La crisi del modello capitalista

La crisi del modello capitalista

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Gli effetti del capitalismo globalizzato in Occidente e in Oriente

Da circa dodici mesi l’economia mondiale sta vivendo una delle peggiori crisi della propria storia. Mentre la COVID-19 continua a mietere vittime, gli Stati più ricchi del pianeta cercano di fronteggiare una drammatica recessione. Secondo recenti stime della Commissione Europea, nazioni come Spagna, Italia e Francia dovrebbero aver chiuso il 2020 con una riduzione del PIL tra il 10% e l’11%. Negli Stati Uniti, la crisi scatenata dal nuovo coronavirus avrebbe determinato una perdita del PIL pari al 5,9%. Secondo gli esperti, per assistere a una ripresa delle economie atlantiche bisognerà aspettare il 2022. Tutto ciò, nella speranza che il vaccino possa frenare la pandemia già dalla prossima estate.

In un momento storico caratterizzato da incertezza e depressione economiche, il dibattito sulle sorti del modello capitalista ha trovato un’eco fenomenale. La crisi del capitalismo, dunque, appare sempre più come il tema cardine attorno al quale strutturare il dibattito pubblico.

Questo è vero soprattutto per l’area atlantica: l’Occidente è infatti la patria del capitalismo, sistema socioeconomico caratterizzato dalla proprietà privata del capitale e dalla separazione tra proprietari e lavoratori. Sul finire del XVIII secolo, con le opere di Adam Smith, la Gran Bretagna prese a veicolare i capisaldi del pensiero capitalista in giro per l’Europa; gli stessi che gli Stati Uniti, a partire dal Secondo dopoguerra, sono stati in grado di diffondere in tutto il mondo.

Vi è poi un’altra ragione a rendere l’Occidente più sensibile al tema della crisi del capitalismo: l’impermeabilità dell’Asia rispetto alla recessione economica scatenata dalla pandemia. A ben vedere, la COVID-19 sembrerebbe aver determinato problemi molto minori per le economie asiatiche. La Corea del Sud dovrebbe chiudere il 2020 con una contrazione del PIL dell’1,2%. Cina e India, seppur in percentuali molto ridotte rispetto al 2019, vedranno crescere il proprio prodotto interno lordo – rispettivamente dell’1,2% e dell’1,9%. Tra le nazioni asiatiche più ricche, l’unica eccezione è costituita dal Giappone. Il Paese più occidentalizzato d’Oriente, infatti, dovrebbe aver chiuso il 2020 con una contrazione del PIL del 5,2%. In generale, però, le economie asiatiche, rispetto a quelle occidentali, hanno retto molto meglio all’urto della pandemia.

Il dibattito sulla crisi del capitalismo non è certo sorto con la COVID-19. A partire dal 2008, in Occidente si è cominciato a mettere sempre più in discussione i fondamenti del modello socioeconomico atlantico. Nell’agosto del 2019, 180 tra i più importanti manager americani – tra cui Tim Cook e Jeff Bezos, i CEO di Apple e Amazon – hanno firmato una lettera sul “New York Times” per sottolineare il legame tra diseguaglianze e critica al capitalismo. Secondo i dirigenti delle più importanti società del mondo, il disfacimento del mito capitalista sarebbe da rintracciare nella concentrazione del capitale nelle mani di una percentuale molto ridotta della popolazione. A fare le spese di questo processo sperequativo sarebbe stata quell’enorme parte di popolazione che, dopo decenni di crescita, ha finito per sperimentare il lato più duro dell’economia di mercato; un fenomeno tale da assottigliare sempre più le differenze socioeconomiche tra la classe media e quelle subalterne.

Della questione si è occupato anche Martin Wolf, uno dei più noti commentatori economici d’Occidente. In un articolo pubblicato sul “Financial Times” nel settembre del 2019, Wolf è arrivato a denunciare gli effetti degenerativi dell’attuale modello capitalista – pur essendo un accanito sostenitore del libero mercato. Il titolo stesso dell’articolo (Perché un capitalismo truccato sta danneggiando la democrazia liberale) è un duro attacco a un capitalismo statico e slealmente competitivo, e, al contempo, una strenua difesa del primato dei mercati.

Come riassume un articolo de “il Post”, Wolf ritiene che “l’attuale sistema economico da tempo abbia cessato di produrre risultati desiderabili per milioni di persone”. Negli ultimi quattro decenni, il modello che nei trent’anni successivi alla Seconda guerra mondiale aveva permesso una più equa redistribuzione della ricchezza ha esaurito tutta la propria carica democratica. I redditi delle famiglie sono via via diminuiti o cresciuti a stento, mentre le generazioni nate a partire dalla fine degli anni Ottanta saranno le prime della storia a guadagnare meno dei propri genitori.

