Confucio e Marx tra Taizong e Xi

(Immagine a cura di Mirko Bacci)

Gli oltre tre millenni lungo i quali si snoda il cammino storico della Cina sono ricchi di avvenimenti complessi, susseguitisi al ritmo di guerre intestine e accentramento imperiale, dominio e sottomissione, splendore e decadenza. Tuttavia, sembrano anche essere uniti da un filo rosso, riconoscibile in quello che potrebbe essere considerato uno sviluppo progressivo, non interrotto nemmeno dai numerosi e catastrofici eventi nei quali la Cina si è venuta a trovare in più occasioni. Questo filo rosso sembra costituito dall’attitudine a conservare una tradizione culturale tutte le volte che nuove istanze venivano ad affermarsi, adattando queste ultime al passato e rielaborando il passato stesso, conferendogli freschezza. Taoismo, confucianesimo, buddhismo e, recentemente, anche il marxismo hanno trovato un posto proprio, non solo nelle biblioteche o nelle sempre raffinate élite culturali, ma nelle famiglie, nelle case, nel comune sentire quotidiano e nell’organizzazione dello Stato, piegandosi alle necessità nascenti di una società certa di ritrovare il proprio antico splendore.

Senza voler dare alcun giudizio di merito secondo i canoni occidentali, che identificano quel Paese come dittatoriale e lontano dai valori democratici che ci sono tanto cari, non è possibile non notare quanto questo sistema sia condiviso dai cittadini, forse più di quanto non siano condivisi sistemi nei quali si svolgono libere elezioni. Si tratta solo di un fatto economico? Di una fiducia data da una crescita ventennale sopra il 7% annuo? Forse l’abilità occidentale, sviluppata a partire dall’epoca comunale, di adattarsi rapidamente (in senso storico e quindi relativo) alle nuove istanze continuerà a costituire la guida per la civilizzazione? Può essere. Eppure, anche la caratteristica della Cina di integrare tradizioni e culture millenarie con ideologie moderne, unendo la più radicata cultura popolare con le intuizioni di un futuro ultramoderno, sembra conferire al Paese una grande solidità. In questo articolo si vuole tentare un paragone tra un periodo imperiale fondamentale per l’organizzazione statale cinese come quello della dinastia Tang e la Cina contemporanea. Un azzardo, forse, anche se è possibile osservare come i tanti “fili rossi” rimasti pendenti per svariate motivazioni negli ultimi tre secoli si stiano, uno alla volta, riallacciando.


 

L’Impero di Taizong

Attorno al 630 d.c., Chang’an era sicuramente la città più popolosa e, probabilmente, più potente del mondo. Poco più di un decennio prima, l’imperatore Taizong, in precedenza conosciuto come Li Shimin, aveva fondato la nuova dinastia imperiale passata alla storia con il nome di Tang. Oggi Chang’an è conosciuta con il nome di Xi’an, datole dalla dinastia Ming; con i suoi quasi 9 milioni di abitanti, è riportata nelle cartine storiche moderne come il punto più orientale della Via della Seta. All’epoca era la capitale di un impero che aveva il suo centro nello Shaanxi e di cui l’imperatore Taizong aveva faticosamente completato la riunificazione iniziata con la breve dinastia Sui alla fine del VI secolo, dopo tre secoli di divisioni. Sotto Taizong e gli immediati eredi – il figlio Gaozong, che rimase colpito da paralisi dopo dieci anni di regno, l’imperatrice Wu Zhao – e fino al primo periodo dell’imperatore Xuanzong, la Cina visse uno dei suoi momenti più fulgidi, per alcuni storici paragonabile agli splendori delle dinastie Han e Ming.

Un’antica rappresentazione della città di Chang’an (Fonte: Wikimedia).

Certo, fu un periodo ricco anche di turbolenze. Ai ricorrenti tentativi di separazione e di ribellione di alcune parti dell’impero si aggiunsero gli intrighi di corte di consorti e madri imperiali[1], che misero in crisi in più occasioni i dettami confuciani, rigorosamente maschilisti, per i quali era esclusa la possibilità di guide femminili del governo; guide che nella dinastia Tang non mancarono e con risultati oggettivamente migliori di quelli raccontati dalla successiva storiografia ufficiale cinese. Cerchiamo ora di vedere come era amministrato questo impero.


