I rossi e i neri 

I rossi e i neri 

Il Primo dopoguerra: dal Biennio rosso alla marcia su Roma

Le conseguenze della Prima guerra mondiale

Negli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale, l’Italia visse un periodo di profonda instabilità: scioperi, disordini sociali e violenze erano all’ordine del giorno. A confrontarsi su questo terreno c’erano sostanzialmente tre forze: al centro si collocava l’autorità – sempre più evanescente – dello Stato liberale; a sinistra i socialisti, i sindacalisti, gli anarchici e, dal 1921, anche i comunisti; a destra i nazionalisti e, soprattutto, i fascisti.

Questo clima particolarmente rovente del Primo dopoguerra era dovuto alle conseguenze del conflitto mondiale appena concluso. Pur essendone uscita vincitrice, difatti, l’Italia pagò un prezzo altissimo, e non solo in termini di vite umane. Anzitutto, non sfuggì alla crisi economica né all’elevata inflazione che erodeva il potere d’acquisto dei ceti medio-bassi[1]. La crisi economica si congiunse e, in parte, fu la causa di una vera e propria crisi sociale. Come anticipato, l’inflazione fece retrocedere il ceto medio, il quale si sentiva incalzato dal movimento operaio; gli operai, dal canto loro, grazie all’esempio russo, chiedevano la diretta partecipazione alla gestione delle fabbriche, trovando la netta opposizione del ceto imprenditoriale; infine, i contadini reclamavano a gran voce una riforma agraria, peraltro già promessa all’inizio della guerra come incentivo per farli arruolare e combattere[2].

Ma c’era di più. Era in atto un processo di democratizzazione dello Stato liberale – in parte iniziato prima della guerra con la legge del 1912 che sanciva il suffragio universale maschile[3] – che i governi liberali non riuscirono a gestire[4] e del quale i socialisti non riuscirono ad assumere la guida[5]. Tale processo era anch’esso figlio della guerra: tutti erano stati chiamati a contribuire allo sforzo bellico del Paese, incluse le donne, le quali – per la prima volta e in modo massiccio – entrarono in fabbrica in veste di operaie. Di conseguenza, tutti reclamarono un ruolo nella società a guerra finita[6].

Ulteriori tensioni nacquero poi per via del mito della “vittoria mutilata”. Secondo la propaganda di destra – in particolar modo quella di stampo nazionalista e fascista – l’Italia, nel trattato di pace di Versailles, aveva ottenuto meno di quanto le spettasse, e ciò principalmente per colpa dell’incapacità dello Stato liberale, il quale ne usciva delegittimato. Questo mito fu alla base di molte teorie eversive di destra e fu fondamentale per la creazione di un terreno fertile dal quale germogliò il fascismo[7].

In realtà, durante la guerra si erano già sperimentate soluzioni volte a rendere lo Stato liberale più autoritario, tra cui il rafforzamento dell’esecutivo a danno del Parlamento, la militarizzazione della forza lavoro con la soppressione delle libertà sindacali e l’imposizione di un rigido ordine gerarchico nelle fabbriche, la limitazione delle libertà statutarie, l’estensione dei poteri della polizia[8]. Questi elementi sopravvissero al conflitto e furono continuamente ripresi e invocati dagli ambienti ultraconservatori, nazionalisti e fascisti sin dal 1919[9].

La guerra ebbe, infine, anche conseguenze psicologiche. In particolare, l’esplosione di violenza al fronte non sparì una volta cessate le ostilità. La società italiana era oramai assuefatta alla violenza, che cominciò dunque a essere adoperata nella società civile per fare politica[10]. Tale violenza, assieme alla grande disponibilità di armi, fu una delle condizioni che permise lo sviluppo dello squadrismo fascista e, più in generale, la formazione di organizzazioni paramilitari – soprattutto, ma non esclusivamente, di estrema destra – dedite all’uso della violenza come principale arma di lotta politica[11].

Da questa breve rassegna, a emergere è soprattutto un elemento generale: la guerra non aveva compattato la società italiana intorno all’istituzione statale, ma ne aveva accentuato la polarizzazione, facendo emergere con particolare forza le tendenze antistataliste e anti Stato liberale, sia a sinistra che a destra[12]. Fu in questo contesto che gli “opposti estremismi”[13] operarono e si confrontarono.


