Venti di guerra nella culla della civiltà: la guerra Iran Iraq

Venti di guerra nella culla della civiltà: la guerra Iran Iraq

La guerra Iran Iraq: lo spettro della trincea

Esistono pochi simboli in grado di rappresentare gli orrori e la futilità della guerra con la stessa forza delle trincee. Non a caso basta il solo nome per rievocare quelle immagini spettrali in cui ciascuno di noi si è imbattuto almeno una volta sfogliando i manuali scolastici o i vari testi sull’argomento: le istantanee dei fanti mutilati dalle schegge o accecati dagli agenti chimici, i paesaggi lunari plasmati giorno dopo giorno dal fuoco tambureggiante delle artiglierie e le distese apparentemente sterminate dei corpi abbandonati nella terra di nessuno risvegliano la consapevolezza di ciò che l’uomo è stato capace di fare con la sua follia.

Si è soliti pensare che la guerra di posizione sia una caratteristica esclusiva del Primo conflitto mondiale (1914-1918), il retaggio storico di un’epoca fortunatamente lontana dove i progressi conseguiti nell’ambito della potenza di fuoco non erano stati accompagnati da analoghi perfezionamenti in quello della mobilità: a rafforzare tale convinzione hanno influito alcune esperienze più recenti come la Seconda guerra mondiale (1939-1945), indiscutibilmente dominata dal Blitzkrieg e dalle manovre offensive ad ampio raggio, gli innumerevoli conflitti arabo-israeliani, la crisi delle Falkland fino ad arrivare all’operazione Desert Storm. Nulla di più sbagliato, perché pur avendo perso quella centralità di cui aveva goduto in passato, la trincea costituisce ancora oggi un elemento chiave sul campo di battaglia, la testimonianza terrificante dell’incapacità di due eserciti di prevalere l’uno sull’altro sfruttando efficacemente la cooperazione inter-arma e i mezzi in loro possesso. Uno degli esempi più emblematici è quello incarnato dalla guerra Iran-Iraq del 1980-1988, punto di non ritorno di una lunga serie di schermaglie incentrate sul controllo di diverse aree di confine fra cui l’importantissimo snodo fluviale dello Shatt al-‘Arab.


La lunga contesa per lo Shatt al-‘Arab

Le radici del contenzioso affondano nell’ormai remoto 1639, quando gli imperi ottomano e safavide posero fine ad una stagione decennale di scontri armati definendo i loro rispettivi confini con la firma del Trattato di Zuhab: l’assetto da lì scaturito sarebbe stato rimesso in discussione solamente nella prima metà del XX secolo con la scoperta di numerosi pozzi petroliferi nell’area, ragione più che sufficiente per spingere il giovane Regno dell’Iraq e la secolare monarchia persiana ad apportare le necessarie modifiche territoriali per scongiurare eventuali dispute. Nondimeno l’accordo del 1937 si sarebbe rivelato molto più favorevole per gli iracheni di quanto non lo fosse per gli iraniani, detentori di un controllo pressoché assoluto sulla via d’acqua e per questo solerti nell’imporre dazi sulla navigazione e il transito delle flotte mercantili. Nel 1955 i due Paesi si trovarono ancora una volta legati dall’adesione al Trattato dell’Organizzazione Centro-orientale (CENTO), un’alleanza difensiva voluta dagli Stati Uniti e dal Regno Unito per contenere l’espansionismo sovietico ma destinata ad avere vita breve: nella giornata del 14 Luglio 1958 un manipolo di militari appartenenti alla corrente dei cosiddetti “Ufficiali liberi” e guidati dal generale di brigata Abd Al-Karim Qasim (1914-1963) aveva infatti liquidato la dinastia degli Hashemiti, al potere in Iraq sin dal 1921, rimpiazzandola con un Consiglio rivoluzionario che aveva fatto del panarabismo la pietra angolare del proprio programma politico. Da questo momento in poi i rapporti con l’Iran sciita declinarono vistosamente di fronte alle mire espansionistiche di Baghdad sul Khuzestan, una provincia contesa fin dal lontano 1600 dove la presenza di ricchissimi giacimenti d’idrocarburi e di una nutrita minoranza sunnita aveva finito col risvegliare appetiti egemonici rimasti a lungo sopiti.

