L’Italia al bivio europeo della COVID-19 – Ne parliamo con l’europarlamentare Dino Giarrusso (M5S)

Green Deal, fake news e reazione dell’Unione alla pandemia

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Vorremmo cominciare elencandole alcuni numeri: stando ai dati riferiti alla giornata di ieri, nel mondo ci sono oltre 1.300.000 contagiati e 120.863 morti in conseguenza diretta o indiretta dell’epidemia di COVID-19, di cui circa 79.252 in Europa e 20.465 nel nostro Paese.[1]
Secondo lei, la pandemia sta rappresentando il solco irreparabile, a livello nazionale, comunitario e mondiale, di un sistema sorretto dalla globalizzazione dei mercati e dal consumismo di massa?

Secondo me la pandemia rappresenta solo una delle possibili drammatiche conseguenze di uno sviluppo che non ha mai guardato a un orizzonte temporale medio-lungo – la globalizzazione selvaggia, non monitorata, ne è un esempio lampante – e dunque ha creato squilibri, povertà e il peggioramento della qualità della vita per miliardi di persone.
Dopo la pandemia saremo capaci di smetterla di pensare solo al “qui e ora” e di proiettarci con il cervello e il cuore, insieme, verso il futuro dell’umanità? Mi auguro di sì, ma non credo affatto sia facile. Dietro ogni miopia, errore e sottovalutazione del rischio, vi sono interessi. E dietro ogni povero, o qualunque malato senza cure o uomo senza cibo, c’è qualcuno che si è arricchito.

Entrando nel merito della cronaca degli ultimi giorni che hanno visto coinvolto il nostro Paese e l’Unione Europea, in questo momento crede che la Commissione stia facendo tutto ciò che è in suo potere per aiutare imprese e cittadini o si tratta solo di un impegno retorico?

No, ma ci sono forze che stanno spingendo in quella direzione, a partire proprio dal Presidente Conte. La linea che deciderà oggi la Commissione segnerà nel bene o nel male il futuro dell’Europa e di tutti noi. Spero ne siano tutti consapevoli.

In questi giorni è stato molto impegnato, come europarlamentare del M5S, nell’informare la Rete sull’andamento dei negoziati volti alla creazione di un piano d’approccio comune per l’emergenza sanitaria, e soprattutto economica, legata alla COVID-19; ci può spiegare meglio? Può spiegarci meglio anche il suo attacco alle forze di opposizione, ree, a suo dire, di una campagna di pura disinformazione sull’operato del Governo a livello comunitario?

L’obiettivo del M5S è avere un’Europa diversa: che sostenga davvero i cittadini che più ne hanno bisogno, che non crei squilibri fra gli Stati membri e che corregga errori e aberrazioni del passato come l’austerity, la Troika, il Fiscal Compact e il terribile tasso di cambio dell’Euro, catastrofico per l’Italia.
L’opposizione ha tutto il diritto di dire la propria e criticare anche aspramente, purché non si inventi balle: è stato detto e scritto che “Conte firmerà il MES”, ma, come ho dimostrato carte alla mano, il MES è stato firmato in Europa nel 2011 dal governo Berlusconi, di cui erano ministri la Meloni, Fitto, La Russa, Bossi, Maroni, Calderoli, Tremonti… praticamente tutto il gotha di Fratelli d’Italia e Lega.

È imbarazzante che dicano tali bugie perché peraltro, per modificare il Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea (ciò che è stato fatto nel 2011 proprio con il loro voto) serve l’unanimità. L’entrata in vigore del MES ha dunque dei responsabili chiari, ed è incredibile fare sciacallaggio politico in un momento del genere inventandosi di sana pianta che il MES lo avrebbe “firmato” Conte. Peraltro, anche dire che loro avevano voluto un “MES buono”, che venne stravolto in seguito da Monti, è falso: la ratifica del Parlamento italiano, votata nel luglio 2012, è un DDL a firma Tremonti-Frattini-Bernini, dunque sempre responsabilità di quel Governo con Meloni e la Lega.
La diffusione di incredibili fake news su un argomento così facilmente riscontrabile rivela il drammatico stato dell’informazione italiana, troppo legata a certi poteri e incapace di dire a un potente: “Guardi, sta dicendo il falso, glielo dimostro”.

