Brexit e la grande recessione: come l’austerity ha influenzato il Leave

Un dettaglio del murale "Brexit" dell'artista Banksy (2017)

La notte del 23 giugno 2016, la Gran Bretagna ha scosso le fondamenta dell’Unione Europea, quando il risultato del referendum per l’uscita del Paese dal progetto comunitario ha sancito inequivocabilmente la vittoria del Leave. A distanza di circa tre anni e mezzo, dopo la travagliata vicenda politica della Former Premier Theresa May, Boris Johnson, forte della schiacciante vittoria incassata all’indomani delle General Elections del dicembre 2019, ha finalmente concretizzato l’addio della Gran Bretagna all’Unione Europea. Un risultato tanto positivo per i conservatori britannici, quanto negativo per l’UE, costretta a far fronte alla più grave crisi politico – istituzionale della sua esitenza.

Senza alcun dubbio, ad oggi Brexit rappresenta la più grande crisi affrontata da Bruxelles. Non solo perché il Regno Unito è il primo Stato ad aver abbandonato il progetto comunitario, ma anche perché il governo di Londra è a capo di una delle nazioni politicamente più influenti del pianeta, fatto che potrebbe ridurre sensibilmente la caratura internazionale dell’Unione Europea. Basti pensare come, fino al 31 gennaio 2020, l’UE abbia avuto la possibilità di sedere ai tavoli del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con ben due membri permanenti. A partire da quest’anno, invece, l’onere di rappresentare Bruxelles tra i membri permanenti del Consiglio di sicurezza spetterà unicamente alla Francia.

Tuttavia, Brexit non è la sola grande crisi affrontata dall’Unione Europea negli ultimi anni, ma è, anzi, il risultato di una lunga sequela di complicazioni venutesi a creare nell’ultimo decennio a causa dell’intrinseca fragilità politica del progetto comunitario[1]. La crisi migratoria che ha investito il continente europeo nell’ultimo decennio, le difficoltà nello stabilire una politica estera comune che sappia superare i meri interessi nazionali, l’incapacità di procedere concretamente verso la formalizzazione di una seria impalcatura politica per accompagnare i processi economici e istituzionali del progetto di integrazione sono tutte questioni che hanno pesato enormemente nella scelta dei cittadini britannici alla vigilia del referendum.

Di certo, uno dei fenomeni che più di altri ha contribuito a condurre la Gran Bretagna verso Brexit è, senza alcun dubbio, la crisi finanziaria scoppiata nel 2008 e la conseguente introduzione delle misure di Austerity introdotte dal Governo conservatore di David Cameron. Come nel caso di Italia, Francia e Germania, la crisi economica generata dallo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti ha determinato una serie di contraccolpi di natura sociale, economica e politica destinati a cambiare in maniera determinante i fragili assetti dell’impalcatura europea e ad accelerare il processo di generale impoverimento delle classi inferiori. Nonostante l’estraneità rispetto all’Eurozona, il Regno Unito ha ugualmente scontato una forte recessione economica, tale da costringere il governo a organizzare un piano per mettere in sicurezza i propri istituti bancari. Lo dimostrano i casi di Northern Rock e Bradford & Bingley, due banche tratte in salvo e nazionalizzate attraverso l’intervento diretto della Banca d’Inghilterra[2].

Tornati al potere nel maggio del 2010, i conservatori, guidati da David Cameron, hanno dato vita a un estremo taglio della spesa pubblica e dello stato sociale per far fronte all’imperversare della crisi. Lo scopo dell’operazione era la riduzione del rapporto deficit/PIL (in quel momento al 10%) e del tasso di debito pubblico (intorno ai 1000 miliardi di sterline, il doppio rispetto al 2007). L’austerità ha fatto irruzione anche in Gran Bretagna e il Primo ministro David Cameron ha difeso la decisione del governo reputandola necessaria per alleggerire gli oneri della spesa pubblica. La convinzione che si celava dietro a una decisione di questo genere era che il ritiro dello Stato dal settore pubblico potesse essere in qualche modo smussato dall’azione del settore privato, sotto forma di organizzazioni di volontariato e fondazioni non lucrative di utilità sociale (un sistema di Welfare molto simile a quello venutosi a creare negli Stati Uniti dopo i tagli effettuati dall’amministrazione Reagan)[3].

