I Papi e la Cina nazionalista

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Nostra Signora di Sheshan, patrona della Cina. Fonte immagine: www.preghiamo.org

Il 22 settembre del 2018 la sala stampa vaticana ha diramato un comunicato ufficiale con il quale informava dell’avvenuta firma di un accordo provvisorio tra la Santa Sede e la repubblica Popolare cinese sulla nomina dei Vescovi. Questo avvenimento rappresenta innegabilmente uno dei momenti più “alti” della diplomazia vaticana e del pontificato di Papa Francesco. Non bisogna, però, guardare a questo evento storico come un evento isolato, ma bisogna collocarlo nel solco tracciato dai predecessori di Bergoglio nella ricerca di un dialogo “solido ed efficace” con le autorità comuniste cinesi. Il lavoro proposto in questa sede, seppur condizionato da esigenze di sintesi, vuole offrire al lettore un quadro di riferimento per quanto possibile esaustivo al fine di comprendere le dinamiche politiche, sociali e culturali che hanno portato alla firma dello storico accordo nel settembre 2018.
Una delle questioni più affascinanti e dibattute nell’ambito del Cristianesimo contemporaneo è senz’altro la storia delle relazioni diplomatiche tra la Chiesa Cattolica e la Cina, sia nella sua connotazione nazionalista (1916 – 1949) che in quella comunista (1949 – oggi).

Nel seguente articolo, il primo di tre dedicati alla questione, si presterà attenzione alla genesi dei rapporti tra la Chiesa e i primi governi repubblicani della storia cinese, per arrivare, infine, alla guerra civile e alla conquista del potere da parte delle truppe popolari fedeli a Mao, il Grande Timoniere.

Benedetto XV e la sfida cinese

Fonte immagine: www.panorama.it

La fine della dinastia Qing nel 1911, unita alle numerose rivolte di stampo nazionalista, segnò un momento fondamentale nella storia delle relazioni tra la Chiesa Cattolica e lo stato cinese. La caduta del millenario impero cinese, infatti, coincise con il periodo di forte evangelizzazione prospettata dal Pontefice Benedetto XV. Nel 1919, con la lettera apostolica Maximum Illud, lo stesso pontefice dettò la linea di una nuova strategia missionaria finalizzata alla costruzione di Chiese locali guidate da clero e Vescovi autoctoni:[1]

“Chi presiede alla Missione deve rivolgere le sue principali premure alla buona formazione del clero indigeno, sul quale specialmente sono riposte le migliori speranze delle nuove cristianità. Infatti, il sacerdote indigeno, avendo comuni con i suoi connazionali l’origine, l’indole, la mentalità e le aspirazioni, è meravigliosamente adatto a instillare nei loro cuori la Fede, perché più di ogni altro conosce le vie della persuasione. Perciò accade spesso che egli giunga con tutta facilità dove non può arrivare il missionario straniero”[2]

Lo scenario cinese, in quella contingenza storica, divenne un laboratorio spirituale per l’inculturazione del Cristianesimo nella popolazione locale e per la costruzione di una gerarchia e di una chiesa autoctone. È ragionevole pensare che a giocare un ruolo fondamentale nella stesura della suddetta lettera apostolica – e a generare un cambio di rotta radicale nei confronti delle missioni cinesi – fu l’atteggiamento dei missionari operanti in loco. A seguito della seconda guerra dell’Oppio, infatti, i missionari cattolici si trovarono ad operare in Cina sotto passaporti e protezione francese, alimentando, così, un tacito scambio di favori che permise ai sacerdoti europei di avere protezioni e agevolazioni diplomatiche, e agli stati occidentali (su tutti la Francia) di praticare la celebre “politica della cannoniera”[3]. I sacerdoti europei in missione, che precedentemente si recavano nel territorio cinese consapevoli del pericolo al quale andavano incontro, si trovarono così in una posizione di forza rispetto al Governo cinese. Il legame tra le missioni apostoliche e gli stati occidentali, fondato sulla lingua, sulla cultura e sul patriottismo, diede vita a un numero considerevole di ingiustizie perpetrate nei confronti della popolazione autoctona.[4]