 

L’amministrazione imperiale all’epoca della dinastia Tang

In cima alla piramide del potere stava lo Huangdi (l’imperatore) e subito sotto di lui i Grandi Consiglieri (zaixiang), nominati direttamente dall’imperatore e che, giornalmente, si riunivano insieme a lui nella Sala dell’Amministrazione (zhengshitang). Al vertice dell’apparato governativo stavano i Tre Uffici (sansheng): il Consiglio degli Affari di Stato, la Cancelleria e la Segreteria (shangshusheng, menxiasheng, zhong-shusheng), i cui presidenti e vicepresidenti, insieme ad altri prestigiosi funzionari scelti dall’imperatore, facevano parte dell’élite dei Grandi Consiglieri. Senza addentrarci troppo nel tessuto burocratico dell’impero, possiamo dire che l’amministrazione territoriale e militare dipendeva dal Consiglio degli Affari di Stato, era esercitata attraverso i Sei Ministri (liubu) e si dipanava tra le Regioni Militari, le Prefetture, i Distretti, i Governatorati di Frontiera e altre divisioni amministrative capaci di coprire e controllare efficacemente l’intero territorio imperiale. Questa complessa macchina burocratica era presidiata da un’estesa classe di funzionari per accedere alla quale, al tempo della dinastia Tang, era necessario superare gli “Esami imperiali”.

I candidati per l’esame si affollano attorno al muro dove sono stati resi noti i risultati (Fonte: Wikimedia).

Questi ultimi furono creati dalla precedente dinastia, la Sui, ma fu nell’era Tang che assursero a un ruolo basilare per il controllo della Cina, a tal punto che sono tuttora il punto di accesso inderogabile per far parte dell’amministrazione cinese dell’epoca post-rivoluzionaria o per accedere agli studi universitari[2]. Per accedere agli esami era necessario aver frequentato le Accademie, delle quali quella di Chang’an era la più prestigiosa. Aver superato gli esami significava acquisire lo status di funzionario, uno status che poteva rimanere tale anche senza incarichi specifici; il mancato superamento, invece, comportava l’accesso solo ai ranghi inferiori dell’amministrazione. Gli esami erano, e sono tutt’oggi nella Repubblica Popolare, una ghigliottina capace di condizionare l’intera esistenza futura di un individuo. Non dobbiamo pensare che il sistema consentisse la scalata sociale delle classi più umili; non fu mai impiantato un sistema di “borse di studio”, e se episodi del genere ci furono si limitarono a rari casi contingenti. Tuttavia, una certa mobilità sociale fu effettivamente realizzata tra classi che oggi definiremmo borghesi[3] e classi aristocratiche, tanto da creare, nel progredire del tempo, una sorta di bipolarismo dirigenziale tra appartenenti alla nobiltà tradizionale e coloro i quali erano assurti ai ruoli di potere in forza della “meritocrazia”.

Gli imperatori stessi (a partire proprio da Wu Zhao, che estese il sistema a larghissimo raggio) con il tempo si resero conto che la creazione di una classe così vasta di persone che dovevano il proprio status sociale a una istituzione imperiale tendeva a fidelizzare verso il potere centrale una più ampia fascia della popolazione, nonché a tenere a bada la tendenza dell’alta aristocrazia a governare autonomamente i propri possedimenti. Nella realtà, solo una piccola parte di coloro che superavano gli esami riceveva un incarico effettivo di alto livello; la maggior parte esibiva il superamento come status, simile a un cavalierato, e comunque riceveva benefici e incarichi a livello locale.

