Policlic.it segue “Le relazioni tra Russia e Occidente nell’area Baltica e nel Caucaso. A cento anni dalla fine della Grande Guerra”

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La Storia e la Geopolitica russa tra passato, presente e futuro

(a cura di Niccolò Meta)

Quando la bandiera dell’Unione Sovietica venne ammainata per l’ultima volta dal pennone del Cremlino, la sera del 25 Dicembre 1991, molti credettero di essere testimoni di una svolta epocale dove il trionfo delle democrazie liberali avrebbe posto la parola fine a qualunque velleità egemonica per i sistemi ad esse alternativi.

Per descrivere un simile clima di euforia e di genuina fiducia verso un futuro che mai come allora era apparso così radioso, il politologo statunitense Francis Fukuyama coniò un’espressione destinata col senno di poi a divenire iconica, quella di “fine della storia“. Nel nuovo assetto internazionale dominato dagli Stati Uniti d’America e dai suoi più stretti alleati non ci sarebbe più stato margine di autonomia per la neonata Federazione Russa, alle prese con il difficilissimo compito di muovere i primi passi lungo un percorso ad essa ignoto: quello democratico-capitalistico.

Francis Fukuyama, The End Of History and The Last Man, 1992

Rileggendo questa interpretazione a distanza di ventisei anni e alla luce dello stato attuale delle cose non può che sfuggirci un timido, malizioso sorriso: lo scoppio della crisi ucraina nel Febbraio del 2014 e la sua successiva degenerazione in guerra civile, seguita dall’annessione della Crimea e dalla preoccupante escalation del conflitto siriano, hanno riportato prepotentemente alla ribalta il ruolo di Mosca come attore di primo piano nello scenario politico mondiale spingendo diversi analisti ad ipotizzare il ritorno ad una nuova guerra fredda.

Un’affermazione quantomeno discutibile se si tiene conto dell’assenza di una forte polarizzazione ideologica tra i due protagonisti, peraltro accomunati dall’appartenenza ad un’economia di mercato e da una forma di governo di tipo presidenziale. Ciononostante sono anni che i capi di Stato di tutto il mondo continuano a porsi lo stesso identico quesito senza mai approdare ad una soluzione definitiva o quantomeno percorribile: come rispondere alle iniziative di una simile realtà statuale, la Russia, brillantemente definita dal Premier inglese Winston Churchill (1874-1965)un rebus avvolto in un mistero che sta dentro a un enigma” ?
Sarebbe più saggio optare per la via del dialogo o proseguire con lo scontro frontale attraverso le ormai familiari sanzioni economiche?

Questa e altre domande sono state debitamente affrontate nel corso del convegno intitolato Le relazioni tra Russia e Occidente nell’area Baltica e nel Caucaso. A cento anni dalla fine della Grande Guerra”, tenutosi lo scorso 19 Aprile presso la Link Campus University di Roma. L’evento, presieduto dal Presidente dell’Ateneo Vincenzo Scotti, assieme al Presidente della Fondazione Roma Sapienza Antonello Folco Biagini ed il Direttore Esecutivo della Yegor Gaidar Foundation, dottoressa Irina Buylova, ha coinvolto personalità del mondo accademico ed ospiti di primo piano del mondo quali l’ex Ministro degli Esteri, prof. Franco Frattini ed il già ambasciatore italiano a Mosca Cesare Maria Ragaglini.

I saluti istituzionali e l’introduzione della conferenza da parte del Presidente della Fondazione Roma Sapienza Antonello Folco Biagini, del Direttore Esecutivo della Yegor Gaidar Foundation, dott.ssa Irina Buylova, e del Presidente della Link Campus University Vincenzo Scotti
Fonte : Gabriele Natalizia/Twitter

La prima parte della conferenza si è incentrata sulla presentazione del libro “Il crollo di un Impero – Lezioni per la Russia moderna” , una lucida analisi sui limiti intrinseci del modello sovietico firmata dall’ex Primo Ministro Yegor Gaidar (1956-2009): personaggio di spicco dell’era el’ciniana e promotore degli accordi che avrebbero portato alla nascita della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), il nome di Gaidar resta indissolubilmente legato alle riforme strutturali che fra il 1991 e il 1992 cancellarono ogni traccia della precedente eredità comunista attraverso la liberalizzazione dei prezzi e la privatizzazione dei settori chiave dell’economia.