Il Biennio rosso[14]

Con l’espressione “Biennio rosso” si indica il periodo tra il 1919 e il 1920, caratterizzato da un notevole protagonismo operaio e da una serie di scioperi riguardanti tutte le categorie dei lavoratori, inclusi i contadini nelle campagne[15]. Tale fenomeno non fu solamente italiano, ma coinvolse gran parte dell’Europa. La causa principale si deve alle condizioni molto difficili che alcune nazioni vissero una volta conclusa la Prima guerra mondiale, e a ciò si aggiunse l’esempio della Rivoluzione russa del 1917 che voleva essere seguito da larghe fasce dei movimenti di sinistra in Europa[16]. Non è un caso che il Biennio rosso è stato particolarmente intenso in Germania e in Italia, ovvero in due Paesi usciti stremati dalla guerra.[17]

In Italia, in questi due anni, il movimento operaio e quello di sinistra furono tutt’altro che unitari. Difatti, esistevano varie anime nella sinistra italiana, peraltro spesso in disaccordo tra di loro. All’interno del Partito Socialista si confrontavano i riformisti e i massimalisti: i primi controllavano il gruppo parlamentare, mentre i secondi avevano ottenuto il controllo del partito nel 1919 grazie a Serrati[18]. I sindacati rimanevano fuori dal partito. Particolarmente attivi furono l’Unione Italiana del Lavoro (UIL)[19], di ispirazione socialista rivoluzionaria ma con delle sfumature nazionaliste, e l’Unione Sindacale Italiana, di stampo anarchico[20]. C’era poi la Confederazione Generale del Lavoro (CGdL), ovvero il sindacato del Partito Socialista[21]. I rapporti tra le varie anime non erano facili. Gli anarchici erano a favore della rivoluzione ed erano disponibili ad aprire ai socialisti massimalisti, i quali però non esageravano con atti rivoluzionari per salvaguardare l’unità del partito; i riformisti, invece, malvedevano gli anarchici e cercavano di limitarne l’azione, trovando sostegno nella CGdL[22].

Dal 1921 in poi, lo scenario politico si arricchì con l’entrata dei comunisti. Il Partito Comunista d’Italia nacque, appunto, nel gennaio del 1921, in seguito alla scissione del Partito Socialista al Congresso di Livorno, quando i membri più convinti di voler seguire l’esempio russo decisero di creare una nuova entità politica, finendo per dividere ulteriormente il panorama della sinistra italiana[23].

Giacinto Menotti Serrati, leader dell’ala massimalista del Psi.
Fonte: Wikimedia Commons.

Queste divisioni furono uno dei motivi per i quali di una rivoluzione rossa, in Italia, non si corse mai un pericolo concreto, nemmeno all’apice del Biennio rosso[24]. Nonostante gli slogan usati dai movimenti di sinistra e durante gli scioperi (tra cui si ricordano “Viva Lenin” e “Fare come in Russia”[25]), “tra la Russia e l’Italia del 1919-22 [c’era] la stessa differenza tra un ciclone che sconvolge un intero continente e una burrasca che rompe qualche vetro e butta giù pochi alberi e qualche camino”, come aveva fatto notare Salvemini[26].

Una burrasca, comunque, ci fu. Il Biennio rosso, pur non essendo stato così violento come era stato talvolta dipinto[27], ha visto un forte protagonismo operaio. Le richieste degli operai erano varie: dall’aumento salariale alla gestione delle fabbriche da parte degli operai, sul modello di quanto accadeva in Russia con i soviet[28]. Dal canto loro, gli industriali, pur essendo disposti a fare qualche concessione – e infatti nel febbraio del 1919 fu siglato un accordo con i sindacati CGdL e FIOM che prevedeva la riduzione della giornata lavorativa a otto ore[29] – non erano intenzionati a cedere nulla che riguardasse la gestione delle fabbriche[30]. Il risultato fu una situazione nella quale gli obiettivi che potevano essere raggiunti dalle lotte dei riformisti erano visti come insufficienti, e ciò finiva per screditare tutta l’azione riformista, portando acqua al mulino massimalista e rivoluzionario[31], e incrementando le tensioni.