In linea generale, tutte le nazioni occidentali hanno dovuto fare i conti con la stagnazione del sistema produttivo e l’aumento dei tassi di disoccupazione. L’Italia è uno dei Paesi che più ha sofferto le conseguenze di questi fenomeni. I redditi degli italiani sono scesi ai livelli degli anni Ottanta, mentre la produzione manifatturiera ha subìto un netto ridimensionamento a causa della competizione con i Paesi in via di sviluppo, capaci di fornire beni e servizi a prezzi molto più vantaggiosi. A deprimere ancora di più le condizioni dei lavoratori occidentali è stato l’impiego sempre più insistente dei lavoratori manuali provenienti da Est Europa, Africa e Asia, sottoposti a regimi salariali di gran lunga inferiori.

Nei Paesi del Terzo Mondo[1] la globalizzazione ha determinato effetti ancora più contradditori. Di sicuro, l’esternalizzazione operata dalle aziende occidentali ha fornito a milioni di persone l’opportunità di lasciarsi alle spalle secoli di fame e miseria. È altrettanto vero, però, che questo sviluppo improvviso e furibondo ha finito per acuire ancora di più le diseguaglianze tra i detentori del capitale e la forza lavoro. In questo senso, Cina e India rappresentano due esempi paradigmatici.

Da quando, negli anni Ottanta, le riforme economiche di Deng Xiaoping hanno liberato i capitali cinesi dai gangli dell’economia pianificata, il Dragone ha iniziato a crescere a livelli strabilianti. Con l’ingresso del Paese nell’Organizzazione Mondiale del Commercio – l’11 dicembre del 2001 – le merci cinesi si sono riversate nei mercati di tutto il mondo e hanno permesso alla Repubblica Popolare di diventare, in soli dieci anni, il primo Paese esportatore al mondo[2].

Benché l’esperienza cinese non sia scevra da giudizi negativi – basti pensare alle condizioni a cui sono sottoposti i lavoratori delle fabbriche  o alle punizioni inferte dal regime ai dissidenti politici – il caso indiano è ancora più utile per comprendere gli effetti contrastanti del capitalismo globalizzato. Negli ultimi trent’anni, nella patria di Gandhi un 1% di cittadini ha accumulato una ricchezza che è quattro volte maggiore rispetto a quella del 70% del resto della popolazione – vale a dire 953 milioni di persone. Tuttavia, l’apertura dei mercati ha permesso all’India di registrare tassi di sviluppo annuali tra il 6% e l’8% e di risollevare dalla povertà estrema ben 271 milioni di persone tra il 2005 e il 2017 – numero che, per avere un termine di paragone, è pari quasi alla metà della popolazione europea.

La deregolamentazione dei mercati, quindi, ha determinato due importanti avvenimenti. Da un lato, l’apertura delle frontiere commerciali, che ha permesso a interi continenti, come quello asiatico e africano, di dare un impulso determinante alle proprie economie – sviluppo, questo, rivelatosi possibile soprattutto grazie allo spostamento dei capitali occidentali. Al contempo, però, il primato dei mercati sembrerebbe aver determinato un aumento delle diseguaglianze sempre più consistente.

Questo è vero sia per i Paesi in via di sviluppo – dove, nonostante tutto, l’economia di mercato ha avuto il merito di aumentare il tenore di vita di miliardi di persone – sia per le nazioni occidentali. In queste ultime, oltretutto, a causa delle ripetute crisi economiche e della creazione di importanti bolle finanziarie, la distribuzione della ricchezza è stata soggetta a una consistente polarizzazione.

Alla base della crisi del capitalismo vi sono, dunque, distorsioni politico-economiche su cui hanno iniziato a concordare diversi economisti – anche di opposta estrazione ideologica. Per risalire alle motivazioni di tali alterazioni, si rende necessaria un’analisi approfondita delle caratteristiche dell’attuale sistema capitalista.


Le motivazioni alla base della crisi del sistema capitalista

Sebbene abbiano creato importanti turbamenti all’interno delle economie occidentali, la globalizzazione e l’apertura delle frontiere non sono di certo la causa dell’attuale crisi del capitalismo. Il peggioramento delle condizioni di vita di così tanti cittadini sembrerebbe piuttosto imputabile all’esaurimento della capacità del capitalismo di fornire gli strumenti necessari per migliorare lo status sociale di molti individui – e, quindi, di gestire fenomeni complessi come globalizzazione e immigrazione[3].

La forza propulsiva del capitalismo ha finito per essere soppiantata da un modello di sviluppo cinico, perverso ed elitario; un sistema volto a favorire uno sparuto gruppo di attori economici “in grado di accumulare rendite, estraendo valore per sé dal resto della società, senza essere esposto a una vera concorrenza e senza che nessuno lo costringa a restituire alla società una parte di ciò che prende”[4].

