La (ri)Nascita di una nazione?

Cambiamento, rivoluzione o anarchia nel caos per il caso George Floyd?

La visita del presidente statunitense Donald Trump alla St. John’s Episcopal Church di Washington D.C.. Fonte: The White House/Flickr

Questo articolo è estratto dalla rivista Policlic n. 2 pubblicata il 27 giugno. 

Scarica QUI la Rivista n. 2 di Policlic!

Gli occhi del mondo si sono fermati, ancora una volta, a osservare la scrittura delle pagine di un nuovo, esplosivo, capitolo nella storia recente degli Stati Uniti d’America. O, per essere più precisi, nella storia del mandato presidenziale di Donald Trump alla guida degli Stati Uniti d’America.

A quasi un mese di distanza dal resoconto critico-analitico[1] pubblicato su questa rivista, nel quale si osservavano le numerose criticità dell’operato presidenziale in questi anni e si presentava un ritratto con poche luci e molte ombre sulla sua figura politica, risulta evidente la seguente constatazione: la nazione statunitense è in rivolta e la Casa Bianca si trova ad essere sotto assedio mediatico sotto molteplici fronti e punti di vista. Una degenerazione degli eventi che ha come data di inizio il 25 maggio 2020.


“I can’t breathe” – Racconti introduttivi di un mese di rivolta 

La morte del quarantaseienne afroamericano George Floyd a Minneapolis è stata infatti la miccia che ha innescato una reazione tale da mettere temporaneamente (forse) in secondo piano persino il drammatico contesto statunitense della pandemia di COVID-19. Facendo le assai doverose distinzioni del caso, essa ha rappresentato per gli Stati Uniti una sorta di “passaggio del Rubicone” dell’era digitale: con la sua morte, infatti, per una cospicua parte della popolazione “il dado è stato tratto” – in modo definitivo – sull’amministrazione Trump.

Il caso Floyd è emblema di una problematica che va ben oltre la questione delle regole d’ingaggio e degli abusi di potere da parte delle forze di polizia statunitensi: la discriminazione razziale, sedimentata e ramificata nel secolare processo di costruzione della nazione, al punto da non avere ancora trovato una propria conclusione, nonostante le battaglie portate avanti negli anni Sessanta per i diritti civili e la fine della segregazione[2].

La lotta contro quello che viene considerato “il razzismo istituzionale” negli (e degli) Stati Uniti contro gli afroamericani è divenuta il collante per tutte le istanze di cui il movimento Black Lives Matter[3] si è fatto principale portavoce.
Dalla città di Minneapolis – che in ventiquattr’ore è divenuta epicentro delle proteste e delle manifestazioni – la rabbia della popolazione si è diffusa a macchia d’olio in tutti gli altri Stati, divenendo una questione nazionale e, in seguito, globale con ulteriori manifestazioni nelle capitali del mondo[4].

Ciò che va sottolineato, osservando questo mese di proteste, è il metodo adottato, la valvola di sfogo della rabbia durante queste settimane: prevale infatti il caos, lo scontro aperto tra la marea di manifestanti – in cui si inserisce anche la galassia statunitense di Antifa[5] – e le forze di polizia locali in varie aree degli Stati Uniti che persistono, in molti casi, in azioni gratuite che rientrano nel quadro dell’abuso di potere. Le marce pacifiche e non violente sono divenute pretesto per i saccheggi di negozi e centri commerciali, per la devastazione delle città e l’assalto alle volanti della polizia.

Una data significativa per la città di Minneapolis, dove il sindaco democratico Jacob Frey aveva indetto lo stato d’emergenza, è stata quella della quarta notte di proteste (29 maggio), con il commissariato del Terzo Distretto di Polizia assaltato e dato alle fiamme dalle masse di rivoltosi, mentre, alle prime ore dell’alba, si assisteva all’arresto – in diretta nazionale e senza apparenti motivi – del reporter della CNN Omar Jimenez e di tre suoi colleghi da parte delle forze di polizia mentre documentavano la situazione nella città. Una situazione risoltasi solo dopo qualche ora, con l’intervento diretto del governatore dello stato del Minnesota.