Tali tensioni non tardarono a esplodere. Il 15 marzo 1919, ad esempio, la Franchi-Gregorini[32] venne occupata per ben due giorni e dovette intervenire l’esercito per sgomberare[33]. Dal punto di vista dei movimenti operai, l’estate del 1919 fu particolarmente calda, con lo sciopero generale di luglio. In realtà, lo sciopero era caratterizzato soprattutto da rivendicazioni economiche e non politiche, essendo le proteste in particolar modo mirate contro il carovita. Furono i sindacalisti della UIL e i massimalisti a tentare di dare una svolta rivoluzionaria allo sciopero, ma i riformisti fecero muro e non ci furono particolari incidenti[34]. Lo sciopero generale del luglio 1919 ebbe due effetti da tenere in considerazione: da un lato sembrò dimostrare che l’anima riformista fosse in grado di contenere quella rivoluzionaria; dall’altro causò un grande spavento nella borghesia, negli industriali e nelle classi conservatrici, che iniziarono a sentirsi maggiormente assediati dal movimento operaio[35].

Questo senso di incertezza finì per coinvolgere anche i proprietari terrieri, quando il il governo guidato da Francesco Saverio Nitti, il 4 settembre, autorizzò i contadini a coltivare le terre incolte, tentando in questo modo di dare seguito anche alle promesse fatte all’inizio della guerra[36]. Da questo momento in poi tutti i settori della società appena citati cominciarono a sostenere con maggiore insistenza che il governo liberale fosse incapace di gestire la situazione e di evitare una rivoluzione sullo stampo russo[37].

Il Biennio rosso non era però finito, e anzi trovò un nuovo culmine nell’estate del 1920, con due eventi. Il primo fu l’ammutinamento di un reggimento di bersaglieri che si trovavano ad Ancona per imbarcarsi alla volta di Valona in Albania, dove l’Italia manteneva un contingente di occupazione[38]. La rivolta di Ancona si estese a varie zone d’Italia, ma fece emergere ancora una volta le divisioni del fronte di sinistra: nonostante molti socialisti solidarizzarono con i rivoltosi, Psi e CGdL condannarono duramente l’ammutinamento[39]. L’epilogo della vicenda fu violento, con l’esercito che represse nel sangue la rivolta di Ancona e tutti i disordini ad essa collegati; si contarono ventisei morti e ottanta feriti nella sola provincia di Ancona[40].

L’altro evento dell’estate del 1920 fu l’ondata di occupazioni delle fabbriche, che si verificò sempre a causa dei disaccordi tra i sindacati e gli industriali sul tema della partecipazione operaia alla gestione delle fabbriche. Il 30 agosto le fabbriche di Milano furono occupate, e ai primi di settembre l’occupazione coinvolse tutto il triangolo industriale[41] [42]. Il 10 settembre Psi e CGdL si ritrovarono per decidere come proseguire. Le posizioni che si confrontarono vertevano sulla rivoluzione e sulle riforme. Alla fine, usando un’espressione che ebbe particolare successo, “la rivoluzione fu messa ai voti”: vinsero i riformisti 509245 a 409569[43].

A fronteggiare e a gestire questa situazione si trovò il redivivo Giovanni Giolitti, richiamato al governo dopo la caduta di Nitti. Giolitti usò la tattica che tanto gli aveva dato nelle esperienze di governo precedenti: attendismo e ricerca del compromesso, che però nella nuova situazione del dopoguerra fu scambiata per incapacità e arrendevolezza[44]. Il 19 settembre si giunse, finalmente, a un accordo: gli operai ottennero aumenti salariali, sei giorni di vacanza pagati, straordinari pagati e la creazione di una commissione di rappresentati dei lavoratori, degli industriali e del governo per discutere le forme di partecipazione dei lavoratori alla gestione delle fabbriche, oltre che l’amnistia per chi avesse partecipato alle occupazioni[45].

