Le lanterne magiche di Ingmar Bergman al Palazzo delle Esposizioni

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Ingmar Bergman nel 1957 (fonte: Wikimedia)

La rassegna cinematografica Bergman 100, inaugurata il 18 gennaio dal Palazzo delle Esposizioni di Roma, rende omaggio al grande regista svedese a quasi 100 anni dalla sua nascita, avvenuta a Uppsala il 14 luglio 1918.

L’iniziativa durerà fino al 4 marzo, e consentirà al pubblico di vedere indiscussi capolavori del regista, come Il Settimo Sigillo, Fanny e Alexander e Il Posto delle Fragole (qui il calendario completo delle proiezioni).

Un cinema autobiografico

Nella sua autobiografia, intitolata Lanterna magica, Bergman parla spesso della sua infanzia come fonte di ispirazione. Figlio di un pastore luterano, il regista entrò presto in contatto con un rigido schema educativo, fortemente improntato sulla consapevolezza della propria condizione peccaminosa, cui porre rimedio attraverso confessione, punizione, redenzione e grazia, temi che ritornano costantemente nei suoi film.

La via di uscita dall’oscurità luterana e paterna fu il cinema. Il cinema è per Bergman la lanterna magica che squarcia il buio e l’isolamento cui era spesso relegato dal padre in punizione. La lanterna è anche la chiave per indagare la vita e le domande che essa pone, per tornare indietro nel tempo e salutare quel bambino tormentato che amava rifugiarsi nel sogno.

In realtà io vivo continuamente nella mia infanzia: giro negli
appartamenti nella penombra, passeggio per le vie silenziose di Uppsala,
e mi fermo davanti alla Sommarhuset ad ascoltare l’enorme betulla a
due tronchi, mi sposto con la velocità di secondi, e abito sempre nel mio
sogno: di tanto in tanto, faccio una piccola visita alla realtà

(
Lanterna magica, Ingmar Bergman).

Nella filmografia bergmaniana il mondo dell’infanzia appare come il rifugio felice cui tornare, mediante il ricordo, quando i punti interrogativi divengono insostenibili. Così, in Fanny e Alexander (1982) la famiglia e il mondo degli adulti sono descritti dagli occhi sognanti di due bambini, la cui fantasia si esprime attraverso un teatrino di marionette. Il matrimonio della loro madre con il pastore protestante Vergérus segnerà la fine di quel mondo incantato e un brusco salto nel cupo mondo canonico protestante: la requisizione del teatrino da parte del pastore è, per Bergman, lo squarcio nel cielo di carta, la fine del mondo fantasioso e il salto improvviso nella cupa realtà canonica.

Cent’anni ben portati

Il cinema di Bergman è una cava che non si finisce mai di scavare. È un libro di domande che non trovano risposta, se non, probabilmente, nei dettagli che il regista si diverte a spargere qua e là nei suoi film. Trattasi comunque di risposte relative e soggettive, mai esaustive.

Ma la grandezza di Bergman risiede anche nell’aver sezionato e analizzato tematiche che sono universali, rivelando una profonda conoscenza dell’animo umano. Ad esempio troviamo l’amore di coppia in Monica e il desiderio (1953), che si consuma in una dimensione selvaggia di puro isolamento, sullo sfondo di un’estate svedese che sembra non finire mai, la cui triste conclusione è resa celebre dall’enigmatico primo piano di una Harriet Andersson seducente ed inquieta, che il regista Jean-Luc Godard definì come “il primo piano più triste della storia del cinema.”

Troviamo la religione e la filosofia – in particolare quella di Nietzsche – ne Il Settimo Sigillo (1957). Il capolavoro che ha consacrato il regista a livello internazionale si svolge in una Svezia medioevale martoriata dalla peste. Il cavaliere Antonius Block sfida la morte in una partita a scacchi, e non vuole morire se non prima di aver trovato delle risposte circa l’esistenza di Dio e il senso della vita umana. È un Medioevo già nichilista, quello di Bergman, dove l’incertezza della condizione umana è proiettata su un Dio che tace e non dà risposte.

Morte: Perché non la smetti di fare tante domande?
Antonius Block: No, non la smetterò.
Morte: Tanto nessuno ti risponde.

Sara Belfiore per Policlic.it

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