La rivoluzione dello smart working e la società del futuro

Quali conseguenze per la digitalizzazione del lavoro?

Questo articolo è estratto dalla rivista Policlic n. 1 pubblicata il 27 maggio.

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Lo smart working tra innovazione e renitenza

È ormai un fatto che l’emergenza coronavirus abbia determinato la necessità di ripensare il modo di intendere il lavoro. Da marzo 2020, quando miliardi di persone si sono ritrovate costrette a riorganizzare le proprie esistenze per far fronte alla pandemia di COVID-19, il concetto di smart working ha fatto breccia nel cuore del dibattito sul futuro del mondo del lavoro.

Innanzitutto, è bene fare chiarezza sul concetto stesso di smart working. Infatti, quello sperimentato da milioni di individui durante il lockdown è stato per lo più telelavoro.  Quest’ultimo si differenzia dallo smart working per il fatto di essere condotto da casa o in uno specifico luogo decentrato rispetto all’ufficio, e per essere soggetto a ispezioni da parte del datore di lavoro al fine di verificare il normale svolgimento del lavoro in sicurezza e in adeguato isolamento. È una modalità lavorativa soggetta a orari precisi e a vincoli molto simili a quelli del lavoro da ufficio. Lo smart working, invece, si differenzia dal telelavoro per il fatto di poter essere svolto in un qualunque luogo sia presente una connessione internet. Può essere quindi svolto a casa, così come in un parco o in un ristorante. La grande innovazione del lavoro agile, però, riguarda l’autodeterminazione dell’orario di lavoro: gli smart workers possono decidere quante ore lavorare, purché raggiungano l’obiettivo prefissato con il datore di lavoro.  La definizione anglosassone flexible work rende più chiara la differenza rispetto al telelavoro. Nei paragrafi che seguono si alterneranno liberamente le espressioni “smart working”, “flexible work” e “lavoro agile”, onde evitare fastidiose ripetizioni che appesantirebbero la lettura.

Come anticipato, la chiusura forzata di uffici e stabilimenti industriali ha costretto manager e amministratori delegati a ristrutturare le attività professionali facendo ricorso al lavoro agile. Alcuni Paesi come Danimarca, Svezia, Paesi Bassi e Stati Uniti hanno vissuto questa transizione in maniera del tutto naturale. Altre nazioni, invece, storicamente più avverse al concetto di flessibilità da un punto di vista professionale, hanno dovuto fare affidamento sulla capacità di adattamento della propria forza lavoro. In questo contesto, l’Italia ha dimostrato una certa arretratezza rispetto ad altri Paesi europei. Secondo un rapporto Eurostat del 2018, la media europea di lavoratori stabilmente in regime di smart working si aggirava intorno all’11,6%, contro il 2% del Belpaese – la più bassa d’Europa dopo Cipro e Montenegro. Un dato assolutamente impietoso se si considera che, in seguito alla pandemia di COVID-19, potrebbero essere ben 8 milioni i lavoratori costretti a ricorrere al lavoro agile.

Benché il divario tra i Paesi del Nord Europa e quelli del Sud sia certamente rilevante, queste differenze devono tenere in considerazione le specificità delle economie delle singole nazioni. L’Italia, per esempio, è un Paese caratterizzato da un tessuto economico incentrato sull’attività del settore manifatturiero, così come lo è la Germania – dove il ricorso allo smart working, secondo il rapporto Eurostat 2018, si attesta attorno all’8,6%, rispetto, per esempio, al 31% di Svezia e Olanda. Tuttavia, il 2% dell’Italia assume una valenza ancor più deplorabile se si tiene in considerazione l’enorme numero di titolari di partite IVA a cui fanno ricorso le PMI.  Si evince, dunque, una generale tendenza a considerare i lavoratori indipendenti alla stregua di veri e propri dipendenti aziendali e, di conseguenza, una certa renitenza a implementare in pianta stabile il lavoro agile.

Ciononostante, la pandemia di coronavirus ha dimostrato all’opinione pubblica l’obsolescenza – se non addirittura la pericolosità – di una concezione del lavoro fondata sulla mobilità fisica dei dipendenti, in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso.  Rimanendo in Italia, in un’intervista rilasciata dal ministro delle Autonomie Francesco Boccia, emerge come, secondo un rapporto dell’Inail, ogni giorno i contagi di COVID-19 sul luogo di lavoro ammonterebbero a 300. Un numero apparentemente esiguo che deve comunque tenere conto delle misure di contenimento imposte dal Governo e del numero di contagiati non riportati dai dati ufficiali.

