I Papi e la Cina Comunista: dalla nascita della Chiesa Patriottica al Concilio Vaticano II

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Eccoci giunti al terzo appuntamento del focus “I Papi e la Cina”. Nel primo articolo dedicato al tema si è osservata la genesi dei rapporti diplomatici tra la realtà nazionalista Cinese e la Chiesa di Benedetto XV. Nel secondo approfondimento, poi, è stata analizzata la frattura consumatasi tra il nuovo regime comunista di Mao e la Chiesa di Pio XII. Di seguito, invece, si presterà attenzione alla nascita dell’Associazione Patriottica (e quindi all’emancipazione di parte della Chiesa cattolica cinese dal Pontefice Romano) e alla “stagione conciliare” avviata da Giovanni XXIII.

La nascita dell’Associazione Patriottica

Quella cattolica non fu l’unica religione colpita dal totalitarismo di matrice comunista cinese. Il Governo comunista riconosceva altre quattro religioni: il buddismo, il taoismo, l’islam e il protestantesimo[1]. Il trattamento che il Governo riservò a queste altre quattro religioni fu il medesimo che regolò i rapporti tra cattolici e comunisti nella seconda metà del Novecento. La nascita del Movimento antimperialista di amore per la patria e per la religione, pertanto, non rappresentò un unicum nella storia delle religioni in Cina. Il programma di Governo, mantenendo un minimo comune denominatore nel patriottismo, cercò di raggruppare in cinque gruppi differenti i diversi fedeli, in modo tale da avere pochi e specifici punti di riferimento in ambito spirituale.

Questa strategia permise ai comunisti sia un controllo più radicale delle entità spirituali operanti nello stato, sia l’imposizione di processi di inculturazione finalizzati alla costruzione di una società interamente socialista. Gli altri movimenti religiosi, oltre quello cattolico, “ispirati” dalla RPC furono: l’Associazione buddhista cinese (1953), l’Associazione islamica cinese (1953), il Movimento patriottico protestante delle tre autonomie (1950) e l’Associazione Taoista cinese (1957).

Vi è da dire che seppure esistesse già un movimento cattolico di ispirazione patriottica, la formulazione definitiva di quest’ultimo avvenne dopo la nascita di tutte le associazioni gemelle. Il processo che portò alla nascita della Associazione Patriottica Cattolici Cinesi, nel luglio-agosto del 1957, iniziò nel il 1955, anno della “diaspora” imposta alla totalità dei missionari cattolici stranieri da parte del regime comunista. Una volta che il Governo ebbe allontanato la componente cattolica non autoctona dal Paese, il processo di indottrinamento marxista subì una accelerata. Già verso la fine 1955 molti cattolici entrarono a far parte della vita politica dello stato accettando di ricoprire cariche amministrative e rappresentative.[2]

Nel gennaio del 1956 si tenne un congresso nazionale cattolico che fu propedeutico alla nascita della futura Associazione Patriottica dei Cattolici Cinesi (APCC). Sotto la supervisione dell’Ufficio per gli affari religiosi vennero convocati, ancora una volta nella città di Pechino, importanti rappresentanti del cattolicesimo cinese. Per la precisione risposero all’appello 36 delegati cattolici così ripartiti: 4 vescovi, 11 vicari, 11 preti e 10 laici.[3] A costoro si deve attribuire la paternità del progetto patriottico, senza dimenticare però il considerevole “incentivo” proveniente dal governo centrale. La dichiarazione partorita dell’assemblea presentava l’amore per la patria e la devozione al governo civile come dei dogmi imposti dallo stesso cattolicesimo ai quali il fedele non poteva sottrarsi.[4] Una volta terminato il congresso, per l’esattezza il 25 luglio del 1956, la decisione venne distribuita attraverso l’organo di stampa del PCC (Renmin Ribao) a tutte le aree dello stato e ciò contribuì alla nascita di numerose associazioni patriottiche locali.

Il 1957, infine, fu l’annus mirabilis della politica religiosa cattolica del governo comunista. Nel mese di febbraio, precisamente dal 12 al 16, sempre a Pechino, si tenne un altro congresso dei promotori dell’associazionismo patriottico nazionale. Ai 36 esponenti cattolici della riunione precedente se ne aggiunsero altri 19 raggiungendo così un totale di 55 partecipanti. Le sessioni di lavoro furono presiedute dal vertice dell’Ufficio per gli affari religiosi, He Chengxiang, e verterono sulla creazione di una Associazione Patriottica Nazionale, raggruppante, quindi, tutte le neonate associazioni locali. Per sedare le richieste di riconoscimento papale che ancora riecheggiavano qua e là nell’assemblea (e nel mondo cattolico cinese in generale) si presentò l’Associazione Patriottica come un organismo non religioso ma politico, in grado di permettere la comunicazione tra Chiesa e Stato. Etienne Ducornet, non a caso, la definì “la cinghia di trasmissione che permette di imporre alla Chiesa le direttive dello stato[5].