<img src="Shatt_al_Arab.png" alt="Mappa dello Shatt al-Arab"/>

Mappa dello Shatt al-Arab (Fonte: Wikimedia Commons)

In risposta a questa ritrovata aggressività lo scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi (1919-1980) si risolse ad accelerare in misura sensibile i programmi di riarmo grazie all’appoggio degli USA, disposti ad esportare i loro armamenti più sofisticati pur di neutralizzare sul nascere la minaccia irachena: nessuno all’epoca avrebbe mai immaginato che la scelta del sovrano potesse rivelarsi a lungo andare disastrosa per le sorti della Corona, incapace di cogliere appieno le avvisaglie del crescente malcontento popolare alimentato dai costi economici e sociali imposti dal potenziamento delle forze armate. Nel frattempo l’Iraq era nuovamente caduto vittima di un golpe diretto dal generale Ahmed Hassan al-Bakr (1914-1982), leader di un movimento che si faceva interprete delle istanze di rinascita del mondo arabo attraverso la laicizzazione dello Stato e la socializzazione dell’economia, il Partito Ba’ath. Questo ennesimo colpo di scena offrì all’Iran la possibilità di dichiarare nullo l’accordo del 1937 nonostante le rimostranze dello scomodo vicino, costretto suo malgrado ad accettare l’alterazione dello status quo sottoscrivendo gli accordi di Algeri (6 Marzo 1975). La ragione di una simile passo indietro vanno ricercate nella cronica debolezza in cui versava il governo presieduto dal Primo Ministro Saddam Hussein (1937-2006), alle prese con il difficile compito di tenere unito un Paese attraversato da molteplici spinte centrifughe, ivi incluso il nazionalismo curdo sostenuto attivamente da Teheran.

Il momento culminante per la deflagrazione del conflitto fu quello rappresentato dal trionfo della Rivoluzione iraniana nel Febbraio del 1979: se in un primo momento gli iracheni avevano accolto con entusiasmo la notizia della fuga dello scià, colpevole di aver frustrato in più occasioni le loro velleità egemoniche sul Golfo Persico, gli appelli del nuovo leader Ruhollah Khomeini (1902-1989) per rovesciare il regime ba’thista ed edificare una repubblica teocratica risvegliarono di colpo tutte le paure di Baghdad. Una volta divenuto il padrone indiscusso del Paese grazie al sostegno dell’esercito e all’epurazione dei collaboratori più scomodi, Saddam incominciò ad accarezzare l’idea di rivedere unilateralmente gli accordi di Algeri approfittando del caos imperante nell’ex Persia, dove le purghe scatenate dall’Ayatollah contro i dissidenti politici avevano finito col dissanguare le forze armate limitandone l’efficacia operativa. Alla vigilia delle ostilità l’Iraq poteva invece contare su un sensibile vantaggio numerico in fatto di carri armati, artiglierie e blindati grazie al programma di riarmo avviato cinque anni prima con il sostegno dell’Unione Sovietica. A tal proposito è però bene sottolineare come questo potenziale fosse in parte vanificato dall’incompetenza della leadership e dallo scarso addestramento del personale militare.


L’invasione irachena: dal “conflitto lampo” alla guerra di posizione

Quest’ultimo aspetto sarebbe emerso in tutta la sua problematicità già in occasione del 22 Settembre 1980, quando l’attacco a sorpresa lanciato dall’aviazione irachena per distruggere quella iraniana ottenne dei risultati insignificanti a causa delle difficoltà dei piloti nel trovare gli aeroporti nemici. Il giorno successivo venne diramato l’ordine generale di avanzata lungo un fronte che si estendeva per 644 chilometri, distanza che col senno di poi si sarebbe rivelata eccessiva per le sei divisioni incaricate di penetrare in territorio avversario mettendo in sicurezza la provincia del Khuzestan e l’autostrada Teheran-Baghdad. Un primo assaggio della brutalità del conflitto arrivò nel corso della Prima battaglia di Khorramshahr (22 Settembre-10 Novembre 1980), obiettivo iniziale dell’assalto iracheno e teatro di un assedio talmente brutale da far guadagnare al centro abitato il poco invidiabile soprannome di Khuninshahr, letteralmente “Città di sangue”. Cionondimeno, il sacrificio di quasi 7.000 uomini (molti dei quali civili organizzati in milizie operanti a fianco delle formazioni regolari) avrebbe permesso l’afflusso di rinforzi in altri settori chiave contribuendo al rallentamento dell’offensiva di Saddam fino al suo arresto definitivo (Novembre 1980).