In poche parole, negli ultimi decenni la separazione tra proprietari e forza-lavoro è andata via via aumentando, dando vita a un sistema di distribuzione della ricchezza di tipo verticale. Si è così venuto a creare un apparato affaristico caratterizzato da rapporti tra pochi individui che godono di un’ampia libertà di azione economica, grazie all’assenza di regolamentazioni all’interno del mercato. 

Per avere un’idea del fenomeno è utile pensare alla crescita del settore finanziario a partire dagli anni Ottanta. In uno studio pubblicato dall’OCSE – l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico – si evince che, tra il 1961 e il 2011, il credito fornito dalle banche europee, statunitensi e giapponesi all’economia è andato triplicandosi. Tuttavia, come nota il già citato Wolf, questa quantità di denaro ha generato una crescita economica sempre più contenuta.

Tale fenomeno ha determinato seri problemi di natura socioeconomica. L’alto tasso di rendimento degli investimenti finanziari ha finito per rendere improduttivi quelli in infrastrutture, tecnologie, sanità o istruzione. Questo perché i ricavi scaturiti dalla speculazione finanziaria permettono di guadagnare cifre di gran lunga maggiori rispetto a quelle che altre attività potrebbero generare. Di conseguenza, le risorse finanziarie finiscono per essere allocate in settori che poco o nulla hanno a che fare con la crescita economica e, quindi, con il miglioramento delle condizioni socioeconomiche dei cittadini. Investire in azioni è senz’altro più remunerativo che investire in infrastrutture, perché il guadagno a breve termine è più sicuro di quello a lungo termine.

Il rapporto eterogeneo tra tasso di ritorno del capitale investito e crescita economica è una tematica di cui si è occupato anche Thomas Piketty. Nel suo Il Capitale del XXI secolo, l’economista francese spiega il rapporto tra diseguaglianze e crescita economica con una semplice formula: r > g, dove r è il tasso di ritorno sul capitale, ossia “quanto rende un certo stock di capitale investito”, mentre g rappresenta la crescita[5].

Secondo Piketty, il ritorno del capitalismo della rendita[6] e l’aumento delle diseguaglianze trovano origine proprio nella ineluttabilità della formula r > g. In assenza di regolamentazione, il libero mercato non può che generare r > g, poiché il tasso di ritorno sugli investimenti mal si concilia con la crescita economica. In un mercato lasciato in balìa della sola iniziativa privata, r è destinato ad aumentare, mentre g corre il rischio di appiattirsi. L’avidità di profitto individuale finisce per sgombrare il campo da ogni velleità collettivista.

Questo perché, in un mercato libero, il capitale tende a essere allocato in settori poco produttivi per la collettività. In un sistema di questo tipo, lo Stato – istituzione per eccellenza chiamata a favorire l’interesse pubblico – non può produrre politiche economiche in favore della crescita collettiva, dal momento che queste sono a esclusivo appannaggio dei privati. Così, la formula r > g finisce per spiegare anche la coesistenza, all’interno dello stesso sistema economico, di uno sviluppo ipertrofico del settore finanziario e di una crescita tendente allo zero. 

La deregolamentazione dei mercati è utile per spiegare anche il potere monopolistico delle grandi aziende del web. Difatti, quello che era nato come uno spazio virtuale per redistribuire la conoscenza ha finito per diventare uno strumento per espandere a dismisura il potere commerciale di una mezza dozzina di aziende; imprese, queste, governate da un gruppo di sapienti manager capaci di sfruttare al meglio la deregolamentazione garantita dal neoliberismo.

Il settore dell’alta tecnologia è infatti andato sviluppandosi in maniera molto più rapida rispetto alla legislazione; timidi tentativi di circoscrivere l’attività dei “giganti” del web risalgono, di fatto, agli ultimi quattro anni. Tale fenomeno ha permesso ad aziende come Microsoft, Google, Amazon e Facebook di soffocare la concorrenza e di dar vita a un vero e proprio monopolio naturale: vale la pena ricordare come Instagram e WhatsApp siano stati acquistati da Facebook o come la proprietà di Skype sia passata a Microsoft. In definitiva, imprenditori come Bill Gates, Steve Jobs, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg hanno potuto plasmare l’industria digitale a proprio piacimento senza subire l’ingerenza dell’apparato istituzionale, rivendicando anzi quella libertà d’impresa di cui le stesse istituzioni americane continuano ad andare fiere. 

Da questo punto di vista, i dati non lasciano spazio a controversie. “Nel loro insieme, Apple, Facebook, Microsoft, Amazon e Alphabet (cioè Google) valgono più di quasi tutti i Paesi del mondo (eccetto gli Stati Uniti, la Cina, la Germania e il Giappone)”[7]. Libere da ogni tipo di regolamentazione e capaci di competere, a livello economico, con la quasi totalità degli Stati sovrani, queste aziende hanno sfruttato la libertà di uno spazio commerciale vergine come il web e hanno finito per inasprire ulteriormente la polarizzazione del capitale.

