Il Dio diffuso: umanità e storia

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De Chirico, "Mistero e malinconia di una strada". particolare (fonte: Jennifer Mei/Flickr)

L’orrore

Il 31 Ottobre 2010 usciva per la prima volta nelle televisioni americane la serie zombie horror The Walking Dead. Tra le prime sequenze della serie vi era una delle più potenti che possa ricordare nel mondo zombie horror, adeguatamente descritta dalla sua colonna sonora: “Mercy of the living” (“la misericordia dei viventi”) di Bear McCreary. Nella scena il protagonista Rick si trova di fronte per la seconda volta quello che era stato l’orrore, lo shock della sua entrata nel mondo sopraggiunto allo scoppio dell’epidemia zombie: una donna. O meglio, il torso di una donna, avvizzita e corrosa dalla malattia e in cerca di vittime da poter a sua volta mordere e infettare. Quella che era la pura essenza dell’orrore – destabilizzante, inaccettabile e angosciante – tramite la musica di McCreary diviene altro.

La donna è sì l’orrore, la morte o peggio della morte, ma è anche pietà, misericordia, perché ormai ridotta a trascinarsi, un corpo che solo vagamente ricorda l’essere umano che ha avuto la disgrazia di finire la sua esistenza così, come un triste moncherino in cerca di cibo. Anche il gesto di alzare la mano per afferrare Rick, inginocchiato presso di lei, somiglia ormai quasi ad una richiesta di clemenza, di porre fine a quell’ombra che vaga sulla terra dopo la morte della donna. L’atto di misericordia passa qui per lo shock dell’omicidio della creatura già morta, la prima fine dell’innocenza di fronte allo sconvolgimento che è fulcro dell’orrore e che finisce per cambiare anche l’eroe, anche l’osservatore. Eppure quella misericordia rimane. Ed è questo che rende l’horror – in particolare quello zombie – spesso potente: è il punto bianco nel tao, il bene nel male che appare non tanto perché bianco, ma perché luce. L’umanità, la misericordia splende più forte nell’orrore, e questo di solito contraddistingue un buon horror – v. The Walking Dead, ma anche 28 Giorni Dopo – dalle sequenze di atti di violenza brutale appiccicati assieme per poterli chiamare “gore” (qualcuno ha nominato Saw?).

Perché partire da questo aneddoto televisivo? Perché è un messaggio potente che molte narrazioni hanno come elemento fondante. Il fotografo che isola un momento del conflitto, il politico che presenta la necessità di una legge raccontando una storia che ne rivela la drammatica necessità, un poeta che fissa sul testo un’emozione così volatile da essere quasi impercettibile, un matematico che con un’equazione stabilisce una relazione fino ad allora solo intuita. Catturare un istante di significativa bellezza è un atto che porta luce anche nell’oscurità dell’orrore, che esso sia fittizio o terribilmente reale. Questa istantanea nell’arte è divenuta da fotografia cinema, nella tecnica e nella politica programmazione. Eppure entrambi questi mondi devono fare i conti con la complessità del reale, il suo inevitabile sfuggire ad una sua comprensione profonda e completa tramite l’intuizione, quanto tramite formule.

L’idea di gettare le mani sul mondo è in buona sostanza uno dei nuclei centrali dell’enorme parabola delle utopie politiche quanto dei totalitarismi. Se i totalitari speravano di fondere l’umanità in un blocco monolitico destinato al raggiungimento dello stato finale dell’umano, gli utopisti cercavano il superamento del male attraverso un’ideologia capace di rigenerare il mondo e di fatto l’umano. Quelle che erano di fatto – per dirla con Emilio Gentile – “religioni della politica” rispecchiavano l’eco cristiana dell’“agnello di Dio che togli i peccati del mondo”. Solo che quando il Dio non era agnello che sacrificava la propria umanità per l’umanità, il Dio era guerriero che portava giustizia – o morte. Oggi questa eco è rientrata nella grande paura del signore della guerra sociale, il Soros delle teorie complottiste che da nemico esiziale cresce nei tempi di pace e getta la sua ombra sugli uomini. Forse non a caso il tribalismo della crisi economica rigurgita una divinità negativa, piuttosto che positiva, riflesso di un neopaganesimo che vuole le tribù scegliere il proprio (più forte) Dio per darsi battaglia. Anche il populismo ridotto a macchietta nel “siamo la gente, il potere ci temono” acquista così visione e potenza nel “siamo la gente, (gli altri) poteri ci temono”. La sopravvivenza quotidiana è così elevata ad un’epica lotta tra giganti – i poteri – che finirà nel giorno nuovo, nell’“uomo nuovo”. Quello della gente che è divenuta movimento.

