La ricerca della verità attraverso il dialogo

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Una riflessione di Hannah Arendt su Socrate

L’essere umano è da sempre amico della verità. E infatti la storia ci insegna che alcuni di loro molto più di altri l’hanno ricercata, invocata e difesa, anche a un costo molto alto, come, in casi estremi, il sacrificio della propria vita. Non possiamo raccontare chi fossero questi uomini e gli ideali per i quali si siano battuti. Accontentiamoci, perciò, del piacere di ricordare un nome su tutti, per l’enorme impatto che ha avuto sulla nostra civiltà: Socrate.

Controversa è la questione se sia corretto parlare della verità o se non esistano, invece, certezze assolute, ma solo opinioni giustificabili esclusivamente all’interno di un dato contesto di riferimento. Da una parte, gli ideali religiosi, etici e politici che avanzano pretese di enunciare verità assolute sono poco propensi ad accogliere e includere punti di vista diversi, sminuendo, perciò, il valore che siamo soliti riconoscere alla diversità e alla pluralità, così favorendo una concezione monistica per la quale esiste una sola e unica verità. Non mancano, d’altro canto, le critiche contro il relativismo, cioè l’insieme delle tesi secondo le quali la verità potrebbe essere determinata solo facendo riferimento a fattori contingenti e a una serie di variabili e non esisterebbero, dunque, verità in senso assoluto. Per i detrattori, esso rappresenterebbe una minaccia tale da minare alla base la possibilità di edificare un saldo sistema di conoscenze e valori che possa orientare l’esistenza umana. Come “compromesso” e valida alternativa tra le posizioni relativistiche e le concezioni di stampo monista, dopo aver fatto alcuni cenni al funzionamento del metodo dialogico nella filosofia socratica, intendiamo qui proporre un’interpretazione di Socrate che la filosofa Hannah Arendt ha presentato all’interno di un corso universitario che tenne negli USA.


Il dialogare platonico

Il metodo socratico si basa su domande e risposte tra Socrate e le persone con le quali egli si trova a dialogare. Una fase fondamentale consiste nel dimostrare l’infondatezza delle opinioni (δόξαι) e della presunzione di sapere degli interlocutori, abituati a formulare opinioni in modo acritico e dogmatico, adattandosi a usi e costumi della società alla quale appartengono. Nel Teeteto, Socrate paragona il proprio metodo all’arte della levatrice, la maieutica: come la levatrice aiuta le madri a partorire i figli, così Socrate aiuta l’interlocutore a “partorire” idee e opinioni personali, senza volere, a differenza dei sofisti, imporre le proprie convinzioni con labilità della retorica. Socrate si limita, infatti, a mostrare come le tesi che l’interlocutore presenta come verità siano contraddittore o infondate, fino a quando quest’ultimo prende consapevolezza della propria ignoranza.

Per permettere al “dialogare” (διαλέγεσθαι) di procedere in modo corretto è necessario che l’interlocutore accetti le premesse stabilite (ὁμολογίαι), nella misura in cui egli le ritiene giuste. L’essere persuasi implica necessariamente la volontà di agire in modo conforme a ciò che si è ritenuto giusto, poiché nell’etica socratica è impossibile riconoscere qualcosa come un bene, senza che lo si voglia mettere in pratica, cioè tradurre in un’azione conforme. A proposito del bene nella prospettiva socratica, riporto le parole di Giannantoni, uno dei maggiori esperti del pensiero socratico:

Nessuno fa il male deliberatamente – argomenta Socrate – perché il bene, una volta conosciuto, attrae irresistibilmente il desiderio e la volontà, e non può quindi non essere perseguito e attuato; e se qualcuno, nel suo comportamento, non attua il bene, è perché non  lo conosce come tale, e attua così quel che crede esser bene per lui e che invece può essere male: ché, se conoscesse il bene, non potrebbe non perseguirne l’attuazione, dato che esso gli si presenterebbe senz’altro come l’oggetto massimamente preferibile e vantaggioso per lui[1].

E in seguito:

Nel caso del comportamento morale […] la conoscenza del bene è condizione necessaria e sufficiente: sapere cosa è il bene significa essere capaci di raggiungerlo e volerlo raggiungere. Se qualcuno agisce male la sua azione è contraria a ciò che realmente è il bene, e questo senso ‘oggettivo’ è ciò che caratterizza l’interpretazione platonica della tesi socratica. Ne risulta che la tesi dell’involontarietà del male è ristretta quei casi in cui l’agente conosce il ‘vero scopo’ e il ‘bene reale’ è l’oggetto del suo desiderio[2].

Fatti questi cenni al metodo dialogico nella filosofia socratica, passiamo ora a esaminare la riflessione di Hannah Arendt su Socrate.


Hannah Arendt su Socrate e il “tradimento di Platone”

Socrate è la traduzione italiana curata da I. Possenti[3] della terza e ultima parte di un corso universitario con il titolo di Philosophy and Politics: The Problem of Action and Thought after the French Revolution, che Hannah Arendt tenne presso la Notre Dame University nel 1954. Il testo nella traduzione italiana è strutturato in cinque paragrafi titolati, preceduto da un’introduzione scritta sempre da Possenti e corredato di due saggi critici di estremo interesse, in ordine: “Il Socrate di Hannah Arendt” di A. Cavarero (pp. 73-98) e “Letture Socratiche: Arendt, Foucault, Patočka” di S. Forti (pp. 99-123).

