I piani della politica italiana nei confronti dell’Unione Europea

Indice:

La gaffe di Jean-Claude Juncker

Tra gli europeisti e i “riformatori”

Tra gli euroscettici, bi-partisan 

Il “caso” MoVimento 5 Stelle

La “coalizione” di centro-destra

di Jean-Claude Juncker – Cronistoria recente della politica italiana in Europa e viceversa

“C’è un inizio di marzo molto importante per l’Unione Europea. C’è il referendum SPD in Germania e le elezioni italiane, e sono più preoccupato per l’esito delle elezioni italiane che per il risultato dell’SPD. [..] Dobbiamo prepararci allo scenario peggiore. Il peggiore scenario potrebbe essere nessun governo operativo in Italia.”
(Jean-Claude Juncker, 22 Febbraio 2018)

Le parole di sei giorni fa del presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, a seguito delle quali (come “dote” per il nostro Paese) la Borsa di Milano ha chiuso in calo dello 0,84% (“maglia nera” della giornata di contrattazioni), possono esemplificare ancora una volta il difficoltoso, altalenante e contraddittorio rapporto tra l’Italia e l’Unione Europea. A poco può infatti valere “l’immediata rettifica” di venerdì scorso, con la quale Juncker ha voluto “chiarire il fraintendimento” delle sue parole (“Non sono preoccupato [..], qualunque sarà l’esito elettorale, sono fiducioso che avremo un governo che assicurerà che l’Italia rimanga un attore centrale in Europa e nella definizione del suo futuro”): la “soddisfazione” per la chiusura settimanale in positivo di Piazza Affari (+ 0,95%) è (giustamente) effimera viste le reazioni trasversali della politica italiana, nel corso dei due giorni, alle dichiarazioni di Juncker.

C’è chi intende tranquillizzare l’Europa (Paolo Gentiloni, il premier uscente in quota PD),  chi lo invita “a smettere di fare terrorismo psicologico” (Renato Brunetta, FI), chi lo irride riconoscendogli il pregio di far avverare l’opposto delle sue parole (Matteo Salvini, Lega) e chi, come la leader di +Europa Emma Bonino, accusa gli autori dell’attuale legge elettorale (“Juncker dice quello che dicono tutti i commentatori. [..] Non è che stiamo facendo una grande figura di serietà”). C’è poi chi reinterpreta il badoeriano “Un bel tacer non fu mai scritto” (Nicola Fratoianni, Liberi e Uguali) e chi replica “alla politica dei diktat di Bruxelles” dandola per “morta e sepolta” (Fabio Massimo Castaldo, europarlamentare dei M5S).

Ma perché questo commento infastidisce tanto la politica nostrana quanto i cittadini italiani? “È possibile” che il Presidente della Commissione Europea abbia ragione sul rischio concreto di ingovernablilità del Paese, data la conformazione del nuovo sistema elettorale italiano, il Rosatellum Bis (qui un editoriale di Policlic.it sull’argomento)? Come detto precedentemente, questi “botta e risposta” altro non fanno che riempire altre pagine della storia tra l’Italia e l’Unione Europea, organizzazione che vede proprio l’Italia tra i suoi capisaldi. Un fatto “celebrato” lo scorso Maggio in occasione dei sessant’anni dei c.d “Trattati di Roma” che videro la nascita della Comunità Economica Europea, antesignana dell’attuale Unione.

L’UE ha tuttavia ha suscitato nella politica italiana un interesse estremamente altalenante nel corso dei decenni: di grande attualità e spendibilità durante le campagne elettorali per le elezioni europee (come non dimenticare i messaggi, in perfetto politichese, volti a portare la politica in Europa e l’Europa nella politica”), la stessa Comunità/Unione diveniva poi il c.d. “cimitero degli elefanti”, una proficua pensione per quei politici che si avviavano al tramonto della propria “carriera” e/o per coloro i quali non fossero stati in grado di farsi eleggere al Parlamento italiano. La cattiva nomea della classe politica italiana sulle tematiche comunitarie (come se fossero le uniche) è generalmente dovuta proprio a questo “processo di selezione” grazie al quale, tra Bruxelles e Strasburgo, venne inviata “la crème de la crème” della politica nostrana. La crema sì, ma quella avariata.

