museo Storico dell’Aeronautica Militare Italiana a Vigna di Valle (Bracciano) che desidero ringraziare sentitamente per avermi permesso di accedere a fotografie, filmati di repertorio, articoli di giornali e documenti scritti dallo stesso Nobile. Ho anche avuto la possibilità di visionare altro materiale storico proveniente dagli archivi del Flygvapenmuseum di Linköping (Svezia) e dal Norwegian Aviation Museum di Bodø e questo mi ha permesso di poter arricchire ulteriormente le mie conoscenze come il mio lavoro di ricerca.”

D: “Dal punto di vista storico, cosa ci può dire del legame tra il Generale Umberto Nobile ed il suo Paese? È una figura conosciuta?”

R: “Posso dirle che un legame tra questa figura chiave della storia contemporanea italiana (e non solo) e la Russia esiste, fin dai tempi dell’Unione Sovietica. Dopo gli eventi del Dirigibile Italia e la travagliata battaglia legale che dovette affrontare (fu processato da un tribunale militare perchè accusato di condotta disonorevole e di aver abbandonato i suoi uomini nella Tenda Rossa), il Generale Umberto Nobile, in rotta con il regime fascista, decise di abbandonare l’Italia e nel 1931 si trasferì in Unione Sovietica. Qui avrebbe trascorso cinque anni della propria vita (dal 1931 al 1936) nell’Oblast (equivalente delle nostre province, Nda) moscovita di Dolgoprudnyj che al tempo era un piccolo villaggio noto come Dirizhablestroi dove erano presenti gli stabilimenti aeronavali costruiti su supervisione dello stesso Nobile. Successivamente si trasferì nuovamente diretto verso gli Stati Uniti d’America.

Negli anni trascorsi in Unione Sovietica, Nobile lavorò attivamente per sviluppare il programma aeronavale sovietico, contribuendo personalmente alla realizzazione e nascita di nuovi modelli di dirigibili tra cui il SSSR-V6 OSOAVIAKhIM. Questo modello semi-rigido, costruito su disegni di Nobile il 5 Novembre 1934, fu il più grande mai costruito nell’Unione Sovietica e nella sua breve vita (esplose nel 1938 per via di uno schianto), ottenne un record del mondo per la durata di volo battendo nell’Ottobre 1937, il precedente primato detenuto dal Graf Zeppelin.

Oggi a Dolgoprudnyj esiste un museo dedicato alla memoria di Umberto Nobile che sta avviando discorsi per un accordo di collaborazione con il Museo Umberto Nobile di Lauro ed inoltre ci sono indiscrezioni per un film in lavorazione basato sulle sue memorie sovietiche racchiuse nel libro “Quello che ho visto nella Russia sovietica” pubblicato nel 1945.”

D: “Un’ultima domanda riguardante un argomento oggetto di vari interventi nel corso della conferenza odierna: le conseguenze del cambiamento climatico. Qual è la sua personale opinione a riguardo?”

R: “Dal momento che non sono esattamente un geografo ma un documentarista, temo di non possedere le competenze per dare una risposta esaustiva ed esauriente sull’argomento. Devo tuttavia osservare come alcuni dei dati offerti negli interventi dei miei stimati colleghi quest’oggi mi abbiano lasciato ugualmente interdetto perché risultanti, alle volte, in contraddizione gli uni con gli altri. Detto questo, concordo sulla necessità di un cambiamento politico a livello internazionale per contrastare il riscaldamento del globo, l’aumento dell’inquinamento ed i problemi che continuano a danneggiare il nostro pianeta e l’ecosistema naturale.”

D: “Большое спасибо, ancora grazie per il tempo che ci ha dedicato dott. Dalin.”

Il nostro inviato Guglielmo Vinci con il Dott. Aleksandr Dalin


“Welcome on board!” – Intervista ad Irina Stont, direttrice del The Icebreaker Krasin Museum 
di San Pietroburgo

(a cura di Guglielmo Vinci)

La Direttrice del The Icebreaker Krassin Museum di San Pietroburgo, dott.ssa Irina Stont in uno dei passaggi del suo intervento “Icebreaker Krassin, a Ship in History”.