Di certo, l’emergenza coronavirus sta dimostrando come non sia più possibile trincerarsi dietro a una concezione del lavoro di stampo novecentesco. Il mondo ha compiuto passi da gigante in ambito tecnologico e, ormai, la possibilità di connettere individui residenti ai poli opposti della Terra è subordinata alla presenza di una buona linea internet e alla capacità di incastrare differenti fusi orari. Ecco perché, ora più che mai, una riflessione strutturata sul futuro del mondo del lavoro assume una valenza decisiva, soprattutto in un momento in cui l’introduzione di tecnologie all’avanguardia come il 5G, IOT (Internet Of Things) e l’intelligenza artificiale appare sempre più imminente.

Ad ogni modo, la riprogrammazione del modo di intendere il lavoro dovrà tenere in considerazione, oltre agli indiscutibili vantaggi, tutti quegli elementi potenzialmente dannosi per il futuro delle nostre società che lo smart working sarebbe in grado di scatenare. Chiaramente, le ipotesi che seguono si concentrano, per lo più, sugli effetti del lavoro agile nel lungo periodo e perciò devono tenere conto dei possibili sviluppi politici, economici e sociali del futuro.


Gli effetti benefici del lavoro agile: flessibilità, riduzione dell’impatto ambientale e fiducia

Il primo effetto positivo che l’introduzione del lavoro agile su larga scala potrebbe comportare ha a che fare con la gestione autonoma dei tempi di lavoro. La possibilità di lavorare da remoto, riducendo al minimo i tempi di spostamento – o addirittura abbattendoli – garantirebbe ai lavoratori molto più tempo a disposizione da dedicare ad attività extra-lavorative. Che si tratti di hobby, sport o momenti di socialità con amici e parenti, il ricorso al lavoro agile permetterebbe ai dipendenti aziendali di dedicare molto più tempo a se stessi. Come riportato dal “Corriere della Sera”, il lavoro da remoto garantirebbe un guadagno quotidiano di circa 89 minuti – il tempo mediamente impiegato dai pendolari italiani per recarsi sul luogo di lavoro – per un totale di oltre 7 giorni lavorativi all’anno. Per di più, di questi 89 minuti, i dipendenti ne reimpiegherebbero ogni giorno 21 proprio nell’attività professionale, per un totale di 2 giorni di lavoro in più all’anno per ogni dipendente. Proprio quest’ultimo dato permette di capire come a beneficiare del lavoro agile sarebbero anche le stesse aziende. Queste ultime, infatti, oltre a ridurre sensibilmente i costi dei locali dedicati al lavoro, vedrebbero aumentare la produttività dei propri dipendenti senza costi aggiuntivi. Una win-win situation per dipendenti e datori di lavoro che assicurerebbe un generale aumento della produttività.

Il guadagno sarebbe soprattutto in termini chilometrici. L’analisi del Corriere della Sera riporta come, grazie allo smart working, ogni lavoratore guadagnerebbe ogni giorno circa 62 chilometri, per un totale di 2.400 chilometri all’anno. La diminuzione degli spostamenti permetterebbe una riduzione annuale dell’impatto ambientale di 270 chili di CO2 nell’aria, pari a 18 alberi per ogni smart worker. A questo proposito, così riferisce un’indagine nazionale pubblicata da Enea riguardante l’effetto dello smart working e realizzata con 29 amministrazioni tra il 2015 e il 2018:

Si è ottenuta una progressiva e significativa riduzione degli spostamenti casa-lavoro-casa e, con essi, dei consumi e delle emissioni di CO2 e di inquinanti atmosferici […]. Gli spostamenti evitati con il lavoro a distanza […] sono cresciuti rispetto al 2015, a una media del 30% annuo, portandosi da 4.505.546 km a 9.821.555 km nel 2018.  Il corrispondente risparmio energetico è stato valutato sulla base del mancato uso di carburante suddiviso in quattro tipologie (benzina, diesel, GPL e GNC). Il costo per l’acquisto di combustibile evitato nel quadriennio sfiora i 2,3 milioni di euro. […] Dalla stima risultano, nel quadriennio, […] emissioni di CO2 evitate per circa 8.000 tonnellate e un risparmio per il mancato acquisto di carburante di circa 4 milioni di euro.  Per quanto riguarda ossidi di azoto e PM10, le tonnellate evitate sono state, rispettivamente 17,9 e 1,75.

