6 dicembre 1962: la nazionalizzazione dell’industria elettrica è legge

La nazionalizzazione dell’industria elettrica in Italia ha rappresentato un campo di battaglia ideale per due visioni politiche storiche dello Stato e dell’economia, quella riformista e quella liberista. Due modi di concepire il ruolo della politica e delle istituzioni: da un lato i favorevoli a un intervento massiccio dello Stato nell’economia, dall’altro chi riteneva e ritiene che la libera iniziativa dei privati non debba essere sottoposta a vincoli. Ma la nazionalizzazione è stata anche un luogo di discussione sul concetto di monopolio e su quello di sviluppo economico, legato a doppio filo alla produzione energetica.

Policlic ha dunque voluto proporre ai propri lettori questo approfondimento “a puntate”, incentrato su quella che è stata una riforma così importante e dirimente per lo scenario politico degli anni Sessanta e per tutta la successiva parabola della Prima Repubblica. In questi appuntamenti si cercherà di analizzare gli eventi storicamente più rilevanti che hanno portato all’approvazione della riforma nel 1962, attraverso le idee politiche tanto dei favorevoli quanto dei contrari alla nazionalizzazione.


Siamo arrivati al quinto e ultimo appuntamento del nostro focus. Un viaggio che ci ha portato ad analizzare i fondamenti teorici della nazionalizzazione, in particolare dei socialisti e della sinistra liberale, la strategia di espansione di Enrico Mattei e l’opposizione economica e politica alla nazionalizzazione. Un dibattito durato quasi vent’anni, costellato di interventi parlamentari, articoli di giornale e convegni.

Il quarto Governo Fanfani mantenne l’impegno che aveva preso relativamente all’industria elettrica. Il Presidente del Consiglio, affiancato dal Ministro dell’Industria e del Commercio Colombo, dal Ministro del Bilancio La Malfa e dal Ministro del Tesoro Tremelloni, di concerto con gli altri membri dell’esecutivo, presentarono il 26 giugno 1962 il disegno di legge n. 3906, intitolato “Istituzione dell’Ente per l’energia elettrica e trasferimento ad esso delle imprese esercenti le industrie elettriche”[1]. Era la prima volta che un Governo si impegnava direttamente per la nazionalizzazione e lo faceva con convinzione, come evidenziato dal carattere di urgenza che venne dato al disegno.

L’iter parlamentare sintetizzò quelle che erano le posizioni in campo. La maggioranza parlamentare nel 1962 sostenne fortemente che il sistema elettrico presentava le caratteristiche del monopolio, che le imprese elettriche private svolgevano un’attività relativa a una fonte di energia con carattere di preminente interesse generale e di conseguenza vi erano i presupposti costituzionali per procedere alla nazionalizzazione previo indennizzo. Per quanto concerneva le esigenze del Paese, invece, soltanto attraverso tale provvedimento si sarebbe arrivati al soddisfacimento totale della domanda di energia che continuava a crescere[2].

Le relazioni parlamentari di minoranza esprimevano l’opposizione al provvedimento in ragione della presunta illegittimità costituzionale della nazionalizzazione; mettevano l’accento sulle criticità che sarebbero scaturite dal presunto processo di statizzazione, forse completa, al quale si dava avvio con il provvedimento, nonché sul fatto che fosse inutile, se non addirittura dannoso, espropriare le imprese elettriche private[3].

Il 21 novembre 1962 il relatore Danilo De’ Cocci presentò alla presidenza della Commissione speciale sulla nazionalizzazione la relazione finale[4], precisando che il Senato aveva apportato “alcune limitate modifiche ritenute indispensabili”[5] al testo della legge approvato dalla Camera dei Deputati.

Dopo aver elencato le modifiche in questione, De’ Cocci fece appello alla necessità di agire con urgenza nell’approvazione definitiva del disegno di legge:

Onorevoli colleghi! Non può non essere vostro desiderio che provvedimenti che hanno notevole incidenza sulle attività economiche, sul mercato finanziario, sulla mole degli investimenti, vengano definiti senza non necessari ritardi, onde limitare le conseguenze che i periodi di incertezza possono produrre.
È, pertanto, auspicabile la sollecita approvazione delle modifiche introdotte dal Senato nel disegno di legge, in modo che, con la conclusione della discussione e con la pubblicazione della legge sulla Gazzetta Ufficiale, possa avere inizio la vita dell’Enel e l’Italia possa avviarsi ad avere il sistema elettrico unificato ritenuto il più conforme alle esigenze di sviluppo del Paese.[6]

Le richieste di De’ Cocci vennero accolte dalla Commissione Speciale della Camera, che approvò il testo così come gli era stato trasmesso dal Senato il giorno stesso. Seguì, il 27 novembre 1962, l’approvazione della Camera dei Deputati, con 333 voti favorevoli e 57 contrari[7]. La nazionalizzazione dell’industria elettrica divenne legge il 6 dicembre 1962[8].

Va sottolineato che il dibattito parlamentare fu di lunga durata e caratterizzato da suggestioni politiche e tecniche di livello apprezzabile, ma non apportò modifiche significative al disegno di legge presentato dal Governo[9].

