I Papi e la Cina comunista

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Proseguendo nell’intento di ricostruire la storia delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Cina, si è giunti all’anno 1949, punto di non ritorno della millenaria storia dello sconfinato stato asiatico. Le truppe di Mao hanno conquistato il potere e una nuova Cina è sorta dalle macerie di una sanguinosa guerra civile. Nel precedente approfondimento si è visto come sotto il “dominio” nazionalista si siano raggiunti considerevoli risultati “diplomatici” tra il Vaticano e Nanchino. Nel corrente lavoro, invece, verrà analizzato il processo di “involuzione diplomatica” dovuto agli “attriti culturali” tra il mondo cattolico e l’ideologia comunista.

La nuova Cina Comunista 

I popoli della Cina hanno vissuto ore di amara sofferenza, dopo che il governo reazionario del Kuomintang di Chang Kai-shek tradì la patria, cospirò con gli imperialisti e diede inizio alla guerra controrivoluzionaria. Ma allo stesso tempo, il nostro Esercito popolare di liberazione con l’appoggio di tutto il popolo ha lottato eroicamente per difendere la sovranità territoriale della patria, proteggere la vita e i beni del popolo, lenire le sue sofferenze e difendere i suoi diritti e ha annientato gli eserciti reazionari e rovesciato la dominazione del governo reazionario

Il 1˚ ottobre del 1949 Mao Zedong proclamò la nascita della Repubblica Popolare di Cina. Chiang Khai-Shek, non potendo più soggiornare sul suolo cinese, volò a Formosa (oggi Taiwan) per cercare di riparare alla disfatta. Era l’alba di una nuova Cina, di una Cina comunista.

Le molteplici sfide che il nuovo Governo dovette affrontare, riconducibili principalmente all’imminente guerra di Corea, alla riforma agraria, al consolidamento del nuovo regime e alla formulazione dei primi piani quinquennali, richiesero un fronte popolare compatto. Le differenze culturali e religiose che da anni animavano dissidi e frizioni tra la popolazione cinese, non trovarono spazio nell’agenda del nuovo Governo.[1] Seppur non nell’immediato, però, il Partito comunista di Mao pose in essere le già pubblicizzate idee marxiste, fondate sul materialismo storico e sull’idea che la religione fosse destinata a scomparire autonomamente nel contesto culturale della nuova Cina.

Pochi mesi prima, esattamente il 1˚ luglio del 1949, anche la Chiesa Cattolica, attraverso un decreto del Sant’Uffizio, aveva condannato apertamente il nascente regime cinese impedendo qualsiasi tipo di collaborazione tra fedeli cattolici e comunisti. Pio XII, dunque, si dichiarò apertamente nemico del nuovo Governo cinese e contribuì a rendere particolarmente difficile il cammino iniziato dai suoi predecessori per l’evangelizzazione dello sconfinato territorio cinese.

Chiesa, bolscevismo, maoismo

Le condanne che la Chiesa Cattolica rivolse ai partiti comunisti si articolarono in più tappe nel corso del XX secolo. Quella nei confronti del comunismo cinese, infatti, rappresentò solo l’ultima di una serie di scomuniche emanate dai Pontefici ai diversi partiti politici di stampo Marxista Leninista. Già nel 1927, Pio XI, nella celebre enciclica “Divini Redemptoris” rese palese l’abisso venutosi a creare tra il mondo Cattolico e la nuova società generata dalla rivoluzione bolscevica in Russia:

“La promessa di un divino Redentore illumina la prima pagina della storia dell’umanità; e così la fiduciosa speranza di tempi migliori lenì il rimpianto del «paradiso» perduto e accompagnò il genere umano nel suo tribolato cammino, « finché nella pienezza dei tempi » il Salvatore del mondo, venendo sulla terra, compì l’attesa e inaugurò una nuova civiltà universale, la civiltà cristiana, immensamente superiore a quella che l’uomo aveva fino allora laboriosamente raggiunto in alcune nazioni più privilegiate. Ma la lotta fra il bene e il male rimase nel mondo come triste retaggio della colpa originale; e l’antico tentatore non ha mai desistito dall’ingannare l’umanità con false promesse. Perciò nel corso dei secoli uno sconvolgimento è succeduto all’altro fino alla rivoluzione dei nostri giorni, la quale o già imperversa o seriamente minaccia, si può dire, dappertutto e supera in ampiezza e violenza quanto si ebbe a sperimentare nelle precedenti persecuzioni contro la Chiesa. Popoli interi si trovano nel pericolo di ricadere in una barbarie peggiore di quella in cui ancora giaceva la maggior parte del mondo all’apparire del Redentore. Questo pericolo tanto minaccioso, Voi l’avete già compreso, Venerabili Fratelli, è il «comunismo bolscevico» ed ateo che mira a capovolgere l’ordinamento sociale e a scalzare gli stessi fondamenti della civiltà cristiana”

Con queste parole, quindi, Pio XI delineò una frattura considerevole con gli stati di matrice socialista e condannò apertamente il pensiero ateo sul quale proliferava la cultura comunista. Prima di lui altri pontefici affrontarono la questione, prestando molta attenzione alla gestazione di questo nuovo profilo ideologico che avrebbe portato alla rivoluzione Russa del 1915 e alla conseguente diffusione della dottrina comunista nella società occidentale e cristiana. Pio IX e Leone XIII, infatti, rispettivamente nel Sillabo (1846) e nella lettera enciclica “Quod Apostolicis Muneris” (1878) deplorarono e condannarono questi movimenti, sottolineando, appunto, “che i movimenti atei delle masse nell’epoca del tecnicismo traevano origine da quella filosofia (comunismo) che già da secoli cercava di separare la scienza e la vita dalla fede e dalla Chiesa”.

Le premesse per comprendere il difficile e proibitivo rapporto della Chiesa Cattolica con il nuovo Governo cinese, però, non possono esaurirsi nello studio generale dei rapporti tra Chiesa Cattolica e Partiti Comunisti. La società cinese, infatti, a differenza delle diverse società delle Repubbliche socialiste sovietiche che componevano l’URSS, non conosceva una larga diffusione del Cristianesimo e quindi era lontana dalla logica del teismo dominante nel vecchio continente. Piuttosto, in Cina, la religione apparteneva (e continua ad appartenere) alla sfera della Morale più che a quella della Verità.[2] Il comunismo cinese, quindi, pur seguendo in grandi linee la politica religiosa dell’Unione Sovietica – fondata sulla costruzione della società attraverso l’imposizione della concezione materialistica della vita – si trovava a doversi confrontare con una popolazione variegata dal punto di vista spirituale, più vicina a correnti filosofiche come il Buddismo, il Taoismo e il Confucianesimo che ai grandi monoliti religiosi e istituzionali che detenevano il potere spirituale in Occidente.

La religione cristiana, così, si presentava agli occhi della nuova gerarchia politica cinese come una forma di superstizione, principalmente sviluppata nelle aree rurali e praticata dalle masse contadine del tempo. Essendo estranea alla cultura autoctona, inoltre, la religione cristiana risultava essere la religione dell’oppressore, soprattutto in un momento in cui, sotto il regime totalitario-comunista, si provava ad abbandonare la logica del dominio coloniale per raggiungere l’emancipazione culturale, politica ed economica. Già prima dell’avvento del comunismo al potere, precisamente nel 1937, Mao Zedong individuava nella religione in generale, e nel cristianesimo in particolare, il male che poteva esistere solo in una società arretrata e oppressiva. Nella sua visione, la società del futuro avrebbe inevitabilmente abbandonato il culto religioso in favore di una concezione interamente materialistica della vita:

“anche la conoscenza della storia ha mostrato all’uomo che il mondo è materiale e regolato da leggi; essa ha fatto comprendere all’uomo l’inutilità delle fantasie proprie della religione e dell’idealismo e lo ha spinto a conclusioni materialiste. Riassumendo: la storia della pratica umana (la storia della sua lotta contro la natura, la storia della lotta di classe e la storia della ricerca scientifica protratte per un lungo periodo) ha condotto l’uomo, attraverso le necessità della vita e della lotta, a comprendere la realtà materiale e a riconoscere che la filosofia materialista è giusta”[3]

Nel suo intento di asservire la Chiesa cattolica, Mao si servì del movimento di riforma delle tre autonomie.

