I padri dell’ecumenismo e il poliedro di Francesco

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LaPresse - Bartolomeo I e Papa Francesco

Indice: AthenagorasGiovanni XXIIIPaolo VIConclusioni

L’ecumenismo del poliedro in chiave cattolica-ortodossa

“Voglio assicurare a ciascuno di voi che, per giungere alla meta sospirata della piena unità, la Chiesa cattolica non intende imporre alcuna esigenza, se non quella della professione della fede comune, e che siamo pronti a cercare insieme, alla luce dell’insegnamento della Scrittura e dell’esperienza del primo millennio, le modalità con le quali garantire la necessaria unità della Chiesa nelle attuali circostanze: l’unica cosa che la Chiesa cattolica desidera e che io ricerco come Vescovo di Roma, “la Chiesa che presiede nella carità”, è la comunione con le Chiese ortodosse”

Con queste parole, pronunciate durante la liturgia per Sant’Andrea Apostolo a Istambul, nel secondo anno del suo pontificato, Papa Francesco manda un messaggio chiaro all’intero Mondo Ortodosso: bisogna ristabilire la piena ed effettiva comunione tra le due chiese sorelle, la Chiesa d’Occidente e la Chiesa d’Oriente.

Per raggiungere questo obiettivo la via da percorrere è una sola, la via dell’ecumenismo. La visione ecumenica di Papa Bergoglio, però, presenta delle differenze rispetto a quelle dei suoi predecessori, ma ne è la conseguenza diretta e naturale.

La veste da “rivoluzionario” indossata dall’attuale Pontefice, infatti, proietta il dialogo ecumenico su sentieri lastricati di interpretazioni dogmatiche che possiamo solo in parte definire “originali”. L’originalità di questa “dottrina” risiede principalmente nella netta distinzione tra unità e uniformità tra le diverse Chiese cristiane, alla quale il dialogo ecumenico dovrebbe tendere. Considerare la diversità un valore aggiunto, piuttosto che un atteggiamento da correggere e condannare, si inscrive in quel concetto di unità palesato da Papa Bergoglio con la metafora del poliedro. Distante da quest’ultimo, invece, si colloca l’idea, ben più tradizionale, di un ecumenismo finalizzato all’uniformità. L’uniformità, infatti, presuppone un livellamento delle posizioni tenendo conto della dottrina dominante e rendendo così il dialogo non un esercizio collegiale tra pari, bensì un richiamo all’ordine esercitato dalla posizione prevalente. Come da lui sottolineato:

“Noi siamo nell’epoca della globalizzazione, e pensiamo a cos’è la globalizzazione e a cosa sarebbe l’unità nella Chiesa: forse una sfera, dove tutti i punti sono equidistanti dal centro, tutti uguali? No! Questa è uniformità. E lo Spirito Santo non fa uniformità! Che figura possiamo trovare? Pensiamo al poliedro: il poliedro è una unità, ma con tutte le parti diverse; ognuna ha la sua peculiarità, il suo carisma. Questa è l’unità nella diversità. È in questa strada che noi cristiani facciamo ciò che chiamiamo col nome teologico di ecumenismo”.

Per cogliere al meglio il concetto di “ecumenismo del poliedro in chiave cattolica-ortodossa” è doveroso conoscere la genesi delle diversità politiche e dottrinarie che coinvolgono i due rami più antichi del cristianesimo universale: il Cattolicesimo e l’Ortodossia.

Dalla Chiesa universale di Costantino al grande Scisma – Genesi della Chiesa Ortodossa

Il sogno di una Chiesa Univesale non è una peculiarità dell’attuale Pontefice. Già nel IV secolo, infatti, l’imperatore Costantino, per motivi eminentemente politici, sognava una chiesa unita e facente capo alla sua persona. Al fine di sedare le dispute teologiche e potenzialmente divisive che infervoravano il mondo cristiano di allora, decise di convocare, nel 325, il concilio di Nicea. A Nicea, oggi İznik, i rappresentanti della chiesa universale provenienti da tutte le terre cristiane (principalmente orientali) si riunirono per dar vita al primo concilio ecumenico della storia. In questo Concilio furono stabilite le parole del Credo, il quale rappresentava il confine invalicabile tra Cristiani e Pagani e tra Cristiani ed Eretici. Già nel quarto secolo, tuttavia, erano nate delle chiese che avevano delle correnti di pensiero più o meno autonome e che si definivano ortodosse, tradotto dalla lingua greca “di corretta opinione”.