Stiamo sperimentando in questi giorni l’importanza del digitale per lo smart working, ma non solo, perché siamo di fronte a un banco di prova anche per la disciplina della privacy in UE (ad esempio dal punto di vista della sanità e dei dossier sanitari elettronici). In questo contesto il Presidente del EDPB Andrea Jelinek ha affermato che “il GDPR è stato concepito come una normativa flessibile e contempla anche le regole da applicare ai trattamenti dei dati personali in contesti come quello venutosi a creare a seguito della pandemia COVID-19”. L’Europa, secondo lei, si sta impegnando a sufficienza nella tutela dei dati dei suoi cittadini? E questo ci porta a chiederle: in una Europa post-COVID, questa sarà ancora considerata una priorità oppure “A Europe fit for digital age” richiederà molto più tempo del previsto?

La tutela della privacy e dei dati personali è una delle chiavi del nostro futuro.
L’Europa non ha fatto abbastanza, ma riconosco che sia davvero complesso conciliare le opportunità e le libertà regalate dal digitale con la tutela della sicurezza.
Però, da questo punto di vista, il dramma COVID-19 ci ha dato un’opportunità: investire più risorse e farlo al più presto, perché di connessione veloce e di sicurezza digitale c’è tantissimo bisogno.

Facendo riferimento anche al Suo intervento in aula del 12 febbraio su digitale e politica della concorrenza, lei ritiene che si stia facendo abbastanza in questo momento di crisi nell’ambito degli aiuti agli Stati e del sostegno digitale alle imprese, soprattutto le PMI?

Finora no, non si è fatto abbastanza. Ma ripeto: abbiamo una realtà che bussa alla porta e ci urla “Sbrigatevi!”. Io mi auguro che l’ascolteremo.

Il documento preparatorio dell’Eurogruppo, pubblicato dopo i lunghi negoziati degli ultimi giorni, verrà presto sottoposto al vaglio dei Capi di Stato e di Governo europei nella prossima riunione del 23 Aprile. La nostra preoccupazione, nel giorno della riapertura dei mercati finanziari, è la seguente: l’Italia è concretamente in grado di arrivare a quella data?

Sì che è lo è, ma la mia preoccupazione è: l’Europa è in grado di tollerare un uomo forte e competente come Giuseppe Conte, che come mai nessuno prima va a rivendicare condizioni giuste e necessarie per l’Italia?

Una domanda secca: il Premier Giuseppe Conte si sta comportando come Alexis Tsipras a suo tempo in Grecia con il governo SYRIZA?

No, credo sia più capace e concreto. Inoltre, va riconosciuto a Tsipras di avere affrontato allora una situazione ben più dura di quella che affronta oggi l’Italia.

Nei suoi interventi in parlamento ha fatto riferimento al Green Deal, un progetto avviato proprio per porre nuove fondamenta dopo le crisi dell’ultimo decennio (economica e migratoria tra le tante). Secondo lei, l’Europa post-COVID sarà pronta a continuare nell’implementazione di questa strategia o l’European Green Deal diventerà solo un bel “motto”?

Anche questa è una scommessa importante, perché i rischi di un banale e disonesto green washing ci sono tutti. Però la COVID-19 sta raccontando, fra le tante cose, che basta ridurre l’inquinamento e le emissioni per avere grandi miglioramenti dal punto di vista ambientale. Quindi anche qui il dramma diventa un’opportunità: sapremo ripartire con nuovi criteri di sviluppo che tengano davvero conto delle esigenze ambientali?

Questi nuovi criteri nei settori dell’economia, dello sviluppo e dell’ambiente dovranno diventare la nostra stella polare. Per quanto paradossale sia, questa opportunità di cambiamento connessa a un terribile dramma mondiale potrebbe non ripresentarsi più: dobbiamo coglierla al volo e migliorarci, sia come politici che come singoli cittadini, nella vita e nelle abitudini di ogni giorno.

In conclusione, riallacciandoci all’oggetto di una recente conferenza alla quale ha partecipato come relatore presso la Link Campus University di Roma, vorremo farle un’ultima domanda secca: qual è per lei il futuro di questa Europa, la sua fine o il suo nuovo inizio?

