L’energia e i partiti politici: fossilizzati sul verde

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Pale eoliche in Svezia (fonte: Tomasz Sienicki/Wikimedia)

Indice:

Introduzione

Gasati per le elezioni? Sì, ma mai quanto la SEN

Energia a 5 stelle, una corsa futuribile o un futuristico sogno?

Il Centrodestra, grande assente al party dell’energia

Note

Riferimenti

Le elezioni sono alle porte, tutti siamo in trepidante attesa di gettare il nostro voto nell’urna, eppure pochi considerano le proposte partitiche sul tema energetico un fattore determinante per la scelta del voto. Sarà che si è sempre bene o male d’accordo sulle decisioni generali da prendere, che è un tema tecnico e tale dovrebbe rimanere e che alla fine conta poco se l’energia è rossa o nera, é sia garantita al tricolore. Purtroppo le scuse sopra addotte non cambiano il fatto che la bolletta elettrica si paga cara quanto il disinteresse verso il tema energetico. C’è da dire che in effetti nemmeno i partiti sembrano interessarsene tanto. Partiamo in primo luogo dalla descrizione dello stato attuale.

La SEN (Strategia Energetica Nazionale), pubblicata il 10 novembre del 2017, può considerarsi come il programma del governo uscente in tema energetico. Il Partito Democratico si avvale saggiamente del lavoro dei ministri Calenda e Galletti, citandolo come riferimento nel punto 5 del proprio programma. Se nella SEN si parla di de-carbonizzazione entro il 2025 e di scegliere il gas naturale come fonte energetica per la transizione verso un futuro 2030 in cui la penetrazione delle FER (Fonti Energetiche Rinnovabili) nel sistema elettrico raggiungerà il 55%, non possiamo che essere colpiti dalla serietà del tentativo di proporre un forte cambiamento, non privo di realismo, nella struttura energetica nazionale.

Figura 1: Scenario nazionale SEN: quota FER sui consumi finali lordi per settore (fonte: Ministero dello Sviluppo Economico)

Oltre al già citato phase out dal carbone entro il 2025 e alla penetrazione di fonti rinnovabili elettriche, altri punti fondamentali della SEN sono: ridurre il costo del gas e dell’elettricità rispetto alla media europea, portare per il 2030 le rinnovabili termiche al 30% e quelle per i trasporti al 21%  (rispetto a dati al 2015 rispettivamente del 19,2% e 6,4%), ridurre i consumi finali di energia primaria (1) di 10 Mtep/anno al 2030 rispetto ai valori previsti, assicurare la sicurezza del sistema energetico sia in relazione agli approvvigionamenti diversificando le fonti sia in relazione alla resilienza, flessibilità e intelligenza delle reti.

Gli obiettivi della SEN si allineano con quelli europei anche per quanto riguarda le emissioni di CO2, con la proposta ulteriore di migliorare il sistema ETS (Emission Trading System) (2) dello scambio di quote di emissione, al momento eccedenti sul mercato e quindi di prezzo troppo basso per incoraggiare gli investimenti in tecnologie low-carbon. La de-carbonizzazione è una scelta in linea con l’attuale tendenza europea e mondiale dovuta in parte al basso costo dello shale gas (3) statunitense e in parte alle drastiche riduzioni del consumo della Gran Bretagna e dell’Europa intera. Punto di forza della SEN, l’addio al carbone è stato concertato con Terna che richiede investimenti infrastrutturali importanti per non trovarsi fra le mani una rete elettrica nazionale ingestibile dopo la rimozione totale degli 8 GW di carbone attualmente operativi (dispiace un po’ per la centrale Enel di Torrevaldaliga Nord, all’avanguardia mondiale per la produzione elettrica pulita da carbone).

La centrale a carbone di Civitavecchia,
Torrevaldaliga Nord (immagine Policlic)

A riguardo va ricordato che i tanto odiati combustibili fossili sono quelli che garantiscono il funzionamento stabile della rete di trasmissione e distribuzione grazie all’elevata inerzia delle masse rotanti dei generatori degli impianti termoelettrici. Un tema, questo, poco evidente per chi non è del settore, ma che è fondamentalmente il motivo per cui bisogna andare cauti con la generazione da fonti rinnovabili non programmabili, facendo di pari passo grandi sforzi nella ricerca sulle smart grids. Sempre per questo motivo si parla anche della costruzione di nuovi terminali GNL (gas naturale liquefatto), ovvero dell’incremento del commercio di gas via nave con la costruzione di terminali di rigassificazione, che, insieme allo sviluppo dell’accumulo elettrochimico ma soprattutto delle tecnologie di pompaggio ben più rilevanti in termini di capacità, permetteranno una gestione sicura della rete nazionale.