Il potere monopolistico di queste poche aziende, tra le altre cose, arriva a mettere in discussione uno degli assunti di base dell’economia capitalista: la competizione. Uno dei concetti chiave del liberismo, infatti, è quello che vede nella concorrenza la leva prediletta per lo sviluppo democratico del mercato e della società.  Lo Stato deve lasciare libere le forze di mercato per permettere a tutti i cittadini di partecipare agli scambi economici. Tuttavia, la storia economica degli ultimi trent’anni e l’ascesa delle grandi aziende tecnologiche hanno dimostrato come un capitalismo anarchico rischi di favorire l’arricchimento esclusivo di pochi attori economici.

Questo è esattamente ciò che si è verificato con l’ascesa dei “giganti del web”, dove una manciata di aziende ha finito per detenere il controllo pressoché totale dei servizi e delle infrastrutture digitali. In un mercato selvaggio, incontrollato e disfunzionale, la competizione è destinata ad appiattirsi e al suo posto subentra una falsa competizione. La ricchezza finisce per accumularsi nelle mani di una cerchia di investitori e chi non ha le risorse viene escluso dal mercato; questo, per esempio, è il caso delle numerose start-up della Silicon Valley divorate sul nascere dalle big five dell’economia digitale.


I “trenta gloriosi” e la pace sociale per la redistribuzione della ricchezza

Il quadro fin qui descritto permette di sottolineare quanto il legame tra rendita e crescita, nella maggior parte dei casi, tenda a essere sproporzionato. Analizzando la storia economica fin dalle sue origini, r > g appare come una legge pressoché incontrovertibile. Nel corso dei secoli, lo sviluppo economico dell’umanità è stato spesso caratterizzato dalla concentrazione della ricchezza nelle mani di una minuscola porzione della popolazione. Il sistema socioeconomico che ha caratterizzato la storia più recente – dal 1945 a oggi – è un’assoluta novità rispetto a secoli di storia economica – basti pensare all’epoca feudale o all’Inghilterra vittoriana.

In realtà, un periodo storico in cui è stato possibile ribaltare la legge r > g è esistito. L’unica eccezione a tale regola, infatti, è rappresentata dai Trenta gloriosi, vale a dire i trent’anni successivi alla Seconda guerra mondiale, in cui si è registrata una crescita economica senza precedenti[8]. Certo, quanto avvenuto in ambito economico nel Secondo dopoguerra trova ragion d’essere proprio negli orrori della guerra. La distruzione del capitale fondiario, i crimini commessi dai regimi totalitari e le sconcertanti perdite umane registrate in tutto il globo promossero la formalizzazione di un patto sociale fondato su una più equa redistribuzione della ricchezza.

A guidare lo stupefacente sviluppo delle società occidentali fu la volontà di sopprimere, una volta per tutte, le congiunture politico-economiche che per ben due volte avevano gettato il mondo nell’inferno della guerra. Destra e sinistra conversero su una precisa idea di società, tesa a creare una maggiore solidarietà tra le classi. Il piano di protezione sociale promosso da una classe dirigente che aveva visto frantumarsi le risorse umane ed economiche di un intero continente era volto a riformare il sistema politico e socioeconomico occidentale. Grazie a quell’intuizione, l’Europa diventò la patria del welfare state e le teorie di John Maynard Keynes divennero il pilastro delle politiche economiche della maggior parte dei Paesi del blocco atlantico.

Partendo dall’idea secondo cui l’intervento pubblico può produrre effetti positivi per l’economia – stimolando la domanda e incoraggiando gli investitori con tassi di interesse molto bassi – le teorie keynesiane misero in discussione il dogma dell’autosufficienza del sistema economico. La crisi del 1929 aveva infatti dimostrato come la sola iniziativa privata non fosse sufficiente a garantire la prosperità. Al laissez-faire, Keynes oppose la leva della spesa pubblica come antidoto alla depressione economica e alla disoccupazione.

Grazie al successo delle teorie dell’economista inglese, l’obiettivo dei principali governi occidentali divenne la piena occupazione. Non si trattava solo di mantenere positivo l’andamento dell’economia tramite l’intervento pubblico. Nell’idea dei keynesiani, infatti, la mediazione dello Stato avrebbe potuto garantire a tutti i cittadini il godimento dei diritti più basilari – come libertà, salute, istruzione e lavoro.