Tale atteggiamento, però, non passò inosservato agli occhi di P. Vincent Lebbe, un missionario lazzarista giunto in Cina nel 1901. Rivoluzionario nel modo di intendere l’evangelizzazione, P. Lebbe si convinse della necessità di dar vita a un cristianesimo in forme cinesi scevro da condizionamenti gerarchici occidentali e capace di combattere il pregiudizio di superiorità della civiltà europea in ambito spirituale. Per diffondere il suo pensiero, il missionario lazzarista (che rifiutò la protezione diplomatica francese) studiò la lingua cinese fino a padroneggiarla perfettamente e fondò nel 1912 la rivista settimanale Kuang-i-lu (divenuta poi quotidiano nel 1915 sotto il nome di Yshipao). Il suo atteggiamento critico nei confronti dei metodi utilizzati dai missionari occidentali nello stato cinese non rimase estraneo a Roma.[5] Il 18 settembre del 1917, infatti, una missiva firmata V. Lebbe informò i vertici cattolici della situazione e delineò quella che sarebbe stata la futura strategia missionaria della Chiesa cattolica: “diseuropeizzazione” della Chiesa straniera e naturalizzazione della Chiesa cinese, accettazione del legittimo patriottismo del popolo cinese e promozione all’episcopato di preti cinesi, secondo il loro valore e il loro merito.[6]

Da Roma, quindi, si guardò con interesse a questa vasta terra che viveva una fase di tortuosa evoluzione. Si decise di considerare quella cinese come la più importante delle missioni di evangelizzazione e di dedicare a questa un numero ingente di uomini e mezzi economici per combattere sui tre fronti caldi che davano una connotazione negativa al cristianesimo in Cina: il protettorato francese; lo ius commissionis[7], definito successivamente da Costantini “feudalesimo territoriale”; l’occidentalismo imperante nelle missioni evangeliche.[8]

Al fine di ridimensionare l’etichetta di religione straniera, legata agli interessi espansionistici occidentali e contraria al bene della Cina[9], il Pontefice vietò al clero, indigeno e non, di ingerire negli affari politici e nazionali degli stati. Intento di Benedetto XV, quindi, fu quello di dar vita a un “esercito” missionario particolarmente istruito e in grado di combattere il preconcetto secondo il quale “la religione cristiana non [fosse] altro che la religione di una data nazione, abbracciando la quale uno viene a mettersi alla dipendenza di uno stato estero, rinunciando in tal modo alla propria nazionalità”[10].

L’istruzione divenne il perno delle nuove missioni evangeliche. Una rilevante novità contenuta nella rivoluzionaria e “moderna” enciclica Maximu Illud, infatti, fu l’obbligo di studiare sia la lingua delle terre di missione che gli usi e i costumi del popolo autoctono, per esprimere, attraverso di essi, una migliore e più naturale diffusione del Vangelo.

Grazie a queste innovazioni cambiò il paradigma di lettura delle missioni di evangelizzazione. Dall’imposizione di una gerarchia missionaria proveniente da uno stato terzo, si passò alla volontà di favorire la crescita di una gerarchia e di una Chiesa locali.[11]

Celso Costantini e il primo Sinodo cinese

Celso Costantini in Cina. Fonte immagine: Osservatore Romano

I precetti contenuti nella lettera apostolica Maximum Illud furono portati all’attenzione del clero cinese negli anni successivi alla morte del suo ideatore, Benedetto XV, avvenuta nel 1922. A raccogliere l’eredità di Benedetto XV fu chiamato al Soglio Pontificio Pio XI. Quest’ultimo, palesando una linea di continuità con il suo predecessore nell’attenzione alla “questione cinese”, nominò come delegato apostolico in Cina l’arcivescovo Celso Costantini.

La nomina di Costantini si inserì in un più ampio disegno che partiva dalle rimostranze di p. Lebbe, passava per l’emanazione della Maximum Illud da parte di Benedetto XV e finiva per incontrare il sostegno di Pietro Gasparri e Willem Marinus van Rossum, rispettivamente cardinal segretario di stato e cardinal prefetto di Propaganda Fide.