Lo scisma d’Oriente, altresì noto come Grande scisma, rappresenta la prima reale e considerevole frattura nel mondo cristiano. La scomunica lanciata da Papa Leone IX nel 1054 al Patriarca di Costantinopoli Michele I Cerulario, infatti, è solo l’ultimo atto di un rapporto tormentato tra la chiesa Romana e le quattro diverse sedi episcopali eredi dell’impero romano di Costantino. Prima dell’anatema papale del 1054, a cui seguiva una scomunica da parte del patriarca di Costantinopoli, vigeva un sistema definito pentarchia e la guida della cristianità veniva affidata collegialmente ai cinque Patriarcati più influenti dell’Impero: Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme.

La natura della frattura può essere ricercata in diversi campi di indagine. Tra i più importanti vi sono la rivendicazione della supremazia universale del Papa di Roma e la natura dello Spirito Santo concernente il concetto di Filioque.

La supremazia del Papa si riferiva al primato che il Vescovo di Roma riteneva di possedere rispetto a tutte le altre chiese orientali. Investiti direttamente dall’autorità di San Pietro, ed essendo quindi i suoi diretti successori, i diversi vescovi di Roma avvicendatisi nel corso degli anni non erano disposti a condividere il proprio potere giurisdizionale e universale con i vescovi delle chiese cristiane d’Oriente. Dal canto loro i rappresentanti della Chiesa Ortodossa non erano disposti a concedere più di un titolo onorifico agli eredi di Pietro, non riconoscendo, così, il principio dell’infallibilità papale.

Lo strappo più profondo, però, riguarda il concetto di filioque, che tradotto letteralmente vuol dire “e dal Figlio”. Per la chiesa Ortodossa, infatti, a differenza della chiesa Cattolica, lo Spirito Santo non procede dal Padre e dal Figlio, ma solo dal Padre o, attraverso interpretazioni più “indulgenti”, dal Padre attraverso il Figlio. Questa differenza contribuì ad accendere dei dibattiti sulla natura umana o divina di Cristo che raggiunsero l’apice nel 451 durante il concilio di Calcedonia. Queste dispute, in realtà, si accesero già nel 447 dopo la modifica unilaterale del Credo Niceano decretata da Papa Leone I. Con questa modifica “letterale” (aggiunzione del termine Filioque al testo del Credo) il pontefice del tempo provocò un terremoto dogmatico e teologico in grado di aprire una profonda crepa all’interno della cristianità universale. Le chiese d’occidente accolsero di buon grado questa revisione, mentre le chiese d’Oriente rimasero fedeli al credo Niceano “originale” secondo il quale lo Spirito Santo procede solo dal Padre, condannando, così, la “falsificazione” dottrinaria perpetrata da Leone I. Sono i prodromi dogmatici-dottrinari del grande Scisma.

Queste differenze, unite alle tradizioni che via via si sedimentavano con il passare degli anni, hanno portato le due chiese cristiane, quella occidentale e quelle orientali, a vivere in un clima di estraneità durato circa cinque secoli. L’ultimo incontro tra un papa e un patriarca, infatti, risale al 1437 quando, per affrontare l’avanzata ottomana/musulmana in Turchia, fu decretata, durante il concilio di Firenze/Ferrara, l’unione tra cattolici e ortodossi. Il Patriarca di Costantinopoli Giuseppe II, una volta arrivato al Concilio fu costretto a baciare il piede del Papa Eugenio IV come condizione preliminare per avviare il dialogo e come segno ultimo di sottomissione e subalternità. Il patriarca, già vecchio, morì a Firenze e venne tumulato nella basilica di Santa Maria Novella dove ancora oggi è sepolto.

L’avanguardia ecumenica

Papa Francesco è solo l’ultimo dei diversi Papi che nel corso della storia hanno dedicato le proprie energie e la propria vita al dialogo ecumenico. Facendo riferimento all’ecumenismo in chiave Cattolico-Ortodossa, bisogna necessariamente tornare ai primi anni del novecento quando si concretizzano le prime prove di riavvicinamento. Nella seconda metà del XX secolo, infatti, il dialogo tra queste due chiese separate non appare più come un’utopia.