In aggiunta alla inadeguatezza politica, nonchè alla debolezza negoziale dell’Italia in Europa (difficile ottenere qualcosa con Frattini, Terzi di Sant’Agata, Mogherini, Gentiloni o Alfano come Ministri degli Esteri), vanno elencati brevemente alcuni eventi nella storia recente dei rapporti tra Italia ed Unione Europea:

1) l’adozione nel 1999 della moneta unica – l’euro, poi entrato in circolazione sostituendo la lira il 1 Gennaio 2002. Fortemente sostenuto dall’allora Presidente del Consiglio Romano Prodi (un politico molto apprezzato in Europa, sentimento che attualmente non è del tutto corrisposto in Italia) e l’allora Ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi;

2) l’approvazione nel 2001 (governo Amato II) della riforma del Titolo V della Costituzione (legge costituzionale 18 Ottobre 2001 n.3, con l’opposizione del centro-destra) che modificava l’articolo 117 stabilendo come “la potestà legislativa” fosse esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”;

3) la ratifica, datata 18 Febbraio 2003 (governo Berlusconi II con Forza Italia-Lega Nord-Alleanza Nazionale-UDC), del Regolamento di Dublino II, prosecuzione del precedente documento datato 15 Giugno 1990 in tema di immigrazione (qui un link al regolamento);

4) nel 2008, nel passaggio di consegne tra il governo Prodi II ed il Berlusconi IV, venne votata e approvata all’unanimità la ratifica del Trattato di Lisbona (31 Luglio – 8 Agosto 2008) “grazie” alla quale si ha l’attuale struttura riformata dell’Unione Europea.

Fonte : Wikimedia Commons

5) a seguito della “crisi economica e politica del 2011, tra il 12 ed il 23 Luglio 2012 ci fu la ratifica dell’applicazione del c.d. “Fiscal Compact” (inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione, drastica riduzione del deficit debito/PIL e obbligo di non superamento del deficit strutturale con norme costituzionali) e la creazione del c.d. Meccanismo Europeo di Stabilità (MES, comunemente noto anche come Fondo Salva-Stati).

L’autore? Il “governo tecnico” guidato dal “bocconiano” Mario Monti e nominato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (con dinamiche ben aldilà della “crisi politica” di sopra citata per le quali si potrebbe chiamare in causa,tra i tanti, lo scrittore Alan Friedman). Durante il governo Monti, le manovre “lacrime e sangue” per rientrare nei parametri europei (tra le quali va menzionata la c.d. “legge Fornero”) hanno contribuito ad ottantotto “suicidi di stato”* nel Paese, un numero destinato ad incrementare drasticamente, nei successivi governi Letta e Renzi, fino a raggiungere quota 775 casi accertati (più 500 tentativi non riusciti).

Contemporaneamente, al Parlamento Europeo si tentò (senza successo) di far approvare in gran segreto un trattato anti-contraffazione (ACTA Treaty) sconosciuto alla quasi totalità dei deputati nonchè della popolazione europea volto ad avvantaggiare le società lobbistiche dei diritti d’autore (RIAA, MPAA e anche la SIAE) e a minare la libertà di espressione del pensiero. A sua volta, tra le aule del Parlamento italiano, si provò a recepire autonomamente il trattato, prosecuzione di due disegni di legge bocciati al Congresso statunitense (SOPA e PIPA Act) con il c.d. “emendamento Fava” (Lega Nord) ma il 2 Febbraio 2012 la Camera dei Deputati votò per la sua abrogazione;