Prima di intraprendere il viaggio che lo avrebbe condotto nella terra di missione, il nuovo delegato apostolico passò un periodo a Roma, nel quale dovette formarsi e istruirsi sulla società cinese del tempo e sul lavoro svolto sino a quel momento dalle diverse missioni operanti in loco. Qui apprese e studiò la Maximum Illud, presentatagli come la Magna Charta delle missioni apostoliche, nonché come il documento programmatico da realizzare durante la sua permanenza nella terra cinese. Familiarizzò così con le nuove strategie poste in essere dal vecchio pontefice (e condivise interamente dal nuovo vescovo di Roma) che, come sottolineato, vertevano principalmente sulla formazione culturale del clero indigeno, sulla cessazione di benefici dei missionari occidentali e sulla lotta al nazionalismo presente nelle missioni provenienti da stati terzi. Nella formazione dell’arcivescovo, oltre ai dirigenti di Propaganda Fide, ebbe un ruolo fondamentale anche il Cardinale Segretario di Stato Pietro Gasparri.[12] Quest’ultimo illustrò al nuovo delegato apostolico la realtà missionaria cinese, che si presentava come una realtà foriera di tensioni tra clero autoctono e missionari esteri, nonché di problematiche relative alla nuova condizione socio-politica di stampo marxista sviluppatasi in Cina già durante la fase repubblicana nazionalista.[13]

Giunto in Cina, infatti, Costantini si accorse che per mettere in atto le disposizioni contenute nella lettera apostolica del Vescovo di Roma avrebbe dovuto combattere una guerra “intestina” al cristianesimo. I principali oppositori alla nuova strategia missionaria venivano dalle fila dei missionari non autoctoni, intenti a difendere i valori nazionali occidentali e i privilegi maturati nel corso del tempo. Poté verificare, inoltre, che le lagnanze di p. Lebbe e le preoccupazioni di Benedetto XV rispondevano a realtà: la popolazione cinese percepiva il Cristianesimo come la religione degli altri, dei dominatori.

Avendo sposato le idee “moderniste” di Benedetto XV e avendo un considerevole senso di obbedienza nei confronti del nuovo pontefice Pio XI, Costantini si impegnò senza indugiare a mettere in pratica gli obiettivi fissati per la sua missione. Rifiutò sin da subito di partecipare agli incontri ufficiali con le autorità cinesi in compagnia di diplomatici occidentali e stabilì la sua residenza fuori dalle legazioni di stati europei. Al riguardo è possibile leggere nelle sue memorie:

“di fronte specialmente ai Cinesi, ho creduto opportuno di non dover accreditare in alcun modo il sospetto che la religione cattolica apparisca come messa sotto tutela e, peggio ancora, come strumento politico al servizio delle nazioni europee. Volli, fin dai miei primi atti, rivendicare la mia libertà d’azione nell’ambito degli interessi religiosi, rifiutando di essere accompagnato presso le Autorità civili locali dai Rappresentanti di Nazioni estere. Avrei fatto la figura di essere in Cina in subordine a quei Rappresentanti”[14]

Grazie al suo atteggiamento, Costantini non tardò a inimicarsi i governi degli stati cattolici del vecchio continente, ma impresse una nuova via al cristianesimo di matrice cinese.

La manifestazione massima del suo zelo evangelizzatore si ebbe con la convocazione del primo Concilio cinese della storia. Se è vero che di Concilio si parlasse già negli anni precedenti al suo arrivo in Cina, è altrettanto vero che la sua presenza impose una più rapida composizione dell’assise.

Ottenuto l’impramatur dal card. Van Rossum (prefetto di Propaganda Fide) e ricevuta la nomina a legato pontificio da parte di Pio XI, Costantini si apprestò a dirigere, presiedere e organizzare i lavori dell’imminente Sinodo. Questo evento di portata storica, tenutosi tra il 14 maggio e il 12 giugno del 1924, necessitò di una fase di preparazione piuttosto complessa che impegnò il nuovo legato Pontificio per tutto il 1923. La nomina di due sacerdoti autoctoni a dirigenti di due diocesi nello stato cinese garantì la presenza di esponenti locali al sinodo lasciando intendere un chiaro cambio di rotta nell’amministrazione cattolica del territorio cinese (nessun cattolico autoctono aveva mai partecipato a un Sinodo cattolico in Cina). La città destinata ad ospitare il concilio fu Shanghai, considerata dai missionari del tempo – e dallo stesso Costantini – la “capitale morale” dello stato asiatico.