Destinata nei piani del suo ideatore a traghettare il Paese verso un modello autenticamente capitalistico, questa vera e propria terapia d’urto contribuì in ultima istanza ad un aumento vertiginoso dei prezzi e ad un drastico deterioramento delle condizioni di vita dei cittadini, devastati dalla svalutazione dei propri risparmi e dall’avanzare dell’iperinflazione mentre una ristretta cerchia di uomini d’affari, gli oligarchi, si appropriava di enormi ricchezze traendo vantaggio dal caos imperante in quegli anni. Nondimeno tale figura così complessa e senz’altro discutibile è divenuta al giorno d’oggi argomento di una profonda rivalutazione da una parte di alcuni intellettuali, concordi nel riconoscerle il merito di aver salvaguardato l’unità nazionale scongiurando sul nascere lo scoppio di una seconda guerra civile.

Lettura complessa e non propriamente intuitiva, “Il collasso di un Impero” ha comunque riscosso un notevole successo a livello locale e internazionale grazie al taglio specialistico e ai frequenti paragoni con l’attualità putiniana dove l’autore, memore degli errori commessi in passato nel nome di una grandeur ingannevole, mette in guardia i suoi connazionali sui rischi rappresentati da quei sogni di gloria che appena vent’anni prima avevano condotto una delle maggiori potenze mondiali alla rovina.

L’Antica Biblioteca della Link Campus University.
Da sinistra verso destra, il professor Gabriele Natalizia (Link Campus University – La Sapienza), la dott.ssa Irina Buylova ed il dottor Leonid Gozman (Yegor Gaidar Foundation) ed il professor Andrea Giannotti (Università di Pisa – MGIMO)

L’analisi introduttiva dell’opera di Gaidar, strutturata in varie riflessioni sia dal punto di vista politologico che storico ed economico è stata resa possibile in una prima sezione della conferenza mediata dal dottor Leonid Gozman della Yegor Gaidar Foundation.
In questa fase il dibattito si è concentrato attorno al saggio di Yegor Gaidar ma anche ad una più ampia visione della storia contemporanea della Russia e degli ultimi anni dell’Unione Sovietica grazie agli interventi della dottoressa Irina Buylova , Direttore Esecutivo della Yegor Gaidar Foundation , del professor Andrea Giannotti (docente con cattedre all’Università di Pisa e alla MGIMO di Mosca) e del professor Gabriele Natalizia, docente della Link Campus University e dell’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma. Di quest’ultimo lo staff di Policlic.it ha ripreso un estratto qui riportato.

Fra gli aspetti più interessanti affrontati dalla dottoressa Buylova e analizzati nell’opera sopracitata occorre menzionare la confutazione di quei falsi miti imperanti all’indomani del crollo dell’URSS, primo fra tutti il presunto complotto secondo il quale Michail Gorbačëv e Boris El’cin (1931-2007) sarebbero stati “delle spie assoldate dalla CIA per distruggere l’esperimento sovietico svuotandolo di significato“.
Al contrario le ragioni del collasso di quello che Richard Pipes, storico statunitense e ideologo presso la Casa Bianca negli anni della presidenza Reagan (1981-1989), aveva ribattezzato in maniera sprezzante “impero del male”, dovevano essere ricercate nell’incapacità dei suoi leaders di affrontare la dura realtà come l’inefficienza dei piani quinquennali e il peso rappresentato dalle spese esorbitanti per il mantenimento del complesso militare-industriale.

In un intervento di poco successivo, il professor Gabriele Natalizia ha ripreso questa stimolante disamina identificando un pattern in grado di accomunare la fine degli imperi contemporanei (nel dettaglio i casi inglese e francese) con il collasso dell’Unione Sovietica: la prima analogia è costituita dall’appiattimento dell’economia su un unico settore quale l’esportazione delle materie prime, espediente svantaggioso dal momento che l’oscillazione dei prezzi minaccia sul lungo periodo di ostacolare lo sviluppo del Paese stesso; la seconda ha invece per oggetto il peso eccessivo degli oneri finanziari assunti con gli alleati, colonie o Stati satelliti che siano, passibili di riflettersi negativamente sui contribuenti alimentandone il malcontento; la terza è incentrata sul venir meno degli interessi materiali e immateriali come la trasmissione di cariche in seno all’establishment, causa di un progressivo disinteressamento verso la cosa pubblica con conseguenze facilmente prevedibili; l’ultimo punto si fonda sul declino della potenza militare a seguito di sconfitte militari o di programmi di ridimensionamento delle forze armate.

