“Ma li posso riabbracciare i miei nipoti dopo il vaccino?”

“Ma li posso riabbracciare i miei nipoti dopo il vaccino?”

Dubbi, paure e lavoro dietro alla campagna di vaccinazione di massa più importante del XXI secolo.

“Salve signora, ha fatto il vaccino per l’influenza quest’anno?”

La mia anamnesi per la vaccinazione anti COVID comincia sempre così. Alle spalle di questa domanda c’è il lavoro dei colleghi che in passato hanno raccolto già l’anamnesi patologica dell’assistito, e sulla base di questa domanda soltanto si potrebbe stabilire l’idoneità o meno alla vaccinazione perché, se non sussistono controindicazioni alla vaccinazione anti-influenzale, verosimilmente non sussistono nemmeno controindicazioni assolute alla vaccinazione anti COVID.

Collaboro con un medico di famiglia per quanto riguarda le attività di vaccinazione e sono anche un medico USCAR (Unità Speciali di Continuità Assistenziale Regionali). Lavoro presso l’hub vaccinale dell’IRCCS Spallanzani o, a seconda delle necessità, in altri punti vaccinali periferici in provincia, anche se al momento, da febbraio 2021, sono uno specializzando in Pediatria e quindi il mio tempo viene per la maggior parte assorbito dal lavoro in ospedale e dalla formazione specialistica.

Le USCAR sono un’entità regionale (un unicum in Italia, visto che sono state organizzate a livello locale per lo più) nata dall’input del presidente della FIMMG (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale), il dottor Pierluigi Bartoletti, e il direttore sanitario dell’IRCSS Lazzaro Spallanzani, il dottor Francesco Vaia.

Durante la pandemia le USCAR si sono occupate di molteplici attività: effettuazione di tamponi presso drive-in e aeroporti, visite, ecografie polmonari e tamponi domiciliari, sorveglianza sanitaria presso RSA e hotel COVID e infine, negli ultimi mesi, attività di vaccinazione a domicilio o presso i punti di vaccinazione.

Esse sono composte da medici dal background variegato: medici di medicina generale in formazione, medici di medicina generale già formati, specialisti, specializzandi, medici neo-abilitati nonché ovviamente personale infermieristico.

La vaccinazione di massa richiede ovviamente misure straordinarie e la raccolta dei dati anagrafici, quella dei consensi informati e la visita medica, nonché l’effettiva somministrazione del vaccino e la successiva fase di osservazione, avvengono in rapida successione – quasi in catena di montaggio, si potrebbe dire – per ridurre i tempi e massimizzare i risultati.

Allo Spallanzani, ad esempio, i pazienti all’esterno vengono accolti dal personale amministrativo che si occupa della registrazione delle anagrafiche e di verificare, insieme a personale medico di supporto, la corretta compilazione dei prolissi consensi informati. Questi ultimi constano del consenso informato vero e proprio, con la relativa nota informativa, e di due schede anamnestiche, una generale e una relativa alla COVID. Infatti, se si è contratto il virus nei tre mesi precedenti alla vaccinazione, non ci si può vaccinare, mentre se lo si è contratto tra i tre e i sei mesi precedenti ci si vaccina, ma con una sola dose, perché l’infezione fa da “prima dose” naturale.

Una volta disbrigate le procedure di accettazione i pazienti si accomodano nella sala adibita alla vaccinazione vera e propria, dove avviene sia il colloquio con il medico che la somministrazione del vaccino: ci sono file da 4 o 6 poltrone che vengono assegnate a un medico e a un infermiere.

Il medico procede quindi a verificare che i consensi siano stati correttamente firmati e rivede insieme al paziente la scheda anamnestica generale e la scheda anamnestica specifica per la COVID.

I vaccini attualmente disponibili in Italia, come noto, sono tre: Vaxzevria (AstraZeneca), Comirnaty (Pfizer) e infine il vaccino di Moderna.

Il primo vaccino, AstraZeneca, utilizza una tecnologia meno innovativa degli altri che in passato è stata utilizzata, ad esempio, anche nello sviluppo del vaccino anti ebola, ossia quella del vettore virale: il vaccino contiene infatti un adenovirus (i virus del raffreddore) al quale è stato tolto il gene della replicazione e che quindi non è in grado di moltiplicarsi nel corpo. All’interno del vettore si trova l’RNA messaggero che codifica per la proteina Spike del virus SARS-CoV-2, ossia quegli “spunzoni” che costituiscono la “corona” del coronavirus e che mediano l’ingresso del virus nella cellula.

L’adenovirus “infetta” una cellula sana e inserisce al suo interno l’RNA messaggero, che costringe la cellula sana a produrre tante copie della proteina Spike. Queste copie vengono successivamente intercettate dalle cellule del sistema immunitario, che inizia a produrre anticorpi diretti contro la proteina Spike (immunità umorale, ossia le IgG che andiamo a vedere quando facciamo il sierologico); linfociti NK che sono in grado di trovare e distruggere le cellule che covano al loro interno il SARS-CoV-2 (immunità cellulare che non può essere misurata con test di laboratorio disponibili per la popolazione generale); e linfociti B della memoria che vanno nel nostro midollo e rimangono dormienti in attesa di essere riattivati da un nuovo contatto con il virus. Questa tecnologia è tra l’altro la stessa del vaccino Sputnik V e di quello prodotto da Johnson & Johnson.