Gli esami non erano affatto uno scherzo. Quelli regolari (keju) si tenevano una volta all’anno e potevano essere di venti tipi diversi. I principali erano cinque, i più importanti dei quali consentivano di ottenere il titolo di “esperto in classici” (mingjing) e di “studioso introdotto” (jinshi). Per superare tali esami si doveva dimostrare una vasta erudizione sui Classici confuciani e una notevole abilità letteraria. Altri esami erano quelli che accertavano l’abilità calligrafica o le conoscenze matematiche e giuridiche e, in generale, non consentivano l’accesso alle cariche più elevate. Accesso che, con il tempo, diventò appannaggio quasi esclusivo degli Jinshi. Superati gli esami regolari si assumeva lo status di funzionario, ma per l’assegnazione di un effettivo ruolo operativo si doveva superare un altro esame (xuan), connesso questa volta con l’incarico da ricoprire. Complicatissima era, poi, la divisione dei funzionari: divisi in nove gradi (pin), a loro volta suddivisi in trenta classi (deng), il loro stipendio veniva stabilito in base alla collocazione.


 

Confucianesimo e “Stato famiglia”

L’epoca Tang va ricordata anche per le grandi dispute tra le Tre Dottrine (sanjiao) per eccellenza: confucianesimo, taoismo e buddhismo. In generale, ci fu una grande ripresa della tradizione confuciana lasciata un po’ in disparte dai Sui, ma il vero conflitto avvenne tra taoismo e buddhismo, che si imposero e decaddero secondo i voleri dei diversi imperatori: da Wu, che tentò di fare del buddhismo una sorta di “religione di stato”, fino alla grande persecuzione[4] da parte di Wuzong, che inferse al buddhismo cinese un colpo mortale dal quale non si sarebbe più ripreso se non nell’assimilazione di alcune parti di quel pensiero all’interno del confucianesimo. Anche se gli imperatori che si succedettero manifestarono interessi più o meno vividi per il taoismo e il buddhismo, fu però il confucianesimo la base ideologica e normativa del sistema imperiale per due millenni.

Sarebbe assolutamente impossibile riassumere, anche in poche righe, la complessità di una dottrina come quella confuciana, che si è arricchita costantemente di contenuti nel corso di due millenni e che ancora oggi, dopo la riscoperta di quella tradizione da parte della Cina, mostra segni di vitalità e di continua elaborazione[5]. Quella che segue è la sintesi più diffusa dei principi confuciani che non sono mai stati oggetto di contraddizione: lo Stato è una grande famiglia i cui riti, il rispetto delle gerarchie, lo studio dei classici e l’esperienza degli antichi assicurano la concordia dei cittadini sotto la guida dell’Imperatore, stimato come Figlio del Cielo, padre e maestro di ogni cinese, capo politico e spirituale della nazione, unico vero sacerdote in grado di parlare con il Cielo e di compiere i più importanti riti religiosi. È raccomandata la pratica delle virtù: non fare il male, obbedire ai genitori, perfezionare se stessi, dominare le passioni. A livello morale, propugna la morale naturale propria di ogni uomo.


 

La Cina di Xi

Trasferiamoci ora a Xi’an nei primi decenni del XXI secolo. Non resta niente dell’antica Chang’an dell’epoca Tang. Si tratta di una città ricca di industrie e sede di due tra le più prestigiose università cinesi. Dista solo 30 km dalla tomba del “primo imperatore”, Qin Shihuangdi, con il famoso esercito di terracotta, e per questo è anche una frequentata meta turistica. Non è più il centro dell’impero: prima i Mongoli e poi i Ming trasferirono la capitale definitivamente a Pechino (Beijing). In vetta al potere cinese non c’è più uno Huangdi, ma un Presidente della Repubblica che riveste anche la carica di Segretario del Partito Comunista Cinese, di nome Xi Jinping. Entrambi sono di nobili origini: Taizong era membro di una delle più prestigiose famiglie aristocratiche del Nord-Ovest, Xi nasce come membro dei “principi rossi” (Taizi), ovvero dei discendenti di coloro che parteciparono alla Lunga Marcia e alla conquista del potere nel 1949. Come Taizong, anche Xi governa la più popolosa unità territoriale del mondo attraverso un ramificato sistema burocratico che lo vede al vertice del processo decisionale. L’organo legislativo è rappresentato dall’Assemblea Popolare o, più precisamente, dal Comitato Esecutivo della stessa, nel quale vengono convogliati gli uomini selezionati dal leader in carica e i cui membri costituiscono una sorta di “Grandi Consiglieri” del Presidente.