6) la ratifica del regolamento di Dublino III datata 26 Giugno 2013 (governo Letta, qui il link), regolamento che poi venne (temporaneamente) sospeso in occasione della crisi dell’estate 2015 (governo Renzi) delle migrazioni di massa verso il Mar Mediterraneo. A riguardo il nostro Paese, vincolato dall’articolo 6 degli accordi del regolamento di Dublino, venne praticamente lasciato da solo a fronteggiare lo straordinario afflusso di migranti, il loro salvataggio e le pratiche di identificazione e accoglienza (operazione Mare Nostrum e, successivamente, Triton);

Il Governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi

7) con la contemporanea congiuntura positiva scaturita dalle decisioni della Banca Centrale Europea di proseguire con la massiccia immissione di liquidità nel mercato comunitario (quantitative easing) e l’acquisto di titoli di Stato, durante il semestre italiano alla Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea (1 Luglio – 31 Dicembre 2014) è stato possibile, per l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi, ottenere flessibilità sul rapporto deficit/PIL richiesto dal Fiscal Compact per l’attuazione di riforme quali il Jobs Act (decreto-legge 20 Marzo 2014, n.34 e legge 10 Dicembre 2014, n.183). Nel Novembre 2014 inoltre, il Ministro degli Esteri Federica Mogherini prese il posto di Lady Catherine Ashton come Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza” (in Italia venne sostituita da Paolo Gentiloni);

“Piccola” nota a margine: in questo elenco sono state “omesse” le varie procedure d’infrazione dell’Unione Europea nei confronti del nostro Paese su disparate questioni (attualmente ridotte a sessantasei), il deferimento della Commissione Europea per gli “aiuti di Stato” e la procedura d’infrazione in riferimento al “caso Alitalia” (2008), il giudizio della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sulla sentenza Lautsi v. Italia” (3 Novembre 2009), l’abolizione dei dazi doganali sui prodotti agricoli del Marocco, Egitto e Tunisia (a gravissimo nocumento delle imprese e dei prodotti italiani), il rinnovo quinquennale per l’autorizzazione all’utilizzo dell’erbicida glifosato nelle colture in Europa (regalo a favore della multinazionale Monsanto) il tentativo di ratifica, da parte degli Stati membri dell’Unione Europea (Italia inclusa) del “Comprehensive Economic and Trade Agreement” (CETA) con il Canada, trattato commerciale che funge da ariete di sfondamento a favore dei prodotti, molti dei quali geneticamente modificati e non conformi alle normative europee sulla qualità, provenienti dagli Stati Uniti d’America che aveva provato, senza successo, ad inserirsi prepotentemente nell’area europea con il “Transatlantic Trade and Investment Partnership” (TTIP).

Alla luce dei vari elementi riportati finora, si può comprendere come il fragile rapporto tra l’Italia e l’Unione Europea, tanto per enormi demeriti ed incapacità nostrane quanto per l’accanimento delle istituzioni comunitarie nei confronti di uno dei Paesi paradossalmente più “deboli” all’interno dell’Unione stessa, risulti essere allo stesso tempo estremamente volatile. Utilizzando un termine di paragone appropriato, proprio come la stessa economia finanziaria è volatile ed eterea se rapportata all’economia reale.

La differenza sostanziale tra due interpretazioni e applicazioni pratiche dello stesso tema oramai tra loro del tutto scollegateantipodali nella gestione di volumi di scambi e transazioni sempre più veloce e fuori controllo, si inserisce all’interno del sistema delle società occidentali orientato sempre più verso la finanza, a sua volta sempre più creativa (e speculativa, pardon, come confermato dalla bolla dei Bitcoin**).

Un sistema in cui alla crescita economica di una nazione al di sopra delle aspettative e le stime (non solo economiche, ma anche politiche), corrispondono giornate nere nei mercati con un effetto a catena che coinvolge quasi la totalità delle economie mondiali (ogni riferimento a Donald Trump e al crollo di Wall Street delle scorse settimane è puramente casuale). Un sistema nel quale quindi le dichiarazioni rilasciate con disarmante leggerezza da chi detiene un incarico di grande rilevanza all’interno dell’Unione Europea in un momento molto turbolento, in termini di campagna elettorale, per il nostro Paese, possono causare ripercussioni nella Borsa (vendita dei titoli azionari e andamento negativo di Piazza Affari, aumento del tanto temuto “spread”*** tra i titoli di stato decennali italiani e quelli tedeschi, etc.).