È interessante focalizzare l’attenzione sugli uomini che più di tutti hanno preceduto l’attuale pontefice nella ricerca del dialogo e nella retorica della fratellanza tra i due più antichi rami della cristianità: Aristokles Spyrou (divenuto patriarca di Costantinopoli sotto il nome di Atenaghoras); Giuseppe Angelo Roncalli (eletto Papa sotto il nome di Giovanni XXIII); Giovani Battista Montini (incoronato Papa sotto il nome di Paolo VI).

La storia che lega queste tre eminenti personalità religiose ha portato le due chiese a intraprendere un dialogo foriero, sì, di difficoltà, ma dall’esito sensazionale e rivoluzionario. L’atto conclusivo di questo periodo storico, che paradossalmente coincide con l’inizio di una nuova e fondamentale stagione ecumenica, si concretizzò il 6 gennaio del 1964 ed è passata alla storia sotto il nome di “abbraccio di Gerusalemme”.

e il “cosmopolitismo” ottomano

Athenagoras nacque a Tsaraplana, un piccolo villaggio dei Balcani situato tra Albania, Grecia e Macedonia, nel 1886, in piena dominazione Ottamana. I primi anni della sua vita sono fondamentali per comprendere le motivazioni che lo spinsero a cercare un dialogo interreligioso costante e sincero fino alla fine dei suoi giorni. In quegli anni, l’impero ottomano poteva audacemente definirsi cosmopolita. Le diversità religiose ed etniche, infatti, non costituivano barriere e come lo stesso Athenagoras ricordava nelle sue memorie “minareti e campanili coesistono in un clima di rispetto e fratellanza”.

Al termine della grande guerra, però, l’implosione dell’impero ottomano era ormai certa, così avviando il processo di  nascita degli stati nazionali connotati su base religiosa ed etnica (tra i più importanti, la Grecia ortodossa e la Turchia musulmana). In Athenagoras maturava l’idea che l’unione dei cristiani fosse l’unico modo per permettere alla chiesa ortodossa di rimanere in vita. Le diverse chiese cristiane orientali, però, si lasciavano attrarre e sedurre dalle questioni nazionali che fisiologicamente tendono alla divisione. Ciò comportò le dure accuse di “filetismo” lanciate dal Patriarca del tempo, Ioachim III. Prese così il via un periodo di lotte intestine all’interno del mondo ortodosso che sarebbe durato fino ai nostri giorni.

Proprio durante questa difficile fase storica Athenagoras intraprende un percorso che lo lo avrebbe portato a viaggiare molto e a conoscere diverse culture. Il filo comune di tutti questi viaggi ed esperienze era quello che veniva da lui definito “la filosofia dell’incontro”, ovvero la voglia di dialogare con il “diverso”, con l’altro. Viaggiò dall’Epiro a Costantinopoli, dalla Grecia agli Stati Uniti per approdare infine alla moderna Turchia.

Tra le tante esperienze “professionali” sono due quelle che è doveroso riportare per delineare la sua personalità: quella greca e quella statunitense. Nel 1923 divenne Metropolita per la città di Corfù. Siamo nel periodo in cui si realizzarono gli scambi di popolazione tra Grecia e Turchia, con un conseguente affievolimento delle diversità etnico-religiose all’interno dei rispettivi stati. I minareti e i campanili, che prima coesistevano, ora divenivano simboli fortemente identitari e quindi motivo di lotta. Qui a Corfù, Athenagoras ospitò gli Armeni che stanno sfuggendo dal genocidio ad opera dei turchi, assistette i feriti di ogni etnia e religione e permise a credenti di altre confessioni cristiane di prendere la comunione nella cattedrale Ortodossa.