Se si rinnovasse autenticamente, sarebbe un nuovo, luminoso inizio. Se invece non cogliesse questo momento per modificare totalmente i tanti errori commessi finora, sarebbe la fine, credo definitiva. Un’implosione impietosa che lascerebbe solo macerie.


“Go big or go home” è davvero l’unica alternativa per l’Europa post-COVID?

di Denise Campaniello

Dove si è fermata l’Europa? Torniamo indietro di pochi mesi, all’ambizioso programma annunciato dalla Commissione von der Leyen, la Rivoluzione Industriale del XXI secolo: l’European Green Deal e la Digital European Sovereignty. Una strategia per creare nuove fondamenta dell’Europa unita dopo gli effetti a lungo termine della crisi del 2008-2009: ridare vigore e autonomia all’Unione con una strategia di crescita per emissioni di CO2 pari a zero entro il 2050, creazione di posti di lavoro high-skilled, rivisitazione del sistema agricolo, GDPR e sistemi cloud unicamente europei. Il sogno di ogni europeista.

L’European Green Deal significa la rivoluzione dell’intero sistema economico-produttivo, una manovra da almeno 500 miliardi (per la prima decade) dal budget della Commissione, cui andrebbero aggiunti fondi statali e privati per almeno altri 400 miliardi. E secondo il think-tank Bruegel, questi fondi sommati assieme non sono realisticamente sufficienti, sarebbe necessario almeno il triplo.

Dall’altro lato il digitale, un passo fondamentale per il futuro dell’Europa nel quale c’è bisogno di un intervento rapido prima che diventi una trappola. Il pensiero che il 94% dei dati del mondo occidentale siano conservati negli Stati Uniti non è molto rassicurante per gli europei; da qui i progetti della von der Leyen per la Digital European Sovereignty, un piano per la sicurezza dei nostri dati personali e per la credibilità stessa dell’Unione a livello globale, che non dovrebbe più fare affidamento alle celebri piattaforme statunitensi come Microsoft.
Ma cosa ne sarà di questo progetto a lungo termine nell’Europa post COVID-19? Bisogna ammettere quanto sembri irrealistico un investimento e un impegno di questo genere, ancor di più dopo aver letto il rapporto del Fondo Monetario Internazionale, che parla di una contrazione dell’economia globale del 3% per il 2020 (altro che lo 0,1% della crisi del 2009). Si può immaginare una versione soft di questo progetto almeno per i primi anni, probabilmente un piano d’azione per una “ripartenza green” nel medio termine.

Tuttavia, non è detto che l’Europa sarà pronta o, soprattutto, disposta; d’altronde, la reazione dell’Unione alla crisi sta generando profonda sfiducia nell’intero sistema europeo. La reazione infatti non è stata quella sperata. Da un lato, se c’è un settore in cui la Commissione ha già avuto esperienza durante una crisi economica è quello dello State aid: ha infatti imparato la lezione sugli aiuti alle imprese dalla crisi economica del 2008-2009, quando pubblicò il Temporary Framework for State Aid per agire rapidamente senza perdere la fiducia dei Paesi membri. Proponendo la sua versione aggiornata e migliorata, il Temporary framework for State aid measures to support the economy in the current COVID-19, la Commissione inserisce una misura che garantisce grande flessibilità e rapidità decisionale.

Non si può dire che la Commissione non si sia mossa rapidamente in questo settore e quasi tutti gli Stati ne stanno approfittando: per l’Italia, ad esempio, è stato approvato un regime di aiuti per 200 miliardi di euro e in questo modo, grazie al DL Liquidità, diventano sempre più ampie le possibilità di accesso alle garanzie di Stato tramite SACE e FCG (Fondo Centrale di Garanzie). Inoltre, il DL permette di fornire garanzie pubbliche sul rifinanziamento di prestiti esistenti e su nuovi prestiti per piccole, medie e grandi imprese, così da sopperire al fabbisogno tempestivo di capitale di esercizio.

