La testimonianza di Gloria Pisacane

La testimonianza di Gloria Pisacane

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«No guarda, non so cosa tu abbia frainteso ma non voglio.»
«Voglio io. E ti faccio passare ‘sta fissa per le femmine, perché evidentemente il tuo ex non era capace di mostrarti cos’è un uomo vero.»

È così raccapricciante da non sembrare vero. E invece è lì, limpido e altisonante nei cassetti più in vista della mia memoria. A posteriori, credo che il mio percorso di attivismo sia partito da qui, per poi concretizzarsi materialmente a partire da un altro momento cardine della mia dignità tragica, precisamente scandito dalle seguenti parole: “Avrei preferito sapere che hai ucciso qualcuno e che non sai come fare col cadavere. Che schifo, lesbica. Non farti vedere più”.

Lesbica, oltretutto, è quello che per anni, in un contesto culturale non avvezzo alle sfumature e calibrato su un sistema rigidamente binario e poco attento alle soggettività, mi sono dovuta convincere di essere.

Quelle piccole frasi contengono un concentrato così denso di sessismo, omobitransfobia e rigide impostazioni eteropatriarcali, che basterebbero a spiegare perché non è vero che la parità di genere è stata raggiunta e perché ognunə[1] di noi dovrebbe portarne avanti le lotte, riconoscendo e mettendo da parte il proprio privilegio e, per citare Colette Guillaumin[2], iniziando a considerare genere e razza come pure e semplici invenzioni del potere, al di là della eventuale biologia.

Ma riavvolgiamo il nastro e partiamo dalle presentazioni. Mi chiamo Gloria, ho 27 anni, sono nata nel lato del mondo considerato “fortunato” (virgolettato non perché non lo sia, ma perché dietro la cosiddetta “fortuna” c’è una storia coloniale e di sfruttamento che troppo spesso si ignora) e sono una donna pansessuale (privilegiata dall’essere cisgender e bianca) che per anni ha scambiato i sistemi di potere per “naturalità” o Karma. Mi sono avvicinata al mondo del volontariato e dell’attivismo nel 2013, e attualmente sono vicepresidente di LeA – Liberamente e Apertamente, associazione LGBTQI+ e transfemminista del leccese, che opera con un approccio intersezionale cercando di sopravvivere alle misure di contenimento della pandemia.

Il mio passatempo preferito è quello di fendere la nebbia machista da bar – che sovente si nasconde dietro la maschera della goliardia – “rovinando” (cit.) le battute sessiste e “non facendomi mai una risata” (cit.), oltre a impegnarmi quotidianamente nell’essere noiosa, ridondante e fieramente arrabbiata. Chi, storicamente e culturalmente, è sempre stato autorizzato a parlare e, come pratica politica (consciamente o meno, precisando che per me il personale è politico), si rifiuta di ascoltare e riconoscere come valido il racconto di chi è sempre stato delegittimato a farlo, mi definisce aggressiva, talvolta nazifemminista. Lo fa mantenendo il tono provocatorio e canzonatorio di base a cui si pretende non venga associata una reazione; se ciò accade, infatti, scatta la corsa all’accusa di “isteria”, corredata dalla domanda di rito “Come pretendi di convincermi con questo atteggiamento?”, a ennesima conferma della perenne svalutazione.

Sono molte le cose che mi fanno arrabbiare e che cerco di combattere ogni giorno insieme a(ll)ə compagnə femministə, con ogni mezzo a disposizione, tenendo sempre bene a mente che il femminismo è un percorso, non una medaglia da appuntare al petto.

Quanto segue, perciò, non ha alcuna pretesa di esaustività nella trattazione della tematica; l’intento è quello di stimolare una riflessione non tanto sui fatti compiuti, quanto su alcune delle dinamiche che portano a essi. Il risultato sarà raggiunto nel momento in cui chi si imbatte in queste parole si ritroverà a fine lettura con più domande (ovviamente non retoriche) che risposte. Perché è proprio dalle domande che si parte per la decostruzione e poi ricostruzione di qualsivoglia oggetto, identità, sistema, processo.