Domanda : “Grazie mille, dottoressa Stont, per aver accettato di rispondere ad alcune nostre domande. Abbiamo avuto modo di ascoltare il suo intervento sulla lunga storia della nave rompighiaccio Krassin, quindi vorrei cominciare concentrandomi su ciò che avvenne per la Krassin in seguito all’eroico salvataggio dell’equipaggio del dirigibile Italia del 12 Luglio 1928.”

Risposta : “Salve a tutti, è importante sottolineare come dopo il salvataggio dell’equipaggio del dirigibile Italia (come anche del pilota sovietico Boris Chukhnovsky e dei suoi quattro compagni partiti a loro volta dalla nave per salvare gli italiani) la rompighiaccio Krassin divenne molto famosa e popolare nell’Unione Sovietica. L’8 Ottobre 1928, per i suoi meriti, divenne la prima nave mercantile ad essere insignita della medaglia dell’Ordine della Bandiera Rossa del Lavoro e continuò il suo servizio lungo il Mare Glaciale Artico. Al tempo lavorare nella Krassin ed essere parte del suo equipaggio era motivo di grande orgoglio: tutti i giovani marinai volevano salire a bordo, chi per prendere servizio o solo per addestrarsi, perché volevano poter essere parte attiva ed integrante di quella grande e gloriosa nave.

Durante il secondo conflitto mondiale poi la Krassin venne trasformata in un convoglio armato ed inquadrata all’interno dei “convogli polari” (fu una delle navi del convoglio alleato PQ 15* che nel 1942 portò aiuti ed armi all’Unione Sovietica). Una di queste navi tralaltro è ancora oggi attiva come museo, ovvero la HMS Belfast a Londra.
Con la fine della guerra e dopo essere stata interamente ricostruita nei cantieri di Wismar (Germania Est) tra il 1956 ed il 1960, la Krassin continuò a navigare per i mari come nave scientifica fino al 1992, quando la Federazione Russa emanò un ordine di protezione per la rompighiaccio Krassin trasformandola in un museo sull’acqua ed evitandone la sua distruzione.

Una decisione che avrebbe di fatto reso la Krassin la più antica rompighiaccio classe RS del mondo: di recente infatti abbiamo celebrato il centounesimo anniversario dalla sua entrata in servizio presso l’allora Marina Imperiale Russa datata 31 Marzo 1917.”

D : “Sono certamente un grande primato ed un riconoscimento dall’enorme valore per il vostro Paese! Andando avanti, dal momento che ha citato alcuni eventi della storia recente del Krassin, cosa ci può dire di più riguardo alla sua “nuova vita” e allo stato attuale della nave?” 

R : “Come detto poc’anzi la rompighiaccio Krassin, ancorata a San Pietroburgo , è ora un museo storico sull’acqua che rappresenta uno dei distaccamenti del Museum of the World Ocean di Kaliningrad (che comprende musei storici, palazzi delle esposizioni, archivi ed altre cinque imbarcazioni tra navi scientifiche e sottomarini).
Vorrei tuttavia aggiungere come la Krassin sia molto più che un semplice museo: è un luogo pieno di vita ed energia grazie ad un equipaggio di volontari che lavora attivamente dentro la nave, è un simbolo patriottico per la Nazione ed il popolo russo ed è nostro desiderio quello di coinvolgere ed ispirare la popolazione con la grande storia di questa nave, per poterla rendere fiera ed orgogliosa del proprio paese anche grazie a testimonanze tangibili e dal grande valore simbolico come la Krassin stessa.

Inoltre, il “The Icebreaker Krassin Museum” sta attivamente lavorando, grazie al sostegno e la collaborazione di altre associazioni di veterani della Seconda Guerra Mondiale, organizzazioni sui convogli artici, musei e storici provenienti dal Regno Unito, dal Canada e dagli Stati Uniti d’America, per costituire un’associazione internazionale chiamata “The Immortal Polar Convoy” (con una conferenza che si terrà prossimamente in Islanda) che possa rappresentare e riunire tutti i sopraccitati gruppi per continuare rafforzare il legame tra i veterani delle forze Alleate e le loro famiglie e per preservare il ricordo e la memoria del loro eroico valore mostrato.”

