Dal fascismo alla Repubblica: il fallimento dell’epurazione

Qual è stato il rapporto tra il Fascismo e la Repubblica? Quanto lo Stato democratico si è distanziato da quello del regime di Mussolini? Claudio Pavone, sostenendo la tesi di una continuità tra l’Italia fascista e l’Italia repubblicana e democratica, individuava tra i fattori che avevano reso possibile tale continuità il fallimento del tentativo dell’epurazione e la debolezza delle sanzioni contro il fascismo[1].

In realtà, almeno in una fase iniziale, si cercò di epurare la pubblica amministrazione dal personale fascista, e infatti il Titolo secondo del decreto luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159, Sanzioni contro il fascismo[2] è interamente dedicato all’epurazione della pubblica amministrazione. Secondo il decreto, dovevano essere sottoposti a provvedimento di epurazione tutti gli appartenenti alle amministrazioni civili e militari dello Stato, nonché gli appartenenti alle amministrazioni degli Enti pubblici, degli Enti locali, delle Aziende speciali dipendenti dalla pubblica amministrazione e delle Aziende private concessionarie di servizi pubblici o riconosciute di interesse nazionale (art. 11). La sanzione più pesante prevista era la dispensa dal servizio, la quale doveva essere inflitta a coloro che avevano partecipato attivamente alla politica fascista e a coloro i quali avevano conseguito avanzamenti di carriera “per il favore del partito o dei gerarchi fascisti” (art. 12). Inoltre, era prevista la dispensa dal servizio anche per chi avesse dato prova di faziosità fascista durante il ventennio (art. 13) e per gli impiegati che avessero prestato giuramento alla Repubblica Sociale Italiana dopo l’8 settembre 1943, o che avessero collaborato con essa, a meno che quegli stessi impiegati non fossero stati costretti a farlo con minacce rivolte a essi o alle loro famiglie, oppure nel caso in cui avessero danneggiato l’azione dei nazifascisti (art. 17). In luogo della dispensa, infine, poteva essere inflitta la retrocessione di grado nel caso di avanzamenti ottenuti nei concorsi grazie ai titoli fascisti (art. 15).

A occuparsi del giudizio di epurazione dovevano essere delle commissioni costituite presso ogni ministero, amministrazione o ente autonomo, nominate dal ministro competente e composte da un magistrato, dal capo del personale e da un terzo membro designato dall’Alto Commissariato per l’epurazione; per gli enti locali si sarebbero costituite delle commissioni a livello provinciale, nominate dal prefetto e composte da un magistrato, un funzionario della prefettura e un terzo membro nominato dall’Alto Commissariato (art. 18). L’impiegato sottoposto a processo d’epurazione poteva presentare una difesa entro dieci giorni (art. 19), e poteva entro tre giorni dalla comunicazione del verdetto della commissione presentare un ricorso a una Commissione centrale nominata dal Presidente del Consiglio e composta da un presidente, da due magistrati, da due funzionari dell’Amministrazione centrale e da altri due membri nominati dall’Alto Commissariato. Lo stesso articolo prevedeva la possibilità di ricorso anche da parte dell’Alto Commissariato, entro dieci giorni dal pronunciamento della singola commissione (art. 20). È il Titolo V del decreto a istituire, invece, l’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, nominato dal Consiglio dei ministri e a cui vengono assegnati “magistrati e funzionari in numero adeguato” (art. 40). Compito dell’Alto Commissario era quello di dirigere l’opera di tutti gli organi che si occupavano di sanzioni contro il Fascismo (art. 41).

