La politica estera francese tra grandeur e multilateralismo

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Fonte: Pablo Tupin Noriega/Wikimedia

Il Presidente e la politica estera

Conformemente alle disposizioni contenute nella Costituzione della V Repubblica francese adottata nel 1958, il Presidente della Repubblica, eletto a suffragio universale diretto con  doppio turno, oltre alle funzioni meramente arbitrali di garante del rispetto della Costituzione, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale della nazione – Art. 5 -, gode di un’elevata autonomia decisionale ed esercita un ruolo politicamente rilevante; congiuntamente al potere di scioglimento anticipato dell’Assemblée Nationale, di nomina e revoca del Primo Ministro – e su proposta di quest’ultimo l’intera compagine governativa – di adire all’istituto referendario per l’approvazione definitiva di un progetto di legge senza passare da un voto parlamentare, il Presidente della Repubblica presiede il consiglio dei ministri.

È però la politica estera ad esser considerata un “domaine réservé”, un ambito riservato, nel quale il capo dello Stato dispone a tutti gli effetti di un ampio margine di manovra esercitando un ruolo predominante – essendo incaricato di negoziare e ratificare i trattati e ricoprendo il ruolo di capo supremo operativo delle Forze Armate (tra cui il deterrente nucleare della “Force de Frappe”) che può impiegare senza alcun controllo parlamentare preliminare. Se è pur vero che formalmente l’articolo 20 stabilisce che sia il Governo a determinare e condurre la politica della nazione, di cui l’azione esterna è parte integrante, la pratica costituzionale, a partire dal 1959 e dall’interpretazione che il generale Charles De Gaulle diede della sua Costituzione, la politica estera e la diplomazia divennero per eccellenza il campo preminente del Presidente della Repubblica – il quale passa oltre il 50% della sua vita professionale su dossier internazionali.

Charles de Gaulle, per l’appunto, il più grande statista della storia repubblicana di Francia, fondatore dell’architettura istituzionale della V Repubblica – e della peculiare forma di governo che ne derivò, il semipresidenzialismo – si batté incessantemente, dopo lo sconvolgente crollo della nazione nel 1940 e l’umiliazione subita dai nazisti, per restaurare il ruolo di primo rango della Francia: “la grandeur”, per l’appunto, e l’indipendenza nazionale, intesa come traduzione politica della nozione giuridica di sovranità, che costituirono i principi cardine della pragmatica politica estera gollista – quel tradizionale e radicato sovranismo di cui la popolazione è gelosamente custode.

Lo scopo del generale de Gaulle era quello di operare un radicale mutamento dello status quo allora vigente, portare all’evoluzione degli equilibri internazionali e dei rapporti mondiali, passando per il superamento del rigido ordine bipolare caratteristico dell’antagonismo fra le due superpotenze e della contrapposizione tra ideologie antinomiche che tenevano sotto scacco l’Europa nel corso della Guerra Fredda. Il fine ultimo del generale era quello di riportare la Francia al centro delle dinamiche internazionali ed in posizione paritaria degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, gli attori di rilevanza dell’occidente. Anche dopo l’uscita di scena di De Gaulle, oramai consolidatasi la sua eredità politica, il peculiare posizionamento geopolitico di Parigi offrì spesso – alcuni periodi più di altri, pur mai venendo meno alle coscrizioni del “mondo libero” – una “terza via” che permise ai presidenti che gli succedettero di esercitare una precipua “puissance d’influence” nei margini di manovra acquisiti.

Eccezion fatta per talune, lievi, sfumature ideologiche, il pragmatico approccio alla politica estera che ha caratterizzato le presidenze francesi dopo la dipartita di de Gaulle è rimasto sostanzialmente invariato: Grandeur, indépendance, Identité, continuano ad essere elementi cui non si può prescindere nell’elaborazione ed implementazione della politica estera d’oltralpe, richiamanti una classica interpretazione dei precetti del diritto internazionale: “Accepter le monde tel qu’il est”. Principi di una dinamica, volontaristica e proattiva azione esterna capace di restituire alla Francia il ruolo di primazia che ad essa spetta, in un mondo caotico ed instabile. L’esagono, che storicamente è sempre stato un attore globale di maggioranza e ha avvertito il ridimensionamento subito al termine della Seconda Guerra Mondiale, e la sua popolazione per contingenze storiche, retaggi politici, eredità culturali, tradizioni, si pensano naturalmente mondiali e a vocazione universale – la cui proiezione trascende i confini della Francia stessa.