Erano escluse dalla nazionalizzazione le aziende elettriche che producevano energia per usi propri, ad esempio per produrre nel settore meccanico o chimico. Vennero escluse anche le municipalizzate, le imprese elettriche degli enti locali, i quali ebbero la facoltà di decidere in un secondo momento se accorparle all’ENEL[10].

Il nuovo ente fu sottoposto al controllo del Ministero dell’Industria e per indennizzare gli imprenditori espropriati si decise di erogare una somma in contanti, da versare però non al singolo azionista ma alle società, che rimanevano quindi in piedi. Per “addolcire” l’onere da sostenere da parte dello Stato, si decise che l’indennizzo sarebbe stato versato nelle casse delle società espropriate in dieci anni, con un tasso di interesse del 5,50% annuo[11].

Risulta interessante e opportuno ricorrere all’aiuto dell’opinione di Francesco Forte, che nella sua opera su La congiuntura in Italia 1961-1965 svolse un’analisi del provvedimento di nazionalizzazione:

La soluzione prescelta era quella che, verosimilmente, appariva preferibile ai gruppi di controllo, agli imprenditori delle grandi società elettriche; ma non era la migliore dal punto di vista del piccolo azionista, del modesto proprietario di azioni. La nazionalizzazione poneva il problema della scelta se sacrificare o il diritto di proprietà o il diritto di iniziativa privata, oppure di trovare una formula che mediasse tra i due sacrifici.
La formula adottata ha, in realtà, piuttosto sacrificato il piccolo azionista, il risparmio inteso come proprietà privata, e ha invece lasciato ampiamente indenni o, se si vuole, in certi casi, potenzialmente avvantaggiati gli imprenditori e i gruppi finanziari delle grandi società ex elettriche e l’iniziativa privata che essi hanno nel mondo economico.
Questi infatti si sono visti sostituire i loro possessi elettrici con un ampio credito verso lo Stato, ottenendo mano libera nell’uso di tale denaro; mentre il largo pubblico degli azionisti, con suo possibile pregiudizio, rimane escluso da simili grosse operazioni e, salvo il diritto di recesso, non può che adattarsi a subire quello che gli altri decidono di fare[12].

Ad ogni modo, la nazionalizzazione dell’industria elettrica in Italia ha rappresentato quantomeno un tentativo (molto ambizioso ma anche molto profondo nelle modalità di concepimento sia politico-ideologiche sia giuridiche) di riformare la struttura economica del nostro Paese senza privarla delle caratteristiche peculiari di un’economia capitalistica pienamente inserita nel contesto euro-atlantico.

Un tentativo che va collocato in quello più ampio di allargare la base politico-elettorale italiana con l’inserimento del Partito Socialista nelle maggioranze di governo. Questo aveva il fine primario di rendere il Paese maggiormente governabile, riprendendo quel processo di integrazione delle masse popolari nella democrazia che era stato avviato molti anni prima da Giovanni Giolitti, nonno di uno dei più importanti protagonisti della storia narrata nella presente ricerca.

Oggi, essere favorevoli o contrari alla nazionalizzazione dell’industria elettrica del 1962 probabilmente ha poco senso. Molto più sensato è interrogarsi sull’opportunità di riaprire un dibattito serio e profondo sulla questione dell’intervento dello Stato nell’economia, o meglio, su quale ruolo vada attribuito allo Stato democratico e alle istituzioni che lo compongono e che gli italiani di tutti i partiti democratici, con il loro impegno, hanno contribuito a costruire e mantenere in vita in anni di lotte.

 

Federico Paolini per Policlic.it


Riferimenti bibliografici

[1] Camera dei Deputati, Proposta di legge (“Istituzione dell’Ente per l’energia elettrica e trasferimento ad esso delle imprese esercenti le industrie elettriche”), n. 3906, III Legislatura, 26 giugno 1962.

[2] A. Savignano, Il regime normativo, in P. Bolchini et. al., Storia dell’industria elettrica in Italia, 4. Dal dopoguerra alla nazionalizzazione. 1945-1962, V. Castronovo (a cura di), Roma-Bari, Laterza, 1994, p. 106.

[3] Ibidem.

[4] La nazionalizzazione dell’industria elettrica in Italia, relazioni parlamentari presentate dal Governo e dalle Commissioni Speciali della Camera dei Deputati e del Senato (Giugno-Novembre 1962), Roma, Centro Studi Economico Sociali Studium, 1962, p. 651.

[5] Ivi, p. 653.

[6] Ivi, p. 657.

[7] Ibidem.

[8] Ivi, p. 661.

[9] P. Bolchini et. al., Storia dell’industria elettrica in Italia, 4. Dal dopoguerra alla nazionalizzazione. 1945-1962, op. cit., p. 83.

[10] F. Forte, La congiuntura in Italia 1961-1965, Torino, Einaudi, 1966, pp. 101-102.

[11] La nazionalizzazione dell’industria elettrica in Italia, relazioni parlamentari presentate dal Governo e dalle Commissioni Speciali della Camera dei Deputati e del Senato (Giugno-Novembre 1962), op. cit., p. 669.

[12] F. Forte, La congiuntura in Italia 1961-1965, op. cit., p. 103.

 

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