Dopo queste vicende, il Biennio rosso poté dirsi concluso. Il 1919 e il 1920 erano la prova che non si era mai corso il rischio concreto di una rivoluzione sullo stile russo in Italia[46]. Il Psi, dunque, non aveva mancato la possibilità di “fare come in Russia”, ma non era riuscito a portare a compimento il processo di democratizzazione che era in atto nella società italiana e del quale non seppe mettersi alla guida[47].

D’altro canto, se non si rischiò mai la rivoluzione, essa era continuamente evocata dai movimenti di sinistra, e ciò, come si è visto, spaventò larghi strati della società italiana. In questo contesto di disordini e di paura, trovò terreno fertile l’opposto estremismo, ovvero quello dei movimenti eversivi di estrema destra.


I primi tentativi eversivi di destra e l’impresa di Fiume

Gabriele D’Annunzio nel 1922. Fonte: Bibliothèque nationale de France/Wikimedia Commons (fotografia dell’Agence de presse Meurisse).

I movimenti di estrema destra non comparvero all’improvviso con il fascismo, ma affondavano le radici negli anni immediatamente precedenti la Prima guerra mondiale. Già allora, difatti, stava crescendo un blocco ultraconservatore e fortemente antisocialista costituito da liberali antigiolittiani, clericali, nazionalisti e grandi industriali[48].

Dopo la guerra, le condizioni per lo sviluppo di formazioni di estrema destra erano ottimali: assuefazione alla violenza[49], diffusione di un sentimento di paura di una rivoluzione socialista, convinzione dell’incapacità dei governi liberali di gestire la situazione, circolazione di armi, finanziamenti ingenti da parte di chi voleva fermare i socialisti, uso di queste formazioni in chiave antisovversiva[50]. Fu in questo contesto che, già nel maggio 1919, circolavano negli ambienti reazionari voci sulla necessità di abbattere il regime liberale con un colpo di Stato autoritario e militare[51].

La paura di tentativi sovversivi da parte dell’estrema sinistra fu fondamentale. L’estremismo di destra richiedeva come condizione per diffondersi nella società l’individuazione di un nemico. I socialisti si rivelarono perfetti per rivestire il ruolo di nemici interni, soprattutto per la loro retorica antiguerra, che sembrava sbeffeggiare il sacrificio al fronte degli italiani[52].

Ad aggravare una situazione già complicata fu la diffusione del mito della “vittoria mutilata”, che consentiva di bollare come incapaci i governi liberali[53]. Tale mito trovò compimento nell’impresa di Fiume. La città di Fiume – che oggi si trova in Croazia – contava una forte presenza italiana, ma nel trattato di pace di Versailles non fu assegnata all’Italia. In tutta risposta, nel settembre 1919 Gabriele D’Annunzio, alla testa di un gruppo composito di “legionari”, occupò Fiume, chiedendone l’annessione all’Italia[54]. Il Presidente del Consiglio Nitti, seppure contrario all’impresa fiumana, non riuscì a impedirla né a trovare una chiave per sbrogliare la matassa, dimostrando così tutta la debolezza del suo governo[55]. L’occupazione di Fiume durò sedici mesi; solo Giolitti risolse la situazione, prima firmando il trattato di Rapallo, e poi scacciando con la forza D’Annunzio da Fiume[56].

L’impresa fiumana portò grande notorietà al poeta, che veniva ora visto come l’uomo giusto per attuare un colpo di Stato autoritario, ponendo fine a un oramai inconcludente Stato liberale e impedendo la salita al potere dei socialisti[57]. Venne elaborato anche un piano per la presa del potere da parte di D’Annunzio, ma alla fine non se ne fece nulla[58].

Le fortune politiche di D’Annunzio stavano oramai volgendo al termine. Un altro uomo si stava affacciando sempre più prepotentemente sulla scena politica italiana: Benito Mussolini.