Gli obiettivi della SEN per le rinnovabili sono ambiziosi (applicando la Direttiva 2009/28/CE, il target sarebbe fissato al 25% di energia primaria generata da fonte rinnovabile per tutti e tre i settori, mentre la SEN lo fissa al 28%) e qualche problema potrebbe sorgere sul fotovoltaico. Nonostante che la grid-parity sia effettivamente dietro l’angolo e la curva di apprendimento tecnologica del fotovoltaico permetta ancora ampi margini di riduzione del costo di generazione, i volumi installati sono ancora troppo bassi (409 MW nel 2017) per poter raggiungere i 72 TWh al 2030 richiesti dalla SEN. Alla SEN non basta il GNL, la SEN vuole più gas. Uno dei temi che oggi lacera l’Italia è quello del TAP (Trans Adriatic Pipeline). La SEN tradisce il pensiero ambientalista almeno in questo punto, quando considera fondamentale la sicurezza dell’approvvigionamento e l’apertura di nuovi gasdotti. L’Italia come hub del gas non sembra più parte di un chimerico sogno di ritorno alla centralità del nostro paese nello scacchiere geo-strategico internazionale, a patto di incrementare la capacità di stoccaggio del gas.

Un altro punto controverso è il possibile conflitto di interessi fra la strategia nazionale ed FCA per quanto riguarda il settore automobilistico. È chiaro che la vergogna a parlare di elettricità nel settore trasporti non può che essere un sintomo dei pelosi interessi della FCA che pesano sulle scelte nazionali. Mentre la Norvegia, la Francia, la Germania, pigiano su un acceleratore elettrico, noi siamo ancora restii a fare il grande passo. Prudenza o pusillanimità? Vedremo. Anche nell’edilizia la SEN non convince. I potenziali risparmi sono enormi su un settore che influisce per il 28% sui consumi finali di energia primaria, ma non sembra esserci l’aggressività necessaria per affrontare il problema, pur considerando le varie misure proposte, volte a diminuire il costo degli investimenti e ad aumentare la consapevolezza dei consumatori.

L’investimento previsto dalla SEN di 175 miliardi di euro non è solo un investimento in termini economici ma anche in termini politici su un tema che gode di ampi consensi, anche di quelli dell’ENI di Claudio Descalzi che con il gas non vede piangere il piatto. Nel complesso ben congegnata, la strategia non eccede la misura. Il rischio è forse quello di essere troppo equilibrati e di scontentare le fazioni più estreme: c’è chi potrebbe partire alla carica per non aver dato spazio a soluzioni fortemente innovative e rivoluzionarie e chi potrebbe accusare la SEN di non dare il giusto spazio alle fonti convenzionali il cui sfruttamento è abbandonato a compagnie estere in cambio di misere royalties. Indubbia è la volontà di conciliare le due visioni e di far sì, come Gentiloni stesso ha affermato, che la tematica della sostenibilità e della competitività vadano di pari passo. Ma passiamo ora al programma dei pentastellati, l’unico paragonabile alla SEN in quanto a mole e proposte avanzate.

Il MoVimento 5 Stelle inizia il programma evidenziando come, secondo loro, la SEN non sia in realtà in grado di indirizzare l’Italia verso gli obiettivi di de-carbonizzazione profonda del sistema energetico.

Infatti, nonostante il calo dei consumi energetici e lo spostamento verso fonti più pulite previsto dal documento, la distanza tra la traiettoria delle emissioni di gas serra secondo lo scenario SEN e quella di conformità agli obiettivi della Roadmap europea al 2050 aumenterebbe dopo il 2030, raggiungendo una riduzione massima del 63%, rispetto all’80-95% prospettato dalla UE. Il MoVimento critica anche i modelli utilizzati per le previsioni della domanda di energia in quanto non hanno incluso gli effetti della crisi economica, il prolungamento della stessa e i cambiamenti strutturali del sistema e propone quindi dei propri studi di settore che portano a conclusioni diverse da quelle della SEN.

