Immigrazione: il dramma, le norme, i partiti

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Jason deCaires Taylor - “In times of increasing patriotism and protectionism the wall aims to remind us that we cannot segregate our oceans, air, climate or wildlife as we do our land and possessions. We forget we are all an integral part of a living system at our peril.”

Indice:

Introduzione

Quadri normativi

Centro-sinistra

Centro-destra

Movimento 5 Stelle 

Liberi e Uguali

Conclusioni

Quando si cerca di analizzare un tema complesso come quello dell’immigrazione bisogna armarsi di “sensibilità”. Voler studiare un fenomeno di tale portata da un’ottica prettamente statistica rischia di ridurre a un semplice “numero” il valore della vita umana, palesando, così, un atteggiamento arrogante e spietato. D’altra parte, quando le necessità professionali richiedono una comparazione tra punti di vista squisitamente politici, si rischia di costringere il tutto a mere ideologie strumentali ed economiche. Cercherò, quindi, per quanto sia possibile, di far coesistere l’esigenza “statistica” e quella “umanistica” in un’analisi sui punti di vista dei diversi partiti politici in lotta per la conquista del potere in Italia.

Breve inquadramento geopolitico del fenomeno migratorio

È fondamentale comprendere le motivazioni genitrici di questo fenomeno, ma altrettanto fondamentale è conoscere l’origine geografica dei flussi migratori. Prima di lanciarsi in una disamina degli atteggiamenti delle diverse compagini partitiche italiane, quindi, appare opportuno guardare al fenomeno dal punto di vista geopolitico.

Non potendo nell’economia del lavoro analizzare il fenomeno migratorio nella sua interezza e complessità, focalizzerò la mia attenzione sulla componente che negli ultimi anni ha interessato maggiormente la penisola italiana: l’immigrazione dal continente africano.

Figura 1 (fonte: Ministero dell’Interno)

Come dimostrano i dati pubblicati dal Ministero dell’Interno (figura 1), il 68% degli individui sbarcati in Italia nel 2018 dichiara di avere la cittadinanza di uno stato africano. Altro dato interessante, verificabile attraverso la stessa fonte ministeriale, risulta essere lo Stato di partenza delle imbarcazioni che approdano sulle coste italiane. Su 4731 migranti giunti nei porti del sud Italia durante i primi due mesi del 2018, infatti, 3534 provengono dallo stato libico, pur presentando, come sottolineato precedentemente, nazionalità differenti.

La Libia risulta indubbiamente centrale nei “think tank internazionali” atti a ridimensionare uno dei più gravi problemi umanitari dei nostri tempi. La perenne situazione di instabilità politica, unita all’assenza di coesione sociale e governativa, rendono lo stato nord africano la valvola di sfogo dell’immigrazione verso il vecchio continente. Migliaia di esuli provenienti dai numerosi stati africani vedono nella Libia la terra che permetterà loro di salpare verso l’Europa, verso la speranza, ma molti di loro non intraprenderanno mai quel viaggio. La rigida legislazione libica, infatti, prevede la detenzione a tempo indeterminato e il lavoro forzato per coloro che varcano illegalmente i confini libici (sull’argomento consiglio la seguente intervista a Marco Salustro).

È doveroso sottolineare, a fortiori, che la mancata ratifica della Convenzione di Ginevra  del 1951 esula lo stato libico dal conformarsi agli obblighi internazionali legati allo status di rifugiato. L’assenza di tutele giuridiche nei confronti del profugo, la detenzione forzata, e i numerosi casi di tortura nei centri di accoglienza eretti dai governi provvisori libici rendono ancora più delicato il compito degli stati che, come l’Italia, sono depositari di questo dramma umanitario.

Un altro dato che porta alla riflessione sull’entità del problema è derivato dall’ingente numero di minori non accompagnati che regolarmente giungono in Italia attraversando il mare. Come riportato dai dati ufficiali del ministero dell’interno (figura 2), seppur in netto calo, le cifre appaiono esorbitanti.