Wu Yaozong e il movimento di riforma delle tre autonomie

Il movimento di riforma delle tre autonomie nacque a seguito della Conferenza delle Chiese protestanti tenutasi nel 1913 in Cina. Obiettivo di questa conferenza era la “cinesizzazione” delle Chiese cristiane, da realizzarsi attraverso il raggiungimento di tre forme di autonomia: l’autonomia amministrativa, l’autonomia finanziaria e l’autonomia nella propagazione della fede.[4] L’autonomia amministrativa era finalizzata alla creazione di un clero interamente cinese, capace di esprimere una gerarchia autoctona e in grado di autogovernarsi. L’autonomia finanziaria puntava a tagliare i “sussidi” provenienti dall’estero con lo scopo di raggiungere la totale indipendenza economica. Ultima, ma non per importanza, era l’autonomia nella propagazione della fede, grazie alla quale la diffusione della religione cristiana diveniva affare esclusivo dei fedeli cinesi.[5]

Il nuovo leader comunista, Mao Tse-Tung, che “non era uomo da adattarsi a una legge straniera, fosse pure marxista”[6], fece proprio il pensiero di questo movimento e si adoperò al fine di raggruppare la totalità dei cristiani in una nuova ed esclusiva Chiesa di Cina fondata sul programma del movimento delle tre autonomie.

Nel corso del 1950, rispetto alle questioni politico-religiose, ebbe un ruolo importante il primo ministro del Governo comunista: Ciu En-Lai. Quest’ultimo a seguito di una serie di incontri con i leader protestanti, padri del movimento delle tre autonomie, ottenne un accordo con le chiese evangeliche operanti in Cina. L’accordo sancito fu reso pubblico attraverso un manifesto redatto da Wu Yaozong, fondatore del movimento protestante cinese, membro del partito comunista e celebre patriota. Nel manifesto venne dichiarata la lealtà alla politica governativa, nonché la volontà di tagliare il cordone ombelicale con le potenze occidentali per dare vita a una Chiesa patriottica e anti­-imperialista[7]. Il pensiero di Wu Yaozong, seppur non condiviso dalla maggioranza della “cristianità”, fu fondamentale per gli sviluppi successivi dei rapporti tra il Governo comunista cinese e la futura Chiesa patriottica, e può essere così sintetizzato:

“[Wu Yaozong] pensava che il Cristianesimo da una parte e il Marxismo ed il Leninismo dall’altra potessero darsi qualcosa a vicenda, e ciò allo scopo di costruire una società egalitaria dove non esistesse sfruttamento. Il cristianesimo aveva provato a raggiungere questo risultato tramite l’amore, i comunisti tramite la lotta di classe. Ciononostante, essi hanno molto in comune”[8]

Il manifesto, infine, fu pubblicamente approvato dal primo ministro, Ciu En-Lai, e controfirmato da 400.000 cittadini cinesi protestanti.[9]

Se è vero che la triplice autonomia accontentò una parte considerevole delle chiese riformate, è altrettanto vero che ricevette forti critiche dalla maggior parte del versante cattolico del cristianesimo. L’impossibilità di partecipare a movimenti di ispirazione marxista e materialista, sancita nel decreto di condanna al comunismo promulgato dal Sant’Ufficio nel 1949, pose i cattolici cinesi all’opposizione rispetto al programma governativo di “indigenizzazione” del Cristianesimo. Inoltre, l’obbligo di recidere ogni tipo di legame con l’occidente, in virtù della prima delle tre autonomie, voleva dire venire meno al dogma dell’infallibilità papale, colonna portante del cattolicesimo universale e manifestazione massima della Fede cattolica. Il dogma dell’infallibilità papale, infatti, presupponeva la subordinazione dei fedeli al vescovo di Roma limitando così il principio di autonomia sul quale si basava il processo stesso di emancipazione avviato con determinazione dal Grande Timoniere.