I dati riportati nello studio, seppur relativi al quadriennio 2015-2018 e limitati a 29 amministrazioni, sembrerebbero confermare quanto una riduzione degli spostamenti per motivi di lavoro determinerebbe un  miglioramento della qualità dell’ambiente delle nostre città, la riduzione del traffico nelle aree centrali dei centri urbani, una diminuzione delle spese per i carburanti e una rivitalizzazione delle periferie – nelle quali potrebbe verificarsi un ravvivamento dei servizi pubblici come parchi, biblioteche, bar e ristoranti, in virtù della maggiore presenza degli abitanti.

Per avere un’ulteriore conferma delle conseguenze positive dello smart working sull’ambiente, è utile far riferimento allo studio del Royal Netherlands Meteorological Institute. L’istituto riporta che, tra il 13 marzo e il 13 aprile 2020, in seguito all’introduzione delle misure di contenimento della COVID-19, città come Milano e Roma hanno registrato una diminuzione delle concentrazioni di biossido di azoto – prodotto da centrali elettriche, strutture industriali e trasporti – di circa il 45%. Naturalmente, percentuali così alte devono tenere conto della sostanziale immobilità della maggior parte delle nazioni industrializzate. Tuttavia, i dati del Royal Netherlands Meteorological Institute danno un’idea dell’effetto che la mobilità di persone, per fini lavorativi, potrebbe avere in termini ambientali.

Ovviamente, la diminuzione del numero dei pendolari potrebbe essere accompagnata da una revisione del bilancio della spesa pubblica dei governi. Per avere un’idea della spesa pro capite dei Comuni per il trasporto pubblico locale basta far riferimento ai dati riguardanti le principali città italiane riportati in uno studio di Openpolis. A guidare la classifica è Milano, con una spesa pro capite pari a 795,46 €, mentre il secondo e il terzo posto sono rispettivamente occupati da Firenze, con 289,23 €, e Roma, con 274,40 €. Tenendo in considerazione il fatto che, secondo una rilevazione dell’Istat, a usufruire ogni giorno di autobus, tram, filobus e treni nel 2019 sono stati 3,5 milioni di abitanti, è possibile comprendere il reale impatto del trasporto pubblico sul bilancio dei comuni italiani. Di certo, una diminuzione degli utenti garantirebbe alle amministrazioni una riduzione delle spese per gli spostamenti pubblici e un miglioramento del servizio. Soprattutto, offrirebbe la possibilità di reindirizzare la spesa pubblica in settori fondamentali come la sanità e l’educazione – specialmente dopo i limiti messi drammaticamente in luce dalla COVID-19.

Un altro beneficio che il lavoro agile potrebbe produrre riguarda, invece, la ristrutturazione del rapporto tra dipendenti e datori di lavoro e la conseguente creazione di una cultura aziendale fondata sulla fiducia. In effetti, sono molti i manager e i datori di lavoro che guardano allo smart working con sospetto. La preoccupazione è che il lavoro da remoto potrebbe indebolire la potenzialità della collaborazione tra persone abituate a lavorare fianco a fianco. Oltretutto, è piuttosto condiviso il timore che il lavoro a distanza possa tramutarsi in un’occasione per smarcare le incombenze professionali. Tuttavia, una visione di questo tipo non tiene conto degli enormi traguardi raggiunti in campo tecnologico, grazie ai quali è ormai possibile stabilire rapporti professionali virtuali ugualmente produttivi e di monitorare empiricamente i risultati raggiunti anche da remoto.