Figura 2 (fonte: Ministero dell’Interno)

Infine, occorre analizzare i funerei dati che provengono dall’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM). Secondo quanto riportato da questo ente internazionale i decessi avvenuti nel 2017 sulla rotta Mediterranea ammonterebbero a 3033 (dato aggiornato al 26/11/2017). Qualora volessimo considerare il dramma di Lampedusa del 2013 (360 morti) come punto di partenza per stilare questa lugubre statistica, ci accorgeremmo che in questi anni il mediterraneo ha rivendicato più di 15.000 anime. È facilmente comprensibile quindi la motivazione che costringe i partiti politici italiani – e quelli dell’intera unione europea – a dover affrontare in campagna elettorale un tema così delicato. Come si avrà modo di comprendere successivamente, la questione dell’immigrazione divide e preoccupa tanto le formazioni partitiche quanto l’intero elettorato.

Considerazioni “semantiche” del termine immigrato

Ritengo che sia doveroso prestare attenzione alla semantica del termine “immigrato”. Molto spesso, infatti, sotto questa definizione si confondono status giuridici totalmente differenti: rifugiati, richiedenti asilo, stranieri irregolari e clandestini.

In breve:

  • Il rifugiato, secondo la convenzione di Ginevra del 1951 è “[…]chiunque, per causa di avvenimenti anteriori al 1° gennaio 1951 e nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure […]chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi.
  • I richiedenti asilo sono coloro che, soggiornando momentaneamente nel territorio ospitante, attendono che le autorità di quest’ultimo gli concedano lo status di rifugiato. (qui i dati italiani del 2017)
  • Gli stranieri irregolari sono coloro i quali hanno perso il diritto di soggiornare nello stato ospitante a seguito della scadenza del permesso di soggiorno, del visto, ecc.
  • I clandestini sono coloro i quali varcano i confini di uno stato diverso da quello di residenza senza avere un regolare permesso d’entrata, violando così le leggi dello stato in questione.

Bisogna essere al corrente che vi sono due tipi di immigrazione: quella legale e quella illegale. Queste, al fine di evitare strumentalizzazioni politiche, non vanno assolutamente mescolate. L’immigrazione “legale” riguarda tutti quegli individui che soggiornano sul territorio italiano con un regolare permesso rilasciato dalle questure competenti. Inoltre, quando vi sono gli estremi per ottenere lo status di rifugiato, l’Italia, avendo ratificato la convenzione di Ginevra e i protocolli successivi, ha l’obbligo di ospitare sul proprio territorio il richiedente asilo. Come recitato dall’articolo 33 comma 1 delle convenzione:

“Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”

Per quanto concerne l’immigrazione illegale, invece, possiamo fare riferimento agli stranieri irregolari e ai clandestini. Soprattutto su queste ultime due categorie si dovrebbe concentrare l’attenzione politica dei diversi partiti. Nel caso specifico del clandestino la situazione appare alquanto delicata. Quest’ultimo, infatti, non avendo comunicato le proprie generalità alle autorità competenti, risulta privo di identità nello stato in cui soggiorna illegalmente e quindi non soggetto alla Legge dello stesso. Una non adeguata attenzione al fenomeno potrebbe portare alla creazione di una zona d’ombra della legalità alterando il corretto funzionamento del sistema normativo e sociale dello stato interessato.

È doveroso, quindi, che l’elettore conosca perfettamente le varie sfumature semantiche che si celano dietro al termine “immigrato”. Tale distinzione risulta pertanto fondamentale al fine di formulare un’idea libera sull’argomento ed esprimere un voto consapevole.

Non potendo trattare la questione prescindendo dal quadro legislativo di riferimento, sottolineerò i due differenti livelli di regolamentazione cui la “questione immigrazione” è sottoposta: quello comunitario e quello nazionale.

Competenza Europea in materia di immigrazione

Nel quadro “legislativo” europeo il problema dell’asilo legato alla ricerca della status di rifugiato cerca soluzione a partire dal Consiglio di Tampere del 1999. A seguito di questo Consiglio nasce il Sistema Europeo Comune di Asilo (CEAS) che rappresenta una delle prime risposte che l’Unione Europea ha posto al dramma dell’immigrazione. Attraverso questo primo provvedimento si è cercato, infatti, di migliorare i quadri legislativi già in vigore negli stati membri e a “prevedere norme comuni per una procedura di Asilo equa ed efficace”. Inoltre, venivano stabilite “condizioni comuni minime per l’accoglienza dei richiedenti asilo”. Infine si è puntato a “determinare con chiarezza e praticità lo Stato competente per l’esame delle domande di asilo”.

Nel corso del tempo gli interventi legislativi comunitari sono stati numerosi. Volendo, però, dare un taglio squisitamente politico-elettorale all’analisi, l’attenzione ricade sulla Convenzione di Dublino e relative modificazioni. Il concetto principe indicato nei “Trattati di Dublino” si sostanzia nel comma 1 dell’articolo 13 dello stesso trattato, nella determinazione dell’ingresso/soggiorno del richiedente:

“Quando è accertato […] che il richiedente ha varcato illegalmente, per via terrestre, marittima o aerea, in provenienza da un paese terzo, la frontiera di uno Stato membro, lo Stato membro in questione è competente per l’esame della domanda di protezione internazionale. Detta responsabilità cessa 12 mesi dopo la data di attraversamento clandestino della frontiera”

Questo articolo si traduce in un onere giuridicamente vincolante ed economicamente ingente per lo stato italiano. Per evitare al “migrante” di presentare domanda di asilo in più paesi, infatti, la Convenzione obbliga lo stato di approdo ad avviare l’iter per la concessione dello status di rifugiato. Questo crea un legame quasi indissolubile tra lo stato ricevente e l’individuo richiedente. Appare subito chiaro, così, l’impari responsabilità che verte sui diversi firmatari della convenzione. Gli Stati di frontiera, come Italia e Grecia, vivono in prima linea e con un “costo” più intenso l’avvicendarsi delle cicliche crisi migratorie, rispetto agli “Stati interni”.

Infine vi è da sottolineare l’esistenza di Frontex: Agenzia Europea della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’unione Europea. Secondo la definizione riportata sul sito del ministero dell’interno, Frontex nasce per “salvaguardare le frontiere esterne senza dimenticare gli obblighi umanitari nei confronti di coloro che fuggono da guerre e persecuzioni”. Attraverso questa Agenzia si facilita il coordinamento tra gli stati costieri e quelli interni nel pattugliamento degli spazi marittimi, aerei e terrestri appartenenti allo spazio Schengen.

Legislazione italiana in materia di immigrazione

Volendo rispettare la gerarchia delle fonti del diritto italiano possiamo prendere le mosse dalla Legge Fondamentale dello Stato. L’art 10 della Costituzione italiana infatti, legittima le normative internazionali e comunitarie sopra riportate:

“L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici”

Quindi, una volta ratificate la convenzione di Ginevra e i diversi trattati di Dublino questi sono diventati subito operativi in Italia entrando a far parte dell’ordinamento giuridico statale.

Per una trattazione “made in Italy” dell’argomento immigrazione, nonché per una interpretazione “prettamente economica” del suddetto problema, il sistema italiano ha partorito la legge 30 luglio 2002, n. 189, dai più conosciuta come “Legge Bossi-Fini”. Questo provvedimento normativo, fortemente voluto e realizzato dal Governo Berlusconi II, è subentrato alla Legge Turco-Napolitano e produce i suoi effetti sul territorio italiano dal 2002. Le innovazioni apportate sono numerose, tra le più altisonanti si ricordano: la rilevazione obbligatoria delle impronte digitali dei richiedenti asilo; i permessi di soggiorno legati quasi esclusivamente a un contratto di lavoro; le espulsioni immediate per via amministrativa con accompagnamento alla frontiera; una sanatoria per colf e badanti finalizzata alla regolarizzazione di queste professioni (per una comparazione tra le due leggi rimando a questo link).

Come ricordato precedentemente, la clandestinità è una forma di immigrazione illegale e contribuisce a generare un perverso vuoto giuridico. Inoltre, la presenza di individui non “registrati” all’interno dello stato alimenta una serie di conseguenze giuridiche, fiscali e sociali altamente dannose per la società italiana e per il clandestino stesso. Non potendo rientrare nel mercato del lavoro legale, in superficie, l’individuo è costretto al lavoro nero, quello sommerso, quello che non garantisce nessuna tutela giuridica ed economica e che non permette di alimentare, attraverso la tassazione, il sistema di welfare dello stato “ospitante”. Peraltro, qualora il clandestino non dovesse presentare una adeguata attitudine alla legalità, la conseguenza naturale della sua presenza sul territorio sarebbe quella di ingrossare le fila della criminalità organizzata, problema endemico dello stato italiano.

Ancora una volta, allora, la palla passa ai “moderati” italiani che, durante il Governo Berlusconi IV, precisamente nel mese di agosto del 2009, concepiranno il “reato di ingresso e soggiorno illegale in Italia”. Comunemente noto come “reato di clandestinità”, questo provvedimento, nato per attenuare il dannoso fenomeno sopra descritto, non fa altro che ingarbugliare la già difficile condizione in cui verte lo stato italiano. Il testo in questione prevede un’ammenda variabile dai 5.000 ai 10.000 euro all’individuo che soggiorni nello stato italiano senza regolare permesso di soggiorno. Occorre però sottolineare che l’applicazione della normativa: 1) colpisce maggiormente individui nullatenenti impossibilitati a scontare la pena pecuniaria; 2) non funge da deterrente contro l’immigrazione; 3) crea dei problemi in fase di indagini penali, infatti “i magistrati che interrogano dei migranti appena sbarcati in Italia per indagare sugli scafisti che li hanno trasportati sono costretti a considerare gli stessi migranti imputati del reato di clandestinità“. Per non considerare, infine, la sentenza del 5 luglio 2010 n. 249 della Corte Costituzionale attraverso la quale si dichiarava illegittima l’aggravante della clandestinità nella fissazione della pena per un reato commesso da un clandestino. Nonostante le continue promesse poste sul piatto da diversi governi (ultimo Renzi I, 2016) il reato, a dispetto della manifesta inutilità, continua a rilasciare i suoi effetti nell’ordinamento italiano.

Ultimo nel tempo, poi, arriva il Decreto Minniti-Orlando (legge 13 aprile 2017 n. 46) che prende il nome dai ministri dell’Interno e della Giustizia dell’attuale Governo Gentiloni. Questo provvedimento nasce principalmente dall’esigenza di snellire l’iter giudiziario per la richiesta d’asilo: viene abolito il secondo grado di giudizio per i migranti che non hanno ottenuto lo status di rifugiato durante la prima analisi. Inoltre, viene allargata la rete dei centri per il “rimpatrio” che passano da quattro per l’intero territorio nazionale a venti, uno in ogni regione, in grado di ospitare totalmente 1600 migranti. Infine, viene introdotto il lavoro volontario e socialmente utile per i migranti che stazionano sul territorio e sono in attesa di conoscere il proprio status. Il decreto, così strutturato, riduce il costo del fenomeno migratorio, ma rende meno agevole la condizione del migrante velocizzando le pratiche giuridiche che porteranno all’esplusione.

L’immigrazione e i partiti politici

Una volta resi noti, seppur in pillole, i quadri normativi di riferimento, abbiamo chiari gli strumenti in vigore che regolano il fenomeno. Ora non rimane che capire come i diversi partiti si relazionano con questi “strumenti” e che proposte pongono sul piatto elettorale.

Come è ben noto il Centro-sinistra si presenta alle elezioni politiche fissate per il prossimo 4 Marzo forte di un accordo a quattro: Pd – Insieme – Civica Popolare – +Europa.

Il PD di Renzi ha trovato il suo “campione dell’immigrazione” nella figura di Marco Minniti, attuale titolare del dicastero dell’Interno. La consultazione del Programma elettorale finalizzata alla ricerca di soluzioni per il fenomeno migratorio, però, lascia insoddisfatti. Il programma non prevede, di fatto, una specifica voce “immigrazione”, ma tratta l’argomento nella più generale e vasta sezione “Più Europa. E Più politica in Europa”. L’unico riferimento all’immigrazione è il seguente:

“Deve essere l’Europa a occuparsi del fenomeno migratorio. Il controllo delle frontiere ha senso se viene fatto a livello europeo, lavorando insieme per la gestione dei confini. Memore dei suoi valori e della sua storia, l’Europa ha il dovere di accogliere i rifugiati politici. Si tratta di un diritto internazionale che non deve trovare alcuna eccezione in Europa. Proprio qui entra in gioco l’Unione: superiamo gli Accordi di Dublino – sciaguratamente approvati dal Governo Berlusconi – cioè il principio che i richiedenti asilo sono un problema del paese di primo sbarco. Costruiamo politiche comuni anche per l’immigrazione economica, a partire dall’introduzione di quote europee annuali di migranti economici da accettare”

È ragionevole credere, quindi, che il PD seguirà la cosiddetta Linea Minniti: bloccare le partenze, intervenire nei paesi che generano il fenomeno, governare i flussi e circoscrivere (se non annullare) l’operato delle Ong. Per i “detrattori” il concetto si riassume nello slogan di salviniana memoria: “aiutiamoli a casa loro”.

Infine occorre sottolineare che viene rinnovata la promessa di abolire il reato di clandestinità e di riportare al centro del dibattito nazionale la legge sullo Ius Soli.

Nel Programma Elettorale di Insieme, che rappresenta l’ala estrema di sinistra della coalizione, possiamo leggere:

“L’UE dovrebbe sostenere una governance multilaterale globale, rafforzando e riformando il ruolo dell’ONU. Priorità deve essere data alla gestione dei conflitti civili. L’UNHCR stima che siano 65 milioni le persone profughe, la metà all’interno del proprio stato. Migliaia di persone muoiono ogni anno fuori delle nostre frontiere, a causa delle restrizioni sempre più forti. L’UE ha il dovere di garantire che queste persone possano cercare protezione. L’European Border Agency FRONTEX è uno strumento non del tutto adeguato. Dobbiamo garantire un sistema di asilo degno di questo nome ed intervenire, sia come UE che singoli stati membri, in modo coordinato per soccorrere i naufraghi in mare e consentire vie di ingresso sicure e legali. Occorre intervenire sulle cause che costringono le persone ad emigrare e superare la normativa di Dublino che obbliga i rifugiati a fare domanda di asilo solo nel primo paese di ingresso”

La difficoltà di reperire un programma politico generato dalla Lista Civica popolare la dice lunga sulla sua attenzione alle diverse tematiche di questa campagna elettorale. Nonostante ciò, si può sottolineare come la tendenza alla trattazione del tema immigrazione conservi ancora qualche elemento di destra: la proposta dello Ius Culturae (ma non dello Ius Soli) e l’immigrazione legata esclusivamente alla legalità. Lorenzin e “Compagni”, però, navigando da poco nei mari “socialisti” sono attenti anche a richiamare la  “tradizione” di sinistra, come: “sostenere l’esperienza dei corridoi umanitari” e “l’immigrazione come potenziale di crescita”. 

Chi ha un disegno chiaro, ma abbastanza lontano da quello del PD, è invece Emma Bonino. Nel Programma elettorale del suo Partito, +Europa, si nutre l’idea che:

“L’attuale legislazione italiana in materia di immigrazione vada radicalmente modificata perché impedisce l’integrazione degli stranieri nella società e nel mercato del lavoro, generando irregolarità, lavoro nero, emarginazione sociale e insicurezza per tutti”.

Chiari sono, quindi, i riferimenti alla legge Bossi-Fini, ma altrettanto chiari appaiono quelli al decreto Minniti-Orlando:

“Va evitato l’abuso di provvedimenti emergenziali e di stampo securitario, soprattutto nella gestione di fenomeni complessi quali l’immigrazione e l’esclusione sociale, come invece prevede la riforma Minniti-Orlando”

L’unico punto di convergenza con il Partito Democratico,quindi, pare essere quello relativo alla modifica del regolamento di Dublino. Non si hanno però prove sulla sintonia che i due partiti “strategicamente associati” potrebbero presentare a Bruxelles in fase di rielaborazione dei regolamenti in questione.

Anche il centro-destra, proprio come il centro sinistra, si presenterà alle elezioni del 4 Marzo forte di una accordo tra 4 partiti: Forza Italia – Lega (nord?) – Fratelli d’Italia – Noi con l’Italia

Se nel centro-sinistra le opportunità di coalizione forzata erano consistenti, qui sono totalitarie. Il programma “telegrafico” stilato congiuntamente dai leader dei tre partiti principali (rispettivamente Berlusconi, Salvini, Meloni) non permette un’analisi accurata delle proposte elettorali. Per ciò che concerne l’immigrazione si fa riferimento a diversi “slogan” quali:

  • Ripresa del controllo dei confini
  • Blocco degli sbarchi con respingimenti assistiti e stipula di trattati e accordi con i paesi di origine dei migranti economici
  • Piano Marshall per l’Africa
  • Rimpatrio di tutti i clandestini
  • Abolizione dell’anomalia solo italiana della concessione indiscriminata della sedicente protezione umanitaria mantenendo soltanto gli status di rifugiato e di eventuale protezione sussidiaria

Quello che preoccupa è l’abolizione della “protezione umanitaria”, definita un’anomalia tutta italiana. Quello che non torna è la modalità (e le finanze) con cui individuare e allontanare i quasi 500.000 clandestini stimati in Italia. Quello che non soddisfa è una reale elaborazione di un piano Marshall rivolto al continente Africano.

 

Il Movimento 5 stelle si aggiudica il primo posto nella classifica dell’estensione del programma elettorale. Con “ben” nove pagine dedicate, infatti, è l’unico partito a presentare un Focus specifico al tema dell’immigrazione. Dopo aver ripreso le strutture normative nazionali e internazionali, quali Art. 10 Cost., Convenzione di Ginevra, Accordi di Dublino e TFUE (opportunamente trattate sopra), il programma offre otto proposte atte a stabilire una “equa ripartizione delle responsabilità” nei tentativi di risoluzione del fenomeno migratorio:

  • Ricollocamento equo dei migranti tra gli stati dell’Unione Europea, tenendo in considerazione “parametri oggettivi e quantificabili, come popolazione, PIL e tasso di disoccupazione”. Tutto ciò dopo aver archiviato definitivamente il regolamento di Dublino.
  • Commissioni Territoriali capaci di ridurre le tempistiche per il riconoscimento dello status di rifugiato e autorizzate a videoregistrare i colloqui con i richiedenti asilo per rendere le procedure di identificazione più rapide e meno costose.
  • Più trasparenza sull’utilizzazione dei fondi per la Cooperazione internazionale finalizzata “ai programmi di sostegno allo sviluppo rurale, all’agricoltura sostenibile e alla sicurezza alimentare, all’ istruzione e alla formazione professionale per attività artigianali”.
  • Stop alla vendita di armi nei Paesi in guerra in attuazione dell’art. 6 paragrafo 3 del Trattato sul commercio delle armi dell’ONU che prevede “lo «stop» totale alla vendita di armi ai paesi in conflitto e a quelli direttamente o indirettamente legati al terrorismo internazionale”.
  • Trasparenza nella gestione dei fondi. Si lavorerà per “consentire un più agevole e capillare controllo dell’uso dei fondi anche da parte dei cittadini, […] per ampliare e promuovere la pubblicazione dei bilanci analitici per l’accoglienza degli enti gestori, includendo eventualmente anche l’albo pretorio del Comune di presenza della struttura destinataria di fondi.
  • Rimpatri volontari e accordi di riammissione attraverso “la stipulazione di accordi bilaterali, sia da parte dell’Italia sia da parte dell’ Unione europea, con i Paesi terzi, in modo da rendere chiare e rapide le procedure di rimpatrio, in condizioni di sicurezza e dignità e nel rispetto dei diritti fondamentali. Sarà promossa anche la misura del Ritorno Volontario Assistito​ (RVA)”.
  • Tutela soggetti vulnerabili quali minori, in particolar modo quelli non accompagnati, anziani, donne, vittime di tortura, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale al fine di “garantire loro la dovuta assistenza, la predisposizione di progetti educativi, d’integrazione sociale, nonchè l’adeguata formazione di tutte le diverse figure con cui verranno in contatto durante le procedure”.
  • Contrasto ai trafficanti e agli scafisti: “Per scardinare il business degli scafisti e azzerare sbarchi e morti nel Mar Mediterraneo chiediamo che la valutazione dell’ammissibilità delle domande di protezione internazionale avvenga nelle ambasciate e nei consolati nei Paesi di origine o di transito o nelle delegazioni dell’Unione europea presso i Paesi terzi, con il supporto delle Agenzie europee”.

La realizzabilità di simili proposte, però, passa attraverso la formazione di un governo stabile e carismatico capace di negoziare da una posizione di forza a Bruxelles (ciò risulta, quindi, difficile). Condannare apertamente il business dell’immigrazione e denunciare la vendita di armi ai paesi in guerra paiono buoni presupposti per muovere i primi passi partendo dall’Italia.

Facendo riferimento alla sola questione immigrazione, ci si chiede come sia possibile che Liberi e Uguali e +Europa corrano “separatamente” in questa tornata elettorale. Consultando il Programma elettorale, ma principalmente ascoltando Pietro Grasso e Laura Boldrini nei salotti TV, si evince una comunione di intenti spiccata tra queste due “microrealtà” politiche: abolizione della Bossi-Fini, adozione del modello SPRAR e superamento del trattato di Dublino.

La novità che LeU introduce è “la nascita di un unico sistema di asilo europeo che superi il criterio del paese di primo accesso e che comprenda canali umanitari e missioni di salvataggio”. Considerando la riluttanza degli stati europei a una simile proposta, ciò sembra di impossibile attuazione.

Infine, va considerata la determinazione di portare a compimento il progetto dello Ius Soli recentemente naufragato in Parlamento:

“[…]Va affermato che riconoscere la cittadinanza italiana a chi nasce in Italia da genitori stranieri, o è arrivato in Italia da piccolo e ha completato almeno un ciclo di studi, non è un atto di solidarietà, ma un riconoscimento doveroso che si deve a chi nei fatti è già italiano”.

Al netto delle deficienze mostrate dai diversi partiti in merito alla delicata questione dell’immigrazione, va detto che questa è una battaglia che sostanzialmente si gioca in Europa, un’Europa che è troppo per qualcuno e troppo poco per qualcun’altro. Dopo aver analizzato le proposte messe in campo dai partiti, ci si accorge che vi è un unico punto di convergenza tra tutte le compagini in “lotta”: l’abolizione del “regolamento di Dubino”. Questa risulta essere una base troppo fragile (principalmente dal punto di vista culturale) per poter avviare a nome di un’Italia compatta una politica di revisione dei trattati internazionali.

Far sentire la voce di un’Italia addolorata e straziata dal fenomeno migratorio, di un’Italia umana e sensibile alla vita, dovrebbe essere il compito principale del “nascituro” Governo. Un governo che abbia la forza di presentarsi come guida e punto di riferimento in Italia e in Europa, un governo, infine, che sia un faro per i diritti umani e un esempio di efficienza statale. Un governo, quindi, che non sarà.

William De Carlo per Policlic.it

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