Secondo la tesi principale che Hannah Arendt espone in Socrate, Platone avrebbe “tradito” il suo maestro, dopo che con la morte di Socrate si era aperta “una scissione millenaria” tra filosofia e politica. Cerchiamo di capire in breve i motivi dell’accusa di tradimento. Come abbiamo visto sopra, Socrate esorta gli interlocutori con i quali si trova a dialogare a giustificare le proprie opinioni e credenze, senza mai contrapporre, però, certezze apodittiche e senza presentare soluzioni definitive. Nell’interpretazione arendtiana, la doxa socratica si basava sul fatto che la realtà si manifesta in modo diverso a ciascun essere umano, tuttavia, due persone riescono a dialogare e a capirsi, nonostante abbiano diverse doxai. A questo proposito, Arendt osserva che non si tratta di ricercare una verità uguale per tutti gli uomini, non può esserci, ma di “rendere veritiera la doxa, vedere la verità in ogni doxa e discorrere in modo che la verità di uno, della sua opinione si riveli a lui stesso e agli altri” (p. 40).

Socrate, con la sua maieutica, l’arte dell’ostetricia, si propone di rendere consapevole ogni cittadino della doxa che possiede, rendendo in questo modo “la città più veritiera”.  Il “so di non sapere socratico” significa, infatti, la presa di consapevolezza di non avere una verità per tutti, e l’oracolo riconosce a Socrate il titolo di “più sapiente di tutti gli uomini” per aver accettato i limiti insiti nel dokein, l’apparire. Socrate dà un principio guida all’uomo che vuole esporre in modo veritiero la sua doxa, cioè “essere d’accordo con se stesso” : “un essere umano non può mantenere intatta la propria coscienza se non può mettere in atto il dialogo con se stesso, cioè se perde la possibilità della solitudine, che è necessaria per ogni forma di pensiero” (p.47).

Nonostante la fiducia riposta nella persuasione, Socrate, il quale ha voluto esercitare una funzione politica nella sua città e non si è limitato a essere l’intellettuale arroccato nella sua torre d’avorio, fallisce nel suo tentativo di convincere i giudici della propria innocenza. Atene lo ha, infatti, respinto, giudicato e condannato a morte e per questo motivo, dopo la morte di Socrate, si verifica una scissione tra filosofia e politica, che non sarà più ricomposta. A causa del fallimento del maestro, Platone inizia a dubitare del valore della persuasione e della possibilità che il bene possa essere raggiunto nell’orizzonte della polis. E, in rotta con Atene e con la politica ateniese, fonda l’Idea di Bene su più solide basi, conferendole un posto d’onore, sopra e oltre la città, nel sicuro mondo dell’Iperuranio. Per Arendt, con questa pretesa Platone introduce “una tirannia del vero”, perpetrando un “tradimento” contro il Maestro (p. 31), poiché per Platone la persuasione è intesa come il “dominio” di uno solo, mentre la doxa è considerata come l’esatto opposto della verità. Come Cavarero osserva, in una lettera a Jaspers del 4 Marzo 1951, facendo riferimento evidentemente al concetto di “male radicale” indagato nelle Origini del Totalitarismo, Arendt scrive che la filosofia occidentale non ha mai avuto “un concetto puro della realtà politica”, dal momento che essa ha parlato dell’uomo essendo “costretta dalla necessità” e secondario è stato il suo interesse per la pluralità. È opportuno specificare che il modello della Repubblica platonica non è considerato dalla filosofa come un preludio ai totalitarismi che contraddistingueranno la storia del XX secolo, ma l’accusa contro Platone è di essere “il padre nobile di un’ontologia falsa”, cioè fondata su enti fittizi e astratti, il che non permette di pensare un concetto puro di politica, portando a uno svilimento o addirittura a “una nientificazione” della pluralità[4] .


Tornare a Socrate dopo Platone

Per concludere, il modello della ricerca della verità nel e attraverso il dialogo, che Socrate ha attuato ed emblematicamente rappresentato, non ha esaurito la sua funzione storica. Tornare a Socrate dopo Platone rappresenta, infatti, una sfida per il presente, cioè la possibilità di recuperare un’idea di filosofia e di vita nella quale sia incoraggiata e promossa la ricerca di quanto di vero si trova nel singolare modo di vedere la realtà di ognuno di noi. La verità non è considerata, insomma, alla stregua di un assioma, come nella geometria euclidea, ma, al contrario, come l’esito di un processo, anzi come il processo stesso, con il quale l’uomo la ricerca, mettendosi in dialogo con altri uomini. Il senso della sfida di recuperare Socrate dopo Platone risuona nella raccomandazione di Hannah Arendt: “I filosofi, se vorranno arrivare a una nuova filosofia politica, sfidando il loro necessario straniamento dalla vita quotidiana, dovranno però assumere come oggetto del thaumazein[5] la pluralità degli uomini, dalla quale sorge, nella sua grandezza e nella sua miseria, l’intera sfera degli affari umani” (p. 62).

Tommaso Longo per Policlic.it


Note bibliografiche

[1] Giannantoni, G., Dialogo socratico e nascita della dialettica nella filosofia di Platone, Bibliopolis, Napoli 2005, p. 257.

[2] Giannantoni, G., 2005, p. 288.

[3] Hannah Arendt, Socrate, a cura di ilaria Possenti, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015. Ho ripreso alcune riflessioni e considerazioni da Tommaso Longo, “Arendt, Socrate e la ‘scissione millenaria’ tra filosofia e politica”, in Storia del pensiero politico, 1/2017, pp. 143-145.

[4] Cavarero, A. in Arendt, H., Philosophy and Politics: The Problem of Action and Thought after the French Revolution, p. 80.

[5] Thaumazein è il meravigliarsi. Nella Metafisica, Aristotele sostiene che la filosofia avrebbe avuto origine dalla meraviglia.

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