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Soldati iraniani impegnati nella Battaglia di Khorramshahr (Fonte: Wikimedia Commons)

Messo davanti al fallimento di quella che doveva essere una campagna rapida e priva di rischi collaterali, l’esercito invasore fu obbligato nei sette anni successivi ad impegnarsi in una sfiancante guerra di attrito per la quale non era stato preparato a sufficienza: la scelta di adottare una strategia fondata sulla strenua difesa di alcune città bastione come Dezful, Ahvaz e Susangerd senza badare alle perdite subite si sarebbe infatti rivelata inefficace di fronte alla preponderanza numerica degli avversari, spesso in grado di soverchiarlo in rapporto di 2 a 1. Fra gli aspetti più sconvolgenti di questo conflitto occorre ricordare l’utilizzo indiscriminato dei Basij, una milizia composta da volontari iraniani di età compresa fra i 12 e i 60 anni incaricati di attaccare in massa le difese nemiche (talvolta assaltando frontalmente i campi minati senza le necessarie attrezzature), e dei gas asfissianti contro bersagli civili e militari da parte degli iracheni.

Tra il 1981 e il 1982 si assistette alla lenta evacuazione dai territori inizialmente occupati dagli eserciti di Baghdad, indeboliti dalle numerose sconfitte sofferte sul campo di battaglia e dalla decapitazione dei vertici delle forze armate ordinata da Saddam come rappresaglia per il loro fallimento, seguita dalla richiesta del dittatore di intavolare le trattative per il ritorno allo status quo ante-bellum. Il rifiuto opposto in tal senso da Khomeini fu dettato dalla convinzione di essere vicinissimo alla vittoria e di poter esportare la propria rivoluzione rovesciando definitivamente il Partito Ba’ath: il 13 Luglio 1982 le truppe di Teheran lanciarono l’operazione Ramadan nel tentativo di conquistare Bassora, importante città petrolifera nel Sud del Paese e nodo centrale del sistema difensivo realizzato dagli iracheni, cui fecero seguito fra il 1983 e il 1984 le sei offensive Valfajr (Alba) aventi come obiettivi al-ʿAmāra, Mehran e la provincia di Arbil. I progetti egemonici dell’Ayatollah e l’inesorabile avanzata delle sue avanguardie determinarono un maggior coinvolgimento delle monarchie del Golfo e delle due superpotenze al fianco di Hussein, divenuto a dispetto di qualunque pronostico il principale baluardo contro il fondamentalismo islamico e in misura indiretta un paladino della libertà: a partire dalla seconda metà del 1982 l’ammontare dei finanziamenti provenienti dall’Arabia Saudita si attestò sulla cifra esorbitante di un miliardo di dollari al mese, somma più che sufficiente per acquistare quanto di meglio esistesse sul mercato come blindati ed aeroplani dall’Unione Sovietica, elicotteri e missili dalla Francia, mine dall’Italia, fino ad arrivare ai pesticidi forniti dalla Germania Ovest e dagli Stati Uniti per la preparazione di armi chimiche. Una simile panoplia permise ai difensori di rispondere con crescente efficacia alle iniziative degli iraniani, costretti a causa dell’embargo sugli armamenti a ricercare le proprie fonti di approvvigionamento contattando alcuni intermediari vicini all’amministrazione Reagan. Era il preludio di quello scandalo mediatico che sarebbe passato alla storia con il nome di Irangate.