Un classico esempio di come si svolgono, al giorno d’oggi, gli esami per entrare a far parte della macchina burocratica cinese (Fonte: tumblr-zuloarkcolective).

Per accedere agli incarichi della lunghissima catena burocratica sono previste infinite sessioni di esami, il superamento dei quali dà diritto all’avanzamento gerarchico[6]. Le selezioni sono dure e altamente meritocratiche, per dipendenti dello Stato, politici e membri di partito. Quello che è interessante segnalare è che le principali istituzioni cinesi sono il governo, con unica leadership, e la famiglia, tanto da far parlare gli storici di uno Stato vissuto dalla popolazione come un padre, un membro della famiglia. Nella politica cinese, gli interessi collettivi prevalgono sui gruppi di interesse, in perfetta armonia con i dettami confuciani. Questo approdo istituzionale e sociale è arrivato dopo un lungo periodo, iniziato nel 1920 con i primi marxisti Chen e Lin, e proseguito con notevoli scontri interni alle componenti comuniste, prima della rivoluzione e durante tutta l’epoca maoista e post-maoista, attorno alla sinizzazione del marxismo.


 

Marxismo e progresso

La sinizzazione di un’ideologia occidentale fu una necessità già avvertita da Mao Zedong nel suo scontro con Chen Duxiu, il quale era appoggiato dall’Internazionale in virtù delle posizioni ritenute più conformi alla prevalente linea marxista-leninista[7]. Questo processo di ricezione del marxismo in Cina, secondo Federico Avanzini[8], si compone di quattro diverse fasi. Lo storico identifica un primo periodo tra la fine del XIX secolo e il 1927, periodo durante il quale le élite intellettuali cinesi accolsero le elaborazioni culturali provenienti dall’Occidente. È il periodo della caduta anche formale dell’Impero, dei movimenti del maggio 1919, della fondazione del PCC nel 1921, della collaborazione tra comunisti e nazionalisti, fino al bagno di sangue del 1927[9], che sancì la fine di questo lungo periodo di gestazione del comunismo cinese. La seconda fase comprende gli eventi tra il 1927 e il 1956, attraverso cui il gruppo dirigente del PCC maturò una linea politica e una strategia di transizione che culminò nella presa del potere nell’ottobre del 1949, nell’elaborazione del primo piano quinquennale e sancì il successo della linea maoista. Il terzo periodo viene identificato, sempre da Avanzini, con l’arco temporale compreso tra gli anni 1957 e 1976, fino alla morte di Zhou Enlai e di Mao. È il periodo caratterizzato dalla politica del Grande Balzo e dalla Rivoluzione Culturale, che segnarono il dibattito sul modello di società socialista e la polemica nei confronti dell’URSS. L’ultimo periodo, il quarto, è quello caratterizzato dalla leadership di Deng Xíaoping, in cui il gruppo dirigente del PCC, ormai ampiamente rinnovato, si trovò di fronte ai problemi del dopo Mao e alle necessità della modernizzazione del Paese.

Oggi il marxismo in Cina è nella veste di una concezione pragmatica intesa soprattutto come teoria economica tesa allo sviluppo e alla modernizzazione del Paese. I temi della rivoluzione culturale e dell’etica marxista sono stati abbandonati per far posto all’ideologia del progresso e della crescita economica. Una concezione del marxismo per molti aspetti riconducibile a quella elaborata negli anni venti da Chen Duxiu, un marxismo cioè inteso prima di tutto come teoria economica dello sviluppo socialista e come scienza sociale necessaria alla realizzazione di quello che gli attuali ideologi del partito hanno definito il sogno cinese[10], un sogno che Xi intende realizzare mediante un forte accentramento del potere e una rete di burocrati a lui fidelizzati.

Uno scorcio di Xi’an ai giorni nostri (Fonte: Wikimedia).

