Atto I: dall’8 settembre alla prima legislatura (1943-1953)

Atto I: dall’8 settembre alla prima legislatura (1943-1953)

Governo tecnico, governo ponte, istituzionale, di scopo, del presidente e molto altro ancora. Quelle citate sono solo alcune delle innumerevoli opzioni vagliate nei mesi scorsi al fine di risolvere il rebus della governabilità palesatosi al termine delle elezioni politiche del 4 Marzo, una delle tornate più combattute nel panorama della storia recente del nostro Paese e, certamente, quella più seguita a livello europeo. L’exploit fatto registrare dalle forze euroscettiche del Movimento 5 Stelle e della Lega Nord, capaci di assicurarsi la maggioranza assoluta delle preferenze valide grazie ad una campagna elettorale aggressiva e dai toni marcatamente populistici, unito al crollo verticale del Partito Democratico dopo i quattro anni della segreteria Renzi, hanno spinto diversi esponenti del mondo della politica e del giornalismo a parlare impropriamente di Terza Repubblica.

Già, perché proprio come nel 1994 l’imposizione di nuovi attori partitici non si è accompagnata ad uno smantellamento del complesso giuridico-istituzionale e ad una netta cesura coi regimi precedenti alla stregua, ad esempio, di quanto avvenuto in Francia con il rovesciamento dell’Ancien Régime nel 1792 o con la caduta del Secondo impero napoleonico nel 1871. L’arena nella quale al giorno d’oggi si confrontano le diverse forze politiche è quindi per molti versi la stessa della tanto vituperata Prima Repubblica, una delle stagioni della storia italiana più documentate a livello storiografico grazie alla relativa vicinanza temporale e alla ricchezza delle fonti a nostra disposizione ma, al tempo stesso, avvolta da silenzi inspiegabili su alcuni eventi sinistri che a distanza di molti anni stentano a trovare risposta. Nelle sue riflessioni, lo storico greco Tucidide affermava come per comprendere il presente e orientare il futuro occorresse in primo luogo conoscere il passato: è per questa ragione che ho deciso di affrontare nel presente articolo l’evoluzione dello scacchiere politico nostrano nel periodo compreso fra il 1943 e il 1994, animato dalla speranza di chiarire eventuali dubbi del lettore aiutandolo nella decifrazione di una realtà complessa come quella italiana.

Secondo la storica Simona Colarizi, professoressa emerita di storia contemporanea presso l’Università di Roma “La Sapienza”, l’edificazione dello Stato democratico italiano si articolò in due fasi cronologicamente attigue e collocabili nella cornice storica del secondo conflitto mondiale. La prima di queste ebbe luogo fra il 1943 e il 1945 in seguito al crollo del regime fascista e alla proclamazione dell’armistizio di Cassibile, avvenimenti che lasciarono il Paese in una condizione disastrosa contrassegnata dalla perdita dell’integrità territoriale e dalla disgregazione dell’impalcatura istituzionale. La divisione della Penisola fra il Nord nazifascista e il Sud cobelligerante aveva inoltre conferito alla guerra civile una sfumatura ideologica influenzata dai mutamenti repentini dello scenario internazionale, cruciali nel relegare gli attori politici nostrani in una condizione di subalternità rispetto agli Alleati e nella successiva adesione al blocco occidentale.

Una prima ripresa dell’attività antifascista si era registrata in seguito all’entrata in guerra nel Giugno del 1940, quando la sequela pressoché ininterrotta di sconfitte collezionate sui diversi teatri bellici incrinò sensibilmente la stabilità del regime: l’invasione anglo-americana della Sicilia e la caduta di Mussolini nel Luglio del 1943 portarono alla liberazione di molti esponenti del precedente periodo liberale, invero costretti a muoversi in un contesto dominato dai tentativi autoritari di Vittorio Emanuele III e dal rapido incalzare degli eventi. Tuttavia di fronte al fermento imperante nel Paese e alla riorganizzazione dei partiti antifascisti il generale Pietro Badoglio, divenuto nel frattempo Capo del Governo, fu costretto ad aprire un canale di comunicazione con il neo-costituitosi Comitato delle opposizioni e a rivedere gran parte dei progetti egemonici accarezzati dal monarca. La perdita di credibilità della dinastia regnante a livello locale e internazionale, iniziata con l’annuncio della continuazione delle ostilità al fianco dei tedeschi e proseguita con la gestione dilettantistica delle trattative segrete con gli Alleati, avrebbe raggiunto un punto di non ritorno nel periodo immediatamente successivo alla giornata dell’8 Settembre. La fuga del re, dei suoi Ministri e di tutto lo Stato Maggiore verso Brindisi in seguito al proclama d’armistizio lasciò infatti il Paese in una condizione di smarrimento senza eguali nella sua storia, mentre la dissoluzione del Regio Esercito facilitò l’avanzata delle divisioni naziste e l’instaurazione di un governo fantoccio nel Nord, la Repubblica Sociale.