Date queste premesse la proposta del movimento è, alla base, sostanzialmente la stessa della SEN, dunque mirante a raggiungere un sistema energetico che garantisca sostenibilità ed indipendenza. Obiettivi raggiungibili attraverso tre principali sotto-obiettivi: efficienza e uso razionale dell’energia, sviluppo delle fonti rinnovabili e aumento della penetrazione del vettore elettrico. Per il M5S la strada della sostenibilità “inizia dalla fine”, cioè per ridurre la produzione bisogna iniziare con il ridurre i consumi finali di energia, è quindi necessario investire nell’efficientamento energetico e nel taglio degli sprechi, a partire dal settore residenziale a quello industriale. Il M5S propone poi un graduale ma deciso passaggio alle sole fonti rinnovabili per alimentare il sistema.

Per arrivare a realizzare quest’obiettivo occorrerà indirizzare da subito le scelte di imprese e famiglie, attraverso la definizione e l’attribuzione al prezzo finale dei costi esterni (4) provocati dall’utilizzo di qualunque forma di energia; è previsto dunque un vero e proprio piano di incentivi delle fonti rinnovabili oltre a quelli già esistenti e di disincentivi delle fonti fossili, oltre che una strategia di investimenti in prima persona per non lasciare fuori le famiglie sotto un certo reddito da questa rivoluzione energetica. Ricordiamoci però della famigerata componente A3 della bolletta (oneri di sistema) che andrebbe a crescere considerevolmente se il piano degli incentivi del M5S venisse applicato senza un’attenta gestione. In particolare, si auspica che ogni politica di sostegno/incentivazione sia operata in ottica di un’integrazione della tecnologia rinnovabile di turno nel mercato. Prima o poi questi bambini rinnovabili dovranno crescere e portare a casa lo stipendio!

Sul versante della penetrazione elettrica, il M5S ne prospetta un forte incremento per soddisfare i consumi finali. Il passaggio al vettore elettrico sarebbe fondamentale per ridurre i consumi e permettere alle rinnovabili elettriche di cui dispone il Paese di esprimere il loro massimo potenziale. Secondo il World Energy Outlook 2016 questo trend è mondiale, tanto che nel 2030 l’elettricità coprirà il 21% dei consumi finali. La disincentivazione delle fonti fossili avrà un risvolto positivo sulla penetrazione elettrica, poiché essa stimolerà la sostituzione delle tecnologie basate sugli usi termici con le nuove tecnologie elettriche.

Fonte: Ron Mader/Flickr

Una volta delineata questa strada, il MoVimento indica i vari passi intermedi e gli obiettivi per raggiungere la meta, partendo dai tempi e le intenzioni di dismissione delle fonti fossili. Un punto critico sono le riduzioni dei consumi delle rinnovabili nel settore termico. In questo caso il modello cinquestelle prevede un passaggio dagli 88 Mtep del 2014 ai 25 Mtep del 2050 elettrificando la domanda e utilizzando le bioenergie come vettore preferenziale. Uno scenario ottimistico e difficilmente percorribile, soprattutto quando si vuole eliminare ogni contributo fossile. Sarebbe interessante disporre delle tappe intermedie per valutare una simile proposta. Si indica infatti nel breve periodo la necessità di abbandonare i combustibili solidi entro il 2020 e entro la fine del 2030 prospettano di aver sostituito il petrolio e i suoi derivati da tutti i settori fatta eccezione del settore dei trasporti e quello agricolo per i quali la data della completa indipendenza si stima rispettivamente nel 2040 e nel 2050 in quanto sono settori la cui dipendenza dai prodotti petroliferi non permette una dismissione di questi in tempi brevi. Non scendiamo eccessivamente nel dettaglio, ma una chiosa va fatta sulle auto elettriche. Al contrario della SEN si parla di una radicale elettrificazione del settore automobilistico. Laddove la SEN è carente, il programma pentastellato rischia l’esagerazione quando parla di consumi elettrici al 90% nella mobilità al 2050, senza giustificare il dato.

Si identifica nel gas naturale una fonte fondamentale, soprattutto fino al 2040, in quanto dovrà sopperire alla sostituzione dei combustibili solidi e liquidi in modo da non generare una corsa alle installazioni alternative – corsa che implicherebbe dei sovra-investimenti in nuovi impianti destinati ad essere abbandonati prima della fine della vita utile – e dovrà garantire una crescita lineare degli apporti da fonti rinnovabili. Si prevede che dopo il 2040 si possa via via rinunciare all’apporto del gas naturale e che entro il 2050 si possa fare a meno anche di questa fonte. Rispetto alla SEN i tempi di dismissione delle varie fonti fossili sono più drastici e quindi più costosi ma secondo il movimento sono ampiamente motivati dagli elevati costi ambientali e sanitari legati all’utilizzo di tali fonti.