Sarebbe persino banale (nonché un’esagerazione) evocare le similitudini tra l’attuale configurazione di potere in Cina e quella dell’epoca Tang. Non si può tuttavia non sottolineare come la Cina, dopo secoli durante i quali ha dovuto affrontare prima la lunga decadenza durante la dinastia Quin, costellata di umiliazioni, corruzione e disgregazione del tessuto sociale, nonché poi le grandi turbolenze e i cambiamenti di rotta nel corso del XX secolo, abbia oggi ritrovato un equilibrio fondandosi, con le differenze e gli aggiornamenti del caso, sulle stesse basi che ne hanno fatto, per millenni, una delle società più progredite dell’ecumene umano. Quelle stesse basi confuciane nelle quali uno Stato piramidale da servire e dal quale essere serviti secondo precise istituzioni riconoscibili è, insieme alla famiglia, alle sue tradizioni e alla ritualità ad essa connessa (i cimiteri degli antenati non sono mai stati così frequentati)[11], il fondamento di una società stabile e condivisa. Da notare l’attitudine di quella società e delle élite intellettuali di elaborare pensieri e ideologie senza stravolgerne le basi fondamentali, ma adattandole alle necessità della società con il risultato di mantenerle vive ed efficienti. Così come le poche basi essenziali del pensiero confuciano hanno dato origine a una delle più vaste letterature di saggistica, di riscrittura e di reinterpretazione, la stessa cosa sembra essere avvenuta con il marxismo, la cui sinizzazione, iniziata un secolo fa, sembra essere in continua evoluzione. Nessuno può prevedere se il crescente benessere diffuso sarà destinato ad approdare a quelle contraddizioni delle società occidentali che molti ritengono insorgeranno anche in Cina. Non pare tuttavia un esito molto probabile perché, parallelamente al benessere e al consumismo, la Cina sembra aver trovato una sua stabilità incorporando, come già fatto con le tre dottrine, anche la quarta, il marxismo, adattandola alla propria tradizione in un processo di “ottimizzazione dottrinale” che sembra essere più vivace che mai.

Mirko Bacci per Policlic.it


 

[1]Oltre alla già citata imperatrice Wu Zhao va ricordata Wei, consorte di Zhongzong, e l’influenza che ebbe negli affari di governo dopo la morte di Wu. Taiping, figlia della stessa Wu, tentò di limitare i poteri dell’imperatore Li Longji e Yang Yuhuan; fu amante dell’imperatore Xuanzong e divenne uno dei soggetti preferiti della narrativa popolare cinese.

[2] Fregonara, G., Prova il Gaokao, l’esame che fa tremare 10 milioni di cinesi, Corriere della Sera, Milano, 24 febbraio 2017.

L’esame definito Gaokao, da sostenere al compimento dei 18 anni, consente l’accesso alle migliori università cinesi e si è calcolato che solo uno studente su 50.000 riesce nell’impresa.

[3] Sabattini, M., Santangelo, P., Storia della Cina, Laterza, Bari 2009, p. 284.

Gran parte dei funzionari cooptati attraverso il sistema di esami apparteneva a classi inferiori della nobiltà o a famiglie di rango non nobile ma che avevano fatto fortuna nei commerci, tanto da consentire ai loro membri l’accesso alle accademie e una completa istruzione.

[4] Sabattini, M., Santangelo, P., Storia della Cina, Laterza, Bari 2009, pp. 297-298.

La persecuzione anti-buddista ebbe inizio con una serie di provvedimenti minori… Nell’845, tuttavia, il governo Tang approvò una risoluzione senza precedenti: d’ora in avanti sarebbe stato possibile (per i buddhisti) conservare solo un tempio in ciascuna delle prefetture più importanti e quattro templi nella capitale, tutti gli altri che contavano decine di migliaia avrebbero dovuto essere distrutti e tutti i beni consegnati al Ministero della Finanze

[5] “Poco dopo la morte di Mao, la città natale di Confucio è stata riaperta ai turisti cinesi e dal 1979 anche agli stranieri. Oggi in Cina il culto è seguito da circa 200 milioni di persone: dal 1984 la ricorrenza della data di nascita di Confucio si celebra con grande solennità. Sua è una delle sentenze adottate dal Partito Comunista Cinese: Che importa se il gatto è bianco o nero, purché acchiappi i topi.” (Melis, G., Demarchi, F., La Cina contemporanea, Edizioni Paoline, Roma 1979, p. 123)