Per avere un’idea dell’importanza riservata alla piena occupazione, è utile fare riferimento alle parole dell’economista inglese William Beveridge. In Full Employment in a Free Society, il padre del welfare state arrivò ad affermare che solo la piena occupazione avrebbe potuto salvaguardare la libertà individuale. In linea con tale monito, un consigliere economico di Kennedy, Walter Heller, nel 1963 poneva la soglia massima di disoccupazione al 4%, mentre gli economisti svedesi la fissavano al 2%, ritenendo peraltro che dovesse ancora scendere[9]. Il fine ultimo dei governi era, quindi, mettere in campo tutte le strategie necessarie per fermare l’incongruità esistente tra tasso di rendimento del capitale e saggio di crescita del reddito.

A sostegno di tale tesi, giova pensare come il rendimento del capitale sia relativamente diminuito tra il 1920 e il 1980, per poi tornare a un tasso del 4-5% negli anni Ottanta (lo stesso del periodo tra il 1870 e il 1910), con un tasso medio di crescita del reddito intorno all’1-1,5%. Di fatto, quanto avvenuto tra il 1945 e la metà degli anni Settanta è stato un tentativo di correggere gli squilibri economici venutisi a creare nei primi secoli di storia capitalista. A ben vedere, “la crescita economica e demografica è un fattore di equalizzazione, che riduce l’importanza della ricchezza ereditata e aumenta il valore della ricchezza che si guadagna oggi rispetto al valore della ricchezza di ieri”[10]. In breve, l’aumento della crescita reddituale contiene quello del tasso di ritorno sul capitale, con effetti socioeconomici meno sperequativi per i lavoratori.

La legge r > g è pericolosa perché l’unico modo per circoscrivere l’aumento del tasso di ritorno sul capitale è una generalizzata crescita economica. Al giorno d’oggi, l’Occidente è entrato in un periodo di crescita molto lenta e non è un caso che le diseguaglianze siano tornate ad aumentare. Per tale motivo, la regolamentazione del mercato appare una strategia imprescindibile per sorvegliare i rapporti di forza tra capitale e lavoro. 


Prospettive di sviluppo del modello capitalista

Proporre una soluzione per guarire il sistema capitalista è un esercizio intellettuale di grandissima difficoltà. Benché le crescenti diseguaglianze stiano facendo assomigliare le società contemporanee sempre più a quelle degli albori del capitalismo, il mondo contemporaneo è del tutto diverso rispetto a quello di solo venti anni fa.

La tecnologia digitale sta ponendo fine al capitalismo primordiale. L’industria pesante sta lasciando spazio al mercato della connettività. La velocità di sviluppo delle imprese digitali ha determinato un vuoto normativo che rischia di lasciare all’oligarchia del web la libertà di strutturare il futuro delle società. Ecco perché l’introduzione di un nuovo paradigma che possa interpretare il cambiamento in atto e favorire un rinnovamento istituzionale è così impellente.

Di certo, molte delle considerazioni fin qui riportate permettono di scorgere alcune soluzioni. L’assenza di regolamentazioni e la spaccatura tra capitale e lavoro sono stati i tratti caratteristici del sistema economico degli ultimi quarant’anni; sorge dunque spontaneo chiedersi se il problema di questo “capitalismo truccato” non risieda proprio nell’eccessiva indipendenza dei mercati e nella polarizzazione della ricchezza. Da questo punto di vista, l’introduzione di un sistema regolatorio, in ambito economico, si presenta come un possibile punto di partenza per ridurre le distanze tra capitale e lavoro.

Il radicalismo con cui l’Occidente ha deciso di esportare in tutto il mondo il modello capitalista sembra aver raggiunto un punto di rottura. Dopo la guerra al terrorismo e la Grande recessione, la COVID-19 rappresenta la terza grande crisi globale degli ultimi vent’anni. La creazione del Next Generation EU e l’apertura dei vertici delle istituzioni internazionali[11] nei confronti di un assorbimento del debito privato, attraverso il bilancio dello Stato, sembrano manifestare la consapevolezza dell’obsolescenza del paradigma neoliberista. 

In effetti, le risposte fornite dai governi alla Grande recessione si sono rivelate del tutto insufficienti. L’austerità, le spirali deflazioniste e le politiche di flessibilità del lavoro hanno contribuito a deprimere ancora di più le economie occidentali. L’abbattimento dei salari e la conseguente diminuzione della domanda di beni e servizi hanno determinato una competizione feroce tra capitalisti; uno scontro che ha visto soccombere gli imprenditori di piccola e media borghesia, inermi di fronte al potere dei capitali più forti. È utile, a questo proposito, pensare ai tanti piccoli venditori che non hanno retto la competizione con Amazon. Così, il controllo della spesa pubblica e la diminuzione dei consumi privati imposti dalle politiche di austerità hanno portato a una concentrazione dei capitali sempre più verticale, mentre il debito ha finito per pesare sulle spalle delle classi inferiori.