Diversi, però, furono i tentativi da parte del Governo di inglobare nel mondo comunista anche la Chiesa cattolica. Il primo intervento istituzionale finalizzato alla gestione della minoranza cattolica si ebbe nel 1951, quando venne istituita la Divisione degli affari religiosi, divenuta successivamente Ufficio per gli affari religiosi[10]. In una riunione organizzata ad hoc sotto la competenza del neonato ufficio, alla quale parteciparono due vescovi cinesi e diverse personalità cattoliche di prestigio[8], il primo ministro Ciu En-Lai palesò la strategia religiosa[9] del Governo. Quest’ultima, che prevedeva la possibilità di realizzare le tre autonomie anche in ambito cattolico sotto la supervisione del Papa[10], si rivelò in parte vittoriosa. Alcuni cattolici cinesi infatti decisero di sposare il piano formulato dal Governo e scelsero di redigere un documento suggestivamente intitolato “dichiarazione di amore per la patria”.

Nel testo in questione prevalse un’interpretazione strumentale dell’atteggiamento della Chiesa Cattolica nella storia, confacente alle richieste di autonomia poste in essere dal governo cinese:

“[la Chiesa] ha voluto sempre mantenersi da sé senza alcun bisogno di altri Stati, far propaganda della propria religione da sé ed anche con i martiri e governarsi o dirigersi da sé, senza alcun bisogno di ingerenze politiche” [11]

Una parte, seppur minoritaria, del clero cattolico assecondò le direttive governative risultando così inviso alla gerarchia fedele a Roma. Questo primo avvicinamento portò l’ufficio per gli affari religiosi a sostenere la causa perorata dai comitati per riforma Cattolica, finalizzata alla creazione di una Chiesa Nazionale governata da soli uomini cinesi.[12]

La replica a questo atteggiamento, ritenuto lontano dai precetti indicati nel decreto di Propaganda Fide del 1949, arrivò pochi giorni dopo attraverso una lettera intitolata: “La chiesa in Cina: dichiarazione dei principi”. Attraverso questa lettera la gerarchia cinese palesò la fedeltà al pontefice di Roma e accusò di apostasia i Vescovi e il clero riuniti in quella che venne definita la Chiesa Cattolica Nazionale, fedele al governo centrale. Ciò che andava profilandosi era uno scisma all’interno del cattolicesimo cinese.

La rottura delle relazioni diplomatiche

Il primo a fare le spese di questa drammatica situazione fu l’internunzio Antonio Riberi. I suoi rapporti con il governo cinese presieduto da Mao furono complessi sin dal 1949. Dopo la conquista del potere da parte dei Comunisti, all’internunzio apostolico fu vietato di trasferirsi a Pechino, divenuta nel frattempo capitale della neonata Repubblica Popolare Cinese. La Santa sede, così come tutti gli stati occidentali, non riconobbe il nuovo stato e il rappresentante del Vaticano, nella persona di Antonio Riberi, fu ritenuto “persona non grata[13]. La rottura delle relazioni diplomatiche infatti causò un affievolimento diplomatico che portò lo stesso Mons. Riberi a ricoprire la carica di delegato apostolico.[14]

Una volta entrato a conoscenza della strategia delle tre autonomie, già praticata in ambito protestante, il “rappresentante” del Papa in Cina ne fu uno strenuo oppositore. Nel 1950, un anno prima dell’istituzione della divisione degli affari religiosi, il Nunzio apostolico condannò apertamente il movimento delle tre autonomie in una lettera pastorale indirizzata ai vescovi cinesi e conosciuta sotto il nome di Ecce Dominus. Nel suo intervento Mons. Riberi espresse un vivo apprezzamento per l’atteggiamento che il clero cattolico opponeva alle vessazioni messe in atto dal regime comunista e invitò i suoi fratelli a resistere attraverso l’unità e la comunione dei fedeli rappresentate dalla figura del Papa.

