Auschwitz: diario di un pellegrinaggio laico

Auschwitz: diario di un pellegrinaggio laico

In un’Italia che non muove un ciglio, non si indigna più se un candidato alla presidenza di una regione parli di “razza bianca”, la Giornata della Memoria rischia di finire nel dimenticatoio. Rischia di divenire, per i vertici, solo una serie di impegni istituzionali, svuotati però del loro reale significato.

Questo è uno dei tanti motivi che mi hanno spinto a partecipare al progetto del Treno della Memoria, dell’associazione leccese Terra del Fuoco Mediterranea, non più solo come partecipante, ma come educatrice, poiché sento forte la responsabilità di divenire testimone di un orrore così grande, a cui la mia amata nazione ha partecipato attivamente e di cui è stata connivente. Reputo sia essenziale sensibilizzare l’opinione pubblica, perché i testimoni sopravvissuti stanno morendo, ed è importante che si comprenda che la Shoah non è solo un terribile capitolo chiuso della storia, ma un evento creato dalla “società moderna”.

Zygmunt Bauman, in Modernità ed Olocausto infatti diceva:

“L’Olocausto non fu semplicemente un “problema ebraico” e non soltanto un evento della “storia ebraica”. L’Olocausto fu pensato e messo in atto nell’ambito della nostra società razionale moderna, nello stadio avanzato della nostra civiltà e al culmine dello sviluppo culturale umano: ecco perché è un problema di tale società, di tale civiltà e di tale cultura. Per questo motivo l’autoassoluzione della memoria storica che ha luogo nella coscienza della società moderna è più di un’oltraggiosa noncuranza per le vittime del genocidio. E anche il segno di una cecità pericolosa e potenzialmente suicida”.

Sono partita venerdì 19 per un viaggio che prevedeva una tappa intermedia prima della destinazione finale di Cracovia: Praga. In questa città bellissima, profondamente segnata dagli anni di occupazione (che in realtà sarebbe più corretto definire con il termine “colonizzazione”) della Germania nazista. Praga, allora capitale del protettorato di Boemia e Moravia, fu una delle nazioni, la cui Resistenza ha combattuto in maniera più attiva, e per questo è stata severamente punita.

Infatti una delle prime tappe è stata Lidice, una città completamente distrutta per rappresaglia contro l’uccisione di Heydrich, detto il boia di Praga, Protettore di Boemia e Moravia. 

La città venne completamente distrutta, gli uomini giustiziati, le donne deportate nei campi, i bambini deportati nei campi di sterminio e giustiziati poco dopo nelle camere a gas.

Dei tanti se ne salvarono solo 17, inseriti in un programma di germanizzazione, ed affidati alle famiglie tedesche.
Fecero scempio di un intero villaggio, disseppellendo finanche i morti.
Un triste gemellaggio con la città di Marzabotto, in Italia.

Nella valle innevata, dove prima sorgeva la cittadina, non è rimasto nulla, se non, come memoriale, una statua dei bambini di Lidice. Quelli che non sono potuti diventare grandi. Sembravano guardarci con quegli occhi grandi e impauriti, in maniera così intensa da sembrare un monito: sembrava implorassero che più nessun bambino nel mondo potesse morire così.

Senza colpa. Senza senso.

Abbiamo visitato la città di Terezín, quella famosa città che nel video di propaganda nazista era “la città donata” da Hitler per gli ebrei. Terezín era una città che sorgeva tra le mura di una fortezza costruita dagli Asburgo, un secolo prima, per difendere i confini dell’Impero Austro-ungarico dalla minaccia zarista, e che durante la Seconda Guerra mondiale venne convertita in ghetto e campo di concentramento.

Era un campo essenzialmente di transito, dove all’inizio vennero collocati gli ebrei che avevano combattuto per la Germania durante la Prima Guerra Mondiale, intellettuali ed artisti, e poi divenuto di smistamento per i veri e propri campi di sterminio. 

Le condizioni di vita sia nel ghetto che nel campo erano durissime, ed il tasso di mortalità raggiungeva numeri impressionanti. Nel 1944, a causa delle continue proteste del governo danese che pretendeva di conoscere le condizioni di vita dei suoi cittadini ebrei, deportati in Cecoslovacchia, Adolf Eichmann decise di girare un film di propaganda da mostrare alla Croce Rossa.

Nel ghetto e nel campo vennero costruiti campi di calcio, ristoranti e bar per l’occasione. Tutti i prigionieri in condizioni fisiche disastrose non potevano comparire nel film e quindi vennero tutti deportati ad Auschwitz-Birkenau ed uccisi nelle camere a gas. Al termine delle riprese, tutti coloro che avevano partecipato vennero anch’essi deportati ed uccisi.