Il Fascismo: dagli inizi alla marcia su Roma

Il 23 marzo 1919, in piazza San Sepolcro a Milano, Benito Mussolini fondò i Fasci di combattimento[59], che nel 1921 si costituirono definitivamente come un vero e proprio partito, assumendo il nome di Partito Nazionale Fascista[60]. Mussolini era stato espulso dal partito socialista quando, alla vigilia dell’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale, si era schierato con forza nel campo interventista. Da quel momento in poi si spostò sempre più a destra dello schieramento politico, fino alla fondazione dei Fasci di combattimento[61]. Questi, all’inizio, ottennero adesioni molto eterogenee, ma un nucleo fondamentale fu quello composto dai reduci di guerra e, in particolare, dagli Arditi[62].

Il nuovo movimento e il suo capo seppero interpretare meglio di tutti gli attori in campo la situazione della società italiana negli anni del dopoguerra[63].

Vissuti nei primi mesi di vita all’ombra di D’Annunzio e degli altri movimenti di destra[64], i Fasci di combattimento furono sin da subito presentati da Mussolini come un movimento antipartitico e antisistema, cavalcando così il malcontento contro lo Stato liberale[65]. Mussolini, inoltre, rivendicò immediatamente l’uso della violenza in chiave antisocialista, ma come legittima reazione a un conflitto che non era stato avviato dai fascisti, bensì dai socialisti e dai rivoluzionari di sinistra[66].

D’altra parte, l’idea che il fascismo fosse una “sana reazione” agli scioperi di sinistra era molto diffusa nella società e anche sostenuta dalle classi dirigenti liberali, le quali non esitarono ad allearsi con i gruppi di estrema destra in funzione antisocialista[67]. Questo non vuol dire che le violenze fasciste scongiurarono una rivoluzione rossa, anzitutto perché, come si è visto, in Italia non si è mai corso il rischio concreto di una rivoluzione, e poi perché il fascismo esplose effettivamente nel 1921, quando i movimenti di sinistra erano già naturalmente retrocessi[68].

Il fascismo si era organizzato in squadre locali, che operavano solitamente su base provinciale, attaccando esponenti e sedi dei “nemici interni” da estirpare con la violenza[69]. Lo squadrismo era nato in Friuli in funzione anti-slava, e da lì si diffuse in tutto il nord Italia, con le stesse modalità e la stessa retorica, individuando però come nemici non minoranze straniere ma i socialisti[70]. Le squadre fasciste avevano una organizzazione quasi militare e contavano su una forte mobilità a livello provinciale, regionale e talvolta interregionale; questa mobilità fu uno dei fattori chiave per la vittoria finale[71].

L’altra chiave decisiva fu l’uso della violenza, forte strumento per la creazione di consenso e la formazione di identità collettive[72]. Lo squadrismo era dipinto come un’esperienza fondante della nuova era, anche grazie ad alcune immagini che erano state usate durante la Prima guerra mondiale, come ad esempio la figura della madre dello squadrista in ansia per le sorti del figlio così come lo erano state le madri dei soldati mandati al fronte durante il conflitto mondiale[73]. Sullo stile della retorica di guerra si colloca anche la descrizione del nemico come un corpo estraneo da eradicare con la violenza, anche perché estremamente brutale: le descrizioni delle violenze di sinistra, infatti, eccedevano in particolari atroci e terrorizzanti; di contro, le violenze fasciste erano fatte passare come legittime risposte – non particolarmente efferate – ai crimini degli avversari[74].

Il successo fascista fu il risultato anche di un’altra condizione molto importante: l’atteggiamento delle autorità dello Stato. Ci furono degli scontri tra fascisti e forze dell’ordine, ma nella maggior parte dei casi il trattamento loro riservato fu di favore[75]. Gli scontri di quegli anni provocarono tremila morti rosse e quattrocento morti nere, e questo si verificò poiché, nel reprimere gli scontri tra fazioni, le forze dell’ordine sparavano soprattutto “a sinistra”[76].