Sebbene nel Regno Unito le misure di austerità non siano state applicate improvvisamente come avvenuto, per esempio, in Italia durante il Governo Monti, gli effetti non hanno tardato ad arrivare. Infatti:

Dal 2010 la spesa del Regno Unito per le forze di polizia è calata del 17 per cento, e il numero di agenti del 14 per cento. Il budget per la manutenzione delle strade è diminuito di un quarto, la spesa per le biblioteche di un terzo, il personale del sistema giudiziario è stato tagliato di un terzo. La spesa per il sistema carcerario è stata ridotta di oltre un quinto, con la conseguenza che sono raddoppiate le aggressioni alle guardie penitenziarie. Il sistema nazionale di assistenza domestica agli anziani ha subìto un taglio ai fondi di circa il 25 per cento. Le amministrazioni locali oggi hanno entrate che sono circa l’80 per cento di quelle del 2010, nonostante abbiano alzato le tasse, secondo uno studio dell’Institute for Fiscal Studies di Londra: e in molti casi sono state comunque oggetto delle critiche più feroci, visto che spettava a loro decidere come distribuire i ridotti fondi. I tagli non hanno coinvolto in maniera uguale tutti i settori della spesa pubblica: i trasporti sono stati i più colpiti, con una riduzione del budget di oltre il 47 per cento tra il 2010 e il 2017; il settore delle pensioni e del lavoro ha subito un taglio di quasi il 38 per cento; le amministrazioni locali del 30 per cento. La sanità non è stata interessata direttamente dai tagli, ma sono stati rallentati o congelati i nuovi investimenti, con conseguenze comunque negative per i pazienti[4].

Dopo quasi nove anni, laburisti e conservatori ancora discutono delle conseguenze che queste manovre di austerità possano aver avuto nel tessuto sociale britannico. I primi incolpano l’amministrazione Cameron di aver operato un taglio della spesa a detrimento delle fasce più povere della società, senza aumentare la tassazione nei confronti dei più ricchi. I secondi, invece, si scagliano contro una gestione laburista delle risorse economiche dello Stato da loro ritenuta scellerata. La verità, a giudicare dai recenti sviluppi della politica britannica, è che l’austerità ha pesato come un macigno sulle classi sociali meno agiate, determinando un generale impoverimento della classe media e un inasprimento delle tensioni sociali. A dimostrazione di ciò, è utile far riferimento ai dati riportati dal Guardian relativamente al numero di senzatetto presenti in Gran Bretagna. Secondo il famoso quotidiano inglese, dal 2010 al 2017 il numero delle persone senza fissa dimora è raddoppiato, e nel solo 2016 le cifre sono aumentate del 16% rispetto all’anno precedente, per un totale di circa 4.134 senzacasa[5]. Secondo una tendenza generale, ad aver subito un netto peggioramento sono le condizioni di vita della nazione, con l’aumento dei tassi di criminalità, tossicodipendenza, mortalità e malnutrizione.

Inoltre:

Come ha spiegato il Financial Times, le conseguenze sono tangibili per i britannici nelle code più lunghe agli ospedali, nei disagi per i pendolari, nelle scuole con meno soldi, nelle difficoltà nell’assistenza a disabili e anziani. E con l’invecchiare della popolazione, sono difficoltà che si faranno sempre più estese. Secondo uno studio del Center for Regional Economic and Social Research della Sheffield Hallam University, ogni anno fino al 2020 il Regno Unito spenderà l’equivalente di 30 miliardi di euro in meno all’anno nel welfare, per un totale di circa 770 euro annui per ogni persona in età lavorativa. A Liverpool, una delle aree più colpite dalla crisi economica e successivamente dalle misure di austerità, la cifra arriva a oltre 1.000 euro all’anno. Dal 2010 hanno chiuso cinque stazioni dei vigili del fuoco, che da 1.000 sono scesi a 620. I morti per incendi accidentali nelle abitazioni sono stati 83 tra il 2007 e il 2017: 51 di questi erano soli nel momento dell’incendio, e di questi 19 avrebbero avuto bisogno di assistenza domestica. Nella città, in ogni caso, oggi oltre un quarto dei 460mila abitanti vive formalmente in condizioni di povertà[6].