Durante la visita abbiamo avuto l’opportunità di guardare stralci di questo filmato intitolato Hitler dona una città agli ebrei, il cui fine era tranquillizzare la Croce Rossa quanto fomentare il popolo tedesco che, invece, nelle proprie città moriva per gli stenti, la fame e la guerra.

Ed è stato angosciante.

Innanzi tutto perché durante la proiezione eravamo seduti in un cinema creato appositamente per le famiglie delle SS, che abitavano il campo, e poi perché ci si rende davvero conto di quanto la verità attraverso i media possa essere manipolata in maniera così disumana.

Piena di rabbia e di incredulità nei confronti delle capacità dell’uomo, sono partita poi per la volta di Cracovia, città splendida che ha pagato a caro prezzo la “colonizzazione” tedesca.

Razza inferiore quella polacca per Hitler.

Bisognava dunque addirittura insegnare loro ad attraversare la strada con degli umilianti manifesti affissi sulla città.

Passando per il quartiere ebraico e per quello che in quegli anni fu il ghetto, sembrava ancora di sentirle le urla di quando il ghetto una mattina venne definitivamente “evacuato”, e sembrava ancora di vederlo scorrere per la piazza il sangue di tutti quei bambini uccisi immediatamente.

Fucilati.

Uccisi a sangue freddo da uomini che una volta terminato il loro turno di lavoro, erano dei padri di famiglia esemplari.

Nella piazza oggi sorge il “monumento delle sedie”: sessanta sedie di varie dimensioni, sparse per la piazza, per ricordare i 6 mila ebrei polacchi. La comunità ebraica, allora, più grande al mondo.

Il giorno successivo è stata la volta di Auschwitz-Birkenau, e mentre provavo a preparare i ragazzi del mio gruppo con delle informazioni storiche sulla costruzione del campo di sterminio più grande che sia esistito, la voce iniziava a farsi rotta e le mani iniziavano a tremare. Stavamo per entrare, con una sorta di pellegrinaggio laico, nel cimitero più grande d’Europa.

Nel luogo in cui migliaia di persone sono state detenute, torturate, uccise, ma soprattutto private della propria umanità.

Ciò che non mi dava pace, mentre passavo da un blocco all’altro del museo, era l’idea del processo di deumanizzazione di queste persone: marchiate con un numero, come le bestie, ammassate in stalle come i cavalli, uccisi con un gas che era un pesticida per pidocchi.

Pidocchi.
Bestie.
Animali.
Numeri.
Forza lavoro.
Ma non persone.

E la responsabilità di noi educatori era quella di far sì che, una volta tornati a casa, i ragazzi non ricordassero dei numeri dei detenuti, ma le loro storie, le vite di cui sono stati privati. Per questo abbiamo chiesto loro di scrivere il nome di uno dei tanti deportati che fino al 1943 venivano registrati con delle foto, oggi affisse al museo. Ognuno doveva prendere a cuore una persona, quindi una famiglia, una storia, una vita e ricordarla ad alta voce nel momento di commemorazione finale.

Troppo dolore tra quei recinti in filo spinato.
Attorno a noi vedevamo solo morte.
Tutto ciò è successo, è reale.

Per me è stata una pugnalata dritta al petto, e lo è ogni volta in cui qualcuno tenta di sminuire quanto accaduto, volendo per forza trovare qualche altra tragedia da paragonare. La Shoah è una tragedia unicanel suo genere, e chi visita i campi lo può toccare con mano. È stata l’espressione della volontà di uccidere un intero popolo. Nulla è paragonabile.

È dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale che nasce la nostra Europa e l’ONU, solo che per ceneri non si intendono le macerie delle città distrutte dalla guerra, ma quelle dei corpi, a cui prima hanno tolto l’anima e, successivamente, privi di vita sono stati bruciati, nei forni crematori.

Ceneri che spesso venivano sparse per il campo, per non far sporcare di fango gli anfibi delle SS.

La giornata della memoria deve tornare ad avere la sua importanza, i valori antifascisti e antinazisti devono continuare ad essere esaltati dalle istituzioni perché, come abbiamo scritto nello striscione che è servito a Birkenau per la cerimonia di commemorazione, “è successo e dunque può accadere”.

Concludo con le parole di Primo Levi di Se questo è un uomo:

Meditate che questo è stato, vi comando queste parole scolpitele nel vostro cuore, stando in casa, andando per via, coricandovi, alzandovi, ripetetele ai vostri figli”.

Francesca Giulia Damasi per Policlic.it

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