D: “Un’ultima domanda, dottoressa. L’impatto del cambiamento climatico nei Poli (e nell’Artide in particolare) è stato uno dei argomenti trattati da numerosi ospiti durante la conferenza, le posso chiedere la sua personale opinione di cittadina russa circa l’impegno del suo Paese per contrastare questo fenomeno?”

R : “Penso anzitutto che si dovrebbe ridurre drasticamente il numero di basi militari nella regione Artica e di riorganizzarle successivamente allo scopo di ridurre l’impatto della presenza dell’uomo sull’habitat artico. Ma ritengo anche che la lotta al cambiamento climatico e al crescente tasso d’inquinamento del pianeta non siano soltanto dei punti da fissare nelle agende politiche internazionali: penso siano temi da affrontare partendo dal basso, dalla gente e nella vita quotidiana di ognuno di noi. Insistere e lavorare sull’educazione civica nelle società industrializzate è a mio parere il primo passo per far comprendere alla popolazione che il problema esiste ed è tangibile, per fare in modo che le persone appartenenti a questa generazione (e quelle che verranno in futuro) prendano consapevolezza del problema e riescano a trovare delle soluzioni.

Io ad esempio, come madre di una bambina, ogni giorno cerco di comportarmi in modo responsabile nei confronti del pianeta partendo dalle cose più semplici ed apparentemente piccole come la raccolta differenziata ed il riciclaggio dei materiali. Anche al The Icebreaker Krassin Museum guardiamo con profonda attenzione e consapevolezza al problema: tutti i nostri sistemi di comunicazione, ad esempio, sono digitalizzati e questo ha contribuito a ridurre drasticamente l’uso (e spreco) della carta. Quando poi sono a casa con mia figlia, cerco di trasmetterle gli stessi insegnamenti, sapendo che un buon modello di riferimento può essere per lei importante affinchè possa a sua volta fare lo stesso con i suoi figli e via dicendo.

D : “Grazie mille, dottoressa Stont.”



Il secondo giorno, tra i ghiacciai artici e le Frecce Tricolori  

(a cura di Giulia Vinci)

La seconda giornata organizzata dalla Società Geografica Italiana nel giorno del novantesimo anniversario della spedizione italiana del dirigibile “Italia” cambia sede e viene ospitata dal Museo Storico dell’Aereonautica Militare a Vigna di Valle (Bracciano).
Puntualissimi, iniziano i lavori nell’Hangar Troster gremito di persone, tra cui numerosi studenti liceali, con l’accoglienza del direttore del Museo, Tenente Colonnello Adelio Roviti e il professor Gianluca Casagrande nella veste di moderatore del dibattito accademico che ha visto coinvolti il professor Arve Kylling del Norwegian Institute for Atmospheric Research, Peter Gallinelli, leader della missione PolarQuest 2018 e Michael Struik del CERN di Ginevra.

Il professor Kylling ha avuto modo di descrivere dettagliatamente le attuali condizioni atmosferiche del pianeta e delle aree polari, soffermandosi sull’impatto che i cambiamenti climatici hanno avuto nell’aggravare la situazione. Il dottor Gallinelli ha invece potuto approfondire lo scopo della missione PolarQuest 2018 (era stata introdotta, nella prima giornata di lavori, dalla dottoressa Paola Catapano che seguirà la spedizione che partirà il prossimo 21 Luglio) e degli usi e costumi degli inuit, gli abitanti del Polo Nord. Il dottor Struik infine ha avuto modo di spiegare l’organizzazione della strumentazione scientifica della missione che verrà portata all’interno di Nanuuq , la barca a vela sperimentale di PolarQuest 2018 (ideata, costruita e guidata dallo stesso Galinelli) e dei progetti riguardanti gli esperimenti che verranno attuati durante la spedizione.

Nel mezzo, un momento annunciato ed atteso sia dagli organizzatori dell’evento quanto dai presenti: una pattuglia delle Frecce Tricolori (a destra) che sorvola i cieli limpidi dell’aeroporto militare, giusto in tempo per affacciarsi all’esterno del Museo Storico, sotto gli scroscianti applausi della trepidante folla di bambini e adulti in visita. Di fronte a questo lo stupore e la meraviglia, anche se alcuni di noi magari sono abituati a vederle, non è mai troppo, quel tricolore viene portato con orgoglio sopra al lago di Bracciano per poi finire proprio sopra all’Hangar davanti alla presenza anche dei sindaci dei comuni di Bracciano, Anguillara e Trevignano Romano.