Malgrado molti analisti fossero convinti che quella esplosa nel 2007 – 2008 sarebbe stata una crisi che avrebbe coinvolto per lo più il settore finanziario, e quindi i cosiddetti White Collars, i dati oggi disponibili rendono nota una realtà completamente differente. A patire gli effetti della recessione sono stati soprattutto i Blue Collars. I lavoratori meno qualificati, come gli Shelf-Fillers o gli addetti alle pulizie, costituiscono la categoria più colpita dagli effetti della crisi, come dimostra l’incremento del 5% del tasso di disoccupazione tra i membri del personale poco qualificato. I lavoratori con competenze manuali specifiche, come gli idraulici e i meccanici, e il personale dei negozi hanno subito un netto ridimensionamento e il tasso di disoccupazione tra queste categorie è aumentato del 4%. Al contrario, i manager e i funzionari di alto livello hanno visto crescere il tasso di disoccupazione all’interno della propria categoria solamente dell’1%, mentre la perdita occupazionale tra i White Collars è aumentata dello 0,7%. I dati riportati mettono in luce una tendenza generale: i lavoratori scarsamente qualificati e istruiti sono quelli ad aver sofferto maggiormente dopo lo scoppio della crisi economica[7].

Nel luglio 2009, il tasso di disoccupazione tra i giovani di 18 – 24 anni è stato del 17,3%, mentre l’anno precedente ammontava a 11,9%. Il numero di disoccupati tra il 16 e i 24 anni di età è aumentato a 726.000 (il record negativo, prendendo in considerazione i 16 anni precedenti); tra di essi, 528.000 sono rimasti esclusi dal mondo del lavoro per più di un anno (record negativo, considerati i precedenti 11 anni). Questa impietosa realtà ha dato avvio al dibattito riguardante il fenomeno della disoccupazione giovanile e dei danni che essa potrebbe arrecare a una generazione segnata da primissime esperienze lavorative così negative[8]. Negli ultimi anni, infatti, si è andato sempre più sviluppando il fenomeno dei Neet (Not In Education, Employment Or Training), giovani che hanno rinunciato a cercare un lavoro e a intraprendere un percorso formativo, alla base di disturbi psicofisici in crescente aumento[9].

Una ricerca effettuata da Andrew Oswald per la University Of Warwick ha esplorato i danni che la disoccupazione può avere sul comportamento e la salute mentale degli individui. Il lavoro di Oswald dimostra come circa un quinto delle persone che hanno sperimentato la disoccupazione abbiano riscontrato stati depressivi scaturiti proprio dal crollo del proprio salario. Ciò nonostante, il restante 80% dei disturbi collegati alla perdita di lavoro trova origine in altre tipologie di alterazioni negative della condizione psicofisica, quali la perdita di fiducia in se stessi, la rottura di legami sociali e la consapevolezza del declino del proprio e dell’altrui Status sociale[10].

Inevitabilmente, una situazione di questo tipo non ha fatto altro che aumentare il senso di insofferenza, da parte della popolazione britannica, nei confronti di un’istituzione sovranazionale come l’Unione Europea, percepita come eccessivamente distante dai bisogni delle classi sociali economicamente più in difficoltà e artefice di tutte quelle politiche globaliste alla base dell’aumento della spaccatura sociale tra Blue Collars e White Collars[11]. A questo proposito, è bene sottolineare come l’azione di un partito anti – establishment come l’UKIP (UK Independence Party) abbia influito sulle sorti del referendum.

È ormai chiaro come la crisi economica abbia determinato la radicalizzazione delle categorie sociali maggiormente colpite dall’Austerity. Quest’ultime hanno iniziato a percepire i partiti tradizionali – Conservative Party e Labour Party – come troppo distanti e rivolti verso azioni politiche eccessivamente progressiste, a sostegno delle istituzioni dell’Unione Europea. L’UKIP, invece, grazie alla retorica senza fronzoli del proprio leader Nigel Farage, si è rivelato estremamente abile nell’incanalare lo scontento popolare all’interno di un’unica grande tematica, vale a dire la necessità, da parte del Regno Unito, di uscire dall’Unione Europea per troncare definitivamente i rapporti con un’istituzione che, secondo un’opinione molto diffusa tra le classi sociali più periferiche, avrebbe generato immigrazione, austerità e disoccupazione.

Un interessante studio effettuato da Thiemo Fetzer, professore associato dell’Università di Warwick, ha dimostrato come, al referendum del 2016, le aree in cui il Leave ha avuto percentuali di voto più sostanziali fossero quelle caratterizzate da una struttura economica più debole rispetto al resto del Paese, con livelli di ricchezza medio-bassi, lavoratori poco qualificati, una popolazione più anziana e livelli di istruzione molto meno prestigiosi rispetto a quelli di metropoli come Londra o Manchester. Fetzer ha inoltre dimostrato come le popolazioni di queste aree fossero profondamente dipendenti dal sistema di privilegi socio-economici stabiliti dal Welfare State e, di conseguenza, quanto abbiano subito gli effetti negativi del taglio della spesa pubblica scaturiti dall’introduzione delle misure di austerità a partire dal 2010[12].