Tuttavia, il rifiuto delle politiche di austerità e il coinvolgimento dello Stato per assorbire l’indebitamento privato rappresentano solamente un punto di partenza. In un sistema economico che favorisce il libero trasferimento di ricchezza da una parte all’altra del mondo, l’iniziativa privata non può più rappresentare l’unica discriminante fondamentale. Per attutire gli effetti sperequativi della globalizzazione, si rende necessaria l’istituzione di una disciplina dei movimenti di capitale[12].

Sono molti gli intellettuali che hanno intravisto nella libertà di circolazione internazionale dei capitali il punto di rottura tra economia di mercato e democrazia. Oggigiorno i capitali sono liberi di “scorrazzare nel mondo alla continua ricerca di bassi salari […] e risibili tutele del lavoro”[13], con effetti degenerativi sulla distribuzione della ricchezza. La sete di guadagno comporta una continua ricerca di manodopera a basso costo e pressione fiscale al ribasso. Di conseguenza, i capitali sono soggetti a spostamenti dettati dal solo profitto individuale – con conseguenze enormi sulla compressione dei diritti dei lavoratori. Quindi, tanto più è basso il costo del lavoro, tanto più una nazione sarà in grado di attrarre investimenti. Nei Paesi industrializzati si determina un’asfissia dei mercati e un aumento della disoccupazione; nei Paesi in via di sviluppo, lo sfruttamento della manodopera a basso costo e un aumento delle ineguaglianze.

La questione coinvolge anche mercati appartenenti al medesimo spazio economico. In Unione Europea, il dumping fiscale operato da Olanda e Irlanda ha portato le grandi aziende digitali a istituire la propria sede legale a Dublino, mentre ad Amsterdam, nel palazzo della Loyens & Loeffun, si incontrano gli azionisti di un colosso come Fiat-Chrysler. Per non parlare dell’industria automobilistica tedesca, protagonista di massicce operazioni di esternalizzazione in Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, dove il costo della manodopera è notevolmente inferiore rispetto a quello locale. La necessità di ripristinare controlli sui movimenti di capitale si prefigura, quindi, come un’utile strategia per porre fine alle “scorrerie internazionali” dei capitali e per disincentivare “la gara al ribasso dei salari e dei diritti”. 

L’abbandono delle politiche deflazioniste e il controllo sui movimenti di capitali sono due strategie che presuppongono un rafforzamento del ruolo dello Stato. Ad una prima occhiata, quindi, la rigenerazione delle teorie macroeconomiche keynesiane potrebbe sembrare il piano più utile per un rinnovamento del capitalismo. A ben vedere, però, un ricorso al keynesismo potrebbe generare problematiche sommerse di non poco conto. 

In Occidente, i sussidi elargiti dai governi per attenuare gli effetti economici della COVID-19 sembrerebbero aver ulteriormente centralizzato la ricchezza[14]. In realtà, questo fenomeno ha iniziato a verificarsi ben prima della pandemia. Pur riducendo il tasso di povertà di circa 6 punti percentuali[15], il reddito di cittadinanza introdotto dal governo Lega-Movimento 5 Stelle è un esempio di come politiche assistenzialiste di breve respiro non siano in grado di risolvere il problema della disoccupazione. Non agendo positivamente sul livello occupazionale, il reddito di cittadinanza ha portato a un’ulteriore spaccatura sociale, andando a ingrossare le fila del sottoproletariato che vive di sussidi.

Paradossalmente, senza una regolamentazione del capitalismo globalizzato, un ritorno al keynesismo potrebbe generare un inasprimento del conflitto sociale. È molto probabile, infatti, che i governi possano finire per utilizzare la macroeconomia keynesiana come un mero strumento a sostegno dei capitali più deboli – onde evitare l’acquisizione di questi ultimi da parte di quelli più forti o, semplicemente, per scongiurarne il fallimento. Tuttavia, in un’economia iper-liberale, uno strumento di questo tipo potrebbe determinare una netta separazione tra capitali grandi e di respiro internazionale e capitali deboli a forte caratura nazionale. Il conflitto tra queste forze economiche finirebbe per inasprire lo spirito revanscista dei capitali indeboliti dalla globalizzazione, senza comunque risolvere le problematiche del capitalismo neoliberista – anzi, aggravandole ancora di più. Dal punto di vista sociopolitico, tutto ciò potrebbe tradursi in un aumento delle pulsioni sovraniste e in un aumento della rabbia sociale[16].

Una soluzione potrebbe invece essere rappresentata dalla pianificazione[17]. Se ben articolata, questa strategia potrebbe offrire un grado maggiore di libertà rispetto a quella garantita dall’economia di mercato, dal momento che le scelte economiche sarebbero frutto di decisioni collettive e non una conseguenza di meccanismi automatici o di decisioni individuali.