Un ricorso allo smart working su base nazionale permetterebbe di operare una vera e propria rivoluzione culturale. Dipendenti e datori di lavoro sarebbero chiamati a stabilire un programma lavorativo incentrato sul raggiungimento di obiettivi comuni nel breve e nel lungo periodo, favorendo, paradossalmente, una maggior collaborazione e condivisione di intenti. Un approccio che avrebbe enormi benefici; sia per quanto riguarda la responsabilizzazione dei dipendenti – i quali, ragionando su macro-obiettivi, sarebbero molto più inclini a fornire il proprio apporto – sia per quanto riguarda i datori di lavoro – i quali, riscontrando un maggior grado di coinvolgimento da parte dei propri dipendenti, sarebbero più propensi a fidarsi dei collaboratori. Un sistema di questo genere permetterebbe di creare luoghi di lavoro più coinvolgenti, dinamici e strutturati. Il vantaggio più evidente si avrebbe in termini culturali. Le aziende sarebbero in grado di stabilire un sistema valoriale fondato sulla fiducia e l’importanza del singolo nella collettività, piuttosto che sulla reticenza a fornire un certo grado di flessibilità nella gestione individuale dei tempi di lavoro.

Ciononostante, l’adozione di una metodologia di lavoro smart potrebbe comportare anche una lunga serie di possibili effetti negativi e basterebbe far riferimento a quanto accaduto durante l’emergenza coronavirus per rendersi conto delle pericolosità insite nel ricorso sistematico – e non regolamentato – al lavoro agile.


Gli effetti negativi del lavoro agile: gli smart worker tra solitudine e diritto alla disconnessione

Una delle problematiche più evidenti quando si parla di smart working ha a che fare con il diritto alla disconnessione. Non è un caso che negli ultimi due mesi moltissime persone abbiano lamentato un aumento delle ore lavorative causato da un ricorso disordinato al lavoro agile. Il che non si è tradotto obbligatoriamente in un incremento del carico di lavoro. Piuttosto, la situazione verificatasi più frequentemente è quella di lavoratori subissati di richieste anche al di fuori dell’orario di ufficio. Sarà capitato a molti di sincronizzare la propria casella postale aziendale sullo smartphone e di dare una letta alle e-mail ben oltre l’orario di ufficio.

Purtroppo, una gestione del carico di lavoro di questo genere rischia di cancellare la linea di confine tra vita professionale e privata. La perenne reperibilità potrebbe esporre i lavoratori a una lunga serie di problematiche psico-fisiche molto nocive per la salute. Si rende quindi necessaria una riorganizzazione del piano di lavoro su base settimanale e/o giornaliera per evitare il sovraccarico degli smart worker e garantire il diritto alla disconnessione – a questo proposito è molto interessante la legge che in Francia ha reso illegali le email dopo l’orario di ufficio per le aziende con più di 50 dipendenti.

La nocività della perenne reperibilità si collega a un altro pericolo per la salute dei lavoratori. L’attività da remoto, infatti, comporta un aumento delle possibilità di isolamento. Molti individui, in particolare quelli senza una famiglia, si ritroverebbero a dover fare i conti con un deciso incremento della solitudine. Questa situazione potrebbe rivelarsi molto dannosa per tutti quei lavoratori che, per inclinazioni caratteriali, hanno bisogno di stabilire rapporti sociali anche sul luogo di lavoro. Il pericolo è quello di assistere a un ulteriore indebolimento dei legami sociali. Non a caso, a quasi vent’anni dalla creazione dei primi social network, molti studi hanno cercato di dimostrare l’esistenza di un legame profondo tra iper-connessione e solitudine.

Nel dicembre del 2018, uno studio dell’Università della Pennsylvania ha tentato di dimostrare il nesso causa-effetto tra social network e depressione. Lo studio ha coinvolto, per tre settimane, 143 studenti universitari suddivisi in due gruppi. Il primo ha dovuto utilizzare Facebook, Instagram e Snapchat i per un totale di 30 minuti al giorno; il secondo ha potuto utilizzarli liberamente. A fine esperimento, il primo gruppo ha mostrato una riduzione del senso di solitudine – rilevata con una misura clinica dei sintomi depressivi – e i risultati più evidenti si sono registrati fra gli studenti che prima dell’esperimento avevano mostrato una maggior percezione dell’isolamento sociale.