È evidente come l’epurazione, posta nei termini del Dll del 27 luglio 1944, fosse un’impresa titanica, che doveva coinvolgere, nelle intenzioni iniziali, tutta l’amministrazione italiana. Infatti, l’Italia aveva vissuto vent’anni di dittatura fascista, durante i quali la burocrazia era stata uno dei centri di consenso del regime[3]. Bonomi (allora Presidente del Consiglio), rispondendo a Togliatti che si lamentava della lentezza dell’epurazione, sostenne proprio che la situazione italiana era molto diversa rispetto a quella di Francia o Belgio: in questi due paesi l’occupazione nazista era stata di pochi anni, e dovevano essere valutati soltanto i casi di collaborazionismo; al contrario, la lunghezza del regime fascista in Italia richiedeva un’epurazione che coinvolgesse l’intera società, e quindi tempi sensibilmente più lunghi[4].

In effetti lo sforzo per cercare di epurare l’amministrazione italiana secondo le disposizioni del decreto del luglio del 1944 sembrava imponente. Alla fine del 1944 funzionavano quarantotto commissioni per le amministrazioni centrali, settantadue per gli enti controllati o dipendenti, ne erano in corso di nomina altre quarantaquattro, e a tutte queste erano da aggiungere le commissioni provinciali per giudicare le amministrazioni territoriali[5]. Lo sforzo emergeva anche considerando il numero di denunciati: gli esaminati erano 218159, su 385465 impiegati, il 56% del totale[6], una percentuale importante. L’amministrazione, insomma, sembrava profondamente coinvolta dal processo epurativo, ma in realtà fu così solo in parte. Infatti, se si passa ad analizzare i numeri che riguardano l’inizio e la conclusione, si inizia a capire il perché si possa parlare di fallimento dell’epurazione. Le pratiche iniziate furono solo 26136, quelle portate a conclusione addirittura 17162, con un enorme ritardo che gravava sulle commissioni[7]. La situazione risulta poi ancora più chiara se si entra nel merito dei giudizi: il numero delle assoluzioni e dei proscioglimenti era soverchiante, e pochissime erano le dispense dal servizio (che come visto erano la sanzione più grave) inflitte; allo stesso modo, per i ricorsi all’amministrazione centrale, era costante la tendenza a riformare i giudizi in senso favorevole all’impiegato posto sotto processo e condannato in primo grado[8].

Il fallimento dell’epurazione è poi reso ancor più evidente se si scende nei casi concreti delle singole amministrazioni. Ad esempio, tra il 1944 e il 1946 furono collocati a riposo d’ufficio soltanto 20 prefetti, che erano quelli più compromessi con il regime fascista e che avevano aderito alla Repubblica Sociale[9]; allo stesso modo, soltanto il 10% dei magistrati fu epurato[10]. Nel Ministero del Tesoro, al 1950, tre direttori generali su sei avevano ricoperto ruoli importanti nel periodo fascista, mentre alle Finanze i direttori generali che avevano avuto ruoli rilevanti nel periodo bellico erano cinque su otto[11]. Numeri più o meno simili si ritrovavano in numerose amministrazioni, come alla Pubblica Istruzione, dove sette direttori generali su otto appartenevano alla cosiddetta “covata Bottai”[12]. E se questa era la situazione nelle amministrazioni centrali, gli stessi elementi si ritrovavano negli enti, dove anzi l’epurazione entrò anche meno[13].

Meritano una menzione speciale i settori dell’ordine pubblico e delle forze armate, i cui uomini passarono senza soluzione di continuità dal regime fascista all’Italia repubblicana[14]. I dirigenti dell’OVRA, ad esempio, saranno nella stragrande maggioranza dei casi sì processati, ma anche assolti[15]. Negli anni tra il 1946 e il 1956, inoltre, un terzo dei prefetti era di nomina fascista (79/268) e la continuità nella Polizia era ancora più evidente[16]. In questi settori ci sono storie individuali che ben testimoniano il fallimento dell’epurazione. Un esempio può essere quello di Ettore Messana, questore durante il regime in più sedi, chiamato a Bari durante la preparazione della spedizione di Albania, questore di Lubiana durante la guerra. In Slovenia, Messana si adoperò per reprimere il movimento partigiano jugoslavo, e proprio la Jugoslavia lo accusò di crimini di guerra. Mai processato (per crimini di guerra), nel Dopoguerra fu nominato ispettore generale di pubblica sicurezza in Sicilia (regione in quel momento molto delicata da questo punto di vista), dopo esser stato assolto dal processo epurativo, durante il quale non erano emerse faziosità fasciste. Altro caso esemplare, passando al settore militare, è quello del generale Giuseppe Pièche, che passò dall’essere l’uomo di fiducia di Mussolini a uomo di fiducia di Scelba quando il democristiano era ministro dell’Interno. Ancora, si possono citare i casi di Ciro Verdiani, Giovanni Messe, Taddeo Orlando e ovviamente Mario Roatta e lo stesso Pietro Badoglio[17].