Poste queste condizioni, l’ascesa fascista si rivelò inarrestabile, con una escalation di violenze che era partita già sul finire del 1920. Nelle elezioni amministrative di quell’anno, infatti, i socialisti fecero registrare alcuni successi, tra cui la vittoria a Bologna. Il giorno dell’insediamento della giunta socialista, il 21 novembre, la città emiliana divenne teatro di uno scontro tra estremismi: i fascisti tentarono di occupare palazzo d’Accursio, sede del comune, e si scontrarono con i socialisti che volevano impedirlo. Alla fine, dovettero intervenire le forze dell’ordine, ma la repressione – che causò dieci morti e cinquantotto feriti, la maggior parte dei quali socialisti[77] – portò anche all’annullamento delle elezioni e alla nomina di un commissario prefettizio. Di fatto, i fascisti avevano raggiunto il loro obiettivo[78]

Altro giorno decisivo nel percorso che portò il fascismo al potere fu il 23 marzo 1921, quando un attentato al teatro Diana di Milano causò la morte di ventitré persone. L’attentato, attribuito immediatamente agli anarchici, consentì ai fascisti di approfittarne intensificando le violenze e le spedizioni punitive. Lo spettro del terrorismo, infatti, alzò la tensione e spinse ancora di più l’opinione pubblica moderata nelle braccia dell’unico uomo che sembrava in grado di mantenere l’ordine: Mussolini[79].

Le violenze nere si intensificarono nel 1922. Di fronte a esse e alla connivenza delle forze dell’ordine, le sinistre tentarono la via dello sciopero generale. Nell’agosto del 1922 fu indetto lo sciopero della legalità, in difesa delle libertà politiche e sindacali e contro le violenze fasciste, ma l’esito della dimostrazione ebbe effetti contrari a quelli sperati. Essa, infatti, portò a un ulteriore intensificazione dell’azione fascista, con il partito di Mussolini che dimostrò anche la sua forza di fronte allo Stato liberale, imponendo un vero e proprio ultimatum per rendere illegale quello sciopero[80].

Nell’ottobre del 1922 si consumò l’ultimo capitolo dello Stato liberale. I fascisti erano oramai padroni del campo e già a inizio mese occuparono Bolzano e Trento, imponendo una serie di provvedimenti volti ad assicurare l’italianità alle due città, presentandosi nuovamente di fronte all’opinione pubblica come persone in grado di risolvere problemi che l’agonizzante Stato liberale non era capace di affrontare[81].

Mussolini (al centro) dopo la marcia su Roma con i quadrumviri De Bono, Grandi, De Vecchi e Balbo. Fonte: Wikimedia Commons.

Alla fine del mese scattò poi il colpo di Stato. Il 28 ottobre 1922 i fascisti si attivarono in tutta Italia, occupando i punti nevralgici di varie città (prefetture, poste e telegrafi, stazioni ferroviarie), mentre tre colonne avrebbero marciato su Roma, occupandola. Mussolini, che era rimasto a Milano, giocava sull’effetto psicologico, essendo perfettamente consapevole che in uno scontro tra fascisti ed esercito regolare, il secondo avrebbe avuto la meglio più che facilmente[82]. Quello di Mussolini era un azzardo, ma il capo del fascismo ebbe ragione: il re Vittorio Emanuele III rifiutò di firmare il decreto sullo stato d’assedio e il 30 ottobre conferì a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo, per telegrafo. Solo dopo aver ricevuto l’incarico, Mussolini prese il treno per Roma[83]. Il fascismo aveva oramai vinto.


Conclusioni

Se, come si è visto, il rischio di una rivoluzione in chiave socialista non fu mai concreto, la vittoria del fascismo non era un esito scontato. A essa concorsero vari fattori, su tutti l’atteggiamento del re Vittorio Emanuele III e quello delle altre forze politiche, le quali non compresero che il fascismo non era la cura al bolscevismo, bensì una nuova e più pericolosa malattia[84]. Mussolini, inoltre, seppe capire meglio di chiunque altro cosa fosse diventata la società italiana dopo l’esperienza della Prima guerra mondiale[85].

Gli anni del Primo dopoguerra furono importanti anche perché, per la prima volta, si verificarono alcune dinamiche che accompagnarono per lunghi tratti la storia della Prima Repubblica[86]: lotta tra estremismi contrapposti, progetti di colpi di Stato di estrema destra, violenze, tentativi da parte dell’autorità legittima di usare un estremismo per contenere l’altro. Con l’attentato del teatro Diana, poi, ci fu il primo esempio di quella che fu definita “la strategia della tensione”.