Per limitare la diffusione del Cattolicesimo crescente negli strati laici della popolazione, però, il Governo tentò sin da subito di spaccare il fronte cattolico cinese ponendo i propri cittadini nella condizione di dover scegliere tra la fedeltà alla repubblica popolare o la fedeltà all’emissario diretto del romano pontefice, ritenuto una spia e un imperialista. La campagna per l’espulsione dell’internunzio, diffusa soprattutto a mezzo stampa, divenne celebre in tutto il Paese e portò, il 5 settembre del 1951, alla definitiva espulsione di Riberi dal Paese. I capi di imputazione formulati dal governo cinese e diffusi attraverso l’organo di stampa del partito comunista (Renmin Ribao) furono: partecipazione alla lotta contro il popolo cinese al fianco del Kuomintang di Chiang Khai-Shek, riorganizzazione del movimento controrivoluzionario “legione di Maria”, istigazione dei cattolici cinesi contro il nascente movimento delle tre autonomie e soppressione in ogni luogo del movimento patriottico dei cinesi [15].

Mons. Riberì, infine, fu costretto a passare un anno ad Hong Kong prima di poter approdare nell’isola di Taiwan, dove non poté ricoprire (almeno in un primo momento) il ruolo di internunzio per via della scelta di rimanere a Nanchino e di non seguire il governo nazionalista instauratosi a Taipei nell’ottobre del 1949[16]. L’espulsione dell’internunzio Riberi rientrava in un disegno governativo più ampio che portò, entro il 1954, alla quasi totale espulsione dei padri missionari stranieri presenti i Cina.

L’intervento di Pio XII e le due Chiese

Pio XII (fonte: www.documentazione.info)
“[…]se, pertanto, a tutti i missionari, i quali, abbandonata la propria diletta patria, hanno fecondato in mezzo a voi con le loro fatiche il campo del Signore, viene imposto di allontanarsi dai vostri luoghi, come se fossero persone nocive, ciò, oltre a essere cosa ingrata ad essi, torna dannosissimo agli stessi sviluppi della vostra chiesa. Che se i medesimi non sono cittadini di una sola nazione straniera, ma vengono scelti da molte, anzi da tutte le nazioni, dove la religione cattolica è fiorente ed è sviluppato l’ardore dell’apostolato, risulta evidente il carattere universale della chiesa cattolica, e questi araldi dell’evangelo nient’altro chiedono, nient’altro maggiormente desiderano che scegliere la vostra terra come loro seconda patria, illuminarla con la luce della dottrina evangelica, introdurvi i costumi cristiani, portarvi l’aiuto soprannaturale della carità, e a poco a poco, accresciuto finalmente in mezzo a voi il numero del clero indigeno, condurla a quella piena maturità per cui non sia più necessario l’aiuto e la collaborazione dei missionari stranieri”  [16]

Il 18 gennaio del 1952, in un momento in cui le espulsioni perpetrate dalla Repubblica Popolare Cinese nei confronti dei cattolici stranieri, e le persecuzioni nei confronti dei cittadini autoctoni di fede cattolica si fecero consistenti, Pio XII decise di pronunciarsi ancora una volta (precedentemente lo aveva fatto attraverso l’enciclica Evangelii Praecones). La lettera apostolica “Cupimis Imprimis(di cui sopra) palesò la preoccupazione del Pontefice per i germogli di una Chiesa nazionale, definita impropriamente cattolica e sostenuta con forza dal governo di Pechino. Le preoccupazioni del Papa non erano infondate. Dopo l’espulsione di Mons. Riberi e la definitiva rottura diplomatica non vi era più, in Cina, un punto di riferimento per i cattolici fedeli al Pontefice. In un clima di assoluta incertezza, aggravata da continue espulsioni, molti cattolici si avvicinarono alla posizione governativa in materia spirituale, andando a costituire quella che successivamente venne definita Chiesa nazionale patriottica Cinese. Tutti gli altri – fedeli a Roma e alla Santa Sede – diedero vita, accettandone la pericolosità, alla Chiesa “clandestina” cinese.[17]

Il Movimento antimperialista di amore per la patria e per la religione

Come sottolineato in precedenza, il movimento delle tre autonomie non riuscì a suscitare presso i cattolici il coinvolgimento sperato dal Governo comunista. Dopo l’incontro con il primo ministro Ciu En Lai nel 1951, infatti, solo una minoranza del clero cattolico aderì alle tre autonomie formulando la “dichiarazione di amore per la patria”, per tutti gli altri la devozione al romano pontefice restò fuori discussione. Dinanzi a una presa di posizione così netta il Governo cinese dovette considerare un’altra strategia.