La conclusione del dibattito è stata affidata al direttore del GREAL (Geographic Research and Application Laboratory) (presso l’Università Europea di Roma), professor Gianluca Casagrande, il quale ha portato all’attenzione del pubblico il ruolo dei droni (con tanto di modelli al seguito) e il loro utilizzo nell’osservazione dei fenomeni naturali nell’Artico e nella stessa missione PolarQuest 2018.

Con il professor Casagrande, uno degli organizzatori principali dell’evento, è stato possibile parlare in seguito rivolgendogli alcune domande riguardanti la memoria storica di questo anniversario ma anche argomenti di natura tecnica come lo stesso utilizzo dei droni. Un filo conduttore tra passato, presente e futuro dell’esplorazione scientifica dell’Artico ma anche della stessa salvaguardia degli ambienti polari.
Di seguito, l’intervista rilasciata dal professor Casagrande per Policlic.it.



Dal dirigibile ai droni, il ritorno al Polo Nord – Intervista a Gianluca Casagrande , docente di Geografia Applicata presso l’Università Europea di Roma e membro della Società Geografica Italiana

(a cura di Giulia Vinci)

Il professor Gianluca Casagrande (Università Europea di Roma/Società Geografica Italiana)

Domanda : “Professor Casagrande, la ringraziamo per la sua disponibilità. Come prima domanda, le vorrei chiedere per quale motivo la SGI ha scelto di dedicare una conferenza commemorativa a questo anniversario.”

Risposta : “Quando il dirigibile ITALIA partì per la regione artica, nel 1928, si trattò formalmente di una spedizione organizzata dall’allora Reale Società Geografica Italiana. In realtà la spedizione aveva natura fortemente composita, in base a un disegno che il comandante Generale Umberto Nobile era andato elaborando progressivamente sulla base delle collaborazioni che aveva stabilito nel tempo con enti e singole persone chiave.

La componente tecnicamente preponderante era costituita da personale militare e civile della Regia Aeronautica alla quale aveva appartenuto lo stesso dirigibile. Vi era poi una componente di supporto tecnico-logistico piuttosto ampia, costituita da personale della Regia Marina, cui appartenevano la nave appoggio “Città di Milano” e il suo numeroso equipaggio. Il finanziamento della spedizione fu in larga parte ottenuto mediante l’azione di un apposito comitato costituitosi a Milano. Anche il personale della spedizione a bordo del dirigibile era composito e rifletteva la complessità dei rapporti organizzativi. Rilevante in retrospettiva era il valore della col gruppo di lavoro scientifico internazionale presente a bordo: facevano infatti parte dell’equipaggio tre fisici, ovvero lo svedese Malmgren, l’italiano Pontremoli ed il cecoslovacco Behounek. Altri scienziati restavano a terra ma contribuivano attivamente alla spedizione.

I tre viaggi dell’ITALIA nella regione polare si svolsero sotto l’egida della Reale Società Geografica. Essa si era costituita nel 1867 ma già pochi anni dopo aveva patrocinato o direttamente condotto spedizioni esplorative. Ci è quindi sembrato importante ricordare la spedizione in questa sede, poiché fu proprio in questa sede che la storia si svolse. Non dimentichiamo che la spedizione dell’ITALIA fu allo stesso tempo un’importante pagina di storia delle esplorazioni e anche una grande tragedia: il dirigibile infatti compì tre voli, di cui due di notevole rilevanza geografica, ma cadde sul pack al rientro dal terzo, ormai a poca distanza dalla base. Da questo disastro si innescò un’epopea che fu a sua volta una storia importante di esplorazione scientifica e cooperazione internazionale.”

D: “Nel corso dei lavori, nelle due giornate, si è più volte parlato della spedizione PolarQuest 2018. Di cosa si tratta e qual è il legame con il ricordo del dirigibile ITALIA?

R: “Il Novantesimo del dirigibile ITALIA è associato ad una serie di iniziative e progetti di ricerca scientifica e di divulgazione sulla regione artica, questo sia in Italia sia in altri Paesi. I motivi sono importanti e diversi.