Il secondo estratto video dell’intervento del professor Natalizia riporta ed approfondisce i concetti ivi citati.

Altro tema particolarmente in voga quando si parla di rapporti fra Est e Ovest è quello relativo all’inclusione della Russia nella sfera europea, diatriba che nell’arco dei secoli ha conosciuto momenti altalenanti con la temporanea prevalenza del partito del “sì” seguita dall’egemonia del fronte del “no”.

È interessante notare il medesimo discorso sia stato lungamente affrontato all’interno dei circoli intellettuali di Mosca e di San Pietroburgo ove, a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento, le correnti degli slavofili e degli occidentalisti si confrontarono a colpi di pamphlet con l’intento di influenzare la politica estera dell’allora autocrazia zarista: i primi sostenevano infatti l’impossibilità di ridurre il patrimonio culturale e spirituale dei popoli slavi ad una semplice emulazione dell’Occidente, prefigurando al contrario una via speciale destinata a condurli verso la grandezza nell’ambito di una visione storica di stampo messianico; i secondi supportavano invece la tesi dell’unità indissolubile con il Vecchio Continente, modello virtuoso da seguire mediante l’appropriazione delle conquiste da esso raggiunte e il loro impianto nel più giovane e dinamico tessuto sociale russo.

Circa un secolo dopo queste posizioni furono coadiuvate da un terzo indirizzo, quello eurasista, teorizzato dal principe Nicolaj Trubeckoj (1890-1938) e animato dalla convinzione che la Russia moderna sia il risultato della fusione di due modelli antitetici quali l’Orda d’Oro del Khan, dominatrice indiscussa del Paese per oltre duecento anni, e la teocrazia bizantina. L’insieme di tali orientamenti contribuisce almeno in parte a spiegare l’andamento schizofrenico delle relazioni fra l’Europa e il misterioso gigante orientale, capace di azzerare nell’arco del ventennio putiniano il lavoro fatto da El’cin e da Gaidar per ricucire la distanza siderale creatasi negli anni della dittatura sovietica. Nondimeno è opportuno precisare come alla vanificazione di questo processo abbia contribuito in misura determinante la decisione della NATO e dell’Unione Europea d’inglobare realtà statuali un tempo appartenenti al Patto di Varsavia, scelta che ha risvegliato nei palazzi del Cremlino lo spettro mai sopito dell’accerchiamento o containment ad opera di potenze ritenute ostili.

L’intervento del professor Andrea Giannotti

Muovendo da simili considerazioni il professor Andrea Giannotti ha delineato quattro momenti chiave nell’incrinatura dei rapporti con l’Ovest, ferite mai del tutto rimarginatesi e, di riflesso, fonte di dissapori: il primo è quello rappresentato dal cosiddetto Scisma d’Oriente del 1054, conseguenza di divergenze dottrinali che avrebbero separato per sempre il mondo cattolico da quello ortodosso; il secondo è costituito dalla dominazione mongola di cui abbiamo parlato in precedenza, cruciale nel tagliar fuori l’allora Granducato di Mosca dallo sviluppo politico ed economico realizzatosi a partire dal Basso Medioevo; a seguire troviamo l’invasione napoleonica del 1812, al termine della quale venne meno l’influsso esercitato dalla cultura europea fin dal regno di Pietro il Grande (1672-1725), e lo scoppio della rivoluzione bolscevica nell’Ottobre del 1917.

Al termine della prima parte della conferenza è stato possibile avvicinarsi al Presidente della Fondazione Roma Sapienza Antonello Folco Biagini grazie al quale Policlic.it ha potuto raccogliere e riprendere alcune delle sue riflessioni legate alla fase storica intermedia che visse la Russia a seguito del crollo del regime comunista : dall’interregno di Boris El’cin all’avvento di Vladimir Putin.



“Due parole con..”
– Prof. Maurizio Melani, docente di Relazioni Internazionali presso la Link Campus University di Roma ed ex-Ambasciatore italiano in Iraq

(a cura di Alessio Marsili)

William De Carlo ed Alessio Marsili discutono con l’ex-Ambasciatore italiano in Iraq ed Etiopia, professor Maurizio Melani.

Quando nel 2005 il Cremlino lanciò un’intensiva campagna pubblica di sensibilizzazione concernente la propria diplomazia, con il fine ultimo di migliorare la considerazione che di essa possedeva la comunità internazionale nella sua interezza, il primo sforzo effettuato dal governo russo fu il lancio della nota emittente Russia Today.