Ma purtroppo non è sufficiente: vediamo un’Europa annaspare tra MES ed Eurobond, vediamo un’Europa che non agisce di fronte al soffocamento del sistema democratico ungherese, un’Europa in cui si approfitta dell’attenzione mediatica e della noia generale per guadagnare consensi, o perlomeno attirare l’attenzione. Vediamo anche un’Europa che non riesce a garantire chiarezza sulla diffusione del virus sul proprio territorio: risulta piuttosto evidente, ad oggi, la mancanza di un sistema unanime per la comunicazione pubblica del numero di contagi, morti e infetti da COVID-19. Molti Paesi effettuano test solo a plurisintomatici gravi, alcuni non effettuano tamponi ai deceduti mentre altri includono le morti presunte per coronavirus senza effettuare i test, senza dimenticare chi non include i decessi nelle case di riposo nel calcolo complessivo.

Questo causa una grave confusione all’interno dell’Unione e a livello mondiale, perché qualsiasi cittadino inconsapevole di questa situazione leggerà i numeri forniti da Paesi esteri con il metodo di valutazione del proprio Paese. Una grave mancanza che crea disinformazione, in quanto porta i cittadini a valutare la condotta di ciascun Paese sulla base di numeri che (probabilmente) sono veri, ma fuorvianti se decontestualizzati.

Questa crisi potrebbe essere l’ultimo fondamentale banco di prova per la fiducia dei cittadini verso l’Unione e se continuasse a colare a picco – come sta accadendo ora – sarebbe faticoso riconquistare il benvolere della popolazione. Per non perdere del tutto la fiducia, è importante dare uno sguardo al passato.

Torniamo all’Europa del secondo dopoguerra, che, nonostante le debolissime fondamenta, doveva affrontare la prima crisi economica mondiale post-bellica: il disastro petrolifero del 1973. La Comunità Europea allora era giovanissima, molto più piccola di quella attuale e con basi meno solide, senza un sistema monetario unico. Non era chiaro cosa fosse in grado di fare questa nuova “Europa”, eppure, pochi anni dopo, i Paesi membri svilupparono il Sistema Monetario Europeo (SME), primo passo per l’unione monetaria. Quella crisi ha anche puntato i riflettori per la prima volta su temi come le fonti di energia pulita, il risparmio energetico e l’ecologia, mostrando un profondo cambiamento di mentalità che ormai fa parte della nostra vita quotidiana e dei progetti futuri dell’attuale Commissione.

Nel 2008, poi, l’Europa ormai unita e solida ha dovuto affrontare l’inaspettata crisi finanziaria, che ha richiesto interventi drastici – e per molti poco piacevoli – da parte della BCE. La Commissione aveva compreso di dover agire in modo deciso nel breve periodo per “spegnere l’incendio senza far crollare le fondamenta”[2], cercando di mantenere nel lungo periodo la fiducia appena guadagnata da parte dei 27 Stati membri. Il Trattato di Lisbona veniva firmato in questo periodo turbolento ed è ora il pilastro fondamentale dell’Unione.

Dopo uno shock petrolifero e un collasso finanziario, appena un decennio dopo l’UE affronta un’emergenza sanitaria. La Commissione sta facendo tutto il possibile? No, bisogna ammetterlo: non è un lavoro facile conciliare ventisette Paesi che per istinto di sopravvivenza tendono a chiudersi in se stessi durante una crisi. Il 1973 e il 2008 sono serviti solo in parte da lezione per la Commissione e gli effetti della crisi COVID-19 saranno anche molto più dannosi. Ma oggi siamo in un’Europa molto diversa rispetto a quella del 1973 e del 2008; siamo nell’Europa dell’euro e del Trattato di Lisbona. L’evoluzione di questa Europa potrebbe essere un punto di riferimento per noi, per non dimenticare da dove siamo partiti, cosa abbiamo attraversato e decidere da che parte stare, guardando al lungo periodo. D’altra parte, pensando alla ripresa dell’Europa post-COVID, qual è l’alternativa?