Nel 1930, egli approdò negli Stati Uniti con il ruolo di arcivescovo per gli ortodossi americani e si sentì subito appagato dal contesto socio-culturale in cui si trovava a vivere. Quella terra, fondata sulla convivenza di diverse religioni e sulla multiculturalità, gli ricordava l’impero ottomano prima della dissoluzione. Avrebbe portato con sé un buon ricordo di quell’esperienza e si sarebbe identificato in quello che viene definito il “sogno americano”. Nonostante tutto non dimenticava i suoi fratelli e, consapevole delle difficoltà che i greci ortodossi vivevano a Istambul, organizzò una raccolta fondi (circa 2Mln di dollari) per la sopravvivenza del Fanar, sede del patriarcato ecumenico fortemente minacciato dal regime laico/nazionalista di Ataturk.

Quando giunse il momento di nominare il Primate della chiesa Orientale, le più alte cariche religiose ortodosse indicarono la sua persona. Così, il primo di Novembre del 1948, Athenagoras divenne il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli. È da considerare, però, che dopo gli scambi di popolazione tra Grecia e Turchia, la Chiesa greca al di là del Bosforo era una Chiesa senza popolo. Ciò permise di entrare nel vivo dello spirito ecumenico, fortemente favorito dal nuovo patriarca di Costantinopoli. Questa nomina, inoltre, ricoprì un ruolo importantissimo anche a livello politico-internazionale. Come teorizzato da Andrea Riccardi, infatti, la nomina si inseriva nel contesto della guerra fredda in ambito religioso. Si palesava infatti la volontà degli USA di contrastare, attraverso un’alleanza tra le religioni con a capo un Patriarca “filoamericano”, la politica espansionistica di Stalin sulle Chiese del Medioriente.

Sin dai primi anni del suo patriarcato Athenagoras avrebbe cercato di intraprendere un dialogo con Roma. Riteneva, infatti, che non si potesse parlare di unità delle chiese senza coinvolgere la chiesa Romana. Allo stesso modo, però, avrebbe sottolineato come l’incontro debba avvenire “a metà strada, non a tre quarti”. Iniziò a frequentare gli ambienti cattolici ecumenici trovando, di lì a poco, un grande interlocutore, ovvero il Vescovo Giuseppe Roncalli.

 – Un papa rivolto verso Oriente

www.papagiovanni.com
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Come ricorda Valeria Martano nel suo libro “l’abbraccio di Gerusalemme”, non si può ignorare la corrispondenza biografica tra il Patriarca ecumenico Athenagoras e il futuro Papa Giovanni XXIII. Athenagoras, infatti, ha vissuto in occidente quasi gli stessi anni vissuti da Roncalli in Oriente. Per riprendere un’espressione cara a Giovanni Paolo II “entrambi hanno respirato con i due polmoni della chiesa”. Ciò ha contribuito in maniera consistente all’avvicinamento tra le due rami antichi del cristianesimo e al successivo incontro di Gerusalemme.

È importante sottolineare come gli sconvolgimenti che sono seguiti alla caduta dell’impero ottomano e che hanno, come abbiamo detto, caratterizzato la vita di Athenagoras, sono stati vissuti anche da Roncalli. Nel 1925, infatti, Roncalli venne nominato da Pio XI visitatore apostolico in Bulgaria, dove rimase per dieci anni fino ad arrivare a ricoprire la stessa carica a Istambul nel 1935. Nei quasi vent’anni passati in Oriente, entrò a contatto con la cultura ortodossa arrivando a maturare un certo interesse per la liturgia di rito greco orientale.

Un gesto significativo lo compì poco dopo il suo arrivo in Bulgaria, visitando il Sinodo ortodosso. Questo fu un fatto eccezionale tanto quanto il saluto che rivolge loro: “una parola umile e riverente di religioso rispetto e di fraternità”. Insistette sulla necessità di cercare ciò che unisce e non ciò che divide. Un altro fatto singolare che caratterizzò la figura del futuro pontefice fu la scelta, a differenza dei suoi contemporanei cattolici, di non  ricorrere mai alla parola “scismatici” per rivolgersi agli ortodossi, utilizzando sempre l’espressione “fratelli separati”, lasciando così intendere di riconoscere parità tra le due chiese. Avrebbe detto, più tardi:

“I cattolici e gli ortodossi non sono nemici, ma fratelli. Hanno la stessa fede, partecipano agli stessi Sacramenti, soprattutto della medesima eucarestia. Ci separano alcuni malintesi intorno alla costituzione della Divina Chiesa di Gesù Cristo. Coloro che furono causa di questi malintesi sono morti da secoli… più tardi, benché partiti da vie diverse, ci si incontrerà nella unione delle chiese per formare tutti insieme l’Unica vera Chiesa di N.S. Gesù Cristo”

Roncalli, inoltre, fu un lavoratore instancabile. In quegli anni si occupò di tessere una fitta rete di amicizie sia nel mondo Turco ortodosso, sia nel mondo greco Ortodosso, al fine di favorire il dialogo ecumenico e l’avvicinamento tra le due Chiese. Più volte si recò al Fanar per incontrare il patriarca Beniamino II, coltivando con quest’ultimo il desiderio di organizzare un incontro che coinvolgesse anche il Papa di Roma. Si costruirono le fondamenta dell’incontro che sarebbe avvenuto in Terrasanta qualche anno più tardi.

Il cosmopolitismo di Roncalli, però, non deve farci pensare a un distaccamento dalla sua patria, ovvero l’Italia. Lui si sentì sempre fiero di essere italiano, ma condannò, al pari di Athenagoras, il Filetismo orientale e la forma estrema di Nazionalismo che in quegli anni imperversava nell’Italia mussoliniana. Sarebbe stato quindi molto attento a non farsi identificare con la propria nazionalità e avrebbe rivendicato sempre l’universalità della Chiesa. Si comprende come né per Athenagoras, né per Roncalli la Chiesa potesse chiudersi all’interno di confini nazionali. Al termine della sua esperienza Orientale, che come detto durò circa vent’anni, egli tornò nell’Europa occidentale, venne inviato a Parigi e poi a Venezia. Considerato un esperto conoscitore della cultura religiosa orientale consigliò il presidente Truman sul versante religioso della guerra fredda. Infine contribuì direttamente alla nomina di Athenagoras come Patriarca di Costantinopoli, avvenuta, come ricordato precedentemente, nel 1948.

Esattamente dieci anni dopo, il Cardinale Roncalli, in età avanzata, venne chiamato a guidare la Chiesa di Roma divenendo Papa sotto il nome di Giovanni XXIII. Come è ben noto, il suo primo atto da nuovo pontefice fu quello di convocare il Concilio Vaticano II. Da oriente, l’elezione di Papa Roncalli venne salutata così: “Venne un uomo, mandato da Dio, il suo nome era Giovanni”. A parlare era proprio il suo omologo ortodosso, il patriarca di Costantinopoli, Athenagoras.

Il vero dialogo, quello ufficiale, iniziò proprio in questo periodo, quando Athenagoras e Giovanni XXIII occupavano le massime cariche delle rispettive Chiese. Il primo passo toccò al Patriarca ecumenico, che chiese al nuovo pontefice, stimato e conosciuto nelle regioni orientali, di guardare alla chiesa Orientale considerandola sorella e non subalterna e di non cercare, inoltre, relazioni finalizzate al proselitismo e alla correzione della visione ortodossa. L’atteggiamento di Giovanni si sarebbe mosso esattamente in quella direzione.

Il Concilio Ecumenico Vaticano II e il suo alter-ego Ortodosso

Le due istituzioni religiose si organizzarono in modo differente nella gestione della “stagione ecumenica”. La discussione cattolica si svolse interamente nel clima del Concilio Vaticano II durante le sue due differenti fasi papali. Quello ortodosso, invece, venne affrontato nell’organizzazione di tre conferenze Panortodosse.

Bisogna necessariamente considerare un aspetto di notevolissima importanza: mentre il dialogo ecumenico Cattolico presenta un’unica voce nel mondo, ovvero quella del Papa, lo stesso non si può dire per il mondo Ortodosso. Il ruolo di primus inter pares che spetta al Patriarca di Costantinopoli, infatti, non è sempre sufficiente a canalizzare tutte le differenti esigenze delle chiese ortodosse divise e autocefale. Iniziò così l’importante lavoro di Athenagoras che, recandosi nelle sedi più importanti dell’oriente cristiano, cercò di creare unità per rispondere all’unisono alle richieste che arrivavano da Roma, richieste di dialogo e di riavvicinamento.