La tappa conclusiva di questo percorso fu il congresso nazionale tenutosi dal 15 luglio al 2 agosto dello stesso anno. Il congresso vide la partecipazione di 241 delegati provenienti da 108 differenti diocesi, così ripartiti: 1 arcivescovo, 10 vescovi e 230 tra ecclesiastici e laici. Sin da subito il congresso decise la struttura della neonata associazione. In un primo momento i 241 delegati elessero un comitato nazionale composto da 150 membri tra i quali vennero selezionati 50 delegati per costituire un comitato permanente. Vennero stabiliti i tempi di lavoro e si decise che l’assemblea allargata comprendente i 241 membri dovesse riunirsi una volta ogni tre anni, il comitato dei 150 una volta all’anno e il comitato permanente dei 50 una volta ogni sei mesi. Venne confermato, inoltre il nome Associazione Patriottica dei cattolici cinesi (APCC) e si definirono all’art. 2 dello statuto[6] gli scopi della nuova organizzazione:

“questa associazione è un’organizzazione di massa, per l’amore della patria e della religione, formata da preti e fedeli cattolici cinesi. Le sue finalità sono: unire le reti e i fedeli di tutto il paese; promuovere lo spirito patriottico; partecipare attivamente alla costruzione della patria socialista e ai diversi movimenti patriottici; difendere la pace mondiale; aiutare il governo a realizzare pienamente la politica della libertà del credo religioso”

Nulla cambiò rispetto alle tiepide aperture garantite al Movimento antimperialista di amore per la patria e per la religione nei confronti di Roma: si fissò il requisito della cittadinanza cinese per la partecipazione, si riconobbe il rapporto puramente religioso con il Papa e si rimarcò il dovere assoluto di rispondere al Governo in materie di economia e politica. I vescovi allineati alla posizione governativa, inoltre, sfruttarono quel palcoscenico nazionale per ribadire la loro assoluta devozione al pontefice per ciò che concerneva la dottrina religiosa e i regolamenti ecclesiastici, ma non ebbero timore di denunciare la Santa Sede per la palese politica di ostilità nei confronti della nuova Cina. Nello specifico, come riportato da Civiltà cattolica, i vescovi cinesi “collaborazionisti” si batterono contro il decreto n. 1023 del 1˚ marzo 1957 emanato dalla Sacra Congregazione di Propaganda Fide.

Nel decreto veniva proibita quella che sarebbe divenuta ordinaria amministrazione poco tempo dopo: l’ordinazione di Vescovi non riconosciuti da Roma. Nel testo dello stesso, infatti, si poteva leggere: “essendo le diocesi di Shanghai, Sookov e Nanchino sprovviste di capi legittimi, tutti i sacerdoti in pace e comunione con la Santa Sede sono dispensati a ricorrere a un ordinato non riconosciuto da Roma”. Tanto che, al termine del congresso, il vescovo Pi Sho-shih presentò il decreto sopracitato come uno dei metodi di costrizione politica mascherata da religione e come utilizzata dalla Santa Sede per attaccare i sacerdoti patriottici della Cina e sabotare il nascente movimento anti-imperialista e patriottico[7].

I cattolici appartenenti all’ala tradizionalista del cattolicesimo cinese, invece, crearono un problema considerevole sia al regime che ai vescovi fedeli ad esso, in quanto furono fiscali nel professare la fede in “una, santa, cattolica e apostolica Chiesa” ritenendo imprescindibile il legame con Roma e l’obbedienza al Papa, nonché ai vescovi creati col suo consenso[8]. Confidarono, quindi, ancora una volta, in una pubblica condanna da parte di Propaganda Fide o in una nuova Bolla Papale. La scomunica di Pio XII arrivò, ma non sortì l’effetto sperato: molti cattolici cinesi iniziavano a considerare la via patriottica l’unica in grado di stabilizzare una difficile e complessa situazione.

Locandina Campagna 100 fiori

Bisogna precisare per onore di cronaca che la costituzione di questa associazione si inserì in un contesto nazionale di apparente distensione: la fase dei “cento fiori” (1956-1957). Durante questa fase storica, che mirava all’apertura di cento scuole di pensiero differenti, si volle dare un’immagine di apertura del partito comunista ad altre realtà non esclusivamente marxiste o maoiste, nelle quali sarebbe dovuta rientrare anche quella cattolica. In realtà, già nel 1958, Mao tradì la fase dei “cento fiori” scatenando una caccia agli “elementi di destra” presenti nella società cinese.

Il giorno dopo la costituzione dell’APCC il renmin ribao accusò la Chiesa di avere al suo interno elementi di destra pronti a sabotare gli interessi della Patria[9]. Anche la stessa Associazione Patriottica divenne così uno strumento al servizio del partito e iniziò a tacciare di imperialismo e di preconcetta ostilità nei confronti della nazione cinese i molti ecclesiastici che si rifiutavano di sottoscrivere il programma dell’AP[10]. Una nuova ondata di inculturazione forzata e di abusi sui cattolici fedeli a Roma andava profilandosi. Si era dinanzi a una definitiva spaccatura nel cattolicesimo cinese, che portò al concretizzarsi di due realtà cattoliche differenti: la Chiesa “ufficiale” (riconosciuta dal PCC) e la Chiesa “sotterranea” (fedele al romano Pontefice).