Ma se il piano dei 5 Stelle risulta attuabile per il carbone, e per il petrolio e i suoi derivati, e giustificabile dai costi esterni, per il gas rimangono dei dubbi sulla strategia successiva al 2040, in quanto una rinuncia così a ridosso della sua precedente valorizzazione potrebbe rappresentare un investimento sbagliato. Non è comunque una decisione irreversibile ma parte di un piano revisionabile alla fine del primo step alla luce della situazione tecnologica, geopolitica e del mercato nel 2040.

Più preoccupante, e lo si dirà per inciso, l’atteggiamento grillino nei confronti del TAP. Se il gas dovrà avere tale importanza nella transizione, perché il TAP viene tanto osteggiato dal movimento? Per l’elettricità le proposte sono quelle più logiche: reti smart, interventi mirati soprattutto sulla distribuzione, stoccaggio. Senza preavviso, le righe immediatamente successive lanciano una bomba: la proposta di nazionalizzare Terna: “si ritiene essenziale che Terna o l’azienda che avrà la concessione pubblica per la trasmissione dell’energia elettrica torni ad essere di proprietà pubblica”.

Punto anch’esso controverso alla luce di quanto si afferma sui prosumers, ancora fortemente scoraggiati, secondo il movimento, a realizzare reti di autoconsumo locale ma che si auspica lo possano fare in futuro. Una nazionalizzazione di Terna non sarebbe probabilmente in linea con la liberalizzazione del mercato dell’energia e con la partecipazione sempre più attiva dei prosumers al mercato elettrico con una domanda elettrica che si prevede sempre più elastica.

Un punto positivo del programma può registrarsi nella volontà di investire nella ricerca di forme di stoccaggio diverse da quello elettrochimico: si parla di idrogeno e aria compressa. Il rischio però di non trovare, nei tempi necessari, soluzioni per lo stoccaggio più economiche ed efficienti di quelle presenti è reale; in tal caso si prevede un ricorso allo scambio con l’estero ma verrebbe così a mancare uno degli obiettivi finali del programma: l’indipendenza energetica.

Secondo il MoVimento ​il mercato elettrico sarà perciò pienamente integrato nel Mercato Unico Europeo, il che renderà possibile acquistare da altri paesi l’energia elettrica in difetto durante la parte dell’anno in cui è previsto che la potenza installata sul territorio sarà insufficiente a coprire il fabbisogno nazionale e, al contrario, vendere l’energia elettrica in eccesso durante la restante parte dell’anno, in cui si prevede che la potenza installata produrrà in misura maggiore al fabbisogno nazionale. Bisogna riconoscere che visto che oggi continuiamo ad acquistare principalmente fonti primarie, la quota futura da acquistare sarebbe certamente minore in termini di energia primaria, e se così come da obiettivo del programma dei 5 Stelle la quota di produzione interna sarà tanto alta da avvicinarsi alla parità del saldo, si avrebbe comunque una posizione di forza negli scambi commerciali. Ma se non si fosse in grado di stoccare più economicamente l’energia prodotta, sarebbe più logico non rinunciare totalmente al gas dopo il 2050 e utilizzarlo come fonte di approvvigionamento “sicura” e integrarlo alla compravendita con gli altri stati.

L’ obiettivo finale del MoVimento è quindi quello di raggiungere una piena indipendenza energetica che consentirà progressivamente di creare un sistema di prezzi energetici interno, stabile e non soggetto a variabili esogene, quali offerta e domanda mondiali dei beni energetici, scarsità, fattori geopolitici. Obbiettivo molto ambizioso, se si considera che la SEN prevede una percentuale della dipendenza energetica di ancora il 64% al 2030. Comunque i prezzi dovranno, nello scenario pentastellato, riflettere unicamente i costi di produzione delle tecnologie su scala internazionale, così poi da seguire dinamiche interne. Certamente il piano energetico del MoVimento 5 Stelle necessiterebbe per la sua applicazione di maggiori investimenti rispetto alla SEN, piani di incentivazione e disincentivazione considerati, e permangono i dubbi sulla pura convenienza economica, anche se da un lato si propone di ammortizzare questi costi sfruttando il naturale fine vita di alcuni impianti. A tratti esagerato e privo di giustificazioni forti, rischia di essere un sogno dal sapore avveniristico e dai contorni sfumati. Ma il M5S parla chiaramente di priorità diverse da quelle strettamente economiche: mette davanti a tutto la salute delle persone e dell’ambiente oltre a considerare questo piano energetico come uno strumento per lo sviluppo di un’economia interna nel campo delle energie rinnovabili che potrebbe rendere il grande impegno economico un vero e proprio investimento ad alto moltiplicatore.