In questo panorama dominato dalla scomparsa di quella stessa idea nazionale che si era conservata intatta fin dai tempi dell’Unità, brillantemente riassunta dallo storico e giornalista Ernesto Galli della Loggia nell’espressione “morte della Patria”, incominciò a farsi strada un nuovo protagonista che rivendicava il ruolo di rappresentante legittimo del popolo italiano: nato formalmente il 9 Settembre 1943 dalla trasformazione del già citato Comitato delle opposizioni, il Comitato di Liberazione Nazionale raccoglieva al proprio interno un ampio novero di forze eterogenee quali cattolici, comunisti, socialisti, repubblicani, monarchici, democratici e riformisti che si richiamavano alle organizzazioni politiche disciolte dopo il 1926.

Esponenti del CLN sfilano per le vie di una Milano liberata. Nell’ordine da sinistra a destra: Mario Argenton, Enrico Stucchi, Ferruccio Parri, Raffaele Cadorna, Luigi Longo, Enrico Mattei e Augusto Solari (Fonte: valsangoneluoghimemoria.altervista.org)

Particolare attenzione merita la Democrazia Cristiana, fondata nel Dicembre del 1942 da alcuni esponenti appartenuti all’ex PPI e al movimento neoguelfo e capace di sviluppare con estrema celerità, grazie al nulla osta ricevuto dal Vaticano, una sofisticata rete di collegamenti in tutta la penisola. Fra le caratteristiche più originali della D.C. rispetto alla precedente esperienza sturziana figurava la sua natura confessionale, indispensabile nell’attribuirle una portata universale presso la comunità dei fedeli e una connotazione di fatto interclassista: la compresenza di militanti provenienti dalle frange sociali più disparate non rappresentò, almeno in un primo momento, un fattore destabilizzante in quanto la religione cattolica e la centralità della figura di De Gasperi esercitarono brillantemente i ruoli di collante. L’ottenimento dell’imprimatur ad opera del pontefice fu invece il risultato della solerzia del cardinale Giovanni Battista Montini (il futuro Paolo VI), convinto assertore della necessità di costruire un’organizzazione politica cattolica in grado d’imporsi nel panorama del secondo dopoguerra: l’adesione al Comitato delle Opposizioni e la volontà di dialogo con le altre forze antifasciste costituirono quindi il primo passo verso tale direzione.

Più lunga e travagliata era stata la parabola storica del Partito Comunista d’Italia, nato da una costola del PSI durante il Congresso di Livorno del Gennaio del 1921 e costretto fin dai primi anni di vita ad un’esistenza di semi-clandestinità prima dell’esilio definitivo. In origine, la fisionomia di questa associazione ricalcava quella del partito-avanguardia teorizzata da Lenin nel periodo precedente alla Rivoluzione d’Ottobre, ossia di un gruppo ristretto di “rivoluzionari di professione” chiamati a diffondere tra le fila del proletariato la coscienza di classe per poi guidarlo nell’insurrezione contro lo Stato borghese. La rigida disciplina imperante fra gli iscritti rispondeva alla chiara esigenza di scongiurare la formazione di correnti centrifughe che incrinassero l’unità del partito, imbrigliato dalle direttive strategiche provenienti da Mosca nell’ambito della Terza Internazionale: questo vincolo di doppia fedeltà contribuì ad alimentare un alone di sospetto che avrebbe avvelenato i rapporti con le altre forze politiche almeno fino all’estate del 1941, quando l’avvio dell’Operazione Barbarossa e la cementazione dell’alleanza fra l’URSS e le potenze democratiche spinsero il PCdI a mutare l’atteggiamento fino ad allora tenuto. Il rovescio delle fortune dell’Asse a partire dal biennio 1942-1943 aveva nel frattempo reso improrogabile la questione del riassetto dell’Europa, dove la definizione delle rispettive sfere d’influenza sarebbe stata dettata dalla celerità con cui le forze alleate avessero raggiunto i loro obiettivi: nel caso italiano l’avanzata degli anglo-americani e la lontananza dell’Armata Rossa ponevano i comunisti in una situazione estremamente delicata, passibile di marginalizzarli nel panorama politico post-bellico rispetto ai movimenti laici e cattolici.