Le tematiche da affrontare nel Concilio furono modellate sulla base dei precetti indicati nella Maximu Illud. Durante lo svolgimento del Sinodo, infatti, si ebbe modo di comprendere che lo stesso non era finalizzato al mantenimento o al miglioramento dello status quo, bensì alla creazione di una Chiesa cinese e locale. Tutto ciò si presentò agli occhi delle congregazioni missionarie operanti in loco come uno sconvolgimento dell’ordine costituito in grado di minare alla base il prestigio e gli interessi delle stesse congregazioni.

Con una lettura tutt’affatto particolare della Maximum Illud, Celso Constantini seppe apportare importanti novità nello scenario missionario sia cinese che internazionale. Tra queste vale la pena ricordare quelle riportate nel libro IV[15] dei decreti prodotti dal Concilio: 1) I missionari smisero di essere considerati parroci e iniziarono ad essere visti come “uomini di passaggio” in virtù del loro dovere di essere annunciatori del Vangelo attuando il docete omnes gentes[16]; 2) Si affermò la necessità di istruire al meglio i seminaristi cinesi; 3) Si cercò di creare le condizioni per la nascita e la formazione di congregazioni cinesi; 4) Si decise di privilegiare i seminari cinesi rispetto a quello missionari e si definì il loro ruolo nella società cinese e nella gerarchia cattolica; 5) Si invitarono i missionari a non discriminare il popolo cinese, a non generalizzare rispetto agli sbagli compiuti da qualcuno di loro, a promuovere e difendere il loro patriottismo; 6) Si vietò il pubblico disprezzo nei confronti di antichi pensatori come Confucio e Mencio, ritenuti autori con un buon principio morale, ma in un contesto errato; 7) Si stimolò la nascita di fondazioni e opere caritatevoli; 8) Si gettarono le basi per la creazione di una stampa cattolica finalizzata alla nascita di un movimento letterario cinese.

Ciò che rese particolarmente soddisfatto il delegato apostolico, inoltre, fu il temaDe abolitione prostrationum coram sacerdotibus trattato nel titolo XII del suddetto concilio. Grazie a questo provvedimento il Sinodo cinese decretò l’abolizione delle prostrazioni (eseguite chinando il capo fino in terra) che gli indigeni erano dovuti ad osservare in presenza di missionari occidentali.[17]

Gli ultimi provvedimenti degni di nota furono l’obbligo spettante a ogni missionario straniero di apprendere la lingua cinese nel primo anno della missione, l’aumento delle regioni amministrative, lievitate da 5 a 17, ma soprattutto la possibilità di ordinare dei vescovi autoctoni.

Pio XI, la Rerum Ecclesiae e i primi Vescovi Cinesi

Pio XI. Fonte immagine: alleanzacattolica.org
“Sia che si guardino le sterminate estensioni di luoghi non ancora aperti alla cristiana civiltà, o l’immenso numero di coloro che sono ancora privi dei benefìci della redenzione, o le necessità e le difficoltà da cui i missionari, per la scarsezza del numero, si sentono impacciati e trattenuti, è necessario che i Vescovi e tutti i cattolici si adoperino concordemente perché il numero dei sacri legati cresca e si moltiplichi. Pertanto, se in ogni vostra diocesi vi sono giovinetti o chierici o sacerdoti, che diano segno di essere da Dio chiamati a così sublime apostolato, anziché contrastarli in alcun modo, dovete col favore e con l’autorità vostra secondarne le propensioni e i desideri”[18]

La lettera enciclica Rerum Ecclesiae, indirizzata da Pio XI a tutti gli uomini della gerarchia ecclesiastica nel 1926, fu la naturale conseguenza delle azioni intraprese da Benedetto XV nei confronti delle missioni evangelizzatrici. Con il passo sopra citato, seppur non in modo chiaro e diretto, si aprì la strada a un evento rivoluzionario nella storia contemporanea: la nomina di sei vescovi di nazionalità cinese.