Dopo aver affrontato il programma energetico di PD e M5S sarebbe giunto il momento di illustrare la visione del Centro-Destra unito ma purtroppo in questo caso c’è ben poco da dire. Se da Porta a Porta a Piazzapulita non si sente mai parlare un ospite di centro-destra di energia, la situazione programmatica non è assai diversa.

Il tema infatti non solo risulta occupare il decimo punto (su dieci!) del programma comune ma viene anche affrontato in una maniera assolutamente sommaria e semplicistica facendo passare “l’incentivo alle energie rinnovabili”, “l’incremento del risparmio energetico” e “il bisogno di salvaguardare l’ambiente” come grandi massime che ricordano più i Dieci Comandamenti che una trattazione ordinata ed organica di una materia tanto importante. Delusione totale quindi dalla coalizione, che perde l’occasione di trattare un tema assolutamente non di nicchia ma anzi di fondamentale importanza soprattutto per l’elettorato “moderato e liberale” costituito, tra gli altri, anche da fior fior di imprenditori costretti a pagare ogni mese una bolletta salatissima, la più cara d’Europa.

Costo dell’energia elettrica tra i paesi europei (fonte: Polo Tecnologico per l’Energia)

Eppure, nonostante il nostro Paese non sia certo noto per essere ricco di fonti primarie, la nostra componente energia non sarebbe nemmeno la peggiore, peccato che le poche volte che si parla dei tagli in bolletta ci si riferisca solo al canone RAI.

La Lega è fra i pochi che sembrano dire qualcosa in più. Prona a favorire la produzione distribuita, in linea con il regionalismo che caratterizza da sempre il partito, propone misure su piccola scala, pur scivolando inevitabilmente nel mantra del 100% rinnovabili. Viva la generazione distribuita di piccola taglia insomma, soprattutto in vista della riduzione del costo degli oneri di rete, che la Lega stima troppo alti per i consumatori. L’avversità verso le installazioni da parte delle multinazionali e la proposta di incentivare la sostituzione delle caldaie e l’eliminazione del bollo per le auto elettriche sembrano temi sconnessi e invece si può vedere l’attenzione particolare al made in Italy e la voglia di agire sul territorio. Niente di sconvolgente per chi è avido di scelte meglio delineate, ma è pur sempre qualcosa.

Proseguendo con l’analisi dei programmi elettorali la situazione non è delle più entusiasmanti: dei restanti 15 partiti analizzati da Policlic, ben 9 non trattano minimamente il tema “energia” nel loro programma, confermando il trend lassista già portato avanti dal centrodestra. Interessanti invece si rivelano le posizioni di +Europa e LeU, partiti fortemente orientati verso il tema ambientale, che esprimono attraverso il programma una volontà d’intenti chiara anche se a volte un po’ esasperata.

Il programma di LeU in quest’ambito risulta il più equilibrato: un po’ più coraggioso della SEN in quanto apre più nettamente alla possibilità delle smart grids ma non audace come le posizioni della Bonino, che spingerebbe per un mercato unico europeo ed una forte spinta verso la mobilità elettrica. Il tema del passaggio da generazione centralizzata a generazione distribuita è economicamente molto oneroso. Dalla lettura dei programmi si nota che solo Lista del Popolo propone di investire sul tema della ricerca in quest’ambito, mentre gli altri che citano le smart grids non considerano il fatto che una transizione senza una adeguata tecnologia che consenta di controllare efficacemente i flussi di potenza ed in grado di garantire uno stoccaggio efficace rischia di rivelarsi una scelta piuttosto infelice.