Benché si tratti di uno studio effettuato su un campione ridotto di individui, il risultato dei ricercatori dell’Università della Pennsylvania pone le basi per futuri accertamenti sul nesso causale tra digitalizzazione e depressione. Di certo, la diminuzione delle interazioni sociali, determinate dal lavoro agile, potrebbe generare stati depressivi clinicamente nocivi. Questo è vero soprattutto per i telelavoratori; per gli smart worker, il fatto di poter beneficiare di spazi come caffetterie e biblioteche potrebbe, in un certo modo, diminuire il senso di solitudine.

Tuttavia, stabilire contatti sociali mentre si è presi da decine di e-mail o fogli excel non è un’impresa facile. Ecco perché ai manager verrà richiesto uno sforzo maggiore per pianificare le attività in modo tale da coinvolgere il più possibile gli smart worker in attività collettive. I dipendenti dovranno percepire di essere parte di un gruppo e non asettici esecutori di mansioni difficilmente inquadrabili all’interno di una strategia comune. Da questo punto di vista, l’abilità di pianificare il programma di lavoro si rivelerà cruciale per allineare flessibilità e unità di intenti.


L’impatto sociale del lavoro agile: l’aumento delle disuguaglianze e il problema della redistribuzione della ricchezza

Se lo smart working pone problemi da un punto di vista individuale, allargando il campo dell’indagine a una dimensione collettiva la necessità di regolamentarne il funzionamento si fa ancora più impellente. Infatti, la pandemia di COVID-19 ha fatto emergere in tutta la sua drammaticità le disparità sociali. In Occidente, dove il sistema liberale ha da sempre contenuto gli effetti delle spaccature sociali, questa divergenza è sembrata ancora più sorprendente.

Durante il lockdown le società europee e nordamericane hanno riscontrato una vera e propria spaccatura sociale: da un lato, i lavoratori più abbienti che hanno potuto ricorrere al lavoro da remoto già prima dell’introduzione delle misure di isolamento; dall’altro, la forza lavoro meno qualificata – quella impiegata nei servizi essenziali – che ha continuato a recarsi nei luoghi di lavoro esponendosi in maniera molto più sostanziale alle possibilità di contagio. Una frattura, questa, che rischia di esacerbare in maniera ancora più considerevole i conflitti sociali già ampiamente esistenti nelle società occidentali.

In effetti, il dibattito relativo al processo di ridistribuzione della ricchezza appare una delle problematiche chiave relativamente all’adozione dello smart working. Quanto accaduto durante la fase di lockdown è un assaggio di ciò che potrebbe verificarsi nelle nostre società nei prossimi anni. Il rischio che il ricorso strutturato al lavoro agile possa aumentare la forbice delle disuguaglianze è più che concreto. La rivoluzione dello smart working, infatti, determinerà una revisione dei contratti di lavoro, ma non è detto che ciò si tradurrà automaticamente in una correzione delle disparità sociali.

Per esempio, in Italia, prima della pandemia di COVID-19, il lavoro agile, a livello contrattuale,  è stato considerato un’amenity, vale a dire un benefit non monetario. Sono amenities, per esempio, la facilità con cui è possibile raggiungere il luogo di lavoro o la qualità degli spazi lavorativi. Lo smart working rientra a tutti gli effetti in questa categoria. Permette di gestire liberalmente il carico di lavoro e di risparmiare il tempo impiegato per gli spostamenti.

Generalmente, i contratti di lavoro sono strutturati attorno a un rapporto inversamente proporzionale tra salario e amenities. Maggiori sono i benefit, minore è l’ammontare del salario. Per quanto riguarda il lavoro agile, è possibile ipotizzare che in futuro le aziende, garantendo ai dipendenti una maggiore flessibilità, possano decidere di frenare la crescita dei salari. Secondo questa interpretazione, la differenza tra il valore dei salari dei lavoratori più qualificati e quella dei lavoratori meno qualificati potrebbe notevolmente ridursi.

Tuttavia, potrebbe avverarsi anche lo scenario totalmente opposto. L’adozione dello smart working e il ricorso a nuove tecnologie potrebbero valorizzare in maniera disomogenea le competenze delle due classi sociali. Basta far riferimento all’Italia, dove “le mansioni svolte da individui ad alto reddito si prestano fino a tre volte di più al telelavoro rispetto a quelle svolte da individui a basso reddito”. Questo fenomeno, verificatosi già a inizio millennio con l’introduzione di nuove tecnologie, potrebbe inasprire le diseguaglianze. Alla digitalizzazione dei lavoratori ad alto reddito, infatti, si affiancherebbe l’esclusione dei lavoratori a basso reddito, le cui competenze risulterebbero incompatibili con un mercato del lavoro sempre più tecnologico. È ancora presto per capire quale delle due tendenze prevarrà nel lungo periodo. Ma è bene iniziare a pensare a una strategia per rendere lo smart working un freno alla crescita disorganica dei salari.

