Presidenzialismo e pueblo unido: l’eredità della dominazione spagnola in America latina

Antonio Herrera Toro, "Muerte de Simón Bolívar" (1889) Fonte: Wikimedia Commons

Indice: La dominazioneL’indipendenzaLa “grande illusione” – Il Secondo conflitto mondiale – Il ritorno ai miti del passato

Le elezioni dello scorso 27 ottobre in Argentina hanno segnato il ritorno del peronismo con Alberto Fernández e la sconfitta del Presidente uscente, il repubblicano Mauricio Macri. Una vittoria netta per la quale non si è nemmeno arrivati al ballottaggio e che vede il ritorno, stavolta in veste di vicepresidente, di una figura ben nota agli argentini: l’ex presidente Cristina Fernandez de Kirchner. Nel frattempo, in Cile, il popolo si è riversato nelle strade a causa dell’aumento dei prezzi dei biglietti dei pubblici trasporti, ma la radice del problema è quel malsano sistema ereditato dalla dittatura di Pinochet. Il mea culpa di Sebastian Piñera e il rimpasto del governo non sono sufficienti per rimediare; i cileni hanno deciso di combattere contro un sistema considerato anacronistico.

Anche in Bolivia il popolo è sceso in piazza dopo le elezioni dello scorso 20 ottobre, che hanno visto riconfermare per il quarto mandato il Presidente Evo Morales. Così come in Argentina, anche in Bolivia non è stato necessario arrivare al ballottaggio; Morales ha infatti ottenuto il 47,08% dei voti, contro il 36.51% del centrista Carlos Mesa (il sistema elettorale boliviano, come quello argentino, proclama vincitore il candidato che ottiene più del 50% dei voti o che superi del 10% il secondo candidato più forte). Un netto calo per Morales, che nel 2014 aveva ottenuto la vittoria con il 60,9%. Il leader centrista dell’opposizione Carlos Mesa e i suoi sostenitori accusano Morales di brogli elettorali e chiedono nuove elezioni generali sotto la supervisione della comunità internazionale. Disordini, blocchi stradali e scontri nei principali centri del Paese tra sostenitori e oppositori hanno infervorato le strade boliviane. Solo una manciata di giorni fa però, Evo Morales si è dimesso dalla sua carica, ha lasciato il Paese e ha trovato asilo in Messico. “Fa male lasciare il Paese per motivi politici, ma resterò vigile. Presto tornerò con ancora più forza ed energia”, scrive Morales su Twitter. E intanto l’esercito di William Kaliman prende il potere.

Spostandoci a nord, la situazione del Venezuela, che fa parlare di sé dal 2013, non sembra affatto migliorare. Le forze armate fedeli al Presidente Maduro hanno represso le proteste popolari degli ultimi mesi e il numero di prigionieri politici è arrivato attorno a 500 solo negli ultimi due mesi (e a più di 15.100 dal 2014, secondo il Foro Penal). Nemmeno il dialogo tra Maduro e Guaidó mediato da Unione Europea, UNHCR e OIM ha portato qualche cambiamento. E ora l’inchiesta contro l’autoproclamato presidente ad interim per l’accusa di presunti legami con la gang colombiana del narcotraffico Los Rastrojos non fa che incrementare l’incertezza tra il popolo venezuelano e gli spettatori esterni sul futuro del Paese.

Presidenti forti e rivolte popolari sono due elementi che accomunano le vicende politiche di questi Paesi. L’America latina è una regione in cui l’ombra della dittatura personale, del populismo, dei militari ricompare ciclicamente nelle moderne democrazie. Quali sono le motivazioni? La presenza spagnola durante la colonizzazione, l’influenza degli ideali illuministici e il pensiero liberale sono il punto di partenza dell’evoluzione degli Stati sudamericani. Sono democrazie giovani, con un passato travagliato e con una cornice culturale tanto complessa quanto peculiare. Ma proprio la storia di questi Paesi, intimamente legati tra loro a partire dal passato coloniale e dall’ottenimento dell’indipendenza, è la chiave per comprendere gli avvenimenti moderni e il tipo di presidenzialismo dell’America latina.