L’idea ultima del Patriarca ecumenico era quella di riunificare le chiese cristiane orientali e, attraverso la convocazione di Conferenze Panortodosse, preparare un Grande Concilio dell’Ortodossia. Purtroppo, però, le opinioni delle diverse Chiese orientali misero in evidenza le difficoltà intrinseche che ha l’ortodossia di parlare per via di un unico rappresentante. Si arrivò quindi alla decisione di permettere alle singole autocefalie ortodosse di dialogare autonomamente con Roma. Ciò dimostrò, sì, la divisione interna all’ortodossia, ma permise anche al Patriarca di Costantinopoli di avere uno spazio di manovra maggiore nel dialogo diretto con Giovanni XXIII.

Al Fanar, però, il Concilio Vaticano II pare aver preso una piega non gradita. Le sue aperture sembrarono non essere condivise dai partecipanti. Iniziò a serpeggiare l’idea che potesse essere il solito concilio tra cattolici e così, sull’organo di stampa ufficiale del patriarcato, Apostolos Andreas, compare questo articolo:

“Quando due Chiese sorelle che hanno avuto per secoli una storia e una vita comune si devono rincontrare dopo un periodo di separazione, non è possibile che si mantengano in un quadro rigido e ristretto di osservatori: queste Chiese sorelle dovranno mettersi su un piano di Eguaglianza, per parlare la lingua dell’amore, per dirsi reciprocamente il dolore di essere state estraniate l’una dall’altra per secoli e per incamminarsi, sotto la guida dello Spirito Santo, in una via di tradizioni comuni e di comunione nel Cristo”.

Ciò ci dimostra che Athenagoras voleva di più. Il dialogo non era sufficiente. Serviva un incontro. Più volte erano state avanzate delle ipotesi per una possibile visita di Athenagoras a Roma, ma i tempi erano poco maturi e la condizione di Salute di Papa Roncalli andava peggiorando. Quando il Papa si spense, il 3 giugno 1963, le speranze del patriarca venivano totalmente ridimensionate, ma una breccia era stata aperta e una strada era stata spianata, serviva solamente un uomo in grado di percorrerla. Quell’uomo sarebbe arrivato. Quell’uomo risponderà al nome di Giovanni Battista Montini.

– Il Papa pellegrino

Papa paolo VI, nato Giovanni Battista Montini, è stato il terzo grande protagonista di questo momento storico in ambito cristiano. Giovanni XXIII gli aveva lasciato un’onerosa eredità. Il concilio era al lavoro e tutti speravano che le aspettative non venissero disattese. Quando la notizia della fumata bianca arrivò alla seconda conferenza Panortodossa che si teneva nel 1963 sul Monte Athos, l’elezione di Montini non venne accolta calorosamente come quella di Roncalli. C’era ancora diffidenza e preoccupazione nel mondo ortodosso. Ciò che prevaleva era la prudenza.

La storia di Paolo VI, per lo meno prima di diventare Papa, era totalmente diversa da quella dei suoi predecessori. Quest’ultimo, infatti, a differenza di Athenagoras e di Roncalli non aveva mai vissuto al di fuori dei confini dello stato italiano. La sua vita si svolgeva principalmente tra il Lazio e la Lombardia, tra Roma e Milano. Non sarebbe entrato in contatto diretto con la religione ortodossa prima del pellegrinaggio a Gerusalemme. Questo, in funzione ecumenica, destava preoccupazione negli ambienti cristiani orientali.

L’altro aspetto fondamentale che va necessariamente tenuto in considerazione è quello relativo all’approccio all’ecumenismo. L’ecumenismo di Paolo VI, non essendo fondato su esperienze personali di dialogo con l’altro, era di natura più concettuale e quindi più tradizionale rispetto al suo predecessore. Nonostante tutto, dopo essere divenuto Arcivescovo di Milano, iniziò a tessere rapporti con altri cristiani non cattolici, principalmente protestanti, arrivando a  scrivere nel 1960:

“L’Unità è il genio del Cristianesimo. Essa è il dono di Cristo all’umanità, già realizzato nella sua essenza, ma in continuo divenire nella sua realizzazione storica. Essa è lo stimolo anche sul piano civile dell’unione tra popoli, la sorgente della pace vera, il senso profondo della civiltà”. Il messaggio era quindi chiaro: “accorciare le distanze”.