Per questi motivi, gli anni del Primo dopoguerra furono fondamentali per l’Italia, e non solo perché furono gli anni che portarono alla presa del potere da parte del fascismo. Comprendere questo periodo consente dunque di capire le lunghe dinamiche che hanno segnato la storia d’Italia fino a tempi piuttosto recenti.

Emanuele Del Ferraro per www.policlic.it


Riferimenti bibliografici

[1] M. Gotor, L’Italia nel Novecento: dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon, Einaudi, Torino 2019, p. 37.

[2] Ibidem.

[3] http://legislature.camera.it/cost_reg_funz/667/1157/1153/documentotesto.asp (Ultima consultazione: 02-06-2021)

[4] M. Gotor, op. cit., p. 37.

[5] C. Natoli, Guerra civile o controrivoluzione preventiva? Riflessioni sul «biennio rosso» e sull’avvento al potere del fascismo, in “Studi storici I” (2012), p. 216 https://www.jstor.org/stable/41637904?seq=1#metadata_info_tab_contents (Ultima consultazione: 02-06-2021).

[6] Ivi, p. 218.

[7] M. Gotor, op. cit., p. 38.

[8] C. Natoli, op. cit., pp. 219-220.

[9] A. Ventrone, La strategia della paura: eversione e stragismo nell’Italia del Novecento, Mondadori, Milano 2019, p. 32.

[10] G. Albanese, Brutalizzazione e violenza alle origini del fascismo, in “Studi storici I” (2014), p. 4 https://www.jstor.org/stable/43592538?read-now=1&refreqid=excelsior%3Aec80a9429b1d6e257aedb457f5d84eef&seq=4#page_scan_tab_contents (Ultima consultazione: 02-06-2021).

[11] A. Ventrone, op. cit., p. 33.

[12] C. Natoli, op. cit., p. 222.

[13] La locuzione “opposti estremismi” è usata per indicare soprattutto gli scontri e le violenze tra gruppi di estrema destra ed estrema sinistra negli anni Settanta del Novecento. Gli scontri del Primo dopoguerra, però, per le loro caratteristiche possono essere considerati un primo esempio di “opposti estremismi” in Italia. M. Gotor, op. cit., p. 46. 

[14] La separazione tra un “biennio rosso” e un “biennio nero” risponde esclusivamente a esigenze espositive. Gli anni del Biennio rosso videro l’azione di gruppi eversivi di destra, mentre l’azione socialista, sindacalista e operaia non si concluse con il 1920, anno in cui il Biennio rosso ebbe termine.

[15] M. Gotor, op. cit., p. 43.

[16] N. Faulkner, A People’s history of Russian Revolution, Pluto Press, Londra 2017, p. 215 https://www.jstor.org/stable/j.ctt1k85dnw.16?seq=1#metadata_info_tab_contents (Ultima consultazione: 04-06-2021).

[17] Ivi, p. 219.

[18] M. Gotor, op. cit., p. 42.

[19] Pur condividendo il medesimo nome, non vi è alcun collegamento con il sindacato UIL nato nel 1950.

[20] C. L. Bertrand, The Biennio Rosso: Anarchists and Revolutionary Syndicalists in Italy, 1919-1920, in “Historical Reflections / Réflexions Historiques III” (1982), p. 383 https://www.jstor.org/stable/41298794?seq=1#metadata_info_tab_contents (Ultima consultazione: 04-06-2021).

[21] Ivi, p. 385.

[22] Ibidem.

[23] https://www.ilpost.it/2021/01/21/congresso-livorno-pci-1921/ (Ultima consultazione: 12-06-2021).

[24] C. Natoli, op. cit., p. 215.

[25] M. Gotor, op. cit., p. 44.

[26] M. Di Figlia, La guerra civile del fascismo, in “Meridiana LXXVI” (2013), p. 90 https://www.jstor.org/stable/41959054?seq=1#metadata_info_tab_contents (Ultima consultazione: 04-06-2021).

[27] C. Natoli, op. cit., p. 225.

[28] C. L. Bertrand, op. cit., p. 384.

[29] Ivi, p. 387.

[30] Ivi, p. 384.

[31] Ibidem.