Scartata l’ipotesi rivoluzionaria, Palmiro Togliatti – rientrato in Italia nella primavera del 1944 dopo un esilio durato diciotto anni – scelse in accordo con il Cremlino la via dell’integrazione nel futuro sistema istituzionale, stravolgendo totalmente l’impostazione organizzativa del vecchio PCdI, ora ribattezzato Partito Comunista Italiano. Altrettanto importante fu il contributo prestato nella soluzione del contenzioso con la monarchia sabauda, responsabile agli occhi di numerosi esponenti del CLN dell’ascesa del fascismo e della successiva tragedia dell’8 Settembre: il compromesso raggiunto fra le parti nell’ambito della cosiddetta Svolta di Salerno accantonava temporaneamente la questione favorendo la nascita di un governo di unità nazionale sotto la guida di Pietro Badoglio. Il 5 Giugno Vittorio Emanuele III nominò suo figlio Umberto, in linea con gli impegni assunti due mesi prima, luogotenente del Regno, il quale venti giorni dopo fece a sua volta approvare il decreto legislativo luogotenenziale n°151 con cui attribuiva ad una futura Assemblea costituente il compito di scegliere la Forma di Stato dell’Italia post-mussoliniana.

Identico pragmatismo venne mostrato dal segretario comunista sul fronte dell’Unità della Resistenza, espressione utilizzata per indicare una galassia eterogenea di formazioni politico-militari che si opponevano al giogo nazi-fascista. Se la D.C. e il PCI avevano dalla loro due formidabili alleati, vale a dire la Chiesa cattolica e l’Unione Sovietica, il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria scontava al contrario un sensibile ritardo dovuto alla mancanza di ingenti risorse finanziarie e alla distruzione della rete organizzativa sindacale consumatasi nel corso del ventennio. Altro fattore di debolezza era quello rappresentato dalla conclamata incapacità di rinnovare la propria fisionomia creando una base compatta e disciplinata, carenza che avrebbe conservato fino alla dissoluzione del 1994: questa tendenza può essere spiegata tenendo conto dell’inconciliabilità fra le numerose correnti come quelle rivoluzionaria e riformista, da tempo impegnate in una lotta serrata per assumere la direzione del partito. La ricerca di un’intesa con i comunisti rappresentò un altro tema ricorrente nella storia del PSI, benché i mutamenti intervenuti sulla scena internazionale dopo la firma del Patto Molotov-Ribbentropp e le reciproche diffidenze avessero complicato non poco il lavoro.

Discorso a parte è quello relativo al Partito d’Azione, fondato nel 1942 dall’aggregazione di gruppi clandestini di orientamento democratico e liberal-socialista e consacrato alla liberazione del Paese nell’ottica di un secondo Risorgimento (da qui il richiamo all’esperienza mazziniana). Se da un lato queste istanze ideali permisero al PdA di esercitare un ruolo centrale nella guerra partigiana, dall’altro costituirono un elemento di debolezza vista l’assenza di una struttura capace di mobilitare gli iscritti in linea con quanto avveniva negli altri partiti di massa. Impalcatura che avrebbe invece consentito al Partito Repubblicano di proseguire la propria parabola storica raccogliendo consensi tra il ceto medio colto e progressista, dichiaratamente ostile alla natura liberticida del fascismo e critico verso l’operato di Casa Savoia.