Jean-Claude Juncker durante la conferenza del Partito Popolare Europeo a Dublino (6-7 Marzo 2014)
Fonte : European’s People Party/Flickr

C’è chi li definisce “effetti collaterali” di quel “turbocapitalismo“, utilizzando la definizione dell’economista statunitense Edward Luttwak , di cui il mondo continua ancora a leccarsi le ferite inferte dal crollo della Lehman Brothers e dall’effetto-domino che ne conseguì.
C’è anche chi osserva in modo andreottiano, “pensando male ma indovinando spesso”, come sia il ripresentarsi di recentissimi momenti storici (passati e ormai entrati nelle menti della popolazione italiana) riassumibili con le parole “ingerenza esterna”: l’utilizzo ovvero della finanza (europea o, nuovamente, speculativa) per decidere le sorti politiche e non solo di un Paese (la lettera “strettamente riservata” firmata dall’allora Presidente della BCE Jean Claude Trichet del 5 Agosto 2011).

La famosa frase “ce lo chiede l’Europa” , interpretazione delle dichiarazioni di Mario Monti fatte durante la presentazione della manovra finanziaria del 4 Dicembre 2011, (divenuta “famosa” per le “lacrime” del ministro Elsa Fornero), è stata negli ultimi anni una scusa dietro la quale si è nascosta una classe politica incapace di assumersi le proprie responsabilità davanti al Paese e che quindi ha preferito attuare leggi e provvedimenti scomodi, nascosta dalla “coperta di Linus europea”.

Ci sarebbe da chiedersi se si tratti nuovamente di episodi da legare al passato o se persistono ancora oggi, e probabilmente Juncker potrebbe a riguardo “chiedere lumi” al Commissario agli Affari Economici della UE Pierre Moscovici o al “falco finlandese” Jyrki Katainen.

“L’Italia si prepara ad elezioni il cui esito è quanto mai indeciso. Quale maggioranza uscirà dal voto? Quale programma, quale impegno europeo? In un contesto in cui la situazione economica dell’Italia non è certamente la migliore al livello europeo, felice chi potrà dirlo…” 
(Pierre Moscovici, 16 Gennaio 2018)
“Spero che l’Italia sia guidata da un governo stabile pro-europeo, e che questo tipo di idee sia sostenuto dagli italiani”
(Jyrki Katainen16 Gennaio 2018)

In questo scenario europeo (con sfumature atlantiche) così complesso e poco rassicurante, la tornata elettorale del 4 Marzo vede i partiti e movimenti politici italiani a confronto tra loro anche sulle tematiche relative all’Unione Europea. Quali sono i punti “europei” trattati all’interno dei loro programmi elettorali e politici? In quali casi si osservano cambi di direzione rispetto al passato? C’è coesione d’intenti all’interno dei vari partiti e rispettive, se presenti, coalizioni?

A queste legittime domande che si può porre l’elettorato si proverà ad offrire risposta in modo chiaro e comprensibile all’interno di una panoramica in cui sull’argomento l’Italia può essere suddivisa principalmente in tre grandi insiemi: l’area più europeista (al punto da avere un partito, in corsa per le elezioni, che invoca a gran voce “+Europa”) , quella più euroscettica (punto di partenza per la convergenza tanto dell’estrema sinistra quanto dell’estrema destra, con motivazioni e argomentazioni diametralmente opposte) e un’area grigia e poco definita.