Non si può comprendere il contesto socioculturale in America latina senza fare riferimento ai trecento anni di dominazione spagnola, fondamentali perché hanno diffuso nell’area la religione cattolica. La Spagna era all’epoca una potenza forte, con una grande forza militare e un vasto impero costruito tramite alleanze matrimoniali. Nel XVI secolo non si può parlare di colonizzazione, non c’era uno Stato al vertice (nemmeno esisteva il concetto di Stato). È più “comodo” parlare di colonie spagnole, ma in realtà i territori oltreoceano non erano semplici colonie, ma dei veri e propri nuovi regni spagnoli, i cui cittadini erano tali al pari di quelli della penisola iberica. Ma cosa teneva insieme questi regni? Cosa giustificava la presenza spagnola in Sud America? La risposta ricade proprio in quell’elemento caratterizzante della cultura iberoamericana, cioè la religione. L’allargamento della frontiera spagnola era giustificato dalla volontà di evangelizzazione: la condizione unificante è sempre stata la religione cattolica.

Ciò è essenziale perché contribuì a formare una certa idea di individuo: la religione non era solo una fede, ma un modo di concepire il mondo e organizzare il corpo sociale. Si delineò quindi una società che possiamo definire “organica” – un termine che fa pensare a un organismo vivente, al corpo umano, che in quest’ottica era un perfetto meccanismo creato da Dio. Questo sistema-corpo aveva una testa (il Re) e tante altre parti che collaboravano per il perfetto funzionamento della macchina (i regni). Ogni membro della società aveva diritti e doveri corrispondenti al corpo sociale a cui apparteneva. In questo tipo di società mancava il concetto di individuo in senso moderno; la persona esisteva solo in quanto appartenente a un gruppo sociale. Questa non era solo un’organizzazione sociale, era il modo di definire la società che si sarebbe sedimentato in quei secoli. Da qui la compattezza del popolo nelle battaglie contemporanee: l’individuo moderno, molto diverso dall’individuo che viveva nei reami spagnoli, ritrova ancora oggi quella stessa unanimità e si aduna per difendere le proprie pretese.

Questo popolo ha però dovuto fare i conti con lo Stato, o meglio, con la creazione dello Stato. Se nell’impero spagnolo si parlava di “suddito”, nell’800 l’individuo divenne cittadino e dovette trovare il modo di conciliare questo impulso all’unanimità con una organizzazione dello Stato in cui potesse trovarsi a proprio agio e che rispettasse il suo retaggio culturale.




Prima di parlare di popolo unito, pertanto, bisogna arrivare alla creazione di un cittadino consapevole e titolare di diritti, e per farlo è necessario ritornare alla caduta dell’impero spagnolo. Quando Napoleone entrò in Spagna, imprigionò il Re, tagliando la testa all’impero spagnolo. Ma se non c’era più il Re, esclusivo simbolo dell’unità e testa del grande organismo dell’impero, chi aveva il potere? L’unica città libera dai francesi era Cadice, porto di scambio commerciale con le Americhe, una città viva, cosmopolita, multietnica e multiconfessionale. Le élite di Cadice decisero di riunirsi nell’attesa del ritorno di Fernando VII, denominato el deseado, creando delle Juntas. Anche le élite dei reami ispano-americani inviarono i loro rappresentanti. Le Juntas non potevano rivendicare un potere di origine divina, quindi i nuovi liberali di Cadice ottennero la propria legittimazione da una fonte innovativa: la Costituzione. La società non era più un ordine naturale perfetto, bensì un contratto tra individui, legittimato tramite il voto. Quando Napoleone cadde nel 1814, il deseado tornò sul trono, ma portò con sé la Restaurazione, rigettò la Costituzione e fece pentire tutti quelli che tanto lo avevano atteso.