L’autoesclusione dai governi ciellenisti in seguito alla svolta di Salerno rientrava quindi all’interno di una strategia coerente con gli ideali dell’associazione senza per questo suggerire un’abdicazione dal ruolo di co-protagonista nello scenario postbellico. L’accordo con la monarchia venne invece accolto con il favore dello schieramento liberale, invero relegato in una posizione di marginalità dopo che l’avvento della società di massa aveva messo in crisi la visione elitaria della politica ereditata dal XIX secolo. A pesare su questa mancata affermazione nell’alveo del CLN contribuì non soltanto l’apporto trascurabile avuto nella lotta al fascismo, la cui natura eversiva era stata clamorosamente sottovalutata da un establishment impegnato nel contenimento della minaccia socialista, ma soprattutto il ruolo di comprimario avuto nell’edificazione del regime dittatoriale durante la prima metà degli anni 20.

Anomalia interessante nello scenario finora descritto fu invece quella del Fronte dell’Uomo Qualunque, fondato nel corso del 1944 dal giornalista e drammaturgo campano Guglielmo Giannini in aperta polemica con il pluralismo partitico esploso alla fine dell’anno precedente: disorientati dal coro dissonante delle forze antifasciste dopo un ventennio caratterizzato dalla demonizzazione dell’idea democratica, numerosi cittadini italiani avevano scelto di rifugiarsi nei valori rassicuranti della disciplina, dell’ordine e della stabilità maturando al tempo stesso una crescente ostilità nei confronti della partitocrazia. Humus per la crescita del movimento fu la querelle sull’epurazione degli ex fascisti dalla macchina statale, destinata a trascinarsi così a lungo da minacciare la stessa tenuta del CLN: emblematica in tal senso fu la crisi governativa dell’autunno del 1944, quando l’esecutivo retto da Bonomi fu salvato dall’intervento provvidenziale del PCI che temeva ripercussioni negative sull’unità delle forze partigiane, in piena ritirata dopo l’offensiva d’estate. Alla richiesta avanzata dall’Alto Comando inglese per lo scioglimento delle formazioni degli insorti, i partiti antifascisti risposero assicurando il loro disarmo e il trasferimento dei territori da essi liberati, promesse solo in parte mantenute vista la rilevante quantità di fucili e di armamenti nascosti in attesa dell’insurrezione teorizzata da Togliatti.

L’alterazione degli equilibri governativi a vantaggio delle sinistre divenne più evidente nel Dicembre del 1945, quando la parabola di Ferruccio Parri alla Presidenza del Consiglio si consumò dopo appena sei mesi di fronte agli attacchi reiterati della destra e all’intrinseca debolezza del suo Partito d’Azione: nondimeno la necessità di mantenere unita la coalizione che aveva contribuito a liberare la Penisola dal giogo straniero portò alla nascita di un esecutivo guidato dal democristiano Alcide De Gasperi, chiamato a dirigere il Paese in un momento di estrema delicatezza intervallato dalle prime elezioni democratiche dopo oltre vent’anni.

Fra le diverse consultazioni merita un discorso a parte il referendum istituzionale del 2 Giugno 1946, nel corso del quale gli elettori furono chiamati ad esprimersi sulla forma di Stato da dare all’Italia dopo la parentesi disastrosa della seconda guerra mondiale: nonostante le responsabilità avute nell’ascesa di Mussolini e nella mancata difesa della madrepatria dopo l’8 Settembre, la dinastia di Casa Savoia godeva ancora di un certo prestigio in quanto sinonimo di continuità con una tradizione storica risalente al Risorgimento. Oltretutto era convinzione diffusa che un eventuale trionfo della Repubblica avrebbe rafforzato sensibilmente il fronte delle Sinistre, da sempre spauracchio dei ceti medio-borghesi e delle masse di fedeli vicine alla Chiesa. La decisione di De Gasperi di lasciare ai cittadini la più ampia libertà di coscienza si sarebbe rivelata fatale per le sorti della monarchia, sconfitta di misura con il 46% delle preferenze nonostante gli ottimi risultati raccolti in ampie aree del Meridione.