Il potere

Il potere – sostiene Ryan Holiday – è detenuto per essere utilizzato. Eppure questo potere che ci capita in mano nel flussi della storia – come insegnano le arti marziali – è sempre costituito di due fasi. L’ottenimento del potere e il raggiungimento della capacità di utilizzarlo. La seconda è la fase più difficile e quella che necessita di più tempo. Ogni forma di libertà che l’occidente – o il mondo – vorrà perseguire nei decenni a venire deve convivere con questo necessario bilanciamento (e qui, tanto per cambiare, torna utile l’insegnamento di Ian Malcolm: un potere acquisito senza disciplina, tempo ed errori è un’arma che potrebbe facilmente fare più danni che altro). Non è un caso che oggi quando si parla di sviluppo si parli anche necessariamente di empowerment. L’empowerment come dono o conquista di un potere sulla propria condizione espone alla vista il legame tra potere e libertà.

Tanto forte è il legame che lega una maggiore libertà ad un maggior potere che l’autorità che governa o legittima lo status quo agisce nella crisi riducendo chi domanda (nuovi) diritto riducendolo a massa. Tale processo è realizzata tramite una narrazione dell’altro che equivale alla discesa di una scala che porta dalla politica alla morale, poi alla psicologia, fino alla biologia. Se chi domanda diritti accetta di scendere in questa scala, accetta che le sue azioni vengano riposte in una sfera sempre meno legata al proprio controllo e sempre più dipendente da dinamiche esterne. È una “discesa nello stato di natura” che è inevitabilmente seguita da un mandato di controllo e civilizzazione dall’alto nei confronti di chi non agisce per idee, ma al limite per ideali, poi per pulsioni, infine per basso istinto. Un mezz’uomo che ha bisogno di essere civilizzato.

Se la storia della civiltà umana è quella di un profondo cambiamento, allora dobbiamo prepararci ad affrontare quello che verrà con la consapevolezza della storia millenaria della nostra specie. In un suo recente post, Alessandro Politi ha riportato la questione migratoria ai mastodontici cambiamenti demografici che stanno plasmando i continenti della terra, quanto alla natura fondamentalmente multietnica degli imperi del passato. La domanda conclusiva – qualcuno ha idee praticabili o solo slogan acchiappacitrulli? – pone un quesito profondo e una sfida generazionale fuori scala. La libertà in questo caso può darci potere, può anche renderci indipendenti, ma può costituirsi tramite la fiducia. Se la prima opzione ci eleva dalla società e la seconda ci distacca, solo la terza può rinsaldare quei rapporti sociali che oggi si stanno spezzando in ogni luogo.

Raggiungere un equilibrio non sarà facile, perché quando l’educato ferino che è l’umano raggiunge la politicizzazione con le ragioni della fiducia si accrescono e rendono più complesse anche quelle dell’odio. La pace raggiunta attorno ad un campo da calcio – come testimoniato dalla famosa tregua di Natale celebrata qualche anno fa dalla FIFA – non è altrettanto semplice quanto quella attorno alle urne. Fermare lo scontro per celebrare il Natale su di un campo di calcio non ha posto fine alla guerra.

Il Dio diffuso

Il Dio biblico ha una sua origine generalmente sottovalutata. Eppure tale origine è catturata proprio nella Genesi: “In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.” Il concetto stesso di uno spirito divino che aleggi libero sulle acque è di estremo fascino e ispirazione. E si lega profondamente alla visione avanzata in momenti diversi e con diverse argomentazioni dai panteisti, coloro che avanzano l’idea stessa che Dio sia ovunque o che sia esso stesso la natura che ci circonda. Eppure, sostiene Luca, Dio è anche nel prossimo. Il “regno di Dio” è nell’uomo.