Nella stessa giornata, le proteste dei manifestanti a Washington D.C. si concentravano a pochi metri dai cancelli della Casa Bianca, obbligando il Secret Service a scortare Trump e la sua famiglia nel bunker di sicurezza all’interno della struttura[6].
Sempre nella capitale statunitense, il 1° giugno si verificavano altri scontri tra i manifestanti riunitisi a Lafayette Square – nei pressi della Casa Bianca – e le forze combinate della National Guard e della polizia locale che disperdevano la folla attorno all’area. Il tutto mentre a pochi metri dai tafferugli, nel Rose Garden della Casa Bianca, Donald Trump si rivolgeva alla stampa e alla Nazione statunitense richiamando al concetto nixoniano di “legge e ordine”[7] e suggerendo ai Governatori statali il dispiegamento massivo della Guardia Nazionale, minacciando l’intervento dell’esercito in caso di risultati poco efficaci.

Al termine della conferenza stampa, Trump si è diretto presso la St. John’s Episcopal Church nella stessa Lafayette Square, sgomberata dalla presenza dei manifestanti. Le foto davanti all’entrata della chiesa, una Bibbia in mano brandita come l’arma morale e suprema della nazione statunitense, hanno suscitato l’indignazione generale, inclusa quella della stessa comunità cristiana.

Nel corso delle settimane, in varie città, contee e Stati è stato indetto lo stato d’emergenza e i governatori degli Stati hanno autorizzato il dispiegamento della National Guard a sostegno delle forze di polizia impiegate in loco per sedare le rivolte. Ma nonostante il coprifuoco e altre restrizioni, la rivolta non si è placata, sortendo invece l’effetto opposto, come avvenuto a New York[8], Boston e Washington D.C., mentre alla Casa Bianca, il 4 giugno, veniva predisposto l’utilizzo di un ampio recinto protettivo per l’integrità e la sicurezza del presidente Trump.

La scia di sangue, nel frattempo, non si è interrotta nemmeno dopo i funerali di George Floyd. Carlos Carson (6 giugno), Rayshard Brooks (12 giugno) e, da ultimo, Carlos Ingram Lopez (25 giugno) muoiono durante colluttazioni contro agenti di polizia o, nel caso di Carson, per intervento di vigilanti armati. Tra il 5 e il 6 giugno inoltre, vengono rese note le riprese della morte di Manuel Ellis avvenuta – in circostanze simili a quelle di George Floyd – il 3 marzo 2020. Uccisioni che gettano ulteriore benzina sul fuoco divampato il mese scorso con la morte di Floyd. Ma il fuoco divampa anche per le uccisioni dell’agente federale cinquantatreenne Dave Patrick Underwood (1° giugno) o del capitano David Dorn (2 giugno), agente in pensione della polizia di St. Louis, ucciso mentre proteggeva un banco dei pegni dalla devastazione dei manifestanti per il caso Floyd.
Anche loro afroamericani, ma “forse” (o forse no) dalla parte sbagliata della Storia.

Più forte dei presunti scandali (decisamente più mediatici che basati su verità attendibili) del Russiagate e dell’Ucrainagate, più forte dell’avanzata del movimento #MeToo a seguito degli scandali hollywoodiani di Harvey Weinstein e più forte dei Venerdì per il Futuro e delle parole di Greta Thunberg, il caso Floyd è stato capace di riunire tutti i fronti ostili alla figura di Donald Trump e farne un blocco unico.

Gli appartenenti alle minoranze etniche, alla comunità arcobaleno, ai movimenti femministi e ambientalisti, fino a comprendere la galassia socialista, hanno infatti serrato i ranghi per formare una marea “inclusiva, solidale e fluida” contro il sistema “divisivo, discriminatorio e autoritario”, incarnato appieno, per la stessa marea in questione, dal miliardario presidente newyorkese. In breve, un sistema fatto su misura per la comunità WASP (acronimo per White Anglo-Saxon Protestant).


Il caso Floyd entra nell’agenda politica statunitense

Un clima di così aperta contestazione, negli Stati Uniti, non si respirava probabilmente dai tempi di Lyndon Johnson e – in particolar modo – di Richard Nixon, il presidente più odiato della storia degli Stati Uniti d’America (almeno fino all’arrivo del suo estimatore Donald Trump).

La stessa contestazione si traduce ulteriormente, nella politica statunitense, in una lotta personale tra il candidato democratico Joe Biden e lo stesso Trump in vista delle elezioni presidenziali del prossimo novembre. I partiti dei due contendenti, da questo punto di vista, potrebbero offrire alcune sorprese: compattezza granitica tra i Democratici a sostegno di Biden; effervescenza nelle fila repubblicane con le dichiarazioni di sostegno del candidato democratico formulate dall’ex Segretario di Stato repubblicano Colin Powell[9]; e l’insofferenza di figure come il senatore dello Utah Mitt Romney o il già precedentemente menzionato Lindsey Graham.