D’altro canto, se è vero che lo smart working potrebbe generare disparità sociali così profonde in Occidente, estendendo l’analisi al resto del mondo è possibile rendersi conto di quanto il lavoro agile sarebbe in grado di generare cambiamenti socio-politici di portata globale. Molti lettori avranno avuto la possibilità di osservare su internet le immagini dell’esodo dei lavoratori giornalieri indiani. Quelli ripresi dalle telecamere delle principali agenzie d’informazione sono i milioni di migranti rurali che, ogni anno, emigrano verso le principali città indiane in cerca di lavoro. Costretti a tornare nei villaggi di provenienza marciando per centinaia di chilometri, questi lavoratori sono stati privati della loro unica fonte di reddito in seguito alla chiusura delle attività lavorative decisa dal presidente del Consiglio Narendra Modi.

Tralasciando le conseguenze che un simile esodo deve aver avuto sui livelli di contagio da COVID-19, l’episodio getta una luce critica sugli effetti che la digitalizzazione del lavoro potrebbe avere su dei sistemi economici ancora fortemente imperniati su attività di manodopera. L’India, così come molti Paesi africani e asiatici, è una nazione emergente in cui la liberalizzazione dell’economia ha disperatamente aggravato le disuguaglianze. Un rapporto di Oxfam riporta che a detenere il 77% della ricchezza indiana è il 10% della popolazione, mentre 63 milioni di cittadini finiscono ogni anno in condizioni di estrema povertà solo per sostenere le spese sanitarie. Emblematiche sono le immagini dei supermercati delle metropoli indiane presi d’assalto dall’emergente classe media in contrapposizione ai filmati dell’esodo dei lavoratori giornalieri di Nuova Delhi.

Tenendo in considerazione quanto accaduto in occasione dell’emergenza coronavirus, appare impellente la necessità formalizzare una soluzione al problema dell’esclusione dei lavoratori meno qualificati in seguito alla remotizzazione delle attività lavorative. Come sarà possibile assorbire la forza lavoro meno abbiente? Qual è il futuro dei lavoratori costretti a uscire di casa per trovare un lavoro giornaliero in cantiere o nei campi? Che tipo di politiche sociali dovranno essere elaborate per far sì che il divario tra “colletti bianchi” e “colletti blu” possa essere contenuto? Sono tutti interrogativi che devono trovare una risposta di respiro globale, dato che, oltretutto, l’introduzione dello smart working su scala globale potrebbe avere ripercussioni viscerali sui flussi migratori mondiali. Per questo quanto accaduto in India è un fenomeno che non può essere ignorato dalla comunità internazionale, soprattutto alla luce dei passi da gigante compiuti nel campo dell’intelligenza artificiale.

Infatti, l’introduzione di macchine e robot sempre più sofisticati determinerà l’automazione di interi settori economici e il conseguente licenziamento di milioni di lavoratori. Questo processo non avverrà improvvisamente, ma richiederà una certa progressività. Purtroppo, però, in una realtà in cui i lavori manuali saranno sempre più appannaggio di elaborati elettronici in grado di replicare – se non addirittura di superare – le azioni umane, le competenze professionali richieste agli esseri umani avranno a che fare esclusivamente con la creatività, la comunicazione, la progettualità e la capacità di risolvere problemi astratti; tutte competenze subordinate a elevati livelli di istruzione. Ecco perché la digitalizzazione del lavoro espone al pericolo di generare una classe sociale, composta da miliardi di individui, troppo poco qualificata per risolvere problemi teorici e troppo costosa per eseguire lavori manuali. Se a questa circostanza aggiungiamo una generale diminuzione del tempo che gli esseri umani dedicheranno al lavoro, la necessità di pensare a nuovi parametri per la ridistribuzione della ricchezza assume più che mai una valenza storica.