[32] La Franchi-Gregorini era una società anonima fondata nel 1905, che si occupava della lavorazione dell’acciaio. L’occupazione della Franchi-Gregorini è considerata la prima occupazione del biennio rosso. Il 15 marzo 1919, dopo che la proprietà non aveva soddisfatto le richieste degli operai che riguardavano l’orario di lavoro, ma anche forme di partecipazione alla gestione della fabbrica, si passò all’occupazione che durò due giorni, e alla quale partecipò anche Benito Mussolini. Il 17 marzo l’occupazione fu sgombrata dalle forze dell’ordine, senza che gli operai ottenessero nulla delle rivendicazioni fatte. https://www.google.com/amp/s/www.bergamonews.it/2019/03/20/dalmine-centanni-la-storica-occupazione-dello-stabilimento-partecipo-anche-mussolini/304798/%3famp (Ultima consultazione: 16-06-2021).

[33] C. L. Bertrand, op. cit., p. 388.

[34] Ivi, pp. 389-390.

[35] Ivi, p. 391.

[36] Ibidem.

[37] Ibidem.

[38] M. Gotor, op. cit., p. 44.

[39] C. L. Bertrand, op. cit., p. 394.

[40] M. Gotor, op. cit., p. 44.

[41] Con l’espressione triangolo industriale si intende la zona d’Italia più industrializzata, avente come vertici del triangolo Torino, Milano e Genova.

[42] Ibidem.

[43] Ivi, p. 45.

[44] Ibidem.

[45] C. L. Bertrand, op. cit., pp. 398-399.

[46] M. Gotor, op. cit., p. 45.

[47] C. Natoli, op. cit., p. 215.

[48] Ivi, pp. 216-217.

[49] G. Albanese, op. cit., p. 4.

[50] A. Ventrone, op, cit., p. 33.

[51] Ivi, p. 32.

[52] Ivi, p. 31.

[53] M. Gotor, op. cit., p. 37.

[54] Ivi, p. 38.

[55] Ibidem.

[56] Ibidem.

[57] A. Ventrone, op. cit., p. 37.

[58] Ivi, p. 39.

[59] M. Gotor, op. cit., p. 40.

[60] Per il ruolo del Partito Fascista in Italia si veda G. Melis, La macchina imperfetta: immagine e realtà dello Stato fascista, Il Mulino, Bologna 2019.

[61] https://www.treccani.it/enciclopedia/benito-mussolini/ (Ultima consultazione: 12-06-2021).

[62] G. Sabatucci, V. Vidotto, Storia contemporanea: in Novecento, Laterza, Roma 2008, p. 73.

[63] M. Gotor, op. cit., p. 43.

[64] A. Guasco, L’avvento del fascismo e le prime reazioni vaticane (1921-1922), inRivista di storia della Chiesa in Italia, I” (2012) p. 98, https://www.jstor.org/stable/43051974?seq=1#metadata_info_tab_contents (Ultima consultazione: 05-06-2021).

[65] M. Gotor, op. cit., p. 41.  

[66] M. Di Figlia, op. cit., p. 87.

[67] C. Natoli, op. cit., pp. 223-224.

[68] Ivi, p. 224.

[69] M. Gotor, op. cit., p. 46.

[70] M. Di Figlia, op. cit., pp. 92-93.

[71] Ivi, p. 94.

[72] Ibidem.

[73] Ivi, p. 96.

[74] Ivi, p. 97.

[75] A. Ventrone, op. cit., p. 40.

[76] M. Gotor, op. cit., p. 47.

[77] https://www.bibliotecasalaborsa.it/cronologia/bologna/1920/leccidio_di_palazzo_daccursio (Ultima consultazione: 12-06-2021)

[78] M. Gotor, op. cit., p. 48.

[79] Ibidem.

[80] A. Ventrone, op. cit., p. 40.

[81] Ivi, p. 42.

[82] Ivi, p. 44.

[83] M. Gotor, op. cit., pp. 53-54.

[84] M. Di Figlia, op. cit., p. 87.

[85] M. Gotor, op. cit., p. 43.

[86] Su questo tema si rimanda in modo integrale ad A. Ventrone, op. cit.

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