Al netto dei numeri su femminicidi[3], stupri e ogni tipologia di violenza di genere, che pur sono fondamentali e preminenti[4], gli anni di attivismo e le lotte continue mi hanno insegnato una cosa: il problema dei cosiddetti “eccessi” non è da relegare a episodi singoli, né a “raptus”, “follia”, “casi isolati”; al contrario, ci si trova davanti a un fenomeno ampio e oltremodo sistemico[5]. La matrice di ogni disparità è culturale e profondamente radicata in ogni nostro automatismo; muove i primi passi dalle cose che vengono percepite come insignificanti e piccole (minuscole!), le quali al contempo costituiscono la base dello squilibrio sociale e della pretesa di poter disporre di qualcunə altrə. Un esempio a caso? Tutto ciò che riguarda l’affermazione di un linguaggio inclusivo[6] e l’importanza della rappresentazione viene generalmente definito “pretestuoso”. Come può essere pretestuoso ciò che si configura come la porta d’accesso della percezione della realtà, che si forma su specifici setting fin dalle primissime acquisizioni infantili?

Riconoscere i propri privilegi è un processo d’impatto e decisamente scomodo, ma necessario a quell’assunzione di responsabilità propedeutica all’azione collettiva di lotta contro le disparità[7], oltre che dal carattere liberatorio e svincolante dai ruoli sociali imposti. La violenza di genere si intreccia e si alimenta con dinamiche discriminatorie e razziste: la nostra società si mantiene in piedi facendo leva su tutta una serie di oppressioni, ancora una volta, strutturali, contro cui si fa molta fatica, come collettività, a ribellarsi. Il linguaggio comune (verbale e non), quello che utilizziamo quotidianamente, è uno specchio piuttosto fedele di questa situazione – e no, donne e soggettività LGBTQI+ non sono immuni dal perpetrare tale meccanismo sistemico.

A titolo esemplificativo, l’esperienza personale mi ha portata a scontrarmi con questa realtà al momento dell’espressione del mio orientamento sessuale non monodirezionale, e a trovarmi per anni nella condizione di dover scegliere da che parte stare, quale ruolo incarnare. Gli stessi sguardi che il “frangente eterosessuale” mi riservava incontrandomi in compagnia di una donna, mi erano rivolti dal “frangente omosessuale” quando al mio fianco c’era un uomo. L’unica differenza si trovava nel sottotesto: da un lato ero disprezzabile a meno che non diventassi un feticcio sessuale, dall’altro mi veniva cucita sul petto la lettera scarlatta della Traditrice. Certo, grazie a un lavoro estenuante e continuo la situazione è decisamente migliorata da questo punto di vista, ma c’è molta altra strada da fare ed è tutta in salita.

Essendo l’educazione non formale (scolastica e non) uno dei miei canali preferiti d’attività, propongo ora un piccolo giochino: quante delle persone che leggono hanno notato la sola menzione di donne e uomini, e dunque l’assenza di citazione delle soggettività non-binarie, intersex[8] e trans*? Strano per definizione, soprattutto per una persona che si definisce pansessuale e ridondante, vero?

L’autrice alla manifestazione “Black Lives Matter” del giugno 2020

Non pretendendo a questo punto di essere riuscita nell’intento, mi preme evidenziare quanto qualcosa che non rientri in una categorizzazione dai confini precisi e, in sostanza, si ponga al di là di un certo performativismo binario, spesso non paia degna di considerazione; tale mancato riconoscimento porta di fatto a una cancellazione di esistenze e a una vera e propria soppressione di identità, che pur sono reali e chiedono di essere riconosciute nella loro essenza e totalità. Ripudio e rifiuto che, ovviamente, vengono estesi a ogni tipologia di deviazione dalla norma, comprendendo anche tutta quella fascia di uomini eterosessuali e cisgender che, a detta dei “veri uomini”, sporcano e deturpano il concetto di virilità[9].

Un’altra delle cose che l’attivismo mi ha insegnato è la necessità di distruggere quella che a me piace chiamare “la politica della redenzione”: viene applicata indistintamente alle categorie di persone discriminate, per lo più donne, soggettività LGBTQI+ e migranti, in misura maggiore tanto quanto è lo squilibrio sociale.

Sei gay? Abominio! A meno che tu non sia in una relazione stabile che va avanti da anni, lo abbia scoperto abbastanza presto da poter dire di “esserlo sempre stato” e mantenga un basso profilo dal lato dell’espressione di sé e dell’esternazione di qualunque cosa sia collegabile all’omosessualità.