Mobilitazione del fronte “anti-destra” (Fonte Immagine Wikipedia)

Il “Papa” comunista e l’autonomia nella nomina dei vescovi

Una delle problematiche di maggiore rilievo sorte dopo l’epurazione dei vescovi e dei missionari stranieri fu la vacanza di ruoli apicali nella struttura della Chiesa cinese. L’assenza di Vescovi iniziò a creare i primi scompensi amministrativi e a questo bisognò porre fine con celerità. Ancora una volta il ruolo pivotale nella gestione dell’apparato amministrativo della Chiesa cinese toccò all’APCC, che, seguendo la linea imposta del Governo, procedette all’elezione “democratica” di vescovi “patrioti” in sostituzione dei legittimi sacerdoti costretti al confino o “residenti” nelle patrie galere.

Come sottolineato da Pio XII nell’ultimo atto ufficiale dedicato alla Chiesa cinese, la lettera enciclica Ad Apostolorum Principis:

“il movimento cosiddetto patriottico [anda]va proclamando un preteso diritto dei cattolici di eleggere di propria iniziativa i vescovi, asserendo che tale elezione sarebbe indispensabile per provvedere con la dovuta sollecitudine al bene delle anime, e per affidare il governo delle diocesi a pastori graditi alle autorità civili in quanto non si opponevano agli orientamenti ideologici e politici propri del comunismo”

Dopo l’autonomia finanziaria e quella di propagazione della fede, anche l’autonomia amministrativa veniva sottratta alla Santa sede. Allora il Pontefice ricordò all’episcopato cinese, così come a tutti i fedeli dello stato asiatico, che:

“la potestà di giurisdizione, che al sommo pontefice viene conferita direttamente per diritto divino, proviene ai vescovi dal medesimo diritto, ma soltanto mediante il successore di san Pietro, al quale non solamente i semplici fedeli, ma anche tutti i vescovi devono costantemente essere soggetti e legati con l’ossequio dell’obbedienza e con il vincolo dell’unità”

Inoltre, secondo il Can. 331 § 3 del codice di diritto canonico del tempo, spettava unicamente al Papa sia giudicare circa l’idoneità di un ecclesiastico per la dignità e la missione sia nominare liberamente i vescovi. Nel 1958, però, si ebbero le prime consacrazioni di vescovi senza l’approvazione del Papa. La cerimonia, tenutasi nella cattedrale di Hankou il 13 aprile dello stesso anno, ebbe una eco importante e vide la partecipazione delle autorità civili locali, di circa mille tra sacerdoti e fedeli, dei rappresentanti del partito comunista e del direttore dell’Ufficio per gli affari religiosi nella persona di Gao Shan (giunto da Pechino per l’occasione)[11]. Il 13 aprile, quindi, Bernardino Dong e Marco Yuan vennero consacrati vescovi. Questo evento fu ritenuto dal governo e dalla stampa cinese un successo assoluto e una vittoria contro le ingerenze della Chiesa occidentale, tanto che, nell’editoriale della rivista Guang Yang del 1˚ maggio dello stesso anno, si poteva leggere:

“le attività e i complotti politici della Santa Sede si sono conclusi con un fiasco completo. Le sue intimidazioni non soltanto non ci hanno spaventati, ma al contrario hanno rafforzato la nostra volontà di lotta, accresciuto la nostra combattività. È la nuova importante vittoria riportata dal movimento patriottico e antimperialista dei cattolici. È un grande balzo in avanti nella realizzazione dell’indipendenza, della libertà e dell’autonomia della Chiesa in Cina[12]

Un’altra questione tutt’affatto particolare, che ancora oggi anima il dibattito in merito alla consacrazione autonoma dei vescovi, fu la validità dell’ordinazione episcopale. Le consacrazioni del 1958, infatti, seppur ritenute illegittime dal Pontefice, ricalcarono l’iter classico per la consacrazione a Vescovo e pertanto furono (e sono) da ritenere valide. Il primo elemento da tenere in considerazione per attestare la validità delle consacrazioni è la cerimonia dell’imposizione delle mani. Questa fu effettuata dal vescovo Li Doan, ordinato regolarmente anni prima e in grado, quindi, di non rompere la successione apostolica. In secondo luogo, vennero rispettati i requisiti richiesti ai consacrandi, ovvero il battesimo e il sesso maschile. Vi è però un elemento importante riportato da Elisa Giunipero attraverso uno studio approfondito dei quotidiani del tempo: la sostituzione, nella formula del rito consacratorio, di frasi richiamanti il legame tra il vescovo e la Santa Sede con delle dichiarazioni di lealtà al governo comunista[13].

Secondo una ricerca della Congregazione per la dottrina della Fede, resa pubblica negli anni ottanta, le modifiche nella formula di consacrazione, recitata comunque in lingua latina, non alterarono il valore del rito, rispettando così il Pontificale romano[14]. L’ultima questione che confermò la validità dell’elezione dei nuovi vescovi cinesi fu l’intentio facendi quod facit Ecclesia, che permise di attestare come il consacrante e il consacrato non fossero mossi da intenti scismatici.