Queste considerazioni assumono un significato ancora maggiore, prendendo in considerazione i flussi di voto in tali aree geografiche. Secondo l’analisi di Fetzer, queste parti del Regno Unito sono esattamente quelle in cui, a partire dal 2010, si sono registrati i più alti tassi di gradimento per lo UKIP di Nigel Farage e il maggior sostegno a favore del Leave durante il referendum per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Prendendo in considerazione i dati delle tornate elettorali tenutesi nel Regno Unito a partire dal 2000 e riguardanti quasi 40.000 nuclei familiari, Fetzer ha rilevato una crescita esponenziale del sostegno all’UKIP di Farage laddove i tagli alla spesa pubblica operati dal Governo Cameron a partire dal 2010 hanno avuti gli effetti più concreti sul benessere delle famiglie. A conferma di ciò, analizzando i flussi di voto pre-2010, e ipotizzando che le misure di austerità non fossero mai state introdotte, in queste stesse aeree del Paese si sarebbe verificata una schiacciante vittoria del Remain in occasione del referendum del 2016[13]. Dunque, risulta evidente come la crisi finanziaria del 2008 e le conseguenti misure di Austerity abbiano condizionato l’esito di Brexit.

Questa interessante analisi permette di capire quanto sia stato devastante l’impatto della crisi economica del 2008 sugli assetti politici, sociali, economici e culturali del continente europeo. Allo stesso tempo, però, permette di esprimere un giudizio quantomeno critico sulle modalità di gestione, da parte dell’Unione Europea, della più grave crisi finanziaria scoppiata in Occidente dal 1929. A titolo esemplificativo, sono passati dieci anni dall’introduzione delle prime misure di Austerity in Gran Bretagna e, ad oggi, tanti ne sono bastati per spingere il Paese verso orizzonti politici solitari e assolutamente incerti. Allo stesso tempo, però, in seguito all’esito positivo di Brexit, le alte cariche dell’Unione Europea dovrebbero interrogarsi su quanto accaduto in questi ultimi dieci anni nel continente europeo, onde evitare di vedere crollare la già fragile impalcatura dell’UE, sotto i colpi di partiti e movimenti in grado di interpretare il malcontento di un’ampia fetta della società prostrata da una crisi – economica, politica, sociale e culturale – apparentemente senza fine.

Alessandro Lugli per www.policlic.it


[1] Nugent N., Brexit: yet another crisis for the EU, contenuto in Brexit and Beyond: rethinking the futures of Europe, a cura di Martill B. & Staiger U., UCL Press, London, 2018, pp. 54 – 55.

[2] Treanor J., Northern Rock’s ‘bad bank’ to be merged with Bradford & Bingley, disponibile da The Guardian, 1 ottobre 2010.

[3] Il Post, Come l’austerità ha cambiato il Regno Unito, disponibile da Il Post, 9 giugno 2018.

[4] Il Post, Ibidem.

[5] Butler P., Number of rough sleepers in England rises for sixth successive year, disponibile da The Guardian, 25 gennaio 2017.

[6] Il Post, Ibidem.

[7] Vaitilingam R., Recession Britain: findings from economic and social research, Economic & Social Research Council, Data Archive, Swindon, 2009, p. 19.

[8] Ibidem, p. 20.

[9] Vaglio G., “Neet”: giovani a perdere, disponibile da Espresso, 5 luglio 2013.

[10] Vaitilingam R., Ivi, p. 28.

[11] Caregnato M., Il declino della classe lavoratrice in Europa, Tesi di laurea magistrale, Università Ca’ Foscari Venezia, 2012-2013, pp. 81-82.

[12] Fetzer T., Did Austerity in the UK Lead to the Brexit Crisis?, disponibile da HBR, 23 agosto 2019.

[13] Fetzer T., Ibidem.

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Alessandro Lugli
Nato a Roma nel 1993, a marzo 2019 ho concluso il mio percorso accademico con una laurea magistrale in Relazioni internazionali presso la LUMSA, discutendo una tesi sulla crisi dei principali partiti di centro-sinistra in Europa. Appassionato di politica, letteratura e filosofia, sono quotidianamente alla ricerca di spunti di riflessione da analizzare con sguardo critico. I miei interessi vertono sul contesto politico internazionale (specie quello occidentale) e sulle vicissitudini della politica italiana. Nel mio tempo libero amo viaggiare, leggere, suonare musica unplugged, guardare film in bianco e nero e scrivere di qualsiasi cosa mi passi per la testa.

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