Si era in un’epoca, inizi anni 2000, in cui Mosca sembrava poter essere inclusa nella definizione dei nuovi equilibri politici e securitari del continente europeo, contestualmente ad un sistema internazionale unipolare egemonizzato dagli Stati Uniti. Un intervallo temporale in cui, tra il 1997 ed il 2002 furono stabiliti appositi meccanismi di concertazione e organi deputati all’incremento della cooperazione civile, politica e militare tra nemici esistenziali: la NATO, il blocco militare antitetico al Patto di Varsavia durante la Guerra Fredda e la Federazione Russa.

Nel 1997 venne stipulato a Parigi il “Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security” tra l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord e la Russia mentre nel 2002 fu la volta della “Rome Declaration” – passata alla storia come l’accordo di Pratica di Mare, in cui il Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi fece stringere la mano a Vladimir Putin e George W. Bush.

Una breve parentesi di avvicinamento a quello che un tempo era definito “mondo libero”: eppure la Russia non ha mai smesso di contestare la legittimità dell’ordine internazionale liberale scaturito dalla Seconda Guerra Mondiale e dall’universalità dei valori da esso trasmessi. E c’è da sempre un aspetto chiave, fondamentale e caratteristico nel paradigma della politica estera russa: l’indissolubile legame tra proiezione internazionale e conservatorismo. Quest’ultimo inteso non esclusivamente come cespite di valori, esaltazione delle proprie specificità, delle tradizioni culturali e delle peculiarità russe, ma come orientamento adeguato per le pressanti sfide che il sistema internazionale pone.
Un rapporto con l’Occidente, dunque, strutturalmente viziato.

Sin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, la diplomazia della Federazione Russa, dalla importante tradizione, è impegnata a mostrarsi civile e cooperativa, contrastando l’immagine di “potenza revisionista e neo-imperiale” che l’establishment occidentale attribuisce alla Russia di Putin sin dal 2008. L’espansione verso Oriente dell’Alleanza Atlantica e la membership dei paesi rientranti nella ex sfera d’influenza sovietica (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca tra gli esempi più netti), è stata da sempre vissuta da Mosca come una minaccia alla propria sicurezza nazionale.

Ma proprio a partir dal 2008 il dialogo è andato interrompendosi e le relazioni si sono drasticamente incrinate per il susseguirsi negli anni di eventi come la guerra russo-georgiana, la crisi con l’Estonia, l’annessione della Crimea nel 2014 e le istanze separatiste delle regioni orientali dell’Ucraina. È un termine, forse utilizzato in maniera inflazionistica, che ricorre costantemente, quello di “nuova guerra fredda”.

La complicata serie concomitante di eventi nell’area mediorientale (i bombardamenti delle forze congiunte anglo-franco-statunitensi in Siria) delle ultime settimane ha portato lo staff di Policlic.it a rivolgere alcune domande all’ex-Ambasciatore italiano in Iraq ed Etiopia ed attuale docente straordinario di Relazioni Internazionali presso la Link Campus University, prof. Maurizio Melani il quale, a riguardo è intervenuto constatando come “in questo momento è evidente l’esistenza di un confronto fra i paesi occidentali, in misure diverse, e la Russia” da inserirsi però “in un contesto nuovo di cui tener conto, ovvero quello multipolare data la presenza di nuovi attori nell’assetto geopolitico internazionale“. Il lavoro che pertanto spetta nell’immediato futuro alle diplomazie occidentali e nello specifico, vista la attuale instabilità politica, al nostro Paese è, a dire del professor Melani, quello di “mantenere la solidarietà occidentale, valore da difendere in ogni caso all’interno di un mondo multipolare, e al contempo aprire a nuove possibilità di dialogo con la Russia per l’ulteriore sviluppo delle relazioni bilaterali e la soluzione delle controversie in regioni geografiche dove vigono criticità di natura geo-strategica.”

Di rimando, si allega l’intervista concessa dal prof. Melani a Policlic.it. 