Quando il Polo Nord fu sorvolato per la prima volta, nel 1926, l’Artide era ancora per molti verso uno spazio anecumenico, dove la presenza e l’attività umana iniziavano appena a profilarsi ma erano ancora largamente marginali.
La spedizione dell’ITALIA, nel 1928, fu uno dei primi tentativi di iniziare a condurre, anche per via aerea, attività scientifiche sistematiche per l’osservazione geografica di quegli spazi e di quegli ambienti. Non a caso, i voli del dirigibile attraversarono intenzionalmente ampie regioni ancora solo parzialmente esplorate.

La storia degli ultimi novant’anni ha segnato un’evoluzione vistosa nel rapporto fra il genere umano e l’Artide, di cui oggi si discutono scenari geopolitici legati all’identificazione e al futuro sfruttamento dell’immenso e tuttavia molto delicato patrimonio di risorse e delle vie di trasporto della regione. Parafrasando un concetto dello stesso Umberto Nobile, possiamo dire che l’Umanità è oggi al bivio fra un uso responsabile e sostenibile dell’ambiente Artico e l’avvio di un degrado che finirà col ripercuotersi negativamente sull’intero pianeta.

È chiaro che sarebbe naïve illudersi di bloccare per sempre la territorializzazione dell’Artico, immaginando di preservarlo indefinitamente come santuario di una natura incontaminata – che peraltro non è già più tale in senso assoluto. Resta però il fatto che il consesso internazionale prende in questi anni decisioni capaci di dare un’impronta definitiva, nel bene o nel male, al futuro degli ambienti polari. Pertanto una consapevolezza globale delle prospettive e dei problemi è quanto mai urgente.

Lo sviluppo tecnologico è a un punto tale che nell’Artide oggi si viaggia e ci si muove senza enormi difficoltà; il turismo nella regione è ancora abbastanza marginale, ma in espansione. Anche gli insediamenti, pur lentamente, iniziano a evolversi, soprattutto in alcune aree dei paesi artici e proprio le Svalbard – che furono l’avamposto di un gran numero di spedizioni verso il Polo Nord nei secoli passati – sono oggi uno dei più interessanti laboratori di quello che potrebbe essere il futuro della presenza umana nella regione.

Proprio perché la presenza umana si fa meno sporadica e più agevole, è utile cogliere ogni occasione per diffondere la conoscenza su quegli ambienti e proporne un accesso ispirato alla sostenibilità. Ritengo sia importante sperimentare nuove soluzioni in questo senso e che sia strategico farlo tanto nell’ambito della ricerca scientifica quanto in quello della comunicazione culturale.

Appunto in questa linea, l’idea cioè di verificare le possibilità di una spedizione scientifica e di comunicazione da costruire intorno a criteri di semplicità e sostenibilità, sta alla base del progetto della spedizione PolarQuest 2018. La spedizione è diretta a visitare e documentare alcuni spazi delle Isole Svalbard settentrionali e della Nordaustlandet allo scopo di acquisire informazioni utili a descrivere aspetti correnti della configurazione geografica di quelle zone. Mantenendosi fedele ad una sua antica tradizionale, la Società Geografica Italiana partecipa anche a questa esperienza, nello specifico ruolo di partner scientifico.

Un punto rilevante in questo senso è il tentativo di sviluppare una spedizione di ricerca e di divulgazione integrando tecnologie innovative e ad alta accessibilità. Questo è anche uno degli aspetti in cui PolarQuest 2018 si pone in continuità ideale con il volo del dirigibile ITALIA, novant’anni fa: le tecnologie che esso trasportava erano, per l’epoca, all’avanguardia eppure tanto la spedizione dell’aeronave NORGE nel 1926 quanto quella dell’ITALIA nel 1928 poterono essere attuate e raggiunsero i loro scopi essenzialmente perché furono organizzate secondo concetti di efficienza, cantierabilità e relativa semplicità.

Sono gli stessi aspetti che animano questa nuova esperienza, nonostante le ovvie diversità di scala – anche geografica – e di epoca. È appunto un legame ideale, che PolarQuest 2018 evidenzierà, visitando – e osservando nel loro stato attuale – alcune zone che furono teatro dell’epopea dell’ITALIA e delle operazioni di soccorso.”