Chiarita quindi l’intenzione di raccogliere l’eredità ecumenica di Papa Giovanni XXIII, il nuovo Papa iniziò il dialogo con le diverse Chiese ortodosse (prima tra tutte quella di Mosca del patriarca Aleksij). A dimostrazione di questo, Paolo VI compì un gesto che non veniva compiuto da circa mezzo secolo, ovvero scrivere di propria mano una lettera al patriarca di Costantinopoli. L’ultima corrispondenza scritta risaliva al 1584 quando Papa Gregorio XVI aveva comunicato al Patriarca Geremia II la riforma del calendario. Paolo VI, quindi, fece quello che il Fanar si aspettava da Roncalli, inviò una lettera contente gli obiettivi del suo pontificato in chiave ecumenica ad Athenagoras. Come se non bastasse, alcuni giorni dopo, sentiti tutti i Padri conciliari, il nuovo pontefice annunciò la sua decisione di recarsi a Gerusalemme per trovare la via dell’unità. Queste furono le sue parole:

“siamo così convinti che per ottenere un buon esito del Concilio si devono elevare Pie suppliche, moltiplicare le opere, che, dopo matura riflessione e molte preghiere a Dio, abbiamo deliberato di recarci come pellegrino in quella terra, patria del Signore NGC. È perciò nostro intendimento nel prossimo mese di Gennaio di andare, con l’aiuto di Dio, in Palestina, dove Cristo nacque, visse, morì e risorto da morte salì al cielo, con l’intenzione di rievocare di persona i principali misteri della nostra salvezza, cioè l’incarnazione e la redenzione. Vedremo quella terra veneranda, di dove san Pietro è partito e nella quale nessun successore è mai tornato. Ma Noi umilissimamente e per brevissimo tempo vi ritorneremo in spirito di devota preghiera, di rinnovamento spirituale, per offrire a Cristo la sua Chiesa; per richiamare ad essa, una e santa, i Fratelli separati; per implorare la divina misericordia in favore della pace, che in questi giorni sembra ancora vacillante e trepidante; per supplicare Cristo Signore per la salvezza di tutta l’Umanità”.

Il momento tanto sognato da Athenagoras era finalmente giunto. Il Patriarca si mise subito al lavoro. Inviò tutti i Patriarcati ortodossi a rispondere all’appello del Papa e a presentarsi uniti a Gerusalemme per concretizzare il riavvicinamento tra le due chiese Sorelle. Ciò, in realtà, non avvenne. Anche questa volta, infatti, la struttura autocefala prevalse sull’unità ortodossa, ancora una volta i rifiuti superarono di gran lunga le adesioni. La chiesa greca al pari di quella Russa rifiutavano l’invito e ricordavano al patriarca che qualora si dovesse recare a Gerusalemme lo farebbe a titolo di pellegrino e non di rappresentante dell’ortodossia.

riparte dalle origini

TGCom24 - Mediaset.it
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Dopo due millenni, Pietro, nella figura di Paolo VI, tornava a Gerusalemme. L’evento era sensazionale. L’ultimo pontefice a lasciare il suolo italiano, infatti, era stato Pio VII (155 anni prima). La mattina del 4 Gennaio 1964 Papa Montini sarebbe stato il primo Papa a salire su un aereo e a recarsi in Terrasanta. Questo pellegrinaggio aprì una stagione in cui il vescovo di Roma visitò tutti e cinque i continenti, conquistando legittimamente la nomina di Papa pellegrino.

Česká televize
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La sera del 6 gennaio, dopo una giornata passata a visitare luoghi sacri palestinesi, il Papa rientrava nella delegazione apostolica di Gerusalemme. Lì lo attendeva un incontro destinato a divenire il più celebre simbolo di questo pellegrinaggio. Verso le 21:00, infatti, giunge alla delegazione l’auto sulla quale viaggiava Athenagoras. Paolo VI, che lo aspettava all’ingresso, gli andò incontro per scambiare con quel’irenica figura un storico e caloroso abbraccio. Lo stupore e la meraviglia degli astanti furono indescrivibili. Mezzo secolo dopo, nella culla della cristianità, veniva simbolicamente abbattuto un muro. L’occidente e l’Oriente cristiano ebbero l’impressione di non essere mai stati così vicini.