L’importanza del dialogo tra Russia, Unione Europea e Stati Uniti – Intervista al prof.Franco Frattini  

(a cura di Guglielmo Vinci)

Laureato in Giurisprudenza all’età di ventidue anni, Avvocato abilitato alla professione a ventisette anni, Consigliere di Stato due anni dopo, Segretario Generale a Palazzo Chigi a trentasette anni sotto il governo Berlusconi I, Ministro degli Esteri per due mandati (prima dell’avvento di Federica Mogherini risultava essere “il più giovane Ministro della storia d’Italia al Palazzo della Farnesina”, essendo stato nominato all’età di 45 anni), Commissario Europeo e Vicepresidente della Commissione Europea dal 2004 al 2008, membro dell’Alta Corte di Giustizia del CONI dal 2014, attuale “Rappresentante speciale della presidenza OSCE per il processo di risoluzione del conflitto in Transnistria” , Presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internzionale (SIOI) e , “infine” , docente universitario.
Probabilmente la lista risulterà incompleta, ma già potrebbe bastare per sintetizzare la risonanza che suscita il nome di Franco Frattini, professore del corso di Relazioni Internazionali presso la Link Campus University di Roma, ed il peso che ha avuto nella storia d’Italia negli ultimi trent’anni per via della nutrita conoscenza delle relazioni internazionali, dei suoi meccanismi e dei legami che coinvolgono gli attori strategici nell’assetto geopolitico mondiale di cui il nostro Paese è parte coinvolta e ai quali Roma intrattiene relazioni forti, stabili e durature.

Un interlocutore di primissimo piano pertanto all’interno della conferenza tenutasi alla Link Campus University sui rapporti tra la Russia e l’Occidente nei vari scenari internazionali che vedono attivamente coinvolte Mosca e le capitali dei paesi occidentali, partendo dall’area mediorientale (la difficilissima situazione libica come anche quella egiziana che vedono “direttamente” coinvolta per numerosi motivi anche Roma, fino alla Siria sono solo degli esempi) fino all’Ucraina e ai territori contesi di Donetsk e Lugansk ma anche quelli già conquistati e non riconosciuti come nell’Ossezia e l’Abkhazia (fronte georgiano) senza dimenticare la regione della Transnistriade iure ancora appartenente alla Moldova ma de facto considerata come una Repubblica “indipendente”, prevalentemente russofona, russofila o più semplicemente un esempio euroasiatico di porto franco da anni alle prese con il ricongiungimento (supportato da consultazioni referendarie) con la Russia. 

Le mosse compiute dall’Occidente nel corso dell’ultimo decennio in aree territoriali all’interno della sfera d’influenza della Russia, generalmente sostenute con fervore dagli Stati Uniti d’America (anche se sono da menzionare le prese di posizione del blocco europeo nel 2014 a seguito della crisi ucraina), hanno ulteriormente incrinato i rapporti tra i due “mondi” arrecando inoltre conseguenze non indifferenti per paesi come l’Italia i cui rapporti (commerciali e non) con la Russia, prima dell’avvento delle sanzioni economiche, risultavano floridi.

In questo difficile scenario il professor Frattini non ha dubbi mentre risponde alle domande di Policlic.it : “Russia, Unione Europea e Stati Uniti devono cercare sempre più elementi di interesse comune, come ad esempio la lotta al terrorismo , e non devono concentrarsi su ciò che le può dividere.”

Le aree geografiche colpite dagli attacchi terroristici dell’ISIS/Daesh e dall’Islam nella sua interpretazione radicale wahabita che hanno visto, come a Palmira, la Russia schierata in prima linea “certamente a seguito anche di alcuni errori degli Stati Uniti” devono però vedere “una grande intesa tra gli attori globali” (occidentali come russi) per trovare una soluzione.

Una soluzione che non può essere però ottenuta chiedendo ingenti sforzi alla Russia e al contempo imponendole ulteriori sanzioni economiche (“un’escalation assolutamente sbagliata e contraddittoria, vanno quantomeno rimesse in discussione perchè mai le sanzioni hanno risolto le crisi politiche”) ma bensì coinvongendola facendo in modo che la Russia “possa collaborare attivamente contro il terrorismo”.

Sul fronte della Transnistria invece il professor Frattini, il quale è attivamente coinvolto nei dialoghi tra Tiraspol e Chișinău , ha affermato : “L’ OSCE non può riconoscere e accettare la secessione della Transnistria. Tuttavia le si deve riconoscere uno status speciale nell’ambito dell’integrità territoriale della Moldova.”
Inoltre, ha voluto aggiungere , come resoconto dei suoi viaggi diplomatici nell’area, che i leader transnistriani “vogliono cercare e trovare un accordo” con la controparte moldava.

In allegato, riportiamo l’intervista del prof. Frattini a Policlic.it.