Il dominio spagnolo non era più una via plausibile; l’impero era stato decapitato e ora bisognava ottenere l’indipendenza, bisognava mantenere i diritti e i privilegi garantiti dalle Costituzioni. Due grandi spedizioni portarono alla liberazione dell’America meridionale dal dominio spagnolo, per mano dei due libertadores: Jose de San Martin e soprattutto Simon Bolivar. I territori di nuova indipendenza dovevano raggiungere un ordine politico e per farlo bisognava creare dei nuovi Stati-Nazione, basati su una legge fondamentale. Le prime costituzioni post-dominio spagnolo erano costituzioni romantiche, che volevano lasciarsi alle spalle l’assolutismo, introdurre il federalismo e il parlamentarismo (un presidente forte avrebbe comportato il rischio di un ritorno al potere assoluto). Ma il nuovo ordine politico non si fondò mai su queste costituzioni e i Paesi di nuova indipendenza furono travolti da svariate guerre intestine. Iniziò a dominare ovunque la figura del Caudillo, un capo militare con un esercito privato che gestiva l’autorità basandosi non sulla Costituzione, bensì su relazioni sociali di tipo corporativo. Perciò alle élite liberali divenne chiaro che l’unico modo per imporre l’ordine era riportare “una testa”, ripristinare un collante dell’ordine politico: era necessario un Presidente.

Ancora oggi tutti gli Stati latinoamericani sono repubbliche presidenziali, un’eredità della dominazione spagnola, un simbolo della necessità di un leader che facesse da collante e l’origine del successo del populismo in Sud America. Stiamo parlando di una società abituata per quasi trecento anni ad agire come un gruppo, a essere guidata da un solo Re e amministrata in ciascun reame da viceré inviati dalla Corte Reale (quindi rappresentanti del potere del sovrano). Per ciascun individuo è stata una grande evoluzione ed era tutt’altro che scontato cogliere il proprio ruolo in uno Stato, un luogo in cui la singola identità conta, in cui poter far valere dei diritti e poter combattere per averli. Questo processo ha richiesto tempo per realizzarsi e nel mentre si sono susseguiti numerosi regimi militari; l’avvento dei populismi è una delle conseguenze. I moderni cittadini sudamericani sono cittadini coscienti dei propri diritti, che combattono le proprie battaglie e che hanno trovato una combinazione tra individualismo consapevole e unanimità: combattere insieme per difendere i diritti di ciascuno.




Le nuove Costituzioni avevano introdotto la figura del Presidente. Ora che lo Stato era formato, le élite liberali volevano che gli individui fossero cittadini, non sudditi. Durante la costruzione dello stato, l’ideologia positivista postulava il diritto/dovere delle élite di governare il Paese perché conoscevano le leggi per amministrare la società. Queste élite volevano creare un nuovo cittadino portavoce di valori liberali, quindi non erano tipiche élite conservatrici, conducevano anzi un processo di radicale modernizzazione. Per questo si parla di “grande illusione”: i liberali pensavano di poter conservare il potere quando le loro stesse politiche, essendo di modernizzazione, stavano creando i presupposti sociali per la nascita di ceti che avrebbero aspirato alla crescita, all’affermazione sociale, al potere. Insomma, stavano creando cittadini che avrebbero desiderato la fine del liberalismo e l’inizio della democrazia, la fine della politica di pochi in favore della politica di molti.

L’America latina aveva anche vissuto una fase di grande sviluppo economico e sociale fino alla Prima guerra mondiale, soprattutto grazie alla spinta data all’economia dai rapporti commerciali con l’Europa. Ma proprio a causa degli scambi commerciali, venne travolta dalla guerra: il modello di sviluppo fondato sull’import/export aveva creato un sistema economico globale e interconnesso, messo a repentaglio dal conflitto. La grave crisi che ne seguì tra le due guerre generò grande sfiducia nelle idee liberali e già negli anni Venti in America latina iniziò timidamente a crescere il ruolo dello Stato nell’economia. L’idea di base era comunque liberale (proteggere il capitale privato, la libera impresa e il libero commercio), ma lo Stato doveva cercare di prendere le redini di alcuni settori strategici dell’economia, soprattutto politica monetaria e politica creditizia. Questo processo conobbe un’accelerazione severa con la crisi del 1929 e l’America latina ne risentì soprattutto per la riduzione drastica della domanda dei beni esportati e per il crollo dei prezzi. Dato che il bilancio degli Stati dipendeva soprattutto dalle esportazioni, questo voleva dire dimezzare le casse dello Stato.