A questo punto si diressero verso la sala in cui si sarebbe tenuto l’incontro ufficiale e, secondo la tradizione cattolica, la sala previde un trono dorato per il Papa e una comune sedia per l’ospite. Il pontefice Paolo VI, però, possedeva il gusto dei gesti simbolici e invitò il patriarca ad accomodarsi con lui su due poltroncine, di uguale forma e dimensione, poste in un angolo della sala. Ciò dimostrò, anche nei simboli, che la voglia di dialogo era sincera e che si teneva su un piano di assoluta uguaglianza. Iniziarono quindi i colloqui formali, e fu fondamentale presentare il punto di vista di Papa Paolo VI, disposto a rimettere in discussione alcuni punti che avevano portato allo scisma del 1054:

“ci sono due o tre punti di dottrina nei quali noi cattolici ci siamo evoluti, perché abbiamo progredito negli studi e si vorrebbe giustificare a voi e ai vostri teologi, le motivazioni di tutto questo…e un’altra cosa che può sembrare secondaria, ma che ha la sua importanza: in tutto ciò che riguarda la disciplina, gli onori, le prerogative, io sono in tutto disposto ad ascoltare quello che la vostra santità reputa sia la cosa migliore ed a evitare questioni di prestigio, di primato, che non siano quelle fissate da Cristo”.

Athenagoras era ormai certo che l’unità fosse possibile. Di seguito sono riportate due dichiarazioni destinate ai fedeli ortodossi dopo l’incontro con Paolo VI e prima di ripartire per Istambul:

“Dopo tanti secoli, ci siamo trovati, l’uno accanto all’altro, le lacrime agli occhi, soli davanti allo stesso Dio, lo stesso Gesù Cristo, la stessa Santa Vergine, gli stessi martiri…e con una fiducia reciproca e inspiegabile. Il Papa Paolo VI è un’anima santa, un inviato di Dio per realizzare la fraternità tra i cristiani e tutti gli uomini. [..] L’ho già detto molte volte…Non parliamo di unione oggi. Facciamo qualcosa insieme, nell’unità. Conosciamoci meglio. Non perdiamo più tempo nelle discussioni. Sono secoli che discutiamo e non abbiamo ottenuto niente. Siamo tutti rimasti a mani vuote…Io prego, come il Papa, nell’unità del Vangelo: se noi sapremo restare grandi, l’unione si farà”.

Questo dialogo, fondato sui gesti di apertura e sul fraterno rispetto, procedette fino a raggiungere, il 7 dicembre 1965, l’annullamento delle reciproche scomuniche scambiate nel lontano 1054. Dopo l’abbraccio di Gerusalemme i contatti tra l’ortodossia e la Chiesa cattolica sono divenuti “ordinaria amministrazione” in ambito ecumenico. I pontefici che si sono succeduti sul trono petrino e i patriarchi che si sono avvicendati sul “trono bizantino” hanno seguito la scia dei predecessori nella “filosofia dell’incontro”.

Valeria Martano ha brillantemente riassunto così l’atteggiamento tenuto a Gerusalemme dai due vertici della Chiesa Cristiana: “La scelta del Papa e del patriarca di anteporre il dialogo della carità al dialogo teologico era un atto pastorale consapevole e responsabile, dettato dall’incapacità dei teologi, soprattutto quelli del secondo millennio, di evitare l’introversione confessionale e polemica e contribuire a superare lo scandalo della divisione”. Proprio qui vengono piantati i semi che porteranno, a distanza di cinquant’anni, alla diffusione della dottrina definita da Francesco “ecumenismo del poliedro”. Essere consapevoli che le tradizioni e i dogmi sono elementi divisivi vuol dire essere disposti a basare il dialogo su quella che sempre lo stesso pontefice definisce “diversità riconciliata”. È nella diversità riconciliata che nasce il sogno di una chiesa unita e universale. Una Chiesa, quindi, realmente “Cattolica”.

William De Carlo per Policlic.it

Fonti:

Martano, V. (2014), L’abbraccio Di Gerusalemme (Paoline)
W2.vatican.va
It.cathopedia.org

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