Un’autorevole voce “fuori dal coro” – Intervista a S.E l’Ambasciatore Cesare Maria Ragaglini 

(a cura di Alessio Marsili)

Mutatis mutandis, l’assertività della politica estera implementata da Vladimir Putin, con il fine ultimo di rifare di Mosca uno dei perni del sistema internazionale, ha riacceso le tensioni che si pensavano sopite e l’establishment politico occidentale vede ancora nella Russia, nonostante i legami economico-commerciali-energetici, un avversario antinomico piuttosto che un pragmatico partner nella lotta alle reali minacce (ed il caso italiano, con le ingenti perdite in settori chiave come quello agroalimentare causate dall’applicazione delle sanzioni anti-russe, è emblematico).

Mosca non cerca il confronto, Mosca difende i propri interessi nazionali; è economica, oltre che psicologica la dipendenza dall’Occidente. In una fase di transizione geopolitica e multipolarizzazione del sistema internazionale, la Russia fa la sua parte, ma non detiene la possibilità economica di sfidare apertamente gli Stati Uniti, la NATO, taluni paesi europei.

Per troppo tempo la comunità internazionale ha “demonizzato la Russia”, utilizzando le autorevoli parole di S.E. l’Ambasciatore Cesare Maria Ragaglini, per quattro anni al vertice della missione diplomatica italiana presso la Federazione Russa, che ha gentilmente accettato di concedere un’intervista a Policlic.it.
Per troppo tempo l’Italia si è accodata a quando disposto in altri capitali alleate, senza esercitare l’adeguato condizionamento politico – nei limiti del possibile – nei consessi euroatlantici: O ci tiriamo fuori da soli o siamo estromessi dai centri decisionali”.

Coerenza, costanza, determinazione ed effettività sono alcuni elementi chiave di una politica estera incisiva. Importanti momenti di riflessione sono imprescindibili per offrire una visione olistica della natura del problema.

Troppo spesso ci si dimentica che taluni atteggiamenti “revisionisti” sono la contro-risposta russa alle minacce apportate dall’Occidente agli interessi nazionali russi verso i quali Mosca è estremamente sensibile e al rifiuto di riconoscerla partner paritario. La Russia si percepisce un attore imprescindibile per l’Occidente nella sua interezza, che continua a possedere, sì, potere di influenza, pur utilizzandolo in maniera disastrosa.
La cooperazione è possibile ed è, effettivamente, l’esito auspicabile dei rapporti tra l’Occidente e la Federazione Russa.



Le riflessioni conclusive affidate agli illustri ospiti della conferenza : S.E. l’Ambasciatore Ferdinando Salleo, S.E. l’Ambasciatore  Ragaglini ed il prof. Frattini

(a cura di Guglielmo Vinci)

La parte conclusiva della lunga giornata di interventi, riflessioni e dibattiti all’interno del convegno ha visto la partecipazione di tre illustri ospiti : oltre infatti ai già menzionati Ragaglini e Frattini, è intervenuto anche S.E. l’ex Ambasciatore italiano a Mosca dal 1989 al 1993 (nel pieno del “collasso dell’Impero”) nonchè ex Ambasciatore a Washington, dottor Ferdinando Salleo.

Ed è stato proprio il dott. Salleo a prendere la parola con una digressione storica, basata anche sull’esperienza personale maturata nell’arco della propria carriera diplomatica, sui rapporti tra la Russia e l’Occidente (“ora denominata area euroatlantica, ora citata area dell’Unione Europea”, citando le sue parole).

“Nell’attuale situazione, in quella che Ennio Di Nolfo [storico ndr] ha recentemente definito disordine internazionale, servono uomini come Yegor Gaidar sia in Russia che nei paesi occidentali” (S.E Dott. Ferdinando Salleo, 19 Aprile 2018)

Uomini come Gaidar, a dire del dott.Salleo, hanno guidato la transizione intermedia della Russia dall’eredità sovietica alla democrazia liberale a costi proibitivi nel brevissimo termine (le grandi difficoltà di Mikhail Gorbaciov divenute enormi sotto Boris Eltsin) suscitando l’interesse di numerosi economisti occidentali in viaggio tra Mosca e Washington.

Un paese, la Russia, che comunque si può definire “europeo” anche grazie agli eventi della Storia : “Paradossalmente – ha osservato Salleo – si deve essere grati alla Russia degli zar ma anche agli stessi commissari del popolo negli anni dell’Unione Sovietica, hanno permesso infatti di portare la cultura europea in Asia, aldilà delle tradizionali frontiere e barriere delineate”.

La cultura quindi può essere la chiave di volta per la soluzione ed il rinsaldamento delle relazioni tra Mosca ed i paesi occidentali, tra i quali l’Italia ha avuto un ruolo molto importante (“l’endiadi di attrazione e strategia”).