Fonte: Wikimedia Commons

Un discorso più ampio riguarda invece il nome di John Bolton: l’ex Consigliere per la Sicurezza nazionale nell’amministrazione Trump (dal 9 aprile 2018 fino al giorno del suo licenziamento da parte presidenziale, il 10 settembre 2019) è prepotentemente balzato agli onori delle cronache politiche statunitensi per il suo nuovo libro The Room Where It Happened: A White House Memoir, edito da Simon & Schuster e pubblicato pochi giorni fa. Il libro è stato e continua ad essere una bomba a orologeria per via dei suoi contenuti, alcuni dei quali sono stati pubblicati la scorsa settimana dal “Washington Post”, dal “New York Times” e dal “Wall Street Journal”.

Tra le indiscrezioni, quella circa le presunte richieste di sostegno di Trump al suo corrispettivo cinese Xi Jinping per la sua rielezione alla Casa Bianca in cambio di un tacito assenso sulle pratiche cinesi contro la comunità uigura cinese e nei confronti di Hong Kong[10]. Accuse pesantissime che sono state immediatamente catalogate come falsità da parte dell’amministrazione Trump e dei suoi collaboratori, come il Segretario di Stato Mike Pompeo, che ha definito John Bolton un “traditore”.
Un mese di fuoco e fiamme per gli Stati Uniti e per lo stesso Trump, insomma, tra un ordine esecutivo firmato contro le politiche di fact checking ”censorio” dei social media (principalmente, Twitter) nei confronti della libertà di parola nel Paese, passando per questioni di politica partitica, nazionale e internazionale oltre all’aggiunta della tentata gestione – ancora in atto – della bomba sociale esplosa in seguito al caso Floyd.

Un caso che ha fatto da megafono anche nella contrapposizione politica tra Donald Trump e Xi Jinping all’interno di un altro scenario geopolitico: quello riguardante la città di Hong Kong, alle prese con l’approvazione di una legge sulla propria sicurezza nazionale.
Basata sulla propria Legge Fondamentale entrata in vigore nel 1997, ovvero con il definitivo passaggio dall’effettivo status di “colonia” britannica a quello di città autonoma con la supervisione del governo cinese, la legge è stata approvata tra le veementi proteste dei manifestanti anti-cinesi di Hong Kong, che accusano le autorità di Hong Kong e Pechino di aver ideato un mezzo con il quale soffocare definitivamente il dissenso anti-comunista nella città, reinserita in questo modo nella effettiva estensione territoriale di Pechino. Il passaggio da “un Paese, due sistemi” a “un Paese, un sistema”.

In seguito alla stretta di Pechino su Hong Kong, tra il 29 e il 30 maggio scorso l’amministrazione Trump ne ha rimosso i privilegi e benefici di cui godeva a livello nazionale (con annesse ripercussioni internazionali) definendo Hong Kong “non più autonoma per i suoi standard”. La risposta di Pechino e Hong Kong non si è lasciata attendere e si è legata, in modo preponderante, proprio alle rivolte causate dalla morte di George Floyd: dinnanzi alle immagini delle cariche di polizia, dell’assalto e delle brutalità degli agenti nei confronti del fronte di manifestanti e dei giornalisti (colpiti anche loro con proiettili di gomma e gas lacrimogeni) esponenti voci a capo del Partito assieme alla governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, hanno formulato la stessa accusa, quella di avere un “doppio parametro di giudizio” (double standard) nei confronti della situazione in atto nella città asiatica.

Come possono criticare – hanno osservato – la repressione degli “agenti sovversivi” al soldo di potenze straniere e agire in modo brutale dinnanzi alle proteste anti-razziste nelle strade delle città statunitensi, continuando a mantenere irrisolta la questione della discriminazione razziale da parte del sistema bianco nei confronti delle minoranze etniche?


Il ritorno della “damnatio memoriae” per riscrivere la storia statunitense

Una riflessione a parte è da dedicare al trattamento che la rivolta statunitense per il caso Floyd sta riservando alla propria cultura, alla propria storia e alle proprie tradizioni.
Sempre che si possa parlare di tale argomento con un’ottica che sia realmente asettica e oggettiva.


Difficilmente, infatti, possono essere spese parole di elogio verso gli atti di vandalismo e devastazione che le masse hanno compiuto e stanno compiendo verso i monumenti e i luoghi eretti in varie città della nazione statunitense. La distruzione, l’abbattimento e l’imbrattamento di statue e memoriali vengono salutati con giubilo dagli attivisti che in questo mese hanno manifestato nelle piazze delle grandi città.