I vaccini di Moderna e Pfizer – nonché il vaccino Curevac, prodotto in Germania e che verosimilmente sarà approvato in estate – utilizzano una tecnologia molto più nuova, ossia quella a RNA: invece di avere un adenovirus che funge da vettore, le molecole di RNA sono avvolte da uno strato di fosfolipidi, ossia molecole di grasso, che ne permettono l’endocitosi da parte delle cellule. Queste molecole di RNA rivestite da grasso sono tuttavia molto instabili, motivo per cui la conservazione di questi vaccini è molto complessa e richiede temperature molto basse (-20°/-25°C) e i vaccini in sé hanno una scadenza molto breve.

“Ma dottore, quale vaccino mi fate oggi? AstraZeneca? Non è meglio se aspetto?”

Tutti i vaccini attualmente approvati sono sicuri ed efficaci al 100% nel prevenire la malattia grave. Moderna e Comirnaty sono più efficaci di AstraZeneca nel prevenire la malattia sintomatica.

Se un anziano sano, senza patologie particolari, sviluppa una sindrome simil-influenzale con tosse, febbre, mialgie, artralgie, ci sono ottime possibilità che non siano necessarie né l’ospedalizzazione né una terapia particolarmente aggressiva.

Se un anziano con l’apparato respiratorio compromesso da una fibrosi polmonare o con un diabete scarsamente controllato o con uno scompenso cardiaco importante sviluppa una malattia sintomatica, è più probabile che necessiti di una ospedalizzazione e di cure più intensive.

Quindi la risposta a quale vaccino è meglio somministrare sta nella prima scheda, quella anamnestica, che il paziente compila e che rivede insieme al medico. Se il paziente è stato indirizzato a un centro che effettua solo vaccinazioni con AstraZeneca, gli verrà negata la vaccinazione e verrà nuovamente prenotato per effettuare la vaccinazione in un centro che abbia a disposizione un vaccino a RNA, più adatto per un paziente fragile che potrebbe sviluppare complicanze anche in caso una malattia lieve. La risposta breve alla domanda, tuttavia, è che il miglior vaccino è il primo disponibile per il singolo paziente.

“Ma dottore, io sono allergica alle noccioline e poi una volta ho preso un antibiotico e mi sono venute tutte bolle. Lo posso fare il vaccino? So che ci sono gravi reazioni allergiche…”

Questa è la seconda domanda più frequente da parte dei pazienti. Tutti i locali in cui vengono somministrati i vaccini, dagli studi di medicina generale ai centri vaccinali, sono dotati di dispositivi per il primo soccorso e di farmaci adatti a trattare reazioni allergiche, anche gravi. Quando i vaccini vengono effettuati al domicilio del paziente, ovviamente il personale sanitario ha a disposizione tutti i presidi per il primo soccorso.

I pazienti che hanno avuto reazioni lievi a farmaci o eccipienti, i pazienti che hanno allergie alimentari o a inalanti possono vaccinarsi in tranquillità rispettando i 15 minuti di osservazione dopo la somministrazione, periodo nel quale avvengono la maggior parte delle reazioni allergiche gravi. I pazienti che invece hanno una storia di anafilassi possono vaccinarsi, ma devono attendere per un’ora in osservazione perché sono più a rischio di sviluppare reazioni gravi.

I pazienti che purtroppo hanno avuto una reazione avversa grave di tipo allergico ai vaccini anti COVID non possono sottoporsi alla seconda dose, ma devono essere indirizzati a un servizio specialistico di immunopatologia allergica al fine di individuare l’allergene responsabile della reazione.

“Ma li posso riabbracciare i miei nipoti dopo il vaccino?”

E questa invece è la domanda più difficile, perché la risposta non è mai quella che il paziente vuole sentirsi dire. È la domanda che, dopo aver visitato cento persone in una manciata di ore, ti ricorda sempre l’importanza che quel gesto ha per ognuna di queste cento persone.

“No. Purtroppo, nonno, non puoi riabbracciare i tuoi nipoti dopo il vaccino, non puoi togliere la mascherina, non puoi smettere di igienizzare le mani e rispettare il distanziamento sociale.”

I vaccini in questo momento ci sono, ma non abbastanza. La rete dei centri vaccinali è pronta, per la maggior parte, ma il problema è che il numero di dosi è insufficiente. In Italia ci sono più di 30.000 medici di medicina generale che potrebbero contribuire in maniera significativa alla campagna vaccinale, ma che al momento hanno pochissime dosi a disposizione.

Senza una immunità di gregge che riduca efficacemente la circolazione virale, e senza una adeguata copertura delle fasce più a rischio della popolazione, purtroppo la vaccinazione non permette di modificare le abitudini che ormai abbiamo fatto nostre e che hanno messo, per certi versi, la nostra vita in pausa.

“Dotto’, io a novant’anni ce so’ arrivata, dice che co’ ‘sto vaccino arrivo pure a novantuno?”

“Anche a centoventi, signora.”  Nella speranza che presto potrà tornare ad abbracciare chi ama.

Giorgio Colletti per www.policlic.it