 

[6]ll partito comunista cinese è una delle organizzazioni più meritocratiche esistenti al mondo. L’Occidente crede che in sistemi politici a partito unico il potere sia concentrato nelle mani di pochi, il che porta a cattivo governo e a corruzione. Vediamo se è così. Il partito opera secondo una piramide composta da tre elementi base: Servizio Civile, Imprese di Stato e Organizzazioni Sociali (es: università). I giovani laureati vengono assunti in uno dei tre elementi e da li iniziano la loro carriera politica. Ci si può muovere in verticale ed in orizzontale, quindi un giovane laureato può, ad esempio, iniziare come rappresentante d’istituto in un’università’ (Organizzazioni Sociale), per poi venir promosso a fare il manager in un azienda di stato (Imprese di Stato) e poi promosso ancora a sindaco in una città (Servizio Civile), poi, nel tempo passa ancora in azienda più importante con mansione più senior, per esempio CEO di una grossa azienda di stato e poi ancora promosso di nuovo nei servizi civile e diventare segretario provinciale del partito e cosi via lungo un percorso con tre basi che porta il candidato verso l’alto fino a raggiungere il massimo livello, membro del Comitato Centrale, dopo circa 30 anni. Il progredire verso l’alto avviene attraverso un esame annuale dove tutti i candidati vengono valutati, intervistando sia i loro superiori che le persone ai livelli inferiori, si fanno sondaggi esterni tra i vari soggetti interessati ed i vincitori vengono promossi. E così ogni anno.” (Geraci, M., Come funziona il partito comunista cinese, michelegeraci.com)

[7] Chen Duxiu fu cofondatore del Partito Comunista Cinese, primo presidente e segretario generale fino al 1927. Sosteneva posizioni fortemente anticonfuciane che lo avvicinarono alle posizioni prevalenti all’interno dell’Internazionale, in contraddizione con le posizioni di Mao tese alla ricerca di una “via cinese” al marxismo. Nel 1929 venne accusato di troskismo ed espulso dal Partito.

[8] Federico Avanzini insegna Storia dell’Asia moderna e contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino. Ha condotto ricerche sul pensiero politico moderno e contemporaneo cinese e giapponese e sui processi di modernizzazione nei paesi dell’Asia orientale di tradizione confuciana.

[9] Chiang Kai-shek, comandante dell’esercito nazionale cinese e leader della fazione nazionalista contraria al PCC, il 12 aprile 1927 organizzò una repressione contro i comunisti e i membri del KMT fedeli al governo di Wuhan, arrestandone e massacrandone centinaia.

[10] “I discorsi di Xi Jinping su questo tema compaiono regolarmente in editoriali del Quotidiano del Popolo (Renmin Ribao, 人民日报) e riempiono di articoli e notizie le pubblicazioni dell’agenzia di stampa statale Xinhua (新华通讯社). Il presidente vuole mostrarsi al mondo e soprattutto ai suoi connazionali come un leader carismatico, che affronta con risolutezza le grandi sfide della Cina per mantenere una crescita stabile, costruire una società prospera e aspirare ad un ruolo rilevante nella politica internazionale. Se, a detta di molti, il sogno cinese è solo uno slogan propagandistico, per altri è un processo mentale che andrebbe condiviso da tutti gli abitanti della Repubblica Popolare. Ampliamento del mercato interno cinese, ridistribuzione delle ricchezze e maggiore mobilità sociale sono i fondamenti per la realizzazione del sogno cinese: questa è l’idea che Xi Jinping vuole dare al mondo.” (Sha. Z., Il sogno cinese, Cinaliano blog)

[11] La venerazione per gli antenati in Cina è elemento fondamentale nel Confucianesimo. Vengono allestiti altari in templi in onore degli antenati, nei quali si svolgono riti religiosi, offerte e sacrifici, almeno in occasione di specifiche festività (per esempio durante il Qingming).

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