La retorica comunista venne limata e si smise di celebrare pubblicamente il movimento delle tre autonomie cercando di fare leva sul sentimento patriottico che non veniva condannato dalla dottrina cattolica. Appurato, inoltre, il legame indissolubile tra il Papa e i fedeli cattolici, i comunisti furono costretti a garantire al popolo di fede cattolica che il legame spirituale con il vescovo di Roma poteva essere conservato senza ripercussioni di natura politica.

Nell’agosto del 1953, ancora una volta sotto invito dell’Ufficio per gli affari religiosi, i cattolici si riunirono in congresso presso la città di Nanchino per discutere la nuova linea prospettata dal Governo comunista. Durante quest’incontro venne ribadita la superiorità spirituale del Papa, ma venne precisato che in caso di conflitto tra l’autorità civile e quella spirituale il fedele avrebbe dovuto allinearsi sempre alle posizioni del Governo. Le diverse diocesi sparse per il Paese iniziarono così a sostituire al nome “Movimento delle tre autonomie” il più confacente “Movimento anti-imperialista di amore per la patria e per la religione”. Le critiche poste in essere dalla maggioranza dei Cattolici, rimasti ancora una volta su posizioni tradizionaliste, vertevano principalmente sulle scarse novità introdotte nel congresso. Secondo questi ultimi, infatti, non vi era stata una soluzione di continuità con il precedente Movimento (il movimento delle tre autonomie). Ancora una volta, e in maniera ancora più convinta, era stata sottolineata la volontà di rimare fedeli a Roma.

La prima costituzione di Mao e l’anatema di Pio XII

Il 20 settembre del 1954 anche la Cina comunista si dotava di una Costituzione. Ciò che è opportuno sottolineare è la garanzia alla libertà di credo religioso sancita all’articolo 88: “Citizens of the People’s Republic of China enjoy freedom of religious belief.” A differenza del Programma comune del popolo, ovvero la costituzione provvisoria adottata nel 1949, dove i diritti fondamentali del cittadino erano riassunti in un unico articolo, nella nuova Costituzione venne dedicato un articolo a sé stante per la libertà di culto religioso.[18]

In questa difficile contingenza storica a far da padrona fu l’incertezza. I cattolici cinesi che accettarono di far parte del “nuovo” movimento patriottico erano convinti, non avendo ricevuto nessuna scomunica o monito da parte del Papa, di agire in linea con i dettami della Chiesa. I cattolici più ferventi, invece, non accettarono la nascita di questo movimento in quanto ritenuto una nuova versione del movimento delle tre autonomie. Tra i cattolici, sia tra coloro che ebbero l’ardire di schierarsi contro il Governo comunista, sia tra quelli condiscendenti alla volontà della Repubblica Popolare, cresceva forte la volontà di conoscere la posizione ufficiale del sommo pontefice. Ogni dubbio fu spento il 7 ottobre del 1954, quando Pio XII, attraverso l’enciclica Ad Sinarum Gentem, condannò apertamente e definitivamente i movimenti cattolici e patriottici sorti in Cina. Nella lettera enciclica vennero analizzate le tre autonomie prospettate dai movimenti patriottici per essere poi confutate singolarmente. L’autonomia di governo, la più grave nell’ottica del tradizionalismo cattolico, venne così ripresa:

“anche quando l’aumentato numero del clero cinese non avrà più bisogno dell’aiuto dei missionari esteri, la chiesa cattolica nella vostra nazione, come in tutte le altre, non potrà essere retta con «autonomia di governo», come oggi si usa dire. Infatti, anche allora, come ben sapete, sarà del tutto necessario che la vostra comunità cristiana, se vorrà far parte della società che è stata divinamente fondata dal nostro Redentore, sia del tutto sottomessa al sommo pontefice, vicario di Gesù Cristo in terra e con lui strettamente unita, per quanto riguarda la fede religiosa e la morale. Con le quali parole – è bene notarlo – si abbraccia tutta la vita e l’opera della chiesa: perciò, anche la sua costituzione, il suo governo, la sua disciplina, cose tutte che dipendono senza dubbio dalla volontà di Gesù Cristo, fondatore della chiesa”