Bisogna aggiungere, inoltre, che Dong e Yuan, prima di essere “democraticamente” eletti Vescovi ad Hankou, erano due francescani celebri per l’attaccamento alla romana Chiesa. La voglia di agire nel giusto portò loro a fare pressioni sul governo cinese affinché quest’ultimo permettesse di inviare dei telegrammi alla congregazione di Propaganda Fide in cui venivano spiegate le modalità di consacrazione e nei quali si chiedeva l’approvazione dello stesso pontefice[15]. Il Governo cinese cedette a questa richiesta, il telegramma fu inviato alla Santa Sede, ma la risposta del prefetto di Propaganda fide fu negativa. La Chiese e i suoi fedeli cinesi non erano mai stati così lontani. Quelle di Dong e Yuan furono solo le prime di numerose ordinazioni illegittime effettuate dalla nuova Chiesa Cinese, ma furono le ultime avvenute durante il lungo pontificato di Pio XII. Stava per sorgere la Chiesa di Giovanni XXIII, una Chiesa nuova.

Il Concilio Vaticano II e La Grande Rivoluzione Culturale

La morte di Papa Pacelli, avvenuta il 9 ottobre del 1958, aprì un nuovo corso nella vita della Chiesa cattolica. All’età di 77 anni, Giuseppe Angelo Roncalli venne eletto successore di Pietro, vescovo di Roma e sovrano dello stato del Vaticano. Il suo breve pontificato (1958-1963) segnò il punto di non ritorno della Chiesa cattolica e diede inizio ad un grande periodo di dialogo interreligioso e diplomatico. Una parte del clero cinese, appartenente sia alla Chiesa ufficiale che a quella clandestina, inviò delle lettere a Roma nelle quali si esprimeva cordoglio per il defunto Pio XII e letizia per il nuovo Giovanni XXIII. La notizia della successione petrina interessò anche l’organo di stampa del PCC. Il Remin Ribao, infatti, dalle sue colonne informava la popolazione cinese rispetto all’organizzazione del conclave, presentando i profili, le nazionalità e gli orientamenti politici dei cardinali in lizza per succedere al soglio pontificio[16].

Papa Giovanni XXIII (Fonte Immagine : www.vocetempo.it)

Il nuovo Papa già nel suo primo concistoro, tenutosi il 15 dicembre del 1958, sollevò la questione dei missionari costretti a lasciare la Cina, espresse dispiacere per le condizione in cui verteva il clero indigeno ed ebbe l’ardire di pronunciare una parola che preoccupava l’intero mondo cattolico: scisma. Il pontefice, rivolgendosi ai futuri cardinali che avrebbe nominato nello stesso concistoro, disse di voler:

“far giungere una voce a coloro che si mostrano deboli, vacillanti e titubanti ed espressamente a coloro che, avendo occupato illegittimamente il posto dei sacri pastori, hanno infelicemente aperto la strada ad un funesto scisma. Questa parola “scisma”, mentre la pronunciamo, è come se bruciasse le nostre labbra e angustia il nostro cuore”

Le parole altisonanti di Giovanni XXIII suonarono come una minaccia per il Governo cinese. La stampa dello stato asiatico non mancò di sottolineare la continuità con il pontificato di Pio XII nell’atteggiamento avverso alla Repubblica Popolare cinese. Il nuovo Papa veniva considerato dai quadri del partito e dalla stampa come un reazionario, amico degli americani e avversario della Cina comunista.

In un articolo del tempo, firmato Chian Liu, e riportato dalla civiltà cattolica, si possono comprendere i motivi che permisero ai comunisti di dipingere Giovanni XXIII come un reazionario imperialista agli occhi del governo e del popolo cinese. Secondo l’autore il primo intervento “reazionario” del Pontefice si manifestò attraverso la nomina di 23 nuovi cardinali, di cui 14 italiani, che portò al superamento della soglia di 70 cardinali imposta dal suo predecessore Sisto VI nel 1585. L’elevato numero di porporati Italiani, secondo il giornalista, vanificò il carattere sovranazionale dell’intero Sacro Collegio. Nell’articolo, inoltre, Chian Lui pose l’attenzione sulla nomina di due nuovi cardinali: il cardinale di Milano Giovanni Battista Montini e il cardinale newyorkese Spellman. Ambedue vennero tacciati di anticomunismo: il primo perché “capo” del partito democristiano italiano (e quindi ritenuto filoamericano), il secondo per le sue manifeste prese di posizione che lo portavano ad essere il punto di riferimento dell’anticomunismo internazionale. Infine l’autore richiamò l’attenzione sul rapporto di fraterna amicizia che legava Giovanni XXIII a Charles De Gaulle, definito, quest’ultimo, un dittatore[17].