L’ascesa di Emmanuel Macron

Contestualmente a condizioni economiche sfavorevoli, con il budget dello stato deficitario per il 43 anno consecutivo, e una recessione economica che hanno alimentato il ridimensionamento di Parigi a “media” potenza, Emmanuel Macron – abile a presentarsi quale candidato di parziale rottura nonostante le pregiudizievoli esperienze governative –  è divenuto nel maggio dello scorso anno l’ottavo Presidente della Quinta Repubblica Francese. Conscio dei tradizionali paradigmi che hanno governato l’azione esterna dello stato, la sua assertiva politica basata sul pragmatismo e sul perseguimento dell’interesse nazionale – promuovendo un vantaggioso multilateralismo in cui la Francia deve avere un “place essentielle” – sta cercando di riposizionare il proprio paese nei più complessi scenari internazionali dove la pressoché totale marginalizzazione aveva fatto svanire l’influenza di Parigi (basti pensare al Medio Oriente).

In un mutevole e destabilizzato sistema internazionale, prioritario per Macron è difendere l’indipendenza nazionale – preservare, cioè, la sovranità e lo specifico margine di manovra di cui godere – e conseguire piena sicurezza per la popolazione in Patrie ed oltremare, combattendo il terrorismo e la radicalizzazione islamica. Con il fine ultimo di restaurare il prestigio dell’esagono, il presidente francese è determinato ad impiegare tutti i mezzi a sua disposizione, dal soft power – che occupa un posto centrale nella retorica diplomatica utilizzata, come la promozione della lingua francese e della “francophonie” in tutte le visite di stato effettuate all’estero da Macron (non da ultima quella in Cina) – al dispiegamento di una operativa presenza militare.

L’Africa

La Francia considera l’Africa come una priorità della sua politica estera e nel corso della prima settimana nel pieno delle sue funzioni, il Presidente francese ha effettuato un importante viaggio in Mali. Con il varo dell’operazione Barkhane Parigi ha dispiegato permanentemente unità speciali, soldati dell’Armée de Terre e mezzi aerei – per un totale di oltre 5000 uomini – nella regione del Sahel, i cui paesi hanno creato un peculiare programma di concertazione politico-militare definito G5 Sahel. Breve inciso. Quest’area è di vitale importanza e gli interessi economico-politico-militari francesi nella regione sono numerosi; tuttavia, stando agli ultimi sviluppi, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha già deliberato l’invio (rimesso ora all’approvazione parlamentare, nonostante le Camere siano già state sciolte) di un pur ristretto numero di militari italiani in Niger nell’espletamento di una missione di contrasto alle milizie armate e di addestramento delle forze nigerine. D’altronde, inquadrato in un una più ampia operazione euro-africana, l’intervento italiano rischia di rimanere relegato al mero ruolo di “gregario” dato che il comando dell’operazione rimarrà in mani francesi. I rischi per i nostri soldati sono elevati: pattugliare un’area desertica che pullula di jihadisti agguerriti significa combattere.

Strettamente correlata alla stabilità del Sahel, alla penetrazione di gruppi terroristici affiliati ad Al-Qaeda o IS e per contingenze storico-politiche correlate agli interessi economici francesi si inseriscono le relazioni tra Parigi ed i paesi del Maghreb e Nord Africa. Aver sconfitto il ramo libico dello Stato Islamico, situato a Sirte, non equivale alla totale neutralizzazione del gruppo dall’Africa: un nuovo hub e centro logistico potrebbero esser stati implementati nel deserto del Fezzan e vicino i confini con la Tunisia, minacciando la stabilità degli Stati limitrofi e della regione del Sahel stessa. Macron comprende la necessità di pacificare la Libia dove il caos regna incontrastato a seguito dello sconclusionato intervento militare NATO del 2011, ed uno dei suoi primi “successi diplomatici” è stato riunire in Francia i due maggiori attori della scena politica libica – il Primo Ministro libico e vertice del Consiglio Presidenziale (formalmente riconosciuto dalla comunità internazionale e dalle Nazioni Unite) ed il generale Haftar – per stipulare un cessate il fuoco ed organizzare elezioni. Ma occorre far chiarezza: se la Libia è una polveriera socialmente divisa in maniera trasversale, composta da una miriade di entità conflittuali che lottano le une con le altre per il possesso delle ricche e pure risorse naturali di cui il paese abbonda, la responsabilità è francese, ed è proprio stato di Parigi il maggior stimolo a ché il regime di Gheddafi venisse rovesciato nel 2011.