A Roma, il 29 ottobre del 1926, a pochi mesi dalla diffusione dell’enciclica di Pio XI, si consumò quello che agli occhi di molti parve un miracolo: Odorique Tcheng, Melchior Suen. Philippe Tchao, Joseph Hou, Louis Tchen e Simon Tseu vennero consacrati vescovi dallo stesso Pontefice.[19] La nomina di questi sei vescovi di nazionalità cinese scosse gli animi dei cattolici europei e raccolse la benedizione di padre Lebbe, convocato da Roma con un telegramma e giunto a Roma dal Belgio per assistere ai frutti del suo importante lavoro svolto in Cina all’inizio del Secolo.[20]

La notizia generò un elevato tasso di attenzione, soprattutto se si considera che l’ultimo vescovo di origine cinese ad apparire negli annali della Chiesa cattolica fu Gregorio Lo, che visse in Cina dal 1616 al 1690. A distanza di quasi tre secoli, quindi, il mondo cattolico poté nuovamente abbracciare dei vescovi non occidentali. L’apertura nei confronti della Cina da parte di Pio XI, infatti, diede vita nel giro di pochi anni ad un periodo di importante evangelizzazione in ogni parte del mondo attraverso nomine  e consacrazioni di vescovi indiani, giapponesi, vietnamiti e africani.

È importante sottolineare, infine, che a rendere effettivo, palese e inequivocabile il nuovo corso della Chiesa Cattolica in estremo Oriente fu la lettera apostolica Ab ipsis diretta dal pontefice a tutti i vicari e prefetti apostolici dello stato cinese prima ancora della consacrazione dei vescovi nella capitale italiana.[21]

Pio XII e la complessa “questione dei Riti”

Il periodo dei torbidi, conclusosi con la schiacciante vittoria di Chiang Kai-shek sul governo Beiyang nel 1928 e con il ridimensionamento delle mire espansionistiche comuniste, portò il Kuomintag al potere per i successivi ventuno anni. Lo stesso “generalissimo” decidendo di convertirsi al cristianesimo (versante protestante) diede l’impressione di voler aprire una stagione favorevole nei confronti delle missioni evangelizzatrici.[22] Questa scelta porterà, come si vedrà più avanti, alla creazione di una gerarchia ecclesiastica cinese.

Il nuovo governo, inoltre, dovette affrontare uno dei periodi più cupi della storia contemporanea nel continente asiatico: l’invasione giapponese della Manciuria (1931). Questo episodio aprì una questione calda nel panorama cattolico cinese: la questione dei riti.

Una volta conquistate le cinque province al nord della Cina, il Giappone diede vita a uno stato fantoccio formalmente indipendente chiamato Manciukuò, ponendo, a capo dello stesso, l’ultimo imperatore dalla dinastia cinese dei Quing destituita nel 1911: P’u-i.[23]  Al fine di porre fine all’eccidio dei cristiani avviato nel neonato stato giapponese, la Santa Sede riconobbe prontamente[24] il suddetto stato nel 1932. Nonostante l’allacciamento delle relazioni diplomatiche, a tutti i cattolici cinesi fu imposta la partecipazione ai riti in onore di Confucio e dell’imperatore[25], proibiti nel 1742 con la Bolla papale Ex Quo Singulari da Benedetto XIV.[26]

Fu in questa particolare circostanza che Monsignor Gaspais, “rappresentante della Santa Sede presso il governo del Manchukuo”, tentò di fare chiarezza sull’annosa questione dei riti. Dopo diversi colloqui con il ministro degli esteri del neonato stato, si ebbe contezza del valore “puramente civile” dei riti imposti alla popolazione locale. Nel 1935 si poté sottoporre la questione al pontefice Pio XI che, verificata la “laicità” dei riti, concesse delle piccole aperture, riducibili principalmente alla partecipazione passiva dei cattolici alle cerimonie confuciane e alla possibilità di esporre immagini di Confucio nelle scuole, senza però esibire altari, incensi, candele o altri oggetti in grado di rievocare il carattere sacro dell’antica tradizione.