Siete una coppia di donne che vogliono avere un figlio? Ma non esiste, servono entrambe le figure genitoriali! Al massimo, se state insieme da tanto e non c’è possibilità di “cambiare idea” o lasciarvi, potete rendervi utili alla società richiedendo l’affido di unə bambinə sventuratə. Ma solo temporaneo, non vi illudete.

Sei unə migrante? Potevi rimanere dov’eri! Guerra? Be’, sono cose che capitano, saresti dovutə restare lì a lottare per la tua patria. A meno che non dimostri in ogni modo di meritare una vita dignitosa e la nostra pietà, mostrandoti con tutti i mezzi possibili come “una brava persona”. No, non fa nulla se il sistema d’accoglienza è fallace e al posto di praticare l’integrazione si paventa una teorizzata inclusione; la responsabilità è comunque tutta su di te e ogni minima sbavatura contribuirà a riportarti al punto di partenza
[10].

Come riassumere tutto ciò? “Sei fai lə bravə ti do la caramella.” Peccato che le caramelle in questione dovrebbero essere liberamente accessibili, ma vengono “prese in gestione e tutelate” dagli stessi soggetti che stabiliscono i criteri di valutazione dell’essere “bravə” (tenendo sempre a mente che queste caramelle sono null’altro che riconoscimenti, diritti civili e parità fra individui costituenti la società). A me suona piuttosto paternalistico, a voi no?

Dalla politica della redenzione alla performatività della vittima il passo è molto breve.

Per quella che, di base, è la pornografia del dolore e la spettacolarizzazione della violenza tanto cara alle nostre pubbliche piazze, fisiche e virtuali, e alla stragrande maggioranza degli attori della narrazione giornalistica, è pensabile un unico modello di gestione della violenza. Perché sì, un altro dei problemi più gravi, a mio avviso, è che esiste un modo ben preciso di essere vittima, al di fuori del quale non si ha diritto di rivendicarsi tali. Ci sono una sequela di sensazioni standard e necessarie, un iter specifico da seguire per un tempo prestabilito, degli elementi (anche visibili) distintivi – e se non li hai… come fai a dimostrare di essere vittima?

Già, come fai? Come fai, venendoti a scontrare in partenza con la delegittimazione della tua esperienza? Come fai, quando si sa perfettamente che “le donne sono bugiarde, prima provocano e poi piangono”? Come fai, se ci metti tanto tempo a riuscire anche soltanto a dirlo a qualcuno?

“Cosa indossavi?”, “Hai fatto qualcosa per provocare?”, “Eri ubriaca[11]?”, “Hai urlato?”, “Hai provato a difenderti?”, “Come mai non hai lividi, graffi, vestiti strappati?”, “E che ci facevi in giro tutta sola a quell’ora di notte?”. Sono frasi che ancora oggi troppo spesso vengono ripetute sia in sede di denuncia sia nei tribunali, oltre che in conversazioni generiche, e rientrano in quella pratica aberrante generalmente conosciuta come victim blaming.

Questo, neanche a dirlo, per rimanere nella narrazione di base delle “brave ragazze”; ma cosa succede quando il s-oggetto in questione abbandona ogni aspirazione alla purezza, alla famiglia, al femminile tradizionale?

Cosa succede nei casi come il mio, quando ci si ritrova a confrontarsi con una donna dichiaratamente pansessuale e transfemminista, attiva nel sociale, che ha sempre amato fare sesso e l’ha fatto liberamente, che non ha avuto di certo unə solə partner nella vita e a cui le persone piacciono senza far caso a genitali e/o genere, che non disdegna pratiche BDSM ed è in continua scoperta e promozione del piacere, eccentrica nel vestire e nell’espressione di sé, pratica del flirt e dei drink? “Non puoi essere una vittima, dai, hai un comportamento che istiga e predispone determinate situazioni! Chi è causa del suo mal pianga se stesso!”

Cosa succede a chi, per provare e provocare piacere, invia a una specifica persona una foto in atteggiamenti intimi, per poi ritrovarsi nel cellulare di una molteplicità di soggetti senza alcuna autorizzazione? “Se non ti fossi fatta e non avessi mandato ‘certe’ foto, non sarebbe successo nulla! Cosa pretendi, che se le tenga per sé? Non puoi essere una vittima, dai, hai un comportamento che istiga e predispone determinate situazioni! Chi è causa del suo mal pianga se stesso!”

Cosa succede a una sex-worker che subisce un qualunque tipo di molestia? “Ma dai, col lavoro che fai! Non puoi essere una vittima, dai, hai un comportamento che istiga e predispone determinate situazioni! Chi è causa del suo mal pianga se stesso!”