Fu in quegli anni che in America latina nacque il pensiero nazionalista, come conseguenza della sfiducia nel sistema globale e nelle idee liberali. La volontà era quella di creare una nazione coesa, organica, unita. Negli anni Trenta il ruolo dello Stato era sempre più ingombrante: non si limitava solo alla regolamentazione dell’attività economica, ma iniziava a postulare l’intervento attivo nella produzione tramite la nazionalizzazione di alcuni settori economici, la protezione del mercato interno e l’ostilità verso i capitali stranieri. Non a caso proprio in questa fase iniziò l’età militare: solo nel 1930 ci furono ben 6 colpi di stato militari. Il liberalismo era ormai anacronistico, non adatto alla società delle masse, e ritornarono alla ribalta gli attori della società organica: Chiesa e forze armate. Il liberalismo era fonte di divisione; bisognava ricostruire un’idealizzata armonia originaria. Questo nazionalismo si opponeva ai ceti sociali e alle élite che il liberalismo aveva diffuso, sentiva il bisogno di contrapporre un modello alternativo. Nacquero così diversi nazionalisti, di destra o di sinistra, ma tutti orientati verso modelli che richiamavano la tradizione organica, cioè unanimisti e gerarchici.




Il nazionalismo trovò vigore soprattutto durante il secondo conflitto mondiale, per motivi sia economici sia politici. Non avendo più partner europei nel commercio, i Paesi latinoamericani nazionalisti iniziarono a produrre localmente e per farlo avviarono un forte processo di industrializzazione che aveva l’obiettivo di renderli il più possibile autonomi. Questo era possibile soprattutto perché le grandi potenze erano tutte impegnate economicamente nel conflitto mondiale e non rappresentavano una minaccia concorrenziale nel mercato. Tuttavia i Paesi latinoamericani avevano ancora bisogno di alcuni incentivi economici per raggiungere maggiore sviluppo. Per questo un’altra conseguenza del conflitto mondiale fu l’avvicinamento agli Stati Uniti. Durante la guerra gli USA erano l’unico mercato facilmente raggiungibile e per gli statunitensi era importante che le materie prime latinoamericane non andassero ai nemici dell’Asse. Per l’America latina, gli Stati Uniti non erano solo l’unico partner commerciale, ma erano anche un arsenale di democrazia, ora che l’Europa non era più un modello da seguire.

Questi successi economici e politici ebbero grande successo nell’immediato, ma c’erano due problemi: il primo era che più l’America Latina si industrializzava, più aveva bisogno di capitali e investimenti, quindi l’industrializzazione aumentava la dipendenza. E questa era una grossa contraddizione, considerando che l’ideologia prevalente era il nazionalismo. Il secondo problema era che non tutte le industrie erano efficienti e competitive, e senza la competitività del mercato non erano incentivate a migliorare. Le industrie inefficienti causavano perdite, ma gli Stati (nazionalisti) si facevano carico di queste industrie attingendo alle proprie casse senza un effettivo ritorno economico. Questa inefficienza di sistemi produttivi dovuta alle barriere produttive ebbe ripercussioni nel tempo, soprattutto negli anni Ottanta, quando i Paesi latinoamericani precipitarono nell’iperinflazione. La rapida industrializzazione generò cambiamenti importanti anche dal punto di vista sociale: le grandi ondate di migrazioni interne dalla campagna alla città crearono una nuova classe operaia, che però era costretta a vivere nelle periferie delle grandi città in condizioni impietose. Nonostante i deficit delle amministrazioni pubbliche, molti Stati si impegnarono nella scolarizzazione della popolazione; così, industrializzazione e scolarizzazione crearono due nuovi soggetti sociali fondamentali: gli operai e gli studenti.