Il dottor Salleo ha voluto concludere il proprio intervento con le parole di Joseph De Maistre (1753-1821) , ministro italiano di lingua francese legato al Regno di Sardegna che visse per molti anni in Russia durante l’età napoleonica (lo zar Alessandro I gli mantenne lo status diplomatico).

“Ogni popolo ha il governo che si merita” (Joseph De Maistre)

L’intervento di S.E l’Ambasciatore Cesare Maria Ragaglini ha portato in avanti le lancette del tempo e della Storia soffermandosi sugli anni del proprio incarico a Mosca, iniziato nel 2013 e terminato l’anno scorso, sul caso che ha visto attivamente coinvolte la Russia, l’Unione Europea e gli Stati Uniti : la crisi ucraina.
Una crisi nella quale tanto la Russia quanto l’Unione Europea (“superficiale da una parte ma guidata anche dal rapporto irrisolto che alcuni paesi membri hanno nei confronti dei Russi”) hanno avuto responsabilità nell’escalation degli scontri culminati con le scene trasmesse in tutto il mondo da Piazza Maidan, la fuga del Presidente Viktor Yanukovich, il caos (architettato anche dagli statunitensi, ricordando l’intercettazione telefonica in cui Victoria Nuland, allora Assistant Secretary of State for European and Eurasian Affairs , non ebbe problemi a dire esplicitamente “Fuck the EU”) , il raggiungimento, ça va sans dire, di una “democrazia” e, da ultimo, le sanzioni economiche congiunte di Stati Uniti ed Unione Europea alla Russia.

Le sanzioni (“approvate automaticamente, in base semestrale, senza possibilità di discussione al Parlamento Europeo”) e le annesse contro-sanzioni alla fine hanno complessivamente giovato alla sola Russia che si è stretta ancor di più attorno alla figura del Presidente Vladimir Putin (recentemente rieletto con un consenso plebiscitario) ed ha sviluppato l’economia interna compensando alla forte riduzione o assenza di prodotti d’importazione e alle sanzioni stesse, mentre hanno danneggiato gli interessi commerciali e/o politici di paesi occidentali appartenenti all’Unione Europea che hanno guidato una mossa “forse dettata dal sentimento di rivalsa, dalla revanche di alcuni Paesi europei che ritenevano, con questa punizione, di divenire interlocutori chiave degli Stati Uniti stessi“.

Eppure le parole dell’Ambasciatore Ragaglini hanno anche voluto ricordare “come l’Italia sia stato il primo e forse l’unico Paese ad aver da subito reso chiaro, anche nel consenso europeo, che non fosse conveniente isolare la Russia(ed i risultati si sono visti, con la Russia che risulta essere un attore dal ruolo decisivo negli scenari internazionali, più forte dell’isolamento della comunità internazionale e delle sanzioni economiche)

Il professor Franco Frattini, infine, ha concluso la conferenza con la propria analisi ponendosi una prima, domanda, fondamentale : Quale Europa cura i rapporti strategici con la Russia?”
Emerge infatti una frammentazione delle posizioni, conflittuali tra loro, degli Stati membri dell’Unione Europea in termini di politica estera e sicurezza. O meglio, non esiste un’agenda comune in termini di politica estera e sicurezza, come evidenziato anche da altri eventi come i negoziati sulla Brexit (anche se in quel caso la debolezza negoziale è fattore comune a Bruxelles come a Londra per demeriti inglesi) , i bombardamenti in Siria e l’ancora poco chiaro “caso Skripal” (con la conseguente espulsione di ambasciatori ed agenti diplomatici da entrambe le parti come “atto di fede”, citando una precisazione fatta dall’Ambasciatore Ragaglini).

Un susseguirsi di eventi nei quali nè l’Europa nè l’Italia si sono trovate pronte ad agire in modo razionale anzichè istintivo (questo quando hanno voluto agire) come in passato avvenne a Pratica di Mare nel 2002 o addirittura nel G-7 a guida italiana del 1994, nel quale Silvio Berlusconi volle invitare Boris Eltsin e ritornare alla formula del G-8 (“perchè la Russia bisogna averla attorno al tavolo”).