Meno imprevedibile fu invece l’esito delle elezioni politiche per l’Assemblea Costituente, anch’esse tenutesi nella giornata del 2 Giugno e destinate a premiare i tre maggiori partiti di massa: fra questi s’impose come forza egemone la Democrazia Cristiana, capace di ripetersi dopo il primo turno delle amministrative ottenendo il 35,2% dei consensi, seguita dal PSIUP con il 20,7% e dal PCI con il 18,9%. Nondimeno l’impossibilità di istituire un esecutivo monocolore rese necessaria la creazione di un governo tripartitico appoggiato dai repubblicani, al quale venne attribuito l’incarico di elaborare una nuova Carta costituzionale che rappresentasse il fronte antifascista nella sua interezza nonostante le ovvie differenze valoriali e ideologiche. È bene inoltre sottolineare come nessuna forza politica volesse assumersi per intero le responsabilità derivanti dalla ratifica di quegli accordi di pace che avrebbero enormemente penalizzato l’Italia, costretta a sedere al tavolo degli sconfitti nonostante la svolta dell’armistizio e a subire l’umiliazione della perdita di vaste aree del Nord-Est, della Dalmazia, del Dodecaneso, dell’Istria e delle colonie africane: altrettanto infuocata fu la polemica che ebbe per oggetto la città di Trieste, rivendicata dalla Jugoslavia di Tito col sostegno dell’Unione Sovietica e provvisoriamente divisa in due zone di occupazione poste sotto il controllo delle forze alleate.

Tra le sfide con cui il ministero De Gasperi dovette misurarsi nei mesi successivi occorre ricordare la disgregazione dell’alleanza antifascista che aveva dominato lo scenario politico internazionale fin dal 1942, conseguenza diretta della scarsa flessibilità diplomatica di Stalin, dell’intransigenza di Truman e della crescente pressione esercitata sulla D.C. dalla Santa Sede di fronte ai proseliti della CGIL. Quest’ultima dinamica in particolare avrebbe potuto guastare irrimediabilmente i rapporti in seno all’esecutivo se Pio XII non avesse acconsentito a prolungare la vita dell’intesa tripartitica in attesa dell’esito del dibattito sul Concordato, inserito nel testo costituzionale ai sensi dell’articolo 7 grazie ai voti determinanti del PCI. Se da un lato l’intensificarsi della rivalità tra le due superpotenze aveva intaccato la tenuta dei governi di unità nazionale senza per questo comprometterla, dall’altro si rivelò sufficiente a risvegliare all’interno del PSIUP quelle spinte centrifughe solo in apparenza sopite: cruciale in tal senso si sarebbe rivelata la decisione del suo segretario Pietro Nenni di non appoggiare la linea antisovietica adottata dal COMISCO, antesignano dell’Internazionale socialista, in nome del patto di unità d’azione con il PCI. Tale scelta avrebbe portato alla fuoriuscita, nel Gennaio del 1947, di quell’ala del partito coagulatasi attorno alla figura di Giuseppe Saragat e conosciuta, prima di assumere la denominazione definitiva di PSLI, con il nome di Partito Socialista dei Lavoratori Italiani.

Non deve sorprendere pertanto se al momento della crisi governativa del Maggio di quello stesso anno il PSI e i comunisti scelsero di abbandonare l’esecutivo, conseguenza inevitabile della proclamazione della dottrina Truman con la quale si ufficializzava lo scoppio della Guerra Fredda. L’ondata di scioperi e di agitazioni contro il carovita organizzata dalle Sinistre per piegare De Gasperi ebbe tuttavia il solo effetto di risvegliare nel Paese la paura del contagio rivoluzionario e, di conseguenza, spingere le classi medie fra le braccia di una D.C. che si ergeva a baluardo dell’ordine statuito. Fortemente contestata fu inoltre l’opposizione ai finanziamenti provenienti dagli Stati Uniti d’America nell’ambito del Piano Marshall, accolti con sollievo da una popolazione prostrata da cinque anni di conflitto e impegnata nella sfida della ricostruzione. Infine di fronte al fallimento della strategia di unità nazionale e alla rinnovata aggressività sovietica il PSLI e il PRI, uniti nella scelta di campo occidentalista e allarmati da una possibile affermazione dei social-comunisti, optarono per un superamento del pregiudizio laico appoggiando il nuovo esecutivo degasperiano. L’approvazione del testo costituzionale nella giornata del 22 Dicembre rappresentò l’atto conclusivo della stagione consociativista apertasi tre anni prima a Salerno, ora superata dal confronto diretto tra le diverse forze partitiche impegnate in una campagna elettorale dai toni apocalittici: il bagaglio di comportamenti e di termini ereditati dall’esperienza totalitaria avrebbero infatti trovato nuova linfa in questi mesi cruciali per il futuro della Penisola, scanditi da una propaganda martellante dove l’avversario veniva presentato con dei tratti disumani quando non demoniaci.