Card Agagianian (fonte immagine: Wikipedia)

Il non voler procedere ad uno scisma da parte dell’APCC significò manifestare, ancora una volta, la fedeltà al romano pontefice. Tuttavia la situazione appariva più complessa e lo stesso Papa inviò ad Hong Kong nella primavera del 1959 il Card. Agagianian, Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, con il compito di studiare la situazione da vicino e raccogliere le dichiarazioni di alcuni esperti. Con piacevole sorpresa del Pontefice il rapporto del Card. Agagianian lasciava trasparire uno spazio di manovra più ampio nei rapporti con i fedeli aderenti all’Associazione Patriottica. Innanzi tutto, il porporato poté verificare le ordinazioni avvenute a Honkou che, seppur illecite, erano da ritenersi valide. In secondo luogo non riuscì a raccogliere prove che facessero pensare a un possibile e imminente scisma.

Un’altra questione importante che venne affrontata nel 1959 durante il secondo anno di pontificato di Giovanni XXIII, e che rischiò di incrinare ulteriormente i rapporti con il Governo cinese, fu il rinvigorimento delle relazioni diplomatiche con l’altra Cina a Taipei.

Nel 1959, inoltre, il Papa decise di pronunciarsi pubblicamente dedicando un’enciclica alle missioni evangelizzatrice della Chiesa: la Princeps Pastorum. Questa lettera enciclica venne promulgata a quaranta anni di distanza della celebre Maximun Illud di Benedetto XV. È importante notare come, nonostante i quattro decenni di differenza, l’intervento di Giovanni XXIII fosse in assoluta continuità con la visione evangelizzatrice del suo predecessore. Ancora una volta, infatti, venne ribadita la necessità di costituire gerarchie ecclesiastiche locali con vescovi autoctoni e con il clero nativo. Nel testo della lettera si può leggere anche un possibile riferimento diretto alla tormentata situazione cinese:

“Le chiese locali dei territori di missione, anche fondate e stabilite con la propria gerarchia, sia per la vastità di territorio, sia per il numero crescente dei fedeli e l’ingente moltitudine di quelli che aspettano la luce dell’evangelo, continuano ad aver ancora bisogno dell’opera dei missionari venuti da altri paesi. Di essi, peraltro, si può ben dire: «Essi non sono affatto stranieri, poiché ogni sacerdote cattolico nello svolgimento delle sue mansioni si trova come nella sua patria, dovunque il regno di Dio fiorisce o è ai suoi inizi». Lavorino, dunque, tutti insieme, nell’armonia di una fraterna, sincera e delicata carità, sicuro riflesso dell’amore che essi hanno per il Signore e per la sua chiesa, in perfetta, festosa e filiale obbedienza ai vescovi «che lo Spirito Santo ha posto a reggere la chiesa di Dio» (At 20,28), ognuno grato all’altro per la collaborazione offerta, «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32), affinché dal modo come essi si amano rifulga agli occhi di tutti che sono veramente discepoli di colui che agli uomini ha dato come primo e più grande precetto, come comandamento «nuovo» e suo, quello del mutuo amore (Gv 13,34; 15,12)”

Il secondo congresso nazionale dell’AP e il Concilio Vaticano II.  

Il 1962 vide verificarsi due appuntamenti religiosi di grande rilievo per ciò che concerneva sia la Chiesa romana, sia la Chiesa cinese. Da 6 al 18 gennaio del 1962, a Pechino, nell’Hotel Pace, si riunì il secondo congresso nazionale dell’Associazione Patriottica dei cattolici cinesi. Pochi mesi dopo, precisamente il giorno 11 del mese di ottobre, con l’allocuzione Gaudet Mater Ecclesia, Giovanni XXIII dava inizio ai lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II.

Il congresso nazionale dei cattolici patriottici si svolse sotto la supervisione di He Chengxiang, il vertice dell’ufficio per gli affari religiosi del Governo comunista. Col tempo l’atteggiamento nei confronti della Chiesa occidentale, ritenuta incontrovertibilmente imperialista, si era considerevolmente inasprito e nuove richieste furono avanzate dai quadri governativi in materia di politica religiosa. Mons. P. Shu-Shih, in qualità di presidente dell’APCC, aprì i lavori del congresso presentando un bilancio dell’attività della stessa associazione e una serie di obiettivi da raggiungere nel breve e lungo periodo. Ancora una volta la richiesta di maggiore autonomia dalla Santa Sede fu indicata come soluzione alla difficile situazione creatasi.

Durante il discorso di apertura, inoltre, lo stesso presidente Pi lanciò al Pontefice romano una pesante accusa di collaborazionismo con il regime di Chiang Khai Shek, presso il quale, nell’isola di Taiwan, aveva eretto una nuova gerarchia episcopale. Il congresso, quindi, si mise all’opera sin da subito per rendere questo anti-imperialismo più pervasivo e più efficace. I primi provvedimenti puntarono alla modifica di alcune parti dello Statuto approvato nel 1957. Il nome dell’Associazione cambiava, attraverso una piccola ma rilevante trovata semantica, da “Associazione patriottica dei cattolici cinesi” in “Associazione patriottica cattolica cinese”, palesando la volontà di una maggiore identificazione tra la stessa associazione e la Chiesa in generale[18]. Le altre notevoli modifiche si ebbero nell’art. 2 dello statuto (che fissava le finalità dell’associazione)  e riguardarono l’aggiunta due importanti finalità: 1) Agire sotto la direzione del Partito comunista cinese e del Governo popolare; 2) Rispettare le leggi politiche della patria.