Insomma, l’epurazione, che pure era stata tentata, fallì, e con il 1946, tra l’amnistia voluta da Togliatti, la rottura dell’unità antifascista e la nuova situazione internazionale, l’esperienza poteva dirsi, nei fatti, conclusa. I motivi per cui ciò avvenne sono vari. Uno è il tradizionale apoliticismo della burocrazia italiana: non a caso la maggior parte delle difese degli impiegati sottoposti a processo richiamavano la neutralità dell’amministrazione; insomma, gli impiegati rivendicavano di aver servito lo Stato, non il Fascismo, e anzi di aver garantito la continuità dello Stato dopo l’8 settembre[18]. Ancora, era evidente la mancanza di una volontà politica forte che spingesse per un’epurazione profonda della macchina amministrativa dello Stato, e questo era evidente anche nei governi Bonomi, ma lo fu ancora di più con i governi di De Gasperi[19]. Ebbe un ruolo anche la nuova situazione internazionale creatasi rapidamente con la fine della guerra e con l’inizio della Guerra fredda. Gli Alleati non potevano permettere all’Italia di scivolare verso il comunismo, e allora posero il veto all’epurazione di tutta una serie di uomini che con il fascismo avevano collaborato intensamente[20]; lo stesso Parri, Presidente del consiglio, affermò che l’armistizio limitava l’Italia anche nel campo delle sanzioni contro il fascismo[21].

Beninteso, il fallimento dell’epurazione non significa che l’Italia passò senza soluzione di continuità dal Fascismo alla Repubblica. Anzi, dal punto di vista istituzionale, ad esempio, la rottura ci fu, netta: bastarono solo poche settimane perché si eliminassero tutte le istituzioni più propriamente fasciste (come la Camera dei Fasci e delle Corporazioni), e poi con il referendum del 2 giugno la cesura divenne molto più che evidente[22]. Ma la stessa rottura non ci fu a livello di amministrazione, dove invece sì, ci fu continuità. E da questo punto di vista si può richiamare una lapidaria frase di Sabino Cassese: “L’idea del fascismo come parentesi, di una cesura netta tra periodo fascista e Italia repubblicana, dunque, è errata. O, meglio, corrisponde più a un bisogno dei contemporanei di stabilire una distanza tra il fascismo e se stessi, che alla realtà dei fatti”[23].

Emanuele Del Ferraro per Policlic


Riferimenti bibliografici

[1] S. Cassese, La continuità dello Stato e le “virtù giacobine” di Claudio Pavone, p. 4. Articolo disponibile all’indirizzo https://images.irpa.eu/wp-content/uploads/2010/12/Cassese-3-dicembre-2010-la-continuit-dello-stato-e-Claudio-Pavone.pdf

[2] Disponibile all’indirizzo http://www.edizionieuropee.it/LAW/HTML/21/zn44_01_014.html

[3] L. Tedoldi, Storia dello Stato italiano. Dall’Unità al XXI secolo, Bari, Laterza, 2018, p. 179

[4] D. Conti, Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana, Torino, Einaudi, 2017, p. 9

[5] G. Melis, Storia dell’amministrazione italiana (1861-1993), Bologna, Il Mulino, 1996, p. 427

[6] Ibidem, p. 429

[7] Ivi

[8] Ivi

[9] L. Tedoldi, Storia