Comizi elettorali a Milano (Fonte: Wikimedia)

A sbarrare la strada al PCI e al PSI intervennero due attori estranei al panorama italiano quali la Santa Sede, in grado di mobilitare schiere di sacerdoti nell’ambito di una veemente campagna anticomunista, e gli USA, presentati come una terra promessa disposta a condividere il proprio benessere sotto forma di aiuti economici in cambio di un semplice voto. Il richiamo alla religiosità e la paura della miseria imperante in Russia si sarebbero rivelate argomentazioni più che sufficienti per convincere gli elettori a votare in massa la Democrazia Cristiana, confermatasi nella tornata del 18 Aprile come la prima forza del Paese con il 48,5% delle preferenze rispetto al 31% del cartello delle Sinistre: quest’ultimo aveva pagato il prezzo salatissimo della scissione avvenuta l’anno prima in seno al PSI, ora relegato nel ruolo di comprimario attestato su una percentuale del 9%, nonché l’incapacità di attrarre a sé l’intero bacino elettorale del defunto Partito d’Azione e dei qualunquisti.

Fra coloro che seppero invece trarre maggior vantaggio dalla polarizzazione dello scenario politico figurarono i neofascisti del Movimento Sociale Italiano, fondato nel Dicembre del 1946 in spregio alle normative costituzionali sulla riorganizzazione del PNF e chiaramente ispirato ai principi posti alla base della Repubblica di Salò. L’importanza delle elezioni del 1948 consiste nell’aver dato inizio ad una prassi politica imperniata sull’egemonia dell’asse D.C.-PSLI-PLI-PRI, destinata a perpetuarsi con alterne fortune fino alla caduta del governo Tambroni nel Luglio del 1960: tuttavia se da un lato la formula centrista permetteva di esercitare il potere con il massimo consenso neutralizzando i poli antidemocratici, dall’altro impediva l’attivazione del meccanismo virtuoso dell’alternanza maggioranza-opposizione, contribuendo tra le altre cose alla deresponsabilizzazione della classe dirigente. Fu proprio l’ingresso nell’Alleanza Atlantica ad ufficializzare l’esclusione dei partiti di estrema destra e sinistra dall’area di governo, vuoi perché legati a doppio filo con Mosca e con le altre potenze comuniste, vuoi perché passibili di attentare alle istituzioni democratiche: in altre parole questa conventio ad excludendum fu la risposta italiana ad uno dei periodi più tesi nell’ambito della Guerra Fredda, caratterizzato da un’escalation del confronto fra le due superpotenze come avvenuto in occasione del blocco di Berlino e, soprattutto, della guerra di Corea.

Analizzando con maggiore attenzione il panorama partitico è possibile cogliere il senso di smarrimento e di profonda frustrazione imperanti nel PSI, squassato dalla lotta intestina fra i sostenitori dell’alleanza con il PCI e coloro che invece propendevano per un indirizzo più autonomista: ciò risultò evidente in occasione dell’avvicendamento fra Nenni e Jacometti nel Luglio del 1948, destinato nelle intenzioni dei suoi promotori ad invertire il trend negativo registratosi nel corso della tornata elettorale del 18 Aprile. Un progetto che col senno di poi si sarebbe dimostrato troppo ambizioso per un partito indebolito dalla defezione dei socialdemocratici e dall’espulsione dall’Internazionale socialista, tanto da naufragare dopo appena un anno spianando la strada al ritorno dello storico Segretario. La stagione della prima legislatura fu oltretutto dominata da un clima di tensione che rischiò in molteplici circostanze di degenerare nello scontro violento: emblematica in tal senso fu la crisi scaturita dalla mobilitazione di piazza organizzata dalla CGIL in risposta all’attentato contro Palmiro Togliatti, rientrata grazie all’intervento tempestivo dei dirigenti comunisti che soffocarono i fuochi insurrezionali sparsi nella penisola. Scelta assennata nell’ottica della strategia di legittimazione perseguita fin dal 1944, ma non esente da contraccolpi come la rottura dell’unità sindacale dopo la fuoriuscita dell’ala cattolica e la strumentalizzazione dell’episodio in chiave reazionaria.