Rimanendo ancora sui partiti che hanno rotto il silenzio sulla questione energetica, si nota una spiccata divisione sul tema della gestione dello Stato del settore Energia: i più conservatori come DC e Potere al Popolo! auspicano una ri-statalizzazione di ENEL mentre i partiti più progressisti (PD, LeU, +E) seguono per una linea fortemente liberale. È curioso che i partiti più sovranisti in materia energetica siano quelli che su altri campi lo sembrano meno. Si è detto che il M5S ha intenzione di statalizzare Terna e oggi vediamo il PD che non desidera troppo stato. I tempi cambiano!

Al di là delle due visioni della questione una domanda sorge spontanea: come sarà possibile portare avanti una linea se ancora oggi nel 2018 la generazione e distribuzione dell’energia è materia concorrente tra Stato e Regioni? Alla Corte Costituzionale l’ardua sentenza.

Luigi Tallarico e Mary Sangregorio per Policlic.it

  1. energia primaria una fonte energetica che si trova in natura e non è stata convertita in un’altra forma energetica. Esempio di fonte primaria rinnovabile è l’energia solare; una fonte primaria non rinnovabile sono i combustibili fossili prima della loro combustione. L’unità di misura per l’energia primaria è il tep (tonnellata equivalente di petrolio), pari ad un contenuto energetico convenzionalmente posto dall’International Energy Agency a 41,868 GJ (gigajoule) o 11630 kWh (chilowattora). Come termine di paragone si considera che in media all’anno una famiglia di 3-4 persone consuma 700 kWh elettrici, pari a 0,13 tep).
  2. l’Europa ha mutuato dagli Stati Uniti (dove veniva usato per la riduzione degli SOx e gli NOx) per la riduzione della CO2 dopo il protocollo di Kyoto. È un sistema cap&trade: si stabilisce un tetto massimo di emissioni (cap) e si fa in modo che le imprese acquistino o ricevano dei diritti di emissione commerciabili (trade) che devono restituire alla fine di ogni anno per non essere multati.
  3. cosiddetta “non convenzionale”, estratta dalle rocce mediante fratturazione della roccia con acqua ad alta pressione (fracking). È considerato dannoso per l’ambiente per ragioni idrogeologiche.
  4. (o esternalità o costi occulti) sono quei costi legati all’utilizzo di una fonte energetica che vengono condivisi da un’ampia parte della collettività senza che il loro costo sia immediatamente monetizzabile all’interno dell’investimento energetico e quindi immediatamente visibile. Un esempio è il costo esterno dell’energia nucleare da fissione ovvero lo smaltimento delle scorie radioattive.

SEN:

http://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/documenti/Testo-integrale-SEN-2017.pdf
http://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php/it/194-comunicati-stampa/2037349-ecco-la-strategia-energetica-nazionale-2017
http://www.lastampa.it/2017/11/12/scienza/ambiente/focus/sen-molti-passi-avanti-ma-manca-il-salto-finale-aXsdjoUjdnpaAhHiqYzldM/pagina.html
https://www.kyotoclub.org/news/2017-nov-10/presentata-la-strategia-energetica-nazionale-sen/docId=7043
http://formiche.net/2017/11/ecco-novita-numeri-e-obiettivi-della-nuova-strategia-energetica-nazionale/
http://www.repubblica.it/economia/2017/11/10/news/sen-180767873/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/08/tempa-rossa-perche-la-produzione-di-petrolio-non-e-strategica-per-litalia/3843394/

Articoli e documenti ulteriori:

https://www.iea.org/coal2017/
http://atlanteitaliano.cdca.it/conflitto/conversione-della-centrale-termoelettrica-di-torrevaldaliga-nord-di-civitavecchia
http://www.civonline.it/articolo/enel-torrevaldaliga-nord-allavanguardia-mondiale-sotto-il-profilo-ambientale?mob=1
http://www.qualenergia.it/articoli/20180208-fotovoltaico-italia-l-installato-2017-e-stato-di-409-mw-
http://www.qualenergia.it/articoli/20160623-la-fotografia-dell-energia-italia-nel-2015-consumi-lordi-171-mtep
https://motori.fanpage.it/auto-benzina-e-diesel-la-mappa-progressiva-dei-divieti/#italia-francia-e-regno-unito
http://www.askanews.it/economia/2017/08/16/energia-il-gas-come-fonte-di-transizione-una-priorit%C3%A0-per-leni-pn_20170816_00080/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/08/tempa-rossa-perche-la-produzione-di-petrolio-non-e-strategica-per-litalia/3843394/
http://www.qualenergia.it/articoli/20140904-studio-wri-il-problema-acqua-altro-ostacolo-per-lo-shale-gas

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