D: “Un’ultima curiosità: durante il convegno si è parlato anche della ricognizione geografica con droni in ambiente Artico. Come potranno essere utili nel portare valore aggiunto alla ricerca scientifica in quelle regioni?”

R: Negli ultimi anni i droni, specie i piccoli droni oggi tanto diffusi sul mercato, hanno aperto nuove prospettive di osservazione degli ambienti in cui si trovano ed agiscono gli esseri umani. Possono presentarci visuali e prospettive “dall’alto ma da vicino”; costituiscono perciò un utile complemento sia all’osservazione diretta condotta in superficie, sia alle forme di telerilevamento prodotte nei modi tradizionali.
Da qualche tempo per queste piccole macchine stanno diventando disponibili ,oltre a videofotocamere sempre più perfezionate, anche sensori che operano in altre bande dello spettro elettromagnetico: infrarosso vicino, infrarosso termico e così via. Ciò permette di “vedere” alcuni fenomeni di rilevanza geografica, sinora riconoscibili solo con tecniche più complesse e costose.

Di nuovo è il caso di dire che la semplicità può fare la differenza. Anche nell’osservazione degli ambienti polari, negli ultimi novant’anni il progresso è stato molto significativo. La spedizione del dirigibile ITALIA aveva a bordo strumenti di ripresa fotografica e cinematografica molto sofisticati per quell’epoca; benché l’aeronave avesse sorvolato regioni effettivamente inesplorate, quegli strumenti poterono essere usati solo parzialmente in quanto molto complessi. Il loro uso inoltre richiedeva un’alta specializzazione e a bordo non vi erano fotografi di grande esperienza. Quando poi si verificò il disastro, gran parte dei materiali raccolti – molto preziosi come documentazione geografica – andarono perduti.

Attualmente invece, un piccolo drone risulta essere una macchina poco invasiva e facilmente trasportabile (anche in condizioni operative difficili), non richiede ingombranti supporti logistici e i sensori che imbarca producono dati di ottima qualità anche rispetto agli standard di oggi. Infine, i dati raccolti – i gigabyte di immagini e video – possono essere immagazzinati su una minuscola scheda, facile da trasportare e conservare.
Questa differenza di evoluzione tecnologica apparentemente banale ha, a ben guardare, enormi effetti sul piano delle informazioni che si possono raccogliere e del contributo di conoscenza che ne può derivare.”

D : “Grazie mille, Professore.”



In ricordo del Dirigibile Italia – Le fasi conclusive della giornata

(a cura di Giulia Vinci)

La giornata all’aeroporto di Vigna di Valle ha compreso anche un momento solenne per il ricordo dei novant’anni della spedizione artica del Dirigibile Italia. Alla presenza del Segretario della Società Geografica Italiana, dottoressa Rossella Belluso, del professor Casagrande e dei sindaci di Bracciano, Anguillara e Trevignano Romano, si è voluto osservare un momento di raccoglimento davanti al monumento eretto in memoria della spedizione guidata da Umberto Nobile e delle vite umane perse durante lo schianto del dirigibile e nelle varie missioni di soccorso dell’equipaggio della Tenda Rossa.

Un dramma che, come si è osservato in questi due giorni, ha coinvolto indistintamente illustri uomini di varie nazioni (Italia, Svezia, Norvegia, Francia e l’allora Unione Sovietica).
La stele (a destra), eretta anche nelle isole Svalbard in memoria di quest’impresa gloriosa e drammatica allo stesso tempo, riporta il seguente messaggio:

“Il 25 maggio 1928 l’aeronave “Italia” dopo 134 ore di volo su regioni ancora sconosciute precipitava sui ghiacci a nord dello Svalbard.
Perirono dell’equipaggio RENATO ALESSANDRINI – ETTORE ARDUINO – ATTILIO CARATTI – CALLISTO CIOCCA – UGO LAGO – FINN MALMGREN – VINCENZO POMELLA – ALDO PONTREMOLI.
18 Giugno 1928.
ROALD AMUNDSEN – RENE GUILBAUD – GILBERT BRAZY – ALBERT DE CUVERVILLE – LEIF DIETRICHSON – EMILE VALETTE si perderono nel Mare di Barents generosamente volando in aiuto dei naufraghi dell’ “Italia”.
Il 29 Settembre 1928 tornando in patria dopo aver volato alla ricerca dell’ “Italia” e di Amundsen perirono su suolo francese PIERLUIGI PENZO – TULLIO CROSIO – GIUSEPPE DELLA GATTA.”
Una delegazione istituzionale commemora il sacrificio dei membri dell’equipaggio del dirigibile Italia nel memoriale posto al Museo Storico dell’Aeronautica Militare a Vigna di Valle (Bracciano). Presenti, da sinistra verso destra, il professor Gianluca Casagrande (Università Europea di Roma) , il Segretario della Società Geografica Italiana dott.ssa Tiziana Belluso, il Direttore del Museo Storico Tenente Colonnello Adelio Roviti ed i sindaci di Trevignano Romano, Bracciano ed Anguillara.

La visita al Museo Storico dell’Aeronautica Militare per gli ospiti, guidata dal Ten.Col. Roviti, ha quindi concluso la conferenza. Mettendo da parte la meraviglia per la sede scelta per ospitare la giornata conclusiva di questo evento e per gli aerei posti sia all’interno che all’esterno della struttura, le impressioni su questa seconda giornata sono state più che positive a conclusione di un evento internazionale che può considerarsi un successo.
Ha suscitato in me molta curiosità e interesse l’intervento del dottor Gallinelli, in particolar modo la parte dedicata agli inuit, questo popolo così distante da noi che abita in un clima impervio come quello del Polo Nord ma che comunque, seguendo qualche accortezza, riesce a sopravvivere più che egregiamente.

È importante inoltre che questa ricorrenza storica, in un periodo in cui lo scioglimento dei ghiacciai e il contrasto al cambiamento climatico sono temi di grande attualità, abbia permesso a coloro i quali fossero stati estranei alla vicenda di conoscere un momento di grande importanza per la storia contemporanea italiana (e non solo), così come a chi fosse stato (ancora) estraneo della vita sui ghiacciai di fare lo stesso. Una “due giorni” ricca di personalità illustri, di testimonianze colme di emozioni da parte dei discendenti degli uomini del Dirigibile Italia e di studiosi che ogni giorno lavorano, ricercano e studiano non solo per l’amore della conoscenza ma anche per la concreta applicazione delle ricerche per un bene ancora più importante come può essere la tutela del pianeta.

(Nota degli autori: in seguito alla conferenza internazionale seguita da Policlic.it lo scorso Maggio, pochi giorni fa (21 Luglio) la missione POLARQUEST 2018, presentata da alcuni dei membri dell’equipaggio scientifico – Gallinelli, Struik, Catapano e Casagrande – ha ufficialmente avuto inizio con la partenza del veliero Nanuuq da Ísafjörður, Islanda.
Il viaggio della missione scientifica lungo i mari del Nord e dell’Artico può essere monitorato e seguito tramite il sito ufficiale della spedizione e la pagina Twitter PolarQuest2018)


(*) pack = strato di ghiaccio marino distaccatosi dalla banchisa polare
(**) Convoglio Artico PQ-15 = Fu un convoglio formato dalle potenze Alleate per rifornire l’Unione Sovietica di armamenti e in termini di logistica attraversando i mari del Nord ed il Mar Glaciale Artico. Composto da venticinque navi mercantili (tra le quali la nave rompighiaccio sovietica Krassin) e da quarantacinque navi di scorta tra cacciatorpedinieri, corazzate e sottomarini, partì dall’Islanda il 26 Aprile 1942.
Nel mese successivo, i bombardamenti aerei e sottomarini da parte delle forze tedesche colpirono il convoglio affondando tre navi mercantili britanniche (a cui vanno aggiunte il precedente affondamento del sottomarino polacco Jastrzab e del cacciatorpediniere Punjabi della Royal Navy britannica).
Nonostante le perdite, il 22 Maggio 1942 il convoglio raggiunse il porto di Murmansk, risultando il più grande convoglio navale ad aver mai raggiunto l’Unione Sovietica.

Guglielmo Giulia Vinci per www.policlic.it

LASCIA UN COMMENTO

Inserire commento
Inserire nome qui