La pagina di apertura dell’Unità dopo l’attentato ordito contro Palmiro Togliatti (Fonte: Historia Regni)

Nel frattempo la coalizione governativa procedeva senza troppi scossoni nel suo programma di ricostruzione nazionale e di rilancio delle relazioni diplomatiche con i partner occidentali, obiettivi irrinunciabili per il reinserimento a pieno titolo dell’Italia in un’Europa che stava cambiando pelle. L’adozione di una politica liberista volta a rimpinguare le casse dello Stato finì tuttavia per esasperare le già precarie condizioni di vita in cui versavano le classi lavoratrici, interessate da una vasta campagna di licenziamenti e dalla disoccupazione mentre il mercato del lavoro cercava lentamente di riprendersi. Per tenere sotto controllo eventuali spinte eversive passibili di rafforzare il fronte delle Sinistre e al contempo consolidare la propria presa a livello nazionale, la D.C. fece approvare misure straordinarie per il Meridione come la riforma agraria del 1950, mirata all’espropriazione dei latifondi e alla loro suddivisione in tante piccole proprietà da distribuire ai contadini, e il potenziamento delle infrastrutture nel Sud attraverso i prestiti concessi dalla Cassa per il Mezzogiorno.

La linea economica adottata dal governo ebbe ripercussioni negative anche sullo stato di salute del PRI, da sempre interprete attraverso il ministro per il Commercio estero Ugo la Malfa di un indirizzo keynesiano che tenesse debitamente conto della questione sociale: la miseria dilagante nel Paese, così come l’invadenza dei comitati civici di Luigi Gedda nella vita privata dei cittadini, rischiavano infatti di offrire al comunismo terreno fertile nel quale affondare le proprie radici. Nemmeno il PLI era rimasto immune dalle conseguenze derivanti dalle riforme della D.C, prima fra tutte quella agraria che aveva colpito con estrema durezza il notabilato meridionale spingendolo, in taluni casi, fra le braccia di un Partito Nazionale Monarchico capace di occupare posizioni di rilievo nelle amministrazioni delle maggiori città del Sud. Altra forza molto attiva in quest’area del Paese era il Movimento Sociale Italiano, impegnato in una duplice strategia mirata a coniugare l’anima extraparlamentare e socialistica ereditata da Salò con quella legalitaria.

L’insieme di questi fattori contribuisce a spiegare la perdita di consensi accusata dai democristiani nelle elezioni amministrative del 1952, quando il partito cattolico perse ben 10 punti percentuali rispetto al risultato fatto registrare 4 anni prima: il timore che un simile trend potesse essere confermato in occasione della tornata elettorale dell’anno successivo persuase De Gasperi della necessità di modificare la legge elettorale vigente alla Camera, obiettivo conseguito mediante l’attribuzione di un premio di maggioranza corrispondente ai 2/3 dei seggi alla coalizione che avesse ottenuto la maggioranza assoluta delle preferenze su scala nazionale. Il progetto attirò su di sé una tale pioggia di critiche provenienti da entrambi i rami del Parlamento da accreditarsi il non proprio edificante titolo di legge truffa, nonché continui richiami alla riforma Acerbo del 1923 che aveva spianato la strada alla dittatura fascista.

Alla prova dei fatti nemmeno questo espediente permise al quadripartito di recuperare il terreno perduto rispetto alla concorrenza, capace di sottrarre una manciata di voti sufficienti ad impedire il raggiungimento del quorum e dell’ambito correttivo maggioritario. Le ragioni di una simile disfatta vanno ricercate nel venir meno di quel voto utile che nel 1948 aveva ingrossato oltremisura le fila della D.C., allora percepita come il solo baluardo anticomunista in un periodo di estrema tensione che, nel Giugno del 53, sembrava essersi ormai esaurito: la morte di Stalin e la conclusione della guerra di Corea avevano infatti contribuito alla riapertura del dialogo fra le due superpotenze dopo la brusca interruzione registratasi durante la Conferenza di Parigi, propedeutica alla chiusura di alcuni contenziosi territoriali come quello sul territorio libero di Trieste dopo sette anni di amministrazione interalleata.

Niccolò Meta per Policlic.it

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