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Mappa delle principali offensive sferrate tra il 1980 e il 1988 (Fonte: Wikimedia Commons)


Gli ultimi fuochi e la mediazione dell’ONU

Il conflitto non restò circoscritto al solo campo di battaglia: a partire dal 1984 l’Iraq cercò di piegare la resistenza dell’avversario bombardando sistematicamente obiettivi civili e installazioni petrolifere nel corso di quelle che vennero definite Guerra delle città e Guerra delle petroliere. Si pensava infatti che una mossa dell’Iran per interdire il traffico mercantile nell’area dello Stretto di Hormuz, passaggio obbligato per i tanker carichi del greggio estratto in Medio Oriente ed esportato in tutto il Mondo, avrebbe causato il coinvolgimento diretto dell’Unione Sovietica e degli USA nelle ostilità. In effetti a partire dal 1987 gli Americani incominciarono a scortare il naviglio kuwaitiano nell’ambito dell’operazione Earnest Will, una delle maggiori iniziative navali dai tempi della Seconda guerra mondiale, culminata con la distruzione della flotta di Teheran in risposta al danneggiamento della fregata Samuel B. Roberts e con l’abbattimento (accidentale) del volo di linea Iran Air 655.

Fra il 1986 e il 1987 gli iraniani conseguirono i loro ultimi, costosissimi successi espugnando la penisola di al Faw e minacciando di tagliare ogni collegamento fra Bassora e il resto dell’Iraq, ipotesi in realtà piuttosto remota dal momento che la capacità combattiva degli attaccanti si andava esaurendo mentre gli iracheni continuavano a godere di una netta superiorità in materia numerica e logistica. Dopo aver schiacciato la rediviva opposizione curda con una campagna brutale segnata dall’impiego estensivo di gas nervino, Saddam ordinò nel Febbraio del 1988 un’offensiva su larga scala per espellere una volta per tutte gli invasori dal Paese. Le cinque operazioni Tawakalna ala Allah (letteralmente “Abbiamo creduto in Dio”), così ribattezzate in onore della svolta mistica inaugurata dal dittatore per conquistarsi l’appoggio degli strati più religiosi della società, sbaragliò nell’arco di tre mesi le forze dell’Ayatollah attraverso il ricorso a tattiche incentrate sull’utilizzo spropositato di agenti chimici quali l’iprite e il cianuro: l’avanzata dell’esercito di Baghdad si sarebbe arrestata solamente di fronte alla controffensiva nemica conosciuta con il nome in codice di Mersad (agguato), ultimo grande scontro militare prima dell’entrata in vigore della Risoluzione 598 delle Nazioni Unite (20 Luglio 1988).

Avendo mietuto in quasi otto anni le vita di centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, la guerra Iran-Iraq ha il primato tutt’altro che invidiabile di essere stata il conflitto più sanguinoso combattuto fra due Paesi in via di sviluppo. Secondo le stime più accreditate le perdite in campo iracheno oscillerebbero fra le 105.000 e le 200.000 unità (alle quali bisognerebbe aggiungere altri 400.000 feriti e 70.000 prigionieri), mentre per quello iraniano i numeri sono ancora oggi argomento di dibattito: se si volesse dare ascolto alle fonti più conservatrici bisognerebbe accettare la cifra orientativa di 262.000 fra combattenti e civili, anche se gli studi più recenti sembrano suggerire valori ben più alti, superiori alle 600.000 vittime. Un sacrificio del tutto inutile, in quanto nessuna delle parti poté reclamare la vittoria sull’altra o il raggiungimento degli obiettivi inizialmente fissati. Appena due anni dopo questa regione bagnata dalle benevole acque del Tigri e dell’Eufrate, culla di civiltà millenarie e di imperi favolosi le cui origini risalgono alla notte dei tempi, sarebbe divenuta il teatro dell’ennesima carneficina voluta da un despota incapace di onorare il debito plurimiliardario contratto con il piccolo regno del Kuwait e gli altri emirati del Golfo. Ma questa è un’altra storia.

<img src="bambino_soldato.png" alt="bambino soldato iran"/>

Video tratto dal canale YouTube “studio del bianco”, originario dalla collana “Le grandi battaglie della storia”. Distribuzione Folio.

Niccolò Meta per Policlic.it

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