Pio XII. Fonte immagine: cleofas.com.br

L’apertura di Papa Ratti fu solo il primo passo che portò, nel 1939, al decreto Plane Compertum, promulgato da Propaganda Fide e confermato dal nuovo Pontefice Pio XII. Grazie a questo decreto si estese a tutti i cattolici cinesi la possibilità di onorare Confucio e gli antenati attraverso i vecchi riti propri della tradizione asiatica, scevri, però, dalla componente spirituale. È bene sottolineare, come ricordato da Padre Lazzarotto, che il rito in Cina “non è classificabile semplicemente come rito religioso, culturale, civile o politico; è molto di più: il rito è principio fondamentale della civiltà cinese, che regola e informa il comportamento relazionale dell’uomo in tutti i suoi aspetti”. Lo stesso Lazzarotto ricorda ancora che “nel corso della dinastia Qing, di origine mancese e interessata a costituirsi una legittimità culturale presso la nazione cinese, si diede particolare importanza al valore originario del rito assurto a fondamento civile della convivenza sociale”.[27]

La conferma del decreto Plane Compertum, quindi, operata da Eugenio Maria Giuseppe Pacelli, salito al trono pontificio il 2 marzo del 1939 sotto il nome di Pio XII, ebbe un importante ruolo nell’avvicinamento tra la Chiesa cattolica, la Società cinese e il Governo nazionalista.

L’allacciamento delle relazioni diplomatiche e la prima gerarchia ecclesiastica cinese

Durante il pontificato di Papa Pacelli, infatti, si ebbero numerose svolte in ambito diplomatico tra la Santa Sede e il Governo cinese di Chiang Khai-Shek. La svolta più considerevole si concretizzò il 28 novembre del 1946 quando Antonio Riberi divenne il primo nunzio apostolico della storia cinese. Dietro questa nunziatura vi fu un lavoro diplomatico durato tre anni che vide coinvolti: Dom Lu Tseng-tsiang, ex Ministro degli esteri dello stato cinese e monaco benedettino, al quale si deve l’abolizione dei privilegi derivanti dalla trattati ineguali; Monsignor Bernardini, nunzio apostolico in Svizzera; e Sie Cheu-Kang, dapprima incaricato di affari della Legazione di Cina a Berna e successivamente accreditato presso Pio XII come ministro plenipotenziario cinese. [28]

La nomina dell’internunzio Riberi fu certamente “favorita” dal disinteressamento della Francia che, in virtù dei vituperati trattati ineguali, si erse fino a quel momento a protettrice degli interessi della popolazione cattolica in Cina, osteggiando le numerose trattative diplomatiche avviate tra la S. Sede e i diversi governi cinesi.

Un’altra considerevole tappa raggiunta nel 1946 sotto il pontificato di Pacelli, fu la creazione a Cardinale del cinese Monsignor T’ien. La nomina del primo cardinale cinese avvenne grazie alla pubblicazione della costituzione apostolica Quotidie Nos che pose fine al regime temporaneo dei vicariati (in vita da circa tre secoli) e permise alla Chiesa di Cina di divenire realmente autoctona attraverso una propria gerarchia: vennero istituiti 20 arcivescovati e 79 diocesi. Infine, come ricordato dallo storico René Laurentin, considerato il più importante teologo mariologo del ‘900, la situazione della Chiesa in Cina, negli anni 1947-1948 era la seguente: 3.251.347 cattolici a fronte di 5.000.000 di cristiani e 190.850 catecumeni. Per ciò che concerne la gerarchia si potevano annoverare sotto le circoscrizioni ecclesiastiche: 5.588 preti (di cui 2542 con cittadinanza cinese), 1070 monaci (di cui 663 cinesi), 6753 suore (di cui 4171 cinesi), 803 seminaristi, 3 università cattoliche, 202 scuole secondarie, 1849 scuole primarie, 194 tra ospedali e ospizi, 6 lebbrosari, 257 orfanotrofi, 864 dispensari e 29 tipografie.[29]

Un anno prima della storica nomina di Antonio Riberì e del cardinale T’ien, il Giappone capitolava sotto gli ordigni atomici degli stati uniti producendo un vuoto di potere nelle regioni del Nord riunite nello stato fantoccio del Manchukuo. Una volta tornate sotto il controllo dello stato cinese, queste province vennero contese dalle truppe governative di Chang Khai-Shek e le truppe rivoluzionarie di Mao Tse-Tung: erano gli albori della guerra civile che andava profilandosi nel millenario stato asiatico.

