L’Austria, Kurz, l’Europa

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Immagine da www.politico.eu

L’Austria. Perla paesaggistica dall’incontaminata e predominante natura. Il verde, i laghi, le cime innevate delle Alpi. Centro d’Europa, il più delle volte prudente mediatore tra istanze e diverse sensibilità provenienti dalle più disparate parti del Vecchio continente. Paese dal mediocre presente ma dal grande passato, fasti imperiali, culla di arte, musica, letteratura.

Dimensioni geopolitiche e culturali strettamente interrelate, che trovano sintesi: quella alpina, quella balcanica, quella mitteleuropea e quella dell’Europa centro-orientale. Pilastri quali neutralità, sancita dalla Costituzione, ed appartenenza all’Unione Europea – sin dal 1995, Schengen dal 1998 – alla base della politica estera e della pur limitata proiezione internazionale di Vienna; interessi geo-strategici ed economici rilevanti soprattutto nel Mar Nero, inteso come una estensione geografica dell’area danubiana, e nei Balcani (questi ultimi, per contingenze storiche legate all’Austria). Non è un caso che proprio Vienna sia promotrice in sede comunitaria (ed in questo senso sono utili le pressioni congiunte della rappresentanza italiana) di ingenti sforzi funzionali alla stabilizzazione politica ed al rafforzamento delle prospettive dell’area – non ultimo, proprio un effettivo allargamento dell’Unione agli stati balcanici.

Un sistema paese virtuoso, attrattivo per investimenti ed industrie estere, per transfrontalieri del lavoro desiderosi di beneficiare di protezione sindacale, di un welfare piuttosto generoso. Un futuro, tuttavia, che le problematiche demografiche hanno consegnato all’inquietudine. Ma arriva Sebastian Kurz, ed è rivoluzione generazionale, anagrafica; l’enfant prodige della politica austriaca, il “Wunderwuzzi” com’è epitetato oltre il Brennero.

Madre insegnante, padre ingegnere, nato a Vienna il 2 agosto 1986, la “Marcia di Radetzky” di Kurz verso le dorate stanze dei bottoni della capitale è strabiliante: affascinato dalla politica, abbandona gli studi in legge prematuramente, entrando nell’esecutivo a 24 anni quale sottosegretario all’integrazione – parte del Ministero degli Interni austriaco; deputato del Nationalrat, Consiglio Nazionale austriaco (camera dei rappresentanti del Parlamento austriaco) a 26 anni, divenendo il candidato con più preferenze alle elezioni del 2013; Ministro degli Esteri ad appena 27 anni.

I lunghi capelli tirati all’indietro, giovinezza, eleganza, toni garbati, l’autorevolezza, la curiosità, gli incontri di alto livello – tra cui, si narra, lunghe conversazioni intrattenute con Henry Kissinger a margine delle annuali Assemblee Generali delle Nazioni Unite – e le sue incontrovertibili abilità ne incrementano progressivamente le credenziali diplomatiche, tramutandolo in una stella della politica internazionale. E pensare che la sua carriera politica iniziò con la candidatura al Consiglio Comunale di Vienna nel 2009, quando a bordo di un fuoristrada nero, distribuiva preservativi dello stesso colore, quello del Partito Popolare austriaco: votare ÖVP era “eccitante”. Tempi passati.

Nessuno avrebbe scommesso un euro su di lui, eppure le recenti elezioni lo hanno consegnato alla storia. Con una partecipazione attestatasi al 79% (+4,5 rispetto alla tornata elettorale del 2013), i popolari austriaci ottengono il 31,6% dei suffragi, i socialdemocratici – nonostante la generale crisi della socialdemocrazia chiusa ermeticamente nei tecnicismi governativi – il 26,9% ed i nazionalisti di Strache il 26%. L’Austria vira a destra: sommando i voti di ÖVP e FPÖ si va oltre il 55% dell’elettorato.

Il conservatorismo popolare, la destra “dura” com’è stata definita quella impersonata da Kurz trionfano. La crisi economica, tuttavia, è più percepita che reale: l’Austria cresce oltre i ritmi europei, la disoccupazione è ad un invidiabile 5,9%, il PIL pro capite oltre 45.000 euro. Ma un cambio era necessario. La crescita dell’FPÖ è una inevitabile conseguenza dell’incapacità dell’establishment tradizionale di affrontare i problemi che attanagliano la popolazione.

Le prospettive per l’Italia non sono affatto buone. Fondamentale per Roma comprendere la politica estera del governo che sarà; c’è, oggettivamente, poco da festeggiare. Con la vittoria dei popolari, il nuovo esecutivo (presumibilmente alleato con l’ultradestra), forte del chiaro mandato elettorale, perseguirà con maggior risolutezza politiche securitarie nella gestione della crisi migratoria: esercito schierato al Brennero e chiusura delle frontiere, ulteriore slittamento del paese verso il gruppo “Visegrad” (nonostante la chiusura a nuove adesioni e la frammentazione tra i membri dello stesso, basti pensare alla divergenza di vedute tra Polonia ed Ungheria con riferimento ai rapporti con la Russia; si tratta, inoltre, di paesi convintamente aderenti alla NATO al contrario della neutrale Austria), ancor più ferma opposizione ad alcune politiche comunitarie in materia di immigrazione provenienti da Bruxelles.

Venti di tensione spirano sull’Europa.

Alessio Marsili per www.policlic.it

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