Quest’ultimo insieme vede l’analisi del caso del MoVimento 5 Stelle, attore politico che pare essersi incamminato in un percorso di riconversione all’Europa non ancora del tutto chiara anche alla luce delle curiose mosse degli europarlamentari pentastellati dello scorso anno: il passaggio non concretizzato dall’ “Europe For Freedom and Direct Democracy” (EFDD), gruppo parlamentare europeo guidato dal Leone della Brexit Nigel Farage, ai liberali pro-Europa dell’“Alliance of Liberals And Democrats for Europe” (ALDE) del campione dell’europeismo Guy Verhofstadt.

Guy Verhofstadt al Parlamento Europeo.
Fonte : European Parliament/Flickr

L’altro caso poco chiaro preso in esame riguarda la coalizione di centro-destra in corsa per il Parlamento. Il motivo è semplice: il caos decisionale tra il moderato Silvio Berlusconi (Forza Italia), legato ai valori del Partito Popolare Europeo (PPE), e il polo “sovranista” rappresentato tanto dalla Lega di Matteo Salvini che da Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia).

Quale linea prevarrà alla fine?
Chi dovrà cedere tra i tre leader?
Quale sarà infine il contributo della c.d. “quarta gamba” fittiana di Noi con l’Italia-UDC?



e i “riformatori” (+Europa, Partito Democratico , Liberi e Uguali, Potere al Popolo!)

“Per affrontare le grandi questioni del nostro tempo occorrono risposte più ampie che può dare solo un’Italia più europea in un’Europa più unita e democratica. (dal sito di +Europa)
Emma Bonino a “Movimenta” presso gli studi di Cinecittà (14 Ottobre 2017)
Fonte : Francesco Pierantoni/Wikimedia Commons

La disamina non può non partire dall’unico partito in corsa per le elezioni politiche “dichiaratamente ed esplicitamente” europeista: +Europa con Emma Bonino.
Frutto dell’unione tra Radicali Italiani e la lista Forza Europa (del radicale Beniamino Della Vedova), è riuscita a presentarsi alle politiche grazie al fondamentale intervento del Centro Democratico di Bruno Tabacci, che ha concesso l’utilizzo del proprio simbolo alla neonata lista dopo i mancati accordi con il Partito Democratico che rischiavano di escluderla dalla competizione elettorale.

Il partito é guidato dalla veterana Emma Bonino, prossima ai settant’anni ma con la forza e la determinazione della propria giovinezza (nonostante un tumore ai polmoni sconfitto pochi anni fa). Una scelta, quella della Bonino, che incarna l’essenza dei valori europeisti proprio nella figura di questa donna che può vantare credenziali obiettivamente infinite tra incarichi e battaglie politiche e sociali combattute “fuori e dentro i Parlamenti” tra l’Italia e l’Europa. Una carriera e una vita politica in cui non è mancata, per quasi tutta la sua vita, la figura dell’amico radicale Marco Pannella.

L’ambizione, per il partito, è quella di accellerare i piani per la creazione di una Federazione di Stati europei, sul modello delineato dal Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli. In breve, la creazione degli Stati Uniti d’Europa, un’unica voce a livello continentale che parli nell’interesse di tutti. Per perseguire tale progetto, secondo il partito, serve appunto “Più Europa” all’interno della politica italiana con implicazioni che riguardano l’intero sistema-Paese.

L’intero programma politico di +Europa (consultabile sul sito www.piùeuropa.eu) è incentrato sull’europeismo e i valori incarnati dall’Unione Europea, con i suoi risultati (dal Mercato Comune e la libera circolazione dell’Area Schengen, al progetto Erasmus) e i progetti da implementare (una difesa comune europea sul modello della CED del 1954, il potenziamento del Mercato Comune europeo in chiave anti-protezionistica per affrontare le sfide di un mondo globalizzato e la trasformazione del Fondo Salva Stati/MES in un Fondo Comune Europeo).