Lo smart working e la ridefinizione del welfare aziendale

Tornando al contesto occidentale – dove la digitalizzazione delle attività professionali è una realtà ormai avviata – una corretta adozione di modalità di lavoro agile non potrà non tenere in considerazione una revisione del welfare aziendale. Se i lavoratori non avranno più l’obbligo di recarsi sul luogo di lavoro, la fornitura di servizi o benefit rimborsuali dovrà essere completamente rielaborata. Ad esempio, i buoni pasto potrebbero essere sostituiti da buoni per il food delivery. Le aziende saranno soprattutto chiamate a prendere in considerazione gli aspetti relativi alla connessione, al consumo elettrico e all’erogazione di dispositivi elettronici come tablet, pc e smartphone.

In piena emergenza coronavirus, il ricorso disperato allo smart working non ha minimamente tenuto in considerazione i costi a carico dei dipendenti relativi ai contratti internet e alle spese energetiche. In molti casi si sono addirittura verificate situazioni in cui ai dipendenti non sono stati forniti i pc portatili. Una circostanza, questa, che ha interessato per lo più i lavoratori a partita IVA e gli insegnanti chiamati a proseguire l’attività didattica da remoto. Per di più, questa impreparazione ha creato notevoli problemi a tutte quelle famiglie in cui coppie conviventi o sposate si sono ritrovate a dover proseguire l’attività lavorativa da casa pur avendo un solo pc a disposizione. Come immaginabile, le situazioni più critiche si sono verificate al Sud. Secondo l’Istat, nelle regioni meridionali del Paese 4 famiglie su 10 non posseggono un pc, mentre a livello nazionale la percentuale si attesta attorno al 33,8%. Non consola neanche il dato relativo alle famiglie che possiedono un solo computer, la cui percentuale si ferma al 47,2%.

Il discorso si fa ancora più avvilente tenendo in considerazione tutte quelle famiglie costrette a dover scegliere, durante il lockdown, tra il lavoro e l’attività scolastica dei figli. La scelta, neanche a parlarne, ha visto prevalere la ragione economica su quella educativa, ma è bene interrogarsi come sia possibile che, nel Paese che ospita la settima economia mondiale, vi siano famiglie per cui la digitalizzazione è ancora un privilegio invece che una consuetudine.  Con l’esplosione del numero di contagi da COVID-19, il tessuto economico italiano ha certamente subito un contraccolpo devastante. Tuttavia, ad aver incassato il colpo più violento è stata proprio la scuola. Il trasferimento delle attività didattiche online ha messo in luce tutti i limiti di un sistema scolastico che, alla prova dei fatti, si è dimostrato piuttosto impreparato di fronte alla digitalizzazione forzata.

Da questo punto di vista, l’allarme era già scattato nel 2018, quando l’Istat aveva rilevato che, in Italia, una famiglia su quattro non disponeva di banda larga e che il divario tra la regione in testa alla classifica (il Trentino) e quella all’ultimo posto (il Molise) era di ben 15 punti percentuali. Per non parlare, poi, del tasso di digitalizzazione della popolazione. Come riportato dalla relazione della Commissione Europea sull’Indice di digitalizzazione dell’economia e della società, nel 2019 il nostro Paese si è classificato ventiquattresimo su 28 Paesi dell’Unione Europea, fornendo l’immagine di una nazione in cui tre persone su dieci non navigano abitualmente sul web e più della metà della popolazione non possiede competenze digitali di base. Non può sorprendere, allora, il risultato dello studio di Agcom, secondo il quale la frequenza con la quale i docenti italiani svolgono quotidianamente attività didattiche tramite tecnologie digitali sia ferma al 47%.

A confermare il drammatico stato in cui versa il sistema scolastico italiano è uno studio di Save the Children Italia. Al 1° aprile 2020, degli studenti italiani che partecipano al progetto Fuoriclasse contro la dispersione scolastica, durante il lockdown il 46% si è ritrovato a casa senza device tecnologici, mentre il 51% non ha avuto la possibilità di accedere a Internet.  Lo studio mette in evidenza come “in base agli ultimi dati disponibili […] in Italia, quasi la metà degli insegnanti (48%) non aveva ricevuto alcun training formale sull’uso delle nuove tecnologie per la didattica e solo poco più di 1 su 3 (36%) si sentiva particolarmente preparato nell’utilizzarle”.