Da questo punto di vista, un ruolo di primo piano sarebbe affidato alle grandi istituzioni internazionali; l’Unione Europea, in particolare, potrebbe rappresentare il soggetto più idoneo per transitare l’economia occidentale verso la pianificazione. La comunanza di ideali politico-economici, la cogenza di un sistema giuridico condiviso, l’interdipendenza dei flussi commerciali e la complementarietà dei settori produttivi renderebbero il mercato comunitario un laboratorio ideale per l’adozione di un’economia pianificata.

Ai governi nazionali e alla Commissione Europea sarebbe affidato il compito di riprogettare gli investimenti comunitari in nome della crescita economica. Tale riorganizzazione potrebbe passare attraverso un’oculata pianificazione della produzione di beni e servizi, attenta alle specificità produttive dei singoli Stati nazionali e capace di proiettarsi nel lungo periodo. L’allocazione dei capitali nei settori e nelle zone più svantaggiate garantirebbe una maggiore integrazione sociale e una crescita coerente con le caratteristiche economiche, politiche e geografiche delle singole territorialità europee. Le imprese sarebbero chiamate a perfezionare la produzione per favorire lo sviluppo e la crescita collettiva – e sarebbero, dunque, vincolate al rispetto di specifiche regole fiscali e di mercato; l’allocazione dei capitali sarebbe mirata allo sviluppo, mentre la competizione tra gli agenti economico-finanziari lascerebbe il posto a una vera e propria condivisione di intenti.

La pianificazione, quindi, permetterebbe la creazione di un sistema socioeconomico più inclusivo e favorirebbe il coinvolgimento di quelle frange della popolazione che altrimenti, per mancanza di mezzi e tutele, finirebbero per essere divorate dall’autosufficienza dei mercati. Non più una dialettica di mercato rivolta esclusivamente al consumo, ma uno sviluppo organizzato sulla base delle necessità nazionali e sovranazionali.

Il compito fondamentale della pianificazione sarebbe quello di contenere l’indipendenza dei mercati in nome delle libertà fondamentali dell’individuo. La disciplina dei mercati sarebbe, quindi, sfruttata come leva per tamponare l’aumento delle diseguaglianze. Ma, soprattutto, la pianificazione permetterebbe di indirizzare la concentrazione del capitale e lo sviluppo tecnico-scientifico nei settori più utili alla collettività.

Da questo punto di vista, una grande opportunità potrebbe essere offerta dalla riconversione ecologica del sistema produttivo. Gli Accordi di Parigi hanno posto al centro dell’azione governativa globale la sostenibilità e la diminuzione dell’inquinamento atmosferico. Nei prossimi decenni la formalizzazione di un’economia verde costituirà uno dei compiti fondamentali degli Stati. Va da sé, si tratta di un’opportunità irrinunciabile per rimettere la politica al centro dell’azione economica internazionale e per sottoporre gli scambi commerciali privati a un controllo più rigido.

L’introduzione di stringenti parametri di sostenibilità ambientale potrebbe costituire un punto di partenza per determinare regole precise per l’accesso ai mercati e per i trasferimenti di capitale. La trasformazione degli stabilimenti industriali e la creazione di nuovi comparti produttivi a “emissioni zero” potrebbero essere supportate da strategie di pianificazione promosse dalle istituzioni nazionali e internazionali, al fine di stabilire nuovi modelli di sviluppo sostenibile. 

I tentativi di regolamentare l’economia digitale potrebbero rappresentare un altro utile laboratorio per porre in essere una pianificazione seria e di ampio respiro. È chiaro come l’autoregolamentazione delle grandi aziende del web stia diventando via via più insostenibile. Il fatto che il fatturato di un’azienda privata possa superare il PIL di uno Stato è un chiaro segnale della pericolosità del modello di business promosso dalle aziende digitali. La necessità di introdurre una tassazione stringente per regolamentare l’economia digitale è un’argomentazione che dovrebbe alimentare il dibattito pubblico in maniera assillante.

Al di là delle regole sulla privacy, le istituzioni devono trovare la forza di introdurre una pressione fiscale per legiferare sulla raccolta e il trattamento dei dati degli utenti del web[18]. In questo senso, la quantità di dati posseduta da un’azienda potrebbe essere sottoposta a una tassazione progressiva caratterizzata da aliquote rapportate alla quantità di dati posseduti: più è alta la quantità di big data, più alta sarà l’aliquota. In tal modo, le imprese digitali sarebbero disincentivate ad accumulare dati sugli utenti, mentre l’istituzione di regole precise potrebbe agevolare l’ingresso di altri competitors all’interno del mercato. 

Qualunque sia la soluzione, le istituzioni devono essere poste al centro dell’azione macroeconomica globale per introdurre meccanismi di controllo sui movimenti di capitale e per indirizzare gli investimenti in servizi utili alla collettività. Il sistema capitalista ha avuto l’enorme merito di incanalare il mondo intero verso il più rapido sviluppo della storia dell’umanità. Pensare di poter accantonare questo modello di sviluppo è un’operazione tanto rischiosa quanto svantaggiosa.