La fine di un’illusione: la COVID-19 svela le fragili fondamenta dell’Unione Europea

di Guglielmo Vinci

Sono passati più di due mesi dalla diagnosi del primo contagiato italiano da COVID-19, avvenuta il 20 febbraio scorso a Codogno, nel Lodigiano. Due mesi nei quali il virus si è diffuso a macchia d’olio nella regione lombarda, nel Nord Italia e poi nell’intero Paese, aiutato anche da una totale sottovalutazione della questione da parte della politica italiana, della comunità scientifica e della popolazione stessa.
Una drammatica sequenza di eventi concatenati che hanno erto l’Italia a simbolo – secondo una sciagurata ricostruzione giornalistica delle prime fasi della pandemia – di una “nazione di untori”, tanto nel continente europeo quanto nel resto del globo.
Un’interpretazione smentita clamorosamente solo in seguito, quando gli studi scientifici e le ricerche hanno permesso di individuare le origini del primo caso (nonché focolaio) europeo a Monaco di Baviera il 24 gennaio scorso.

Nel frattempo, quella che doveva essere “una banale influenza” che “non doveva creare allarmismi” di alcun tipo ha mietuto più di 26.600 morti nel nostro Paese (con il numero destinato a salire ancora, chissà per quanto). Numeri che hanno portato il governo italiano a estendere, lo scorso 11 marzo, le drastiche misure di quarantena sull’intero territorio nazionale per contrastare la diffusione spasmodica del virus, una prima fase che si concluderà il prossimo 4 Maggio, nella speranza che non venga poi revocata.
Intanto l’Italia è stata oggetto di scherno e insulto da parte della “satira” francese di Canal+ , di un popolare “medico” britannico che ha definito l’agire italiano contro il virus come “una scusa per una lunga siesta” e, infine, dell’ipocrisia delle testate tedesche Bild e Die Welt che nel giro di due giorni (8 e 9 aprile) hanno mostrato fredda vicinanza e brutale disprezzo giocando sull’immagine stereotipata del nostro Paese.

Questa digressione è necessaria per avere un riscontro cronologico sui fatti che hanno visto coinvolto in prima linea il nostro Paese e sulla stessa percezione dell’immagine del sistema Italia nel mondo, come stimolo per comprendere il ruolo dell’Unione Europea nel fronteggiare la pandemia di COVID-19 e nel sostenere la situazione emergenziale che sta coinvolgendo gli stessi Stati membri. Un’istituzione che dimostra vicinanza e solidarietà verso determinati attori solo sulla carta, con una retorica alquanto nauseante: alle allora “rassicuranti” parole della nuova guida della Commissione Europea Ursula von der Leyen dello scorso 11 marzo, hanno fatto seguito le “parole al miele” della nuova guida della BCE Christine Lagarde e il conseguente tonfo di Piazza Affari (-16,9%, la peggior seduta della sua storia). Era il 12 marzo e sovviene il dubbio che forse non fossero “tutti italiani in Europa”.

Così come probabilmente non lo erano il 18 marzo, quando il governatore della Oesterreichische Nationalbank Robert Holzmann dichiarava al Der Standard che “la crisi avrebbe fatto pulizia”, contribuendo a una nuova burrasca sul già debilitato sistema economico-finanziario del nostro Paese. Come non lo erano gli sloveni, al pari degli stessi austriaci, quando nello stesso giorno provvedevano a chiudere i propri confini con l’Italia.

È alquanto più logico pensare che nessuno, in Europa, sia italiano, ma che ognuno, in Europa, sia cittadino della propria nazione d’appartenenza e ragioni, di conseguenza, secondo gli interessi del proprio Paese travolto da questa emergenza. Egoismo? No, interesse nazionale.
Ed è altrettanto logico pensare che l’unico Paese che non abbia ben chiaro questo assioma sia proprio quella martoriata Italia travolta dalla COVID-19, che nonostante i numeri tragici degli ultimi due mesi, nonostante sia stata lasciata da sola nella fase più critica della pandemia salvo poi essere “aiutata” – a pagamento, va specificato – dalla “redenta” Cina con una magistrale opera di soft power (da spiegare a chi stoltamente ringrazia Pechino), persiste nel perseguire una visione che guardi al bene collettivo dell’Unione Europea anziché focalizzarsi sulla salvezza del proprio Paese.