L’accusa di “razzismo”, al pari del “favoreggiamento” o “coinvolgimento attivo nella tratta degli schiavi”, comporta l’automatica sentenza della cancellazione dallo scenario pubblicoInteri capitoli della storia e della cultura statunitense sono passati, ancora una volta, al vaglio della furia dei tribunali del popolo 2.0, esattamente come accadde nel 2017 in seguito agli scandali sessuali del sistema di Weinstein.
Esattamente come avvenuto negli ultimi tre anni nei confronti dei monumenti confederati, abbattuti nell’euforica isteria generale dei manifestanti contro i simboli di una storia che va cancellata, affinché non se ne abbia più memoria.

Ma a distanza di tre anni, questa è la volta in cui si può pensare a un potenziale ancora più devastante: la furia distruttrice è divenuta globale, è una “rivoluzione”. Lo scopo finale è persino orwelliano, dal momento che, nelle parole dell’autore di 1984, “chi controlla il passato controlla il futuro” e “chi controlla il presente controlla il passato”: nel corso di questo solo mese sono state imbrattate, abbattute, divelte e rimosse statue equestri, busti e monumenti negli Stati Uniti.

A Washington, nemmeno il National World War II Memorial è stato risparmiato dalla furia iconoclasta dei manifestanti, che sono arrivati all’assurdo di assaltare e imbrattare il Robert Gould Shaw Memorial di Boston, un monumento dedicato alla memoria del 54th Massachusetts Volunteer Infantry Regiment (composto da soldati afroamericani che servirono l’Unione durante la Guerra di secessione). In alcuni casi, come avvenuto il 14 giugno scorso nella Marconi Plaza di Philadelphia, alcune decine di cittadini italoamericani – armati e non – si sono ritrovati a presidiare la zona della statua dedicata a Cristoforo Colombo per proteggere un simbolo della comunità e della loro nazione.

Nel continente europeo, l’assalto ha coinvolto il Regno Unito, la Francia, il Belgio e persino il nostro Paese (Milano e Roma le città coinvolte).
Il 6 giugno scorso, Londra è stata teatro dell’assalto alla statua di Winston Churchill a Parliament Square, imbrattata con bombolette spray con l’accusa della folla manifestante: essere stato “un razzista”. La medesima accusa è stata formulata nei confronti del Mahatma Gandhi, le cui statue sparse nel mondo hanno subito la stessa infamia.

La società statunitense, in tutto questo, decide clamorosamente di dare sfogo all’iconoclastia delle masse e di assecondarla, rimuovendo per esempio alcune statue da luoghi simbolo (come la statua equestre di Theodore Roosevelt presso il Museo Americano di Storia Naturale di New York).
Il portale di cinema via streaming dell’HBO cancella “in via temporanea” dal proprio catalogo Via col vento, capolavoro cinematografico del 1939 vincitore di dieci premi Oscar tra cui quello di Hattie McDaniel, prima attrice afroamericana vincitrice di tale riconoscimento. L’accusa? “È un film razzista” che va ripresentato solo con una nuova introduzione critica per contestualizzarne i riferimenti alla Guerra di secessione.
Si modificano i palinsesti televisivi rimuovendo programmi accusati di promuovere il razzismo, nel nome dell’isteria della marea e delle sue istanze. Ma a chi giova tutto questo? 

La locandina del film “The Birth of a Nation” (1915)
Fonte : Wikimedia Commons

Non a coloro i quali gioiscono mentre vengono abbattute delle statue marmoree o bronzee perché emblemi dello schiavismo o di un passato di sfruttamento o coloniale (il caso europeo è più appropriato). La Storia non si cancella, al pari delle sue pagine più scure che vanno studiate, comprese e tramandate per imparare lezioni benefiche per il futuro. Ma questo è un concetto applicato a fasi alterne, quando è conveniente: la dimostrazione si è avuta nel corso di queste settimane, ignorando del tutto come la gratificazione a breve termine dell’atto di demolire un passato scabroso al grido di slogan storpiati tramuta i rivoluzionari iconoclasti in nuovi strumenti del potere, di quel potere totalizzante immaginato da George Orwell o nella serie televisiva britannica The Prisoner (1967), alquanto profetica nell’immaginare una società basata sul conformismo coatto e quello che oggi si definisce il “politicamente corretto”.

Dalla Storia si può apprendere e comprendere anche la Nascita di una nazione [11]. Ma questo probabilmente, non è utile. Non giova alla causa.