La seconda autonomia, quella di natura finanziaria, veniva imposta dal Governo comunista attraverso i movimenti patriottici per evitare i finanziamenti alle diverse diocesi da parti stati occidentali e porre fine a quella che era per la RPC una forma di imperialismo esercitato dalle potenze coloniali. Nell’enciclica promulgata dal Papa si poneva l’accento, invece, sul valore spirituale e storico della carità cristiana, lontana da logiche politiche e di dominio:

“è evidente – che Noi desideriamo vivamente che giunga presto il tempo in cui per le necessità della chiesa cinese possano essere sufficienti i mezzi finanziari che i fedeli cinesi riescono a fornirle; però, come ben sapete, le offerte raccolte per questo presso le altre nazioni, hanno origine da quella carità cristiana per la quale tutti coloro, che sono stati redenti dal sacro sangue di Gesù Cristo, sono necessariamente uniti l’uno all’altro da un’alleanza fraterna e dall’amore divino sono spinti a propagare dappertutto, secondo le loro forze, il regno del Redentore nostro. E ciò non per fini politici o comunque profani, ma soltanto per mettere in pratica utilmente il precetto della carità, che Gesù Cristo ha dato a noi tutti e per il quale si riconoscono i suoi veri discepoli”

Infine, per ciò che concerne l’evangelizzazione, il Pontefice si scagliò con vigore contro la pretesa dei leader comunisti di interpretare secondo le esigenze di Governo la parola di Cristo:

“ma – ciò che è assurdo soltanto a pensarsi – con quale diritto possono gli uomini di proprio arbitrio, differentemente secondo le differenti nazioni, interpretare l’evangelo di Gesù Cristo?”

Pio XII, quindi, condannò apertamente il collaborazionismo e la nascita di una Chiesa Nazionale, ricordando alla totalità dei cattolici cinesi che un elemento fondante della chiesa cattolica è proprio la cattolicità, ossia l’universalità:

“i promotori di tali movimenti con somma astuzia cercano di ingannare i semplici o i pavidi, o di allontanarli dalla retta via; a tal fine affermano falsamente che sono veri patrioti soltanto coloro che aderiscono alla chiesa da loro ideata, cioè a quella che ha le «tre autonomie». Ma in realtà essi cercano, per venire alla cosa principale, di costituire finalmente presso di voi una chiesa, come dicono, «nazionale»; la quale non potrebbe più essere cattolica, perché sarebbe la negazione di quella universalità ossia «cattolicità», per cui la società veramente fondata da Gesù Cristo è al di sopra di tutte le nazioni e tutte singole le abbraccia”

Lo iato venutosi a creare tra il governo comunista e i cattolici cinesi – spinti anche al martirio dopo l’intervento del pontefice – indebolì la resistenza cattolica. Come sottolinea Elisa Giunipero:

“se fino a quel momento i cattolici cinesi potevano ancora nutrire la speranza di vedere riconosciute alcune garanzie per un controllo più possibile parziale e formale del nuovo stato comunista sulla Chiesa, con la pubblicazione della Ad Sinarum Gentem, si ridussero ulteriormente i già esigui margini per qualsiasi accordo”

Come si è visto, la rottura definitiva era imminente. L’intransigenza di Pio XII, unita alla determinazione di Mao di spazzare via la religione dal nuovo stato cinese, portò alla rottura dei legami diplomatici e a una feroce persecuzione dei missionari occidentali e dei cattolici cinesi. Nell’articolo successivo ci si occuperà di delineare le fondamenta della nuova Chiesa Patriottica cinese e di riportare importanti testimonianze delle persecuzioni subite dai cattolici fedeli al Pontefice romano.