Le “scuse ufficiali e formali” della von der Leyen dello scorso 16 aprile sono utili nella sola forma, quando appaiono più che altro un senso di colpa passeggero. L’intervento prepotente della BCE, per rimediare ad alcune “dichiarazioni inopportune” con l’acquisto dei titoli di Stato italiani in sofferenza, permette di dare ossigeno ai polmoni finanziari di quel paziente oncologico che è la nostra Nazione, rimandando i problemi sostanziali di questo aiuto a tempi lontani, chissà quanto lontani. Ma non può mutare il fatto che nel primo trimestre del 2020 la Borsa di Milano abbia perso il 27,5%, bruciando così tre anni dei suoi guadagni.

Infine, l’intervento europeo nella tripla battaglia che si sta affrontando (sanitaria, economica e sociale) è di dubbia utilità nel momento in cui gli strumenti selezionati, concepiti e discussi (BEI, SURE e MES) risultino inadeguati oltre che poco efficaci nel proprio ammontare complessivo (se dobbiamo prendere a riferimento le catastrofiche stime del Fondo Monetario Internazionale sul crollo del PIL globale) e rappresentino un cappio da stringere al collo dei PIIGS per il bene dei ben più floridi sostenitori del rigore: l’ampio stormo di falchi che si muove dall’area Benelux alla Finlandia, passando per la Lettonia, l’Austria e la Germania (con l’intervento machiavellico aggiuntivo della Francia).

La cronaca recente sugli ultimi due incontri dell’Eurogruppo (26 marzo e 9 aprile) ha mostrato come lo scontro polarizzato tra il fronte del “debito comune” guidato dall’Italia e quello del ligio rigore dell’Olanda – vera e propria pedina tedesca – abbia visto prevalere quest’ultima.

Nel mezzo, sono state sprecate due settimane al costo di vite umane.

Intanto, la linea italiana dell’emissione di titoli di debito comune e del rifiuto del MES come opzione valutabile nel pacchetto di soluzioni comunitarie si è sciolta come neve al sole, mentre il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e l’attuale Commissario Europeo per l’Economia Paolo Gentiloni comunicavano soddisfatti il risultato (e “l’avanzamento”) negoziale ottenuto dal governo Conte.

Contemporaneamente va in scena l’avanspettacolo di una classe politica divisa tra chi difende il risultato per il bene dell’Europa (e poi dell’Italia) e chi guarda – con presunto “fare costruttivo” – a formule economico-sociali di stampo liberale stantie di venticinque anni o a un cambio della guida del Paese, puntando su figure come quella dell’ex-guida della BCE Mario Draghi in mezzo a tante piroette comunicative tramite social.
Una menzione d’obbligo anche sul dibattito interno che sta avendo luogo nel Movimento 5 Stelle, che al riguardo ha da sempre mostrato una propria opposizione al MES a livello di base politica ma che deve tenere conto anche delle dinamiche governative in atto.

Insomma, pur di salvare l’Unione Europea e di non squarciare definitivamente il velo dietro al suo sistema e alle sue fragili fondamenta, svelate forse nella loro più autentica meschinità da questa catastrofe, si è disposti a fare qualsiasi cosa – ad accettare di vivere
da soggiogati per qualche tempo fino a quando, alla fine, la campana non suonerà a morto – e non si è disposti a fare l’unica cosa che andrebbe fatta: decretare la morte della stessa Unione.

Fare autocritica circa la recente storia politica italiana degli ultimi tre decenni a livello nazionale e comunitario è importante, anche per chi non ha vissuto e visto il percorso storico del secondo dopoguerra.
Essere ciechi e pagare il prezzo delle scelleratezze di generazioni passate per poi darlo in lascito alle generazioni future, però, è da stolti; o, fatto assai più grave, vuol dire essere in evidente malafede, quando è divenuto palese, proprio grazie a questa pandemia, come il pensiero ispiratore dei “padri fondatori” dell’Unione (tra i quali Alterio Spinelli, promulgatore del Manifesto di Ventotene) altro non fu che una mera illusione utopica, di cui coloro che non hanno abbandonato la propria “ragion di Stato” hanno saputo approfittare, al netto degli schieramenti politici.

Guglielmo Vinci e Denise Campaniello per www.policlic.it


[1] Dati aggiornati al 14 Aprile 2020
[2] M. Botta, “Competition Policy: safeguarding the Commission’s competences in State aid control”, in G. Falkner (a cura di), EU Policies in Times of Crisis, Routledge, Londra, 2018.

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