Nella visione del mondo radicata nel cristianesimo l’idea che Dio sia ovunque e che Dio sia nell’uomo sembrano convivere. Ma come può questo coincidere con una visione atea o anche solo agnostica della storia? Se Dio non è, non può certo essere ovunque. Peggio, un teismo ateo che vuole alla fine creare il paradiso terrestre senza un Dio può divenire totalitarismo prima ancora di aver mostrato il peggio dell’orrore generato da tanta superbia. È il pressare della pianificazione, manutenzione e guida di un sistema atto a manipolare il reale allineando continuamente e per sempre l’etica e l’ontologia del mondo. Di nuovo la felicità, la libertà e il potere come ingegneria e controllo. Il Dio diffuso è invece l’insieme disallineato e caotico delle energie, conoscenze, capacità e volontà umane. Mentre il totalitarismo quanto l’industrializzazione ne hanno accarezzato il potenziale teoricamente infinito spingendo per allinearle fino alla creazione di una divinità in terra, l’utopia non può che affidarne la custodia all’umano che è e che verrà, in uno sforzo collettivo ma allineato solo nei limiti delle capacità organizzative umane, quanto del “diritto a non avere potere”, il diritto cioè ad elevarsi solo fino a dove si può vedere il terreno con sufficiente chiarezza da non rischiare (o voler) schiacciare gli altri ad ogni passo. Il diritto avanzato nell’Edipo Re di Sofocle: “non volere che tutto sia in tuo potere”.

Se i quaccheri hanno riconosciuto in passato la scintilla divina che risiede in ogni uomo, non c’è motivo per cui non possiamo riconoscere ad ogni singolo uomo la scintilla di umanità che egli custodisce. Uomini di fede come Michael Bruce Curry hanno sostenuto recentemente che le persone che amano conoscono Dio (sì, anche le nozze dei lord inglesi rivelano passaggi interessanti) rovesciando per un momento la supremazia del credo sull’amore, l’idea che solo credendo in Dio si possa amare davvero. Un rovesciamento simile a quello effettuato da Levinas tra ontologia ed etica. L’amore in questo diviene l’abbraccio della natura elevata quanto ferina dell’uomo – la fedeltà alla terra quanto all’elevazione. Citando di nuovo Curry, questo è un carattere comune “delle grandi menti, dei grandi spiriti”. Tali idee esistono già, sono già tra noi. Le azioni che le rendono attuali anche lo sono, forse prima che queste idee vengano formalizzate e scritte su carta. Ciò che è più importante di quanto scritto finora: non tutti possono credere. Ma tutti possono amare.

L’urgenza e Fatboy Slim

Nel 1998 usciva “Right here, right now” di Fatboy Slim. Il video della canzone è ancora oggi celebre. Il ritmo del brano evoca un senso di urgenza, un moto incalzante associato ad una creatura che da essere unicellulare si evolve, divenendo prima un pesce, poi un rettile, una scimmia e infine un essere umano (che ingrassato dal cibo made in USA si siede poi sulla panchina a contemplare il cielo).

Perché parlarne? Perché quel senso di urgenza può essere oggi condiviso guardando alle cose che abbiamo detto e fatto. È a suo modo una ricerca della pace tramite la scoperta della verità. L’umano testimonia, ricerca, crea biblioteche, archivi e musei. L’umano investiga. A volte, come espresso perfettamente da un Bryan Gaensler – ritrovato meravigliosamente dalla pagina Facebook Shit Academics Say – si tratta di fare ricerca “spendendo sei ore leggendo trentacinque paper per scrivere due frasi”. La ricerca è in fondo costruire una nana bianca di informazioni. Altre volte, è invece essere dei flaneur della conoscenza, vagare ed esperire esponendosi al mistero della realtà come l’Alfred Marshall tratteggiato da John Maynard Keynes. Ciò che importa davvero è però che nel mescolarsi di metodi per la ricerca della conoscenza logica, arte e poesia si pongano in qualche modo da vivo diaframma tra uomo ed esistenza. L’epifania del pensiero come la sinfonia degli eventi possono trasformarsi in apprendimento ed evoluzione solo se c’è un accordo tra ricerca e flaneur, tra logica, arte e poesia. Solo quindi se la materia pulsante dall’esistente non diviene feticcio dei deterrenti della verità matematica, dei generatori di impressioni o dei manipolatori del mondo.

La storia e le storie – dentro Tucidide

Il problema – il problema serio – che presto o tardi dovremo affrontare in politica quanto nel campo della scienza è che le parole hanno una data di scadenza. Possono essere ripetute all’infinito perdendo di valore oppure aggrapparsi al potere carismatico e all’ipse dixit e guadagnare nuovo potere in forma di dogmatismo (anche scientifico). Oppure tornare sottotraccia nelle azioni delle persone e nella loro memoria e non essere più parole dette ma parole pensate.

Di fronte al decadere delle parole, il centro della testimonianza non è il passaggio dell’informazione – specie nell’era di Internet e della sua capacità di archiviazione. È invece il passaggio di consegne, cioè l’interazione atta a creare un legame o un vero e proprio testamento morale, in particolare nella testimonianza degli eventi passati. Non è dunque tanto il sapere, ma il sapere e l’agire in maniera consequenziale. Cosa sia quell’agire consequenziale è ovviamente dibattuto tra le parti, perché un insegnamento è spesso implicito, intuito ma mai spiegato in maniera chiara.

Il testimone si perde così tra le storie – ricordare che Erodoto e Tucidide parlavano di “Storie”, al plurale – rotte di navigazione attraverso il mare dell’esistente, dove le cose ci sono gettate addosso e dove noi siamo gettati su di esse. O anche quando non si è gettati ma spinti gentilmente, ogni cosa è un processo di contatto e perdita. Forse dovremmo dunque concentrarci sul processo, l’eternamente cangiante avvenire che chiamiamo il “fare qualcosa di buono di”. Quel leggere, ascoltare e osservare – quindi essere testimoni – che è un equilibrio di ciò che ci rende più organizzati (la progettualità), ciò che ci ispira a trovare un nuovo senso all’esistenza (l’etica), ciò che ci rende più coscienti del mondo attorno a noi (l’informazione), ciò che ci dona una conoscenza più profonda (la cultura), ciò che ci fornisce degli strumenti (la formazione).

Tutto ciò riguarda non l’informazione, ma la cultura, ossia la capacità di trovare l’informazione. Non possiamo semplicemente focalizzarci sulla conoscenza se non guardiamo ai nostri modelli mentali, alla struttura e al processo. L’utopia di un processo, modello o sistema capace di integrare l’informazione in una ripetizione che è calcolata per riprodurre se stessa senza errori è un’utopia comprensibile – una mia professoressa di matematica ci invitava a cogliere l’eleganza di una determinata formula – ma che non vale per le cose umane, che necessariamente necessitano di manutenzione. L’eleganza dell’algoritmo e della programmazione non è che una ripetizione (ironia della sorte) del fine tuning dell’esistenza umana provocato nella dottrina religiosa dall’intervento divino, l’infinita serie dei mantra buddisti, delle decorazioni dell’arte islamica.

Quando guardiamo all’utopia del Dio diffuso, dobbiamo guardare non in “nessun luogo”, ma in “ogni luogo”. Nella cultura e nella civiltà è infatti insita l’idea delle radici – dell’antichità e degli antenati come fortezza per l’uomo prima del suo volo nella realtà – l’esplorazione del mondo senza perdere l’orientamento, e questo dunque dovrebbe essere il principio che ci indica la strada nella storia dell’umanità, questa indefinita rete di famiglie, comunità e nazioni che si estende oltre l’orizzonte nel tempo e nello spazio. Lo sguardo non può abbracciare l’indefinitezza della grande rete umana se non forse con lo sguardo della tolleranza, un’utopia che qualcuno, come Giorgia Meloni, ha in passato denigrato, definendo la tolleranza come “non sufficiente”, perché in realtà la società che ci circonda deve essere fatta di esseri umani che ci possano piacere. Questo però è il più puro spirito di una famiglia universale. Cos’altro è il “volto” di Levinas se non familiarità? La familiarità è quel legame profondo, viscerale che va al di là del piacersi o meno a vicenda, nonostante in famiglia si propenda generalmente per la prima opzione. Essere “di famiglia” non dipende da questo: è qualcosa che arriva fino le vene, la carne e le ossa. Le radici, la comunità e il futuro sono universali. Sono la familiarità acquisita con tutto ciò che è radicalmente umano.

Le storie si intrecciano a questo punto nel dono della familiarità. Come è d’uso nella familiarità, però, la perfezione è tutt’altro che presente. Di più, il perfetto mostra la caratteristica di una discesa nel disastro, di un valore che nella pratica diviene negativo. Nel reale, la storia, le inesaurite storie umane – come nei dipinti di Van Gogh, De Chirico – si muovono in spire, spirali fumose pronte a sparire al primo alito di vento. La Storia non è perfetta fusione di bellezza estetica e assoluto morale – lo stato etico. La Storia è utopia in via di costruzione, rivoluzione, moto perpetuo. Nell’occhio di questa Storia, La bellezza stessa si ridefinisce. Diviene ciò che è intimo, ciò che codifica dentro di sé qualcosa dei nostri io o noi, dichiarandolo apertamente o nascondendolo dalla superficie. La bellezza dissipa così la disperazione segretamente condivisa da utopisti e realistiche non vi sia conclusione, che lo sforzo non arrivi mai alla propria fine. La conclusione è in ogni singolo picco dell’eterna sinfonia di miliardi di voci la cui frequenza chiamiamo il Dio diffuso.

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