William de Carlo per Policlic.it

Fonti 

[1] E. Giunipero, Chiesa Cattolica e Cina Comunista, cit, p. 34

[2] E. Giunipero, Chiesa Cattolica e Cina Comunista, cit, p. 35

[3] Tse-Tung M., on Dialectical Materialism, M.E. Sharp, Inc., 1990 p. 91

[4] E. Giunipero, Chiesa Cattolica e Cina Comunista, cit, p. 38

[5] Quest’ultima forma di autonomia giocò un ruolo fondamentale nella persecuzione dei missionari stranieri.

[6] R. Laurentin, Cina e cristianesimo – al di là delle occasioni mancate, cit., p. 174

[7] E. Giunipero, Chiesa Cattolica e Cina Comunista, cit, p. 39

[8] “Pensava che il cristianesimo da una parte e il marxismo e il leninismo dall’altra potessero integrarsi a vicenda, e lo scopo di questo è quello di costruire una società egualitaria dove non c’è sfruttamento. Il cristianesimo ha cercato di raggiungere questo scopo attraverso l’amore, e i comunisti hanno cercato di raggiungere questo obiettivo attraverso la lotta di classe. Tuttavia, i due hanno molte cose in comune”. C.K., Wu Yaozong, the founder of China’s Three-Self Patriotic Church, is a ‘tragic figure’, “ChinaAid”, internet ed, Monday, February 17, 2014 (http://www.chinaaid.org/2014/02/wu-yaozongs-son-wu-yaozong-founder-of.html)

[6] Il numero stimato di cinesi protestanti nel 1950 in Cina si attestava intorno al milione. A. Santini, Cina e Vaticano. Dallo scontro al dialogo,cit, p. 107

[7] Santini A., Cina e Vaticano. Dallo scontro al dialogo, editori riuniti, Roma, 2003, p. 106

[8] All’incontro in questione parteciparono solo prelati e i sacerdoti di cittadinanaza cinese insieme a qualche protestante. Per approfondimento: Tiberi F., Come divenni comunista, http://www.bibliotecapersicetana.it/node/207

[9] Nei “verbali” dell’incontro pubblicati da Padre Fortunato nella sua opera “come divenni comunista” si può leggere il discorso conclusivo tenuto da Ciu En-lai durante quello storico incontro: “Il nostro movimento patriottico non è contrario a che i cattolici di tutto il mondo formino una sola comunità! Io dico soltanto che questo movimento propone e promuove l’amor patrio e l’unione di tutti i cinesi: noi tutti siamo cinesi, voi tutti siete cinesi e come cattolici cinesi dovete amare la Cina, la vostra Patria. In che modo? Col mantenervi da voi, anche se da principio troverete delle inevitabili difficoltà (e il Governo vi appoggerà molto); col propagare la religione da voi stessi, e col governarvi da voi”.

[10] R. Laurentin, Cina e cristianesimo – al di là delle occasioni mancate, cit., p. 175

[11] E. Giunipero, Chiesa Cattolica e Cina Comunista, cit, p. 44

[12] A. Santini, Cina e Vaticano. Dallo scontro al dialogo, cit, p. 108

[13] G. Raffo, La Cina e la Santa Sede negli anni cinquanta, La Civiltà Cattolica, quaderno 3538, Roma, 1997, p. 361

[14] Secondo la repubblica popolare cinese Mons. Riberi era un semplice cittadino straniero senza visto, nato a Montecarlo. Veniva chiamato comunemente dai cittadini cinesi “il monegasco” per via delle sue origini.

[15] E. Giunipero, Chiesa Cattolica e Cina Comunista, cit, p. 59

[16] Nel 1949 mons. Riberi decise di rimanere in Cina e di non seguire il Governo nazionalista di Chiang Khai-Shek. Questa scelta potrebbe essere dovuta alla volontà di essere d’esempio per tutti i cattolici, che, sottoposti alle vessazioni del partito comunista, abbandonavano lo stato asiatico. Una volta entrato a Taiwan, inoltre, pagò la scelta di rimanere a Nanchino con la proibizione di esercitare il ruolo di internunzio.

[17] A. Santini, Cina e Vaticano. Dallo scontro al dialogo, cit, p. 109

[18] Giunipero E., Chiesa Cattolica e Cina Comunista, cit, p. 90

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