È chiaro che divari di questo tipo non possono far altro che aumentare le disparità tra le classi sociali. La mancata digitalizzazione di un’enorme fetta della popolazione ha evidenziato i grandi limiti tecnologici dell’Italia e, contestualmente, ha avuto il triste primato di aver inasprito le differenze sociali tra i minori: da una parte nuclei familiari che dispongono dei mezzi per lavorare e far studiare i propri figli, dall’altra famiglie condannate alla povertà, i cui bambini si sono visti privare persino del diritto allo studio. Va da sé che una nazione come l’Italia, sempre più anziana e sempre più arretrata dal punto di vista economico-sociale, mettendo in discussione un diritto inalienabile come quello allo studio rischia di condannarsi definitivamente al collasso.

Per tutti questi motivi sarà imperativo potenziare le reti di comunicazione e l’accessibilità a internet, al fine di eliminare le problematiche di analfabetismo digitale presenti in Italia – sebbene il discorso possa essere ampliato su scala mondiale. L’epidemia di COVID-19 ha evidenziato la necessità di riconoscere il diritto alla connessione nel novero dei principi fondamentali della costituzione, così da scongiurare le disuguaglianze tra i cittadini e promuovere il pieno sviluppo della persona umana. Solo così sarà possibile contenere un drammatico aumento delle disparità sociali determinate dalla remotizzazione del lavoro e delle attività scolastiche.

A tutte queste considerazioni se ne aggiungono innumerevoli altre di carattere più pratico. Per esempio, quale sarà il futuro della moda nell’era dello smart working? Se non sarà più necessario indossare completi e tailleur per andare in ufficio, è ovvio che migliaia di aziende saranno costrette a rivoluzionare la produzione – se non addirittura a fermarla. Basta pensare alla produzione tessile artigianale italiana, un settore che produce per lo più abiti di lusso e che, con la digitalizzazione del lavoro, si candida a subire il ridimensionamento più considerevole. Per non parlare, poi, dei danni che potrebbe subire la filiera tessile a livello globale. Che ne sarà di tutte quelle minuscole imprese familiari che nel Sud-Est asiatico forniscono materiale per le multinazionali occidentali e danno lavoro a circa 150 milioni di persone? E infine, come influirà tutto ciò sull’economia delle catene di fast fashion come Zara, H&M o Pull & Bear sparse per tutto il mondo? Da questo punto di vista, il lavoro globale concatenato che caratterizza il settore della moda dà un’idea delle ripercussioni che il lavoro agile potrebbe avere da nord a sud, da est a ovest.

Quel che è certo è che lo smart working costringerà i governi a fare i conti con una vera e propria rivoluzione sociale. Sarà necessario ridisegnare complessivamente il mercato del lavoro, così come il welfare aziendale. In particolare, andranno prese in considerazione problematiche finora accantonate, come quelle relative all’assorbimento della forza lavoro impiegata nel settore manifatturiero, specialmente agli albori di una rivoluzione tecnologica che causerà l’automazione di interi settori professionali. La rivoluzione dello smart working è il primo atto di una trasformazione sociale destinata a superare una concezione del lavoro appartenente al Secondo millennio. Onde evitare un ulteriore aumento del divario tra colletti bianchi e blu, sarà necessario mettere in campo politiche sociali che possano accompagnare la rivoluzione digitale fornendo assistenza, formazione e, soprattutto, strategie politiche che possano regolamentare i processi tecnologici.

Alessandro Lugli per www.policlic.it

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Alessandro Lugli
Nato a Roma nel 1993, a marzo 2019 ho concluso il mio percorso accademico con una laurea magistrale in Relazioni internazionali presso la LUMSA, discutendo una tesi sulla crisi dei principali partiti di centro-sinistra in Europa. Appassionato di politica, letteratura e filosofia, sono quotidianamente alla ricerca di spunti di riflessione da analizzare con sguardo critico. I miei interessi vertono sul contesto politico internazionale (specie quello occidentale) e sulle vicissitudini della politica italiana. Nel mio tempo libero amo viaggiare, leggere, suonare musica unplugged, guardare film in bianco e nero e scrivere di qualsiasi cosa mi passi per la testa.

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