Giusto per riprendere il discorso dell’educazione non formale, ho voluto ricreare la situazione reale dello stato dei fatti in questa piccola narrazione: c’è un grande assente, nella quotidianità come in queste pagine, da cui spesso si prescinde (e sempre per gli stessi motivi): il Consenso esplicito.

Tutto questo, signori miei, è squisitamente culturale e sistemico. Ed è oramai impensabile.

Gloria Pisacane per www.policlic.it


Note e riferimenti bibliografici

[1] La schwa (ə) è un carattere dell’alfabeto fonetico, che viene utilizzato nell’italiano inclusivo per abbracciare con un solo termine ogni identificazione, evitando il plurale maschile generico.

[2] Colette Guillaumin è stata sociologa e antropologa, ricercatrice presso il Centre National de la Recherche Scientifique en France (Cnrs) e docente ospite presso le università di Amiens, Ottawa e Montréal. Negli anni Settanta e Ottanta ha fatto parte del collettivo di “Questions Feministes” e della redazione di “Le Genre Humain”, due riviste francesi. I suoi titoli più noti sono L’idéologie raciste. Genèse et langage actuel (1972); Sexe, Race et Pratique du Pouvoir (1992). Quest’ultimo si può leggere anche in italiano: Sesso, razza e pratica del potere (edizioni ombre corte, a cura di Sara Garbaroli, Vincenza Perilli e Valeria Ribeiro Corossacz).

[3] A coloro che polemizzano sul termine, contrapponendogli con dileggio l’equivalente “maschicidi”, suggerisco di focalizzare la propria attenzione non tanto sul lemma linguistico impiegato, quanto sul movente che anima chi toglie la vita a una donna. [Nota modificata dalla Redazione]

[4] Al 10 febbraio, sono già 7 i femminicidi accertati del 2021; alcuni dati possono essere reperiti sui siti del Ministero della Salute e dell’Istat. È importante ricordare che i dati sono riferiti a situazioni conosciute, e che un numero spropositato di persone tende a non comunicare e non denunciare.

[5] A titolo esemplificativo, il sito  everydaysexism.com (“sessismo quotidiano”) raccoglie ad oggi oltre 100mila testimonianze da 25 Paesi; 242mila follower su Twitter abitano il luogo virtuale rendendolo il contenitore della lotta per la parità di genere che, finalmente, parte dalla voce e dalla testimonianza soggettiva delle donne, libere in questa sede di poter parlare di ogni sorta di pregiudizio e comportamento sessista in cui ci si imbatte, su ogni livello.

[6] A tal proposito, consiglio la lettura del libro Femminili Singolari della sociolinguista Vera Gheno.

[7] Tengo a far notare come in alcune delle mie produzioni recenti ci si possa aspettare di incontrare la parola “uguaglianza” con rispettivi composti e derivati; reputandola fortemente grigia e livellante, preferisco orientarmi verso i concetti di “parità” ed “equità”, che esaltano le differenze e permettono al mondo di essere colorato con le peculiarità di ognunə.

[8] Data l’impossibilità di trattare l’argomento in maniera esaustiva in questa sede, consiglio di informarsi circa la condizione degli individui intersessuali e la canonica violenza medica che questi subiscono fin da neonati. A titolo di indirizzo rimando al sito intersexesiste.com e alle testimonianze riportate dal blog “Al di là del Buco” e dal “Corriere della Sera”.

[9] E qui vorrei che si rispondesse a queste domande: chi è un vero uomo? Cos’è la virilità e come si definisce? E, soprattutto, quante e quali fra le risposte date non fanno riferimento alla costruzione sociale del genere maschile?

[10] La discriminazione razziale è affine a quella tra orientamenti sessuali, come più volte chiarito dalla Corte EDU. Al riguardo, cfr. F. Battista, Arriva la legge contro l’omobitransfobia: svolta verso la parità. Storia, contenuti e prospettive di una riforma attesa da decenni, Policlic n. 9, marzo 2021.

[11] Il femminile esclusivo è in questo contesto utilizzato per questioni statistiche. A riprova di quanto detto in precedenza: sì, mi sento in dovere di specificarlo preventivamente. E sì, lo reputo imbarazzante. Sì, non sono immune alle dinamiche fin qui riportate e sì, vivo il mio contesto storico.

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