Inoltre, +Europa propone l’elezione del Presidente della Commissione Europea a suffragio universale, la trasformazione del Consiglio dei Ministri dell’Unione in un Senato europeo a elezione diretta e l’istituzione di una valutazione annuale dello stato della libertà e della democrazia in ciascuno Stato membro da parte della Commissione (o della Corte di Giustizia) con il mandato di monitorare il rispetto all’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea (TUE). Infine viene dedicato spazio alla necessità di maggiori fondi per la ricerca, le nuove tecnologie e l’istruzione, proponendo l’investimento del 3% del nostro PIL a fronte di una contemporanea partecipazione europea (pari ad un terzo del bilancio federale) per la ricerca in Europa.

Il progetto federalista è visto con profondo interesse anche dal Partito Democratico di Matteo Renzi (e del Presidente uscente Paolo Gentiloni) che si presenta alle elezioni supportato anche dal Ministro della Sanità uscente Beatrice Lorenzin (Civica Popolare) e dalla galassia partitica (Verdi, PSI ed Area Civica) che ruota attorno a Romano Prodi (Insieme).

“Per il Partito Democratico l’Europa è l’orizzonte naturale in cui si giocano tutte le partite più importanti della contemporaneità. Senza Europa le nostre vite sarebbero peggiori [..]. Ma c’è ancora molto da fare se vogliamo che l’Europa assomigli di più all’ideale che ci ha permesso di costituirla.
La nostra Europa è quella di Ventotene [..]. È l’Europa di Maastricht e degli sforzi fatti per arrivare alla moneta unica. Ed è l’Europa di Lisbona, una forza che prova a farsi Unione politica e dell’innovazione. [..] Serve più Europa. E serve più politica in Europa.”
(dal programma elettorale del Partito Democratico alla voce “Più Europa. E più politica in Europa”)

Il sito internet del partito (www.partitodemocratico.it) offre molto materiale da poter analizzare: il programma elettorale (con relativa sintesi) e un resoconto, in cento punti, delle opere compiute durante l’ultima legislatura tra i governi Letta, Renzi e Gentiloni.

All’Unione Europea, nella sua struttura attuale e le possibili prospettive future, viene dedicata una sezione ad hoc (consultabile qui) nella quale il Partito ha modo di mostrare gli obiettivi raggiunti dai propri governi nella legislatura e le proposte future in chiave italiana ed europea.

Il PD rivendica la riduzione del deficit (dal 3% del PIL del 2014 al 2,1 del terzo trimestre 2017) e la stabilizzazione del debito al 132% del nostro Prodotto Interno Lordo” , un dato come precedentemente menzionato reso possibile dalla congiuntura positiva data dall’intervento della BCE in termini di quantitative easing e dalla flessibilità sul deficit debito/PIL ottenuta, come disse Renzi, “combattendo una battaglia durissima, nel giro di sei mesi (il riferimento al semestre italiano alla Presidenza UE NdA)”. Gli obiettivi raggiunti proseguono con il dimezzamento delle procedure d’infrazione a carico dell’Italia in tre anni – da 120 a 62 – passando dall’essere la “maglia nera” d’Europa alla sua “maglia rosa””. Una precisazione è d’obbligo a riguardo: secondo le stime dello scorso 25 Gennaio del nostro Dipartimento per le Politiche Europee la cifra si è attestata a 66.

Tra i “buoni propositi” da realizzare invece vengono inseriti “la riduzione graduale ma stabile del rapporto debito/PIL in dieci anni (dal 132 al 100%), il ritorno ai parametri di Maastricht in sostituzione del Fiscal Compact rispettando la regola del deficit al 3%, l’emissione (fino al 5% del PIL dell’Eurozona) di Eurobond per il finanziamento di progetti su capitale umano, ricerca ed infrastutture e la creazione di un Ministero delle Finanze dell’Eurozona che raccolga le funzioni del commissario per gli Affari Economici e Monetari e del presidente dell’Eurogruppo”, la cui nomina dovrà provenire dal Parlamento Europeo.

Le proposte del PD non si limitano unicamente all’ambito economico ma spaziano anche su altri settori ed ambiti dell’Unione Europea allo scopo di renderla