Guglielmo Vinci per www.policlic.it


Note a margine

[1] Si rimanda al precedente contributo del presente autore Gli Stati Uniti verso il giro di boa di Novembre – Una panoramica su Donald Trump, dopo quasi quattro anni alla Casa Bianca: nuova conferma o epilogo presidenziale?”

[2] La questione per il riconoscimento dei diritti civili per la comunità afroamericana fu caratterizzata dal richiamo alla non-violenza e alla disobbedienza civile con figure quali Martin Luther King e – ancora prima – Rosa Parks. In seguito, tuttavia, sfociò anche nella delineazione dei principi del nazionalismo nero negli Stati Uniti: dapprima con la Nation of Islam guidata da Elijah Muhammad, che ispirò l’energico attivismo di Malcom X dal 1948 al 1964; in seguito con la nascita del Black Panther Party nel 1966 che venne attenzionata dall’FBI nell’anno seguente come formazione estremista. Dal 1981, la guida della Nation of Islam è Louis Farrakhan.

[3] Il movimento BLM nacque nel 2013 sull’onda di altro caso che fece scalpore nella coscienza civile della popolazione statunitense: l’assoluzione del vigile di quartiere ventottenne George Zimmerman dalle accuse di omicidio di secondo grado e di omicidio colposo nei confronti del diciassettenne afroamericano Trayvon Martin, ucciso a Sanford (Florida) il 26 febbraio 2012. La decisione processuale sul caso State of Florida v. George Zimmerman scatenò le polemiche e l’indignazione di una cospicua parte della popolazione, che considerò il verdetto come l’ennesimo schiaffo inferto agli afroamericani da parte del sistema.

[4] Da menzionare, nel nostro Paese, la manifestazione svoltasi a Roma lo scorso 7 giugno ma anche quelle di Milano e Bologna, quest’ultima avvenuta il giorno prima).

[5] Nella storia recente degli Stati Uniti d’America, la galassia attivista dell’estrema sinistra ha avuto rilevanza negli anni della crisi economica dei mutui subprime, con la nascita del movimento anticapitalista Occupy Wall Street presso lo Zuccotti Park di New York (17 settembre 2011), luogo che venne occupato dai manifestanti – gli indignados – per due mesi in segno di protesta contro il capitalismo finanziario moderno. Ma è con l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2016 che si assiste a un salto di qualità a livello strategico, da parte degli stessi militanti, nel pianificare le azioni contro la presidenza Trump ma anche contro la corrente culturale e politica dell’Alt-right (“Destra alternativa”) statunitense, accusata di razzismo, fascismo, sessismo e antisemitismo.
Eventi da menzionare sono le proteste presso il campus dell’Università di Berkeley (California) nel 2017 contro la partecipazione, in diverse occasioni, di rappresentanti del conservatorismo statunitense tra i quali gli opinionisti Milo Yiannopoulos e Ben Shapiro, e l’allora consigliere della Casa Bianca Steve Bannon. Riguardo ad Antifa, il 31 maggio scorso Trump ha dichiarato su Twitter “The United States of America will be designating ANTIFA as a Terrorist Organization.” (@realDonaldTrump/Twitter)

[6] Una notizia – fuoriuscita sugli organi stampa nazionali – di cui Trump ha voluto dare la propria versione in un’intervista radiofonica su Fox News Radio (3 giugno). Nell’intervista ha affermato di “essersi diretto nel bunker per un’ispezione” avvenuta “di mattina e non nella notte.
Una ricostruzione tuttavia smentita cinque giorni dopo in un’altra intervista a Fox News dal Procuratore Generale degli Stati Uniti William Barr, il quale confermava la scorta di Trump nel bunker durante le proteste del 29 maggio (“La situazione era così grave che il Secret Service ha suggerito che il presidente si recasse nel bunker”).

[7] Il richiamo al concetto rilanciato negli anni dell’amministrazione Nixon è stato ripetuto in più occasioni durante il suo discorso, fortemente criticato dall’opinione pubblica e politica statunitense.

[8] Nelle proteste newyorkesi del 30 maggio scorso, è stata arrestata anche Chiara De Blasio, figlia del sindaco democratico di New York William “Bill” De Blasio.

[9] A.E. Weaver, Colin Powell says he’ll be voting for Biden, “Politico”, 7 giugno 2020.

[10] C. Oprysko, Trump asked China for help getting reelected, Bolton book claims, “Politico”, 18 giugno 2020.

[11] Nascita di una nazione (The Birth of a Nation), D.W. Griffith, USA 1915.

LASCIA UN COMMENTO

Inserire commento
Inserire nome qui