Il professor Frattini quindi ha esortato al dialogo reciproco tra due paesi capaci di parlare con tutti gli attori globali, anche quelli in conflitto tra loro” e, soprattutto, alla nascita di un vincolo tra Italia e Russia, tra Europa e Russia per la salvaguardia dei valori fondanti della cristianità anche nelle diverse confessioni di fede, un intervento accolto da sentiti applausi da parte del pubblico in sala nel ricordo dell’eroica riconquista di Palmira da parte delle truppe russe.



I case studies
 del Baltico e del Caucaso – Intervista a Dmitri A. Lanko, Professore associato presso la School of International Relations dell’Università Statale di San Pietroburgo (Russia) 

(a cura di Guglielmo Vinci)

Gli interventi degli ospiti all’interno del secondo panel “Baltico e Caucaso – Le relazioni tra Russia e Occidente tra Passato e Presente” moderato dal prof. Marco Natalizi (Università di Genova, al centro ndr). Da sinistra verso destra, il professor Fabio L. Grassi ed il professor Andrea Carteny per l’Università “La Sapienza” di Roma, il giornalista Vadim Dubnov (Radio Liberty, Carnegie Moscow Center) ed il professor Dmitry A. Lanko per l’Università Statale di San Pietroburgo

Nell’analisi geopolitica dei rapporti tra la Russia e l’Occidente sono stati evidenziati, durante la conferenza, anche alcuni casi di studio nell’area del Baltico e del Caucaso.

Nel Baltico le posizioni dell’Estonia, della Lituania e della Lettonia nei confronti di Mosca variano da azioni di soft power (come la recente riforma del sistema educativo in Lettonia volta a rendere obbligatorio, nel giro di pochi anni, l’insegnamento in lingua lettone anche alle scuole russofone del Paese come riportato da Sputnik Italia [1] ) a vere e proprie dimostrazioni di forza con esercitazioni militari congiunte con la NATO, come è avvenuto in Estonia pochi mesi fa.
Uno scontro che porta a ripercussioni anche in aree come la Svezia che nel Marzo dello scorso anno ha reintrodotto la leva militare obbligatoria per i suoi cittadini.

L’area caucasica invece vede uno scenario ancor più frammentato e ricco di tensioni, già avvenute in parte (la guerra russo-georgiana del 2008 per l’Ossezia e l’Abkhazia) o pronte ad esplodere da un momento all’altro come nel Qazaqstan (nuovo nome recentemente adottato nell’Ottobre scorso dal Presidente qazaqo Nursultan Nazarbayev nell’ambito di un ennesimo cambio di alfabeto per il Paese, dal cirillico ai caratteri latini) o nell’Azerbaijan “a conduzione familiare” degli Aliyev.

A riguardo è stato possibile per Policlic.it porre delle domande a riguardo al dottor Dmitri A. Lanko, professore associato della School of International Relations dell’Università Statale di San Pietroburgo. Un colloquio di grande importanza in quanto è stato possibile avere il punto di vista diretto di un cittadino russo, osservatore delle relazioni internazionali che rappresenta anche il mondo accademico del Paese.

Nella breve conversazione avuta con il professor Lanko , si è discusso sullo scontro tra i paesi baltici e la Russia (basato “sulle identità locali in chiave filo-europea, quando però anche la Russia è da definirsi europea”) e in riferimento al caso specifico lettone, il prof. Lanko si è sentito ulteriormente chiamato in causa nel suo ruolo di accademico : “Credo che l’istruzione sia la chiave di ogni cosa, sarebbe quindi davvero infelice e spiacevole per lo sviluppo economico futuro della Lettonia se a causa di questa riforma del sistema educativo il Paese decidesse di privarsi di talenti russofoni.

In riferimento invece all’area caucasica, la “delicata” questione azera (dove una compagnia energetica statale come la SOCAR agisce in un regime di quasi monopolio e coinvolge direttamente anche il nostro Paese per via della Trans Adriatic Pipeline / TAP di cui Policlic.it ha dedicato un’ampia sezione di approfondimento critico qui) ha portato Lanko ad esprimere forti perplessità sulla situazione politica del Paese ricordando al contempo gli interessi economici russi nel paese (non limitati al solo settore “oil & gas”).

Lo spunto ha portato a riflettere anche sul concetto stesso di “democrazia giusta” tanto nelle aree menzionate quanto anche nelle relazioni russe con l’Unione Europea.
Di seguito, si allega l’intervista al professor Lanko per Policlic.it.

La delegazione di Policlic.it presente alla conferenza assieme al prof. Gabriele Natalizia


Niccolò Meta, Alessio Marsili e Guglielmo Vinci per www.policlic.it

Video editing a cura di Luigi Tallarico

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