Il problema non è il capitalismo, ma l’esasperazione di un’ideologia che ha fatto dei soggetti più forti l’esclusivo motore del progresso socioeconomico. Se la COVID-19 ha avuto un merito, è stato quello di mettere in luce tutta l’insensatezza di un sistema economico incentrato più sulla rendita del capitale che sulla crescita. L’emergenza sanitaria, con la sua cieca malvagità, è qui a ricordarci, giorno dopo giorno, quanto ci sia bisogno di un paradigma politico-economico in grado di promuovere una maggiore solidarietà tra le classi sociali. Per tutti questi motivi, il sistema capitalista non deve essere superato, ma innervato di forti meccanismi redistributivi. D’altronde, esiste un intrinseco legame tra capitalismo e democrazia che non può e non deve essere ignorato.

Alessandro Lugli per www.policlic.it


Note e riferimenti bibliografici

[1] Per Terzo Mondo si intende l’area geopolitica sorta nel 1955 con la Conferenza di Bandung e costituita dai Paesi non allineati rispetto alle aree capitalista e comunista.

[2] Una precisazione è necessaria. Il miracolo economico cinese è stato elogiato da molti come il risultato dell’autosufficienza dei mercati e del primato dell’iniziativa privata. In realtà, pur aprendo la propria economia al libero mercato, la Cina non ha mai del tutto abbandonato la pianificazione – strumento tipico delle economie socialiste. Nell’economia mista cinese, infatti, la libertà degli agenti che agiscono sui mercati si scontra con le limitazioni imposte dal partito unico. Da qui, l’economia socialista di mercato, vale a dire la via cinese al capitalismo. Un sistema economico volto a ribadire il ruolo dello Stato come organizzatore socioeconomico e, allo stesso tempo, ad agevolare l’evoluzione della società in seguito all’apertura nei confronti dell’Occidente. 

[3] Cfr. D.M. De Luca, Il capitalismo non funziona più, in “il Post”, 22 settembre 2019.

[4] Ibidem.

[5] P. Missiroli, “Il Capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty. Recensione, in “Pandora”, 25 luglio 2014.

[6] Piketty ipotizza che quello attuale altro non sia che una versione iper-moderna del rentier capitalism. Per rentier capitalism si intende un sistema socioeconomico in cui il profitto assume le forme di un reddito di proprietà. Tale reddito di proprietà è concentrato nelle mani di una classe di proprietari che, però, non partecipa alla crescita economica collettiva. In questa forma di capitalismo il guadagno è generato dalla sola compravendita delle proprietà e non da investimenti in beni o servizi utili alla collettività. 

[7] J. Dean, L’Era del neofeudalesimo, in “Internazionale”, 1362 (2020), p. 86.

[8] Cfr. Quei gloriosi 30 anni di boom economico fermato dal petrolio, in “Sette del Corriere della Sera”, 13 marzo 2013.

[9] Cfr. Quei gloriosi 30 anni di boom economico fermato dal petrolio, cit.

[10] P. Missiroli, “Il Capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty, cit.

[11] Nel marzo del 2020, l’ex presidente della BCE Mario Draghi era intervenuto sulle colonne del “Financial Times“ per invitare i governi a sostenere la crisi scatenata dalla pandemia con interventi statali a sostegno del debito privato. Un discorso analogo è stato portato avanti dal capo economista dell’OCSE Laurence Boone, la quale, sempre sul “Financial Times”, ha affermato che, in una recessione scaturita da problematiche non strettamente connesse alla realtà economica, le misure di austerità rischiano di generare pericolose reazioni sociali.

[12] Cfr. P. Ortelli, Capitalismo e democrazia, catastrofe o rivoluzione, in “MicroMega”, 7 dicembre 2020.

[13] Ibidem.

[14] Solo negli Stati Uniti, 643 persone hanno visto aumentare il proprio patrimonio di 845 miliardi dollari, mentre 50 milioni di cittadini hanno perso il lavoro.

[15] INPS, Inps tra emergenza e rilancio, XIX Rapporto Annuale, ottobre 2020, p. 213.

[16] E. Brancaccio, Catastrofe o rivoluzione, in “Il Ponte”, LXXVI (2020), n. 6, pp. 10-11.

[17] Cfr. P. Ortelli, Capitalismo e democrazia, cit.

[18] Sulla questione del trattamento dei dati si veda, nel presente numero, C. Zecca, Big Data, tra modello di sviluppo socioeconomico e coercizione. Il Sistema di Credito Sociale cinese e i pericoli dell’uso dei Big Data nelle società contemporanee, pp.23-29

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