Grazie a questi importanti interventi, l’Associazione dimostrò sia di volersi sostituire alla chiesa cattolica romana, che di volersi liberare definitivamente del controllo della Santa Sede di Roma al fine di riconoscere nel Partito Comunista l’unica vera autorità in maniera politica, economica e amministrativa. Dopo il congresso proseguirono le consacrazioni ritenute illegittime da Roma. Il 21 Gennaio 1962, infatti, Mons. Pi poté consacrare personalmente sette nuovi vescovi durante una solenne celebrazione tenutasi nella diocesi di Pechino[19]. Nel 1962, dopo il secondo congresso dell’APCC, lo strappo definitivo con Roma pareva alle porte.

Nel frattempo, al di là del Tevere, la Chiesa cattolica si apprestava a vivere uno dei periodi più importanti della sua millenaria esistenza: il Concilio Ecumenico Vaticano II. Il termine “ecumenico” permette di comprendere la portata universale del Concilio. A quest’ultimo, infatti, furono chiamati a partecipare rappresentanti cristiani di tutto il mondo (anche ortodossi e protestanti con il ruolo di osservatori), al fine di affrontare le sfide che la Modernità presentava in ambito religioso.

Concilio Vaticano II (fonte immagine: il Post)

Il padre del Concilio, Giovanni XXIII, dimostrò di essere molto attento al coinvolgimento dei vescovi cinesi, soprattutto dopo aver ottenuto parere favorevole per la partecipazione di due osservatori russi ai lavori dello stesso[20]. La prova di un reale interessamento si ebbe quando il Pontefice si mosse a livello internazionale sondando il terreno per una possibile partecipazione di rappresentanti Cinesi al Concilio presso l’ambasciata di Cina al Cairo. La reazione delle alcuni reparti della gerarchia cattolica fu negativa, in quanto non era permesso invitare “Vescovi Scismatici” a lavorare per il rinnovamento della Chiesa. Secondo quanto riportato da René Laurentin, rispetto a come stava procedendo in un primo momento il dialogo, non era da escludere un possibile sabotaggio da parte della stessa gerarchia cattolica [21].

Ad ogni modo, già nel 1959, anno dell’annunciazione del Concilio Vaticano II, furono inviate lettere a tutti i vescovi del mondo per raccogliere eventuali suggerimenti e consigli da utilizzare nella fase preparatoria del Vaticano II. Da uno studio della fase preparatoria del Concilio emerse che furono invitati a partecipare ai lavori preparatori 116 vescovi ordinari della Chiesa di Cina. La direzione centrale romana, però, ricevette solo 56 risposte e nessuna di queste proveniente dalla Cina continentale.

Ancora una volta si creò una situazione al limite del comprensibile: la Chiesa cinese veniva rappresentata al Concilio Vaticano II da 59 Vescovi così suddivisi: 6 Vescovi di Taiwan, 4 Vescovi cinesi espulsi, Vescovi missionari occidentali (allontanati dalla Cina dieci anni prima) e vescovi di Hong Kong e Macao. Questi 59 vescovi costituirono un gruppo coeso che rimase attivo per tutta la durata del Concilio e si identificò sotto il nome di “Coetus Episcoporum Sinesium[22].

Questa rappresentanza della Chiesa Cinese, seppur non operante nei confini della Cina comunista, intervenne sin dagli albori del Concilio chiedendo all’unanimità “un’informazione più corretta e rispondente alla complessità della situazione” in merito alle consacrazioni episcopali illegittime e alle accuse di scisma diffuse nella società occidentale[23]. Le richieste furono formulate nella “Declaratio communis episcopatus sinensis circa consecrationes episcopales sine mandato Sanctae Sedis in continente sinensi peracta”. Attraverso questa dichiarazione si raccontò al mondo cattolico, riunito a Roma per l’occasione, che le adesioni all’Associazione patriottica da parte dei cattolici cinesi molto spesso erano da considerarsi il frutto della violenza perpetrata dal regime. Venivano descritti, altresì, i modi attraverso i quali il regime vincolava il clero ad accettare le elezioni episcopali democratiche. Sempre attraverso lo stesso documento venne sottolineato che i Vescovi illegittimi cinesi non nutrivano un senso di opposizione alla Santa Sede e alla Chiesa cattolica[24].

Stando alle dichiarazioni di Marco Roncalli (pronipote di Giuseppe Roncalli, Giovanni XXIII) era da ritenersi assodata la volontà di coinvolgere già nella prima sessione di lavori del Vaticano II i vescovi cinesi, sia quelli legittimi che quelli illegittimi. La ratio di questa scelta può ricercarsi nella volontà di non allargare il già consistente divario tra la Chiesa definita nazionale, o patriottica, e la Chiesa ritenuta legittima dalla gerarchia “romana”. Vi è da sottolineare, inoltre, che i presuli erano ritenuti illegittimi, ma le ordinazioni erano da considerarsi valide. Questa presa di posizione da Parte del Padre del Concilio, esternata anche dal futuro Poalo VI, non fu però priva di problemi e contraddizioni.