Negli anni Trenta la liberal-democrazia non aveva attecchito, anzi avevano dominato le dittature militari: in Messico c’era un partito unico, in Brasile ci furono due colpi di stato, in Perù, Venezuela e America centrale ci furono lunghe dittature. Tuttavia, già dopo la Seconda guerra mondiale ci fu una riproposizione degli ideali liberal-democratici, che riacquistarono molto prestigio soprattutto grazie agli Stati Uniti. Dal 1944 ci fu una grande ondata di democratizzazione; ad esempio Perù e Venezuela furono tra i primi che nel 1945 conobbero libere elezioni democratiche a suffragio universale, entrambe vinte da forze moderate vicine alla liberal-democrazia.

Questi decenni di cambiamento vanno collocati su uno sfondo ideologico: una guerra ideologica permanente tra liberalismo (portavoce del sistema capitalista e liberaldemocratico) e nazionalismo. Come riuscirono le istituzioni latinoamericane a metabolizzare questi radicali cambiamenti? E quale delle due tradizioni storiche si dimostrò più forte? Organicismo o liberalismo? La storia ci mostra che subito dopo il conflitto mondiale, salvo alcune eccezioni, le istituzioni liberali non riuscirono ad affrontare la sfida e i regimi di tradizione organica ebbero maggiore fortuna. La democrazia non si consolidò, non riuscì ad assorbire le sfide portate dalle trasformazioni economiche e sociali o a istituzionalizzare lo scontro tra i due grandi universalismi della guerra fredda. Solo Cile e Uruguay (fino agli anni Settanta) e Costa Rica ci riuscirono. Il crollo delle democrazie non fu uguale per tutti: in alcuni Paesi la democrazia crollò proprio per mezzo delle elezioni, in altri crollò perché i militari colsero l’occasione della Guerra fredda per sventare la minaccia comunista e chiudere le istituzioni rappresentative. Un caso emblematico fu quello di Perù e Venezuela nel 1948: entrambe avevano vissuto la prima esperienza democratica nel 1945 e insieme la videro sfumare nel 1948 con i colpi di stato militari del generale Odria in Perù e del generale Himenez in Venezuela. Questi colpi di stato, più che all’anticomunismo di Washington, si ispiravano all’anticomunismo di Peron, nazionalista e socialista.

Tutto il decennio successivo vide il crollo delle democrazie, in modo differente per ciascuno Stato. In alcuni Paesi la minaccia comunista rischiava di portare caos sociale e “l’unica soluzione”, secondo i militari, era ripristinare l’ordine imponendo regimi disciplinati (o sarebbe più corretto dire “controllati”). Altri Paesi, invece, che avevano digerito meglio i cambiamenti della prima metà del secolo, consideravano impensabile il ritorno a dittature militari e videro quindi un’evoluzione delle istituzioni in senso autoritario. Un caso più emblematico in quegli anni fu quello del peronismo argentino, nato dentro la democrazia grazie alle elezioni e promotore di un nuovo ideale, di una terza via: el justicialismo.

In entrambi i casi, che fosse autoritarismo o dittatura militare, la liberal-democrazia venne sconfitta e si imposero ovunque modelli antidemocratici. I nuovi leader sapevano di potersi aggrappare all’antico retaggio coloniale, che l’organicismo persisteva nella società sudamericana, ma ormai dovevano fare i conti con dei cittadini, non più con dei sudditi; ormai il popolo sapeva cosa vuol dire democrazia. E questo valeva negli anni Cinquanta tanto quanto vale oggi.

Denise Campaniello per www.policlic.it


Fonti bibliografiche

  • Chaunu, Pierre (1964). Historia de América latina. Buenos Aires: Eudeba.
  • Morelli, Federica (2015). L’indipendenza dell’America spagnola. Dalla crisi della monarchia alle nuove repubbliche. Milano: Mondadori Education.
  • Zanatta, Loris (2010). Storia dell’America Latina Contemporanea. Roma-Bari: Laterza.
  • Zanatta, Loris (2014). La nazione cattolica. Chiesa e dittatura nell’Argentina di Bergoglio. Roma-Bari: Laterza.

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