William De Carlo per Policlic.it

Fonti

[1] E. Giunipero, Chiesa Cattolica e Cina Comunista, Editrice Morcelliana, Brescia, 2007, p. 10

[2] Benedetto XV, Lettera Enciclica- Maximum Illud, 1919, 2vatican.va, Roma

[3] Politica delle grandi potenze basata sull’intervento militare in aree coloniali o ex-coloniali (Dizionario Internazionale)

[4] R. Laurentin, Cina e cristianesimo – al di là delle occasioni mancate, Città Nuova Editrice, Roma, 1981, p. 156

[5] R. Simonato, Celso Costantini, tra rinnovamento cattolico in Italia e le nuove missioni in Cina, centro iniziative cultrali, 1985, Pordenone, p. 77

[6] R. Laurentin, Cina e cristianesimo – al di là delle occasioni mancate, cit. p. 162

[7] Diritto che permetteva ai missionari di sottomettere nella propria circoscrizione i fedeli indigeni.

[8] B.F. Pighin, Le imprese di Celso Costantini in Cina: decolonizzazione religiosa, plantatio Ecclesiae e inculturazione cristiana, in “Chiesa e stato in Cina – Dalle imprese di Costantini alle svolte attuale”, AA. VV, Marcianum Press s.r.l., Venezia 2010, p. 27

[9] Ibidem.

[10] Benedetto XV, Lettera Apostolica – Maximum Illud, 1919, 2vatican.va, Roma

[11] G. Valente, Ha fatto bene il mestiere di Papa, in “30 giorni”, internet ed., n. 11, 2001 http://www.30giorni.it/articoli_id_498_l1.htm

[12] A. Giovagnoli, Roma e Pechino – La svolta extraeuropea di Benedetto XV, Edizioni Studium, Roma 1999, p. 61

[13] A. Giovagnoli, Roma e Pechino – La svolta extraeuropea di Benedetto XV, Edizioni Studium, Roma 1999, p. 61

[14] G. Valente, Pechino, il Papa e quei sabotaggi occidentali, Vatican Insider, Internet ed., 30/18/2016, Roma http://www.lastampa.it/2016/08/30/vaticaninsider/pechino-il-papa-e-quei-sabotaggi-occidentali-DPew9bq5wfkBkOjoYW4BcO/pagina.html

[15] Vi sono complessivamente 5 libri contenenti i decreti prodotti dal Concilio.

[16] Mt 28,19-20 – 19 “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, 20 insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

[17] B.F. Pighin, Le imprese di Celso Costantini in Cina: decolonizzazione religiosa, plantio Ecclesiae, cit, p. 29

[18] Pio XI – Lettera Enciclica “Rerum Ecclesiae” – w2vatican.va, 1926, Roma

[19] R. Simonato, Celso Costantini, tra rinnovamento cattolico in Italia e le nuove missioni in Cina, cit, p. 95

[20] R. Laurentin , Cina e cristianesimo – al di là delle occasioni mancate, cit, p. 164

[21] Simonato R., Celso Costantini, tra rinnovamento cattolico in Italia e le nuove missioni in Cina, cit, p. 96

[22] A.S. Lazzarotto, Quale futuro per la Cina?, EMI, Bologna 2012, p. 45

[23] G. Valente, Vaticano-Manchukuo: non servono i mea culpa, in “30 giorni” internet ed., n. 10, 2005 – http://www.30giorni.it/articoli_id_9484_l1.htm

[24] Per parere contrario consultare: G. Valente, Vaticano-Manchukuo: non servono i mea culpa, in “30 giorni” internet ed., n. 10, 2005 e A. Santini, Cina e Vaticano. Dallo scontro al dialogo, cit, p. 102

[25] Al fine di assicurare la sottomissione del popolo cinese al governo giapponese si reintrodusse l’insegnamento del Wang Tao, la dottrina confuciana che impose la piena lealtà verso il sovrano. I rituali in onore di Confucio e dell’imperatore vennero resi obbligatori nelle scuole sia al personale docente che agli studenti.

[26] R. Laurentin, Cina e cristianesimo – al di là delle occasioni mancate, cit, p. 165

[27] A.S. Lazzarotto, Quale futuro per la Cina?, cit., p. 69

[28] R. Laurentin, Cina e cristianesimo – al di là delle occasioni mancate, cit, p. 165

[29] R. Laurentin, Cina e cristianesimo – al di là delle occasioni mancate, cit, p. 165

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