Innanzi tutto, bisognò riconoscere che vi potevano essere, considerata la presenza di due Chiese differenti, due Vescovi incaricati di rappresentare la stessa diocesi: quello legittimo (che seppur espulso continuava a mantenere almeno formalmente la sua diocesi) e quello patriottico. In secondo luogo, bisognava considerare che invitare dei vescovi autoproclamati poteva voler dire “tollerare” i soprusi inflitti ai vescovi legittimi della stessa diocesi detenuti nelle prigioni comuniste: questo fu il caso della Diocesi di Shanghai, dove il vescovo legittimo, Gong Pinmei, era stato privato della libertà, mentre Zhang Jiashu era stato consacrato democraticamente con il benestare del Governo.

In situazioni simili, la Santa Sede non poteva dialogare direttamente con il presule “patriottico” per non apparire condiscendente alla politica religiosa del partito comunista. La strategia teorizzata in un primo momento fu quella di fare in modo “che i vescovi missionari espulsi, senza più alcuna speranza di poter tornare in Cina, rassegnassero le dimissioni, come alcuni avevano già fatto, assumendo nuovi incarichi”, ma per i motivi sopra riportati, relativi principalmente alle incarcerazioni, questa via non fu percorribile.

Indipendentemente dalle difficoltà, Giovanni XXIII volle fare il possibile per comprendere a pieno la situazione cinese e per incanalare la questione sulla via del dialogo con i cattolici patriottici. Per avere un completo quadro di riferimento su quanto stesse avvenendo, il Pontefice convocò i 59 vescovi incaricati di rappresentare la Cina (e che come precedentemente ricordato non provenivano dalla Repubblica Popolare) in un’udienza tenutasi il 26 novembre del 1962. Dai diari del Papa è possibile leggere:

“alle 18.30: arcivescovi e vescovi esuli dalla Cina in n. di 59 e presenti per il Concilio. Mi informai bene su tutto e amabilmente con ciascuno. V’erano anche quelli meno infelici e risiedenti a Formosa”

Gli argomenti trattati in quell’udienza si possono leggere in alcune note presenti nelle agende del pontefice, le Pater Amabilis, che fecero chiarezza sulla volontà dei 59 presuli rispetto alla convocazione a Roma dei cattolici patriottici. Seppur la maggior parte dei vescovi fosse favorevole all’invio di un invito ufficiale, alcuni di essi scelsero la via della prudenza.

Non essendovi relazioni diplomatiche tra la santa Sede e Pechino si decise di tentare per altre vie. La più celebre fu quella indicata da Giorgio La Pira. Seguendo le indicazioni del professore fiorentino, si avviarono contatti presso l’ambasciata cinese al Cairo (attraverso la quale, quest’ultimo, coltivava un rapporto epistolare proficuo e duraturo con il regime di Mao). Nonostante la disponibilità di Giorgio la Pira (che nel frattempo aveva proposto di sfruttare anche le poche ambasciate cinesi presenti in Europa per inoltrare gli inviti) e la volontà di Giovanni XXIII, le lettere di invito, da trasmettere attraverso l’ambasciata cinese al Cairo, non partirono dalla Segreteria di Stato. Come ha minuziosamente ricordato Loris Capovilla, segretario di Papa Roncalli:

“la questione venne sottoposta all’organo pontificio competente: la Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari, che aveva come suo prefetto il segretario di Stato cardinale Amleto Cicognani, segretario l’arcivescovo Antonio Samorè e sottosegretario monsignor Agostino Casaroli. Ne erano membri i cardinali Eugenio Tisserant, Clemente Micara, Giuseppe Pizzardo, Benedetto Aloisi Masella, Giuseppe Ferretto, Giacomo Luigi Copello, Gregorio Pietro Agagianian, Valerio Valeri, Pietro Ciriaci, Giovanni Battista Montini, Paolo Marella, Gustavo Testa, Ildebrando Antoniutti, Efrem Forni, Alfredo Ottaviani […] All’adunanza svoltasi, nel giugno 1962, erano presenti in 12. Il voto finale risultò così ripartito: nove votarono negativamente alla domanda se conveniva trasmettere gli inviti tramite una delle poche ambasciate della Repubblica Popolare in Europa; tre positivamente. I nove temevano che l’invito così trasmesso potesse apparire riconoscimento di quel Governo”

La tristezza di Giovanni XXIII per il fallimento del dialogo con i cattolici patriottici cinesi si evince dalla conclusione del Memoriale di Capovilla:

“nel portare il risultato della consultazione a Giovanni XXIII, l’arcivescovo Dell’Acqua, Sostituto, visibilmente affranto, mi disse: si metta in ginocchio davanti al Papa e lo preghi di seguire il consiglio della minoranza. Lo assecondai. Il Papa ascoltò amabilmente, lodò la passione di Dell’Acqua e mia, e conchiuse: in questa materia non ho il dono dell’infallibilità. Non posso andare con tre contro nove”

Il tempo di Giovanni XXIII era giunto al termine, ma un solco era stato prodotto nell’arido terreno del dialogo tra Cina e Santa Sede.

Nel prossimo appuntamento di “I Papi e la Cina” verrà affrontato il periodo più difficile dei rapporti  tra Pechino e Roma: la Grande Rivoluzione Culturale (1966 – 1976). Contestualmente verranno riportate e analizzate le numerose aperture che il nuovo Pontefice, Paolo VI, rivolse allo sconfinato stato asiatico.

William de Carlo per Policlic.it

Fonti

[1] E. Giunipero, Chiesa Cattolica e Cina Comunista, p. 103

[2] E. Giunipero, Chiesa Cattolica e Cina Comunista, p. 110

[3] Dati riportati da Elisa Giunipero in Chiesa Cattolica e Cina Comunista, cit, p. 114”

[4] E. Giunipero, Chiesa Cattolica e Cina Comunista, p. 114

[5] E. Ducornet, La Chiesa e la Cina, Editoriale aca Book SpA, Milano 2008, p. 54

[6] Lo statuto si compone interamente di 12 articoli: 1) Questa associazione assume il nome di Associazione patriottica cattolica cinese; 2) Cit. nel testo; 3) L’organo supremo di questa associazione è la conferenza dei delegati dell’associazione patriottica cattolica cinese, i cui compiti sono: stabilire e modificare lo statuto dell’associazione; ascoltare ed esaminare i rapporti sul lavoro del Comitato; eleggere i membri che formano il Comitato dell’associazione; 4) Al di fuori delle sessioni della Conferenza dei delegati dell’associazione patriottica cattolica cinese, il comitato dell’associazione ha l’incarico di eseguire le decisioni della Conferenza dei delegati e di promuovere gli affari dell’Associazione; 5) Il Comitato dell’associazione elegge tra i suoi membri un certo numero di persone che formano il Comitato permanente, il quale, al di fuori delle sessioni del comitato, è incaricato di eseguirne le decisioni e di sbrigare gli affari dell’associazione; 6) L’associazione ha un presidente e diversi vice-presidenti, eletti dal comitato e incaricati di dirigerne il lavoro. È stato nominato un segretario generale e diversi sottosegretari che assisteranno il presidente nella gestione degli affari ordinari. Il presidente e i vice-presidenti e i membri del Comitato restano in carica per tre anni e possono essere rieletti; 7) Il comitato dell’associazione, deve, in base alle necessità dei lavori, istituire diversi servizi; 8) La conferenza dei delegati cattolici cinesi si riunisce una volta ogni tre anni. Se è necessario, la convocazione della conferenza può essere anticipata o ritardata. 9) Il comitato dell’associazione si riunisce una volta all’anno. IL comitato permanente si riunisce una volta ogni sei mesi. Se è necessario le riunioni dei comitati possono essere anticipate o ritardate; 10) Il Comitato permanente è incaricato di trovare i fondi necessari a coprire le spese dell’associazione; 11) la sede dell’associazione è a Pechino; 12) Lo statuto dell’associazione entra in vigore dopo l’approvazione da parte della conferenza dei delegati dell’Associazione patriottica cattolica cinese. Testo emendato.

[7] G. Raffo, La cina e la Santa Sede negli anni Cinquanta, p. 364

[8] F.R. Poleggi, La persecuzione dei cattolici in Cina – L’anello e il dragone, Sugarco Edizioni S.r.l., Milano 2012, p. 39

[9] A.S. Lazzarotto, Quale futuro per la Cina?, p.90

[10] F.R. Poleggi, La persecuzione dei cattolici in Cina – L’anello e il dragone, cit., p. 41

[11] E. Giunipero, Chiesa Cattolica e Cina Comunista, p. 154

[12] Citato in: G. Raffo, La Cina e la Santa Sede negli anni Cinquanta, cit., p. 366

[13] E. Giunipero, Chiesa Cattolica e Cina Comunista, p.171

[14] Ibidem.

[15] A.S. Lazzarotto, Quale futuro per la Cina?, p. 90

[16] E. Giunipero, Chiesa Cattolica e Cina Comunista, p. 175

[17] G. Raffo, La cina e la Santa Sede negli anni cinquanta, cit., p. 370

[18] E. Giunipero, Chiesa Cattolica e Cina Comunista, p. 187

[19] E. Giunipero, Chiesa Cattolica e Cina Comunista, p. 189

[20] R. Laurentin, Cina e cristianesimo – al di là delle occasioni mancate, p. 181

[21] R. Laurentin, Cina e cristianesimo – al di là delle occasioni mancate, p. 181

[22] E. Giunipero, La Chiesa cattolica e la Cina dalla rivolta dei Boxer al Concilio Vaticano II, in “La Chiesa e le culture – Missioni cattoliche e scontro di civiltà”, AA.VV., Edizioni Angelo Guerini e Associati SpA, Milano 2005

[23] Ibidem.

[24] Ibidem.

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