Nello stato libico, però, come in tutto il Nord Africa, per conseguire stabilità non si può prescindere dall’attore di maggior rilevanza: l’Egitto. Il Cairo è un importante cliente dell’industria militare francese, la quale ha ottenuto importanti commesse previdenti la fornitura di Rafale e navi Mistral – coprendo il 60% dell’intero valore cumulativo di materiale bellico venduto al paese africano nonostante le pressioni cui Macron è stato sottoposto che subordinavano suddette commesse ad incrementate tutele per i diritti umani.

Non può esser dimenticata l’Algeria, dove la dipendenza geo-strategica ed energetica dell’esagono dal paese africano ha reso imperativo per Macron tentare un miglioramento delle relazioni economiche bilaterali – da sempre caratterizzate da tensioni ed ambiguità, a causa del dominio coloniale e della sanguinosa guerra d’indipendenza combattuta dal 1954 al 1962. L’interscambio commerciale tra i due paesi si attesta ad 8 miliardi di euro, essendo la Francia il secondo partner di Algeri, dopo la Cina; eppure l’instabilità politica, l’elevata disoccupazione (soprattutto giovanile), l’austerity, prezzi del petrolio al ribasso (il principale asset del paese) fanno dell’Algeria una bomba ad orologeria.

La politica africana della Francia, comunemente nota come “Françafrique”, persegue plurimi obiettivi, nel breve e nel lungo periodo: dalla lotta al terrorismo islamico che minaccia tutt’oggi l’integrità territoriale degli stati dell’area del Sahel del Maghreb, alla lotta al traffico di essere umani – azione chiave per una miglior gestione della crisi migratoria, che non può prescindere dalla stabilizzazione e rafforzamento dei paesi di transito e origine dei migranti -, dal contrasto alla povertà endemica tramite finanziamenti umanitari strutturali al sostegno predisposto alle istituzioni ed i governi locali. La presenza multidimensionale della Francia in Africa, incrementa l’importanza del continente sulla scena globale: attraverso due strumenti essenziali quali penetrazione economica e presenza militare (dal Senegal a Gibuti), Parigi tenta di trovare nel continente nero il prestigio e l’influenza internazionale funzionali a controbilanciare il potere di cui la Germania gode in seno all’Unione Europea. Inoltre, l’assertività e l’attivismo diplomatico della politica estera francese in Africa, economicamente e militarmente, illustrano l’ambizioso scopo che Macron persegue, aspirando a divenire l’attore predominante nell’area del Mediterraneo allargato e l’alleato europeo privilegiato degli stati musulmani sunniti.

Contingenze sistemiche ed i mutamenti che si stanno verificando sono a favore del Presidente francese. L’amministrazione Trump e la dottrina dell’America First da essa diffusa, con il relativo ritiro (quello che è definito “ripiegamento espansivo”) dall’area che ne consegue, facilita il compito alla Francia: Washington è alla ricerca di credibili e fidati alleati europei da avallare per gestire gli interessi “occidentali” al posto dell’engagement statunitense. Macron, che ha perfettamente compreso la situazione ed accettato la sfida, ha giocato questa vantaggiosa carta ideologica ponendosi alle proprie spalle – come forma di legittimazione della propria politica estera – Trump, dimostrandolo al mondo intero con la parata militare celebrativa del 14 luglio dello scorso anno a cui il presidente statunitense è stato espressamente invitato. In un momento di transizione geopolitica e multipolarizzazione del mondo, l’unica superpotenza rimasta dopo il termine della Guerra Fredda sta ridimensionando la propria postura egemonica. Il vacuum geopolitico lasciato è occupato dalle “medie potenze” che cercano, a causa della regionalizzazione della sicurezza, di incrementare il proprio margine di manovra. La Francia, che aspira al prestigio di un tempo, ha individuato nella sponda sud ed orientale del Mediterraneo, oltre che in Africa, la sfera d’azione ideale per incrementare la propria rilevanza internazionale.

L’Europa

Ovviamente, la prima e probabilmente più importante dimensione di proiezione della politica estera francese è quella europea. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, per favorire la ripresa economica – in circostanze estremamente sfavorevoli che ponevano Parigi in rotta di collisione con le colonie di quello che un tempo era un vasto impero coloniale – i governi della IV Repubblica francese hanno politicamente optato per la costruzione comunitaria. Il generale de Gaulle sfruttò il processo di integrazione per ancorare la Germania Federale all’alleanza occidentale – prevenendo la rinascita futura di una minaccia tedesca – e per contrastare l’egemonia statunitense nel “mondo libero” durante la guerra fredda. La Francia, che non ha mai sognato la pace perpetua di Kantiana memoria, ha individuato sin da subito nella costruzione europea lo strumento adatto per compensare sconfitte passate, fallimenti ed il ridimensionamento a media potenza: per Parigi, l’Europa è stata, è tutt’ora, sarà considerato un moltiplicatore di potenza – “multiplicateur de puissance.

L’Unione Europea costituisce un non-attore geopolitico globale, un’entità politica embrionale che deve ancora trovare il proprio posizionamento sulla scena internazionale. Contestualmente alle innumerevoli crisi che l’Europa vive, intra-europei (tra nord e sud economicamente, tra est ed ovest per la gestione della crisi migratoria), la Francia sembra essere l’attore predominante: la Gran Bretagna, effettiva potenza controbilanciante l’asse franco-tedesco e storicamente contraria ad una maggiore integrazione politica, è alle prese con le complesse negoziazioni inerenti la Brexit; la Germania, nonostante sia trascorso molto tempo dalla tornata elettorale che ha sancito l’ingresso nel parlamento di forze anti-sistemiche di estrema destra, non ha ancora una governo; la Spagna ha subito i turbamenti della crisi catalana che ha messo a repentaglio la propria integrità territoriale; l’Italia si avvia alle elezioni politiche, ma la sua stabilità istituzionale è sempre precaria.

Su questo ultimo punto, deve esser registrata l’ingerenza negli affari interni di Roma che il presidente francese ha effettuato durante l’ultima visita in Italia: nel corso della conferenza stampa congiunta con il Presidente del Consiglio italiano a seguito del vertice bilaterale, Macron ha pubblicamente affermato che “l’Europa ha avuto molta fortuna ad avere Gentiloni”, augurandosi, nonostante la tornata elettorale, di “continuare insieme il lavoro che abbiamo iniziato”; lo scopo era tirare la volata finale al premier uscente, sciorinando complimenti ed entrando a gamba tesa nella campagna elettorale italiana. Si discute molto, pur vanamente date le risorse economiche a disposizione di interferenze russe nei processi elettorali delle maggiori democrazie occidentali; ma, nel frattempo, quello che è formalmente un nostro alleato ma che costituisce un competitor geopolitico a più livelli, tenta uno scorretto condizionamento politico.

La Francia nello scenario globale

Parigi, unica potenza nucleare dell’Unione e l’unico a sedere permanentemente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è vista dalle altre potenze globali con credibilità e lungimiranza. Ed è, infatti, ciò che Macron ha perseguito nel corso del viaggio in Cina recentemente celebrato. Il presidente francese ha vestito i panni di rappresentante dell’Europa ed ha parlato anche a nome dell’Unione: a più riprese ha affermato, nei discorsi pubblici e nelle riunioni intrattenute con imprenditori cinesi, “Europe is back”; un’Europa che, a suo dire, dovrà esser sempre più forte, unita, democratica, sovrana. Macron punta ad essere incoronato quale interlocutore europeo privilegiato e tanto gli organi di stampa di Pechino quanto i vertici politici lo hanno accontentato. Lo stesso Xi Jinping è arrivato ad affermare che “la Cina sostiene il crescente ruolo della Francia in seno al processo di integrazione europea e guarda con favore al contributo francese all’approfondimento delle relazioni tra Pechino e Bruxelles.” A che titolo, con quale legittimità, e con quale mandato Macron parli in Cina a nome dell’Europa intera non è ben precisato; Macron ha saputo giocar bene le sue carte e riscuotere un importante successo diplomatico, ma i progetti francesi non coincidono con quelli europei, tantomeno con quelli italiani. Il rischio per Roma è di rimanere schiacciata ed ancor di più marginalizzata da un’Europa a trazione politico-militare francese ed economica tedesca.

Talvolta incompreso, altre sottovalutato, la Francia si prepara, grazie all’intelligente politica estera del suo presidente, a divenire uno degli attori di rilevanza nel nuovo ordine internazionale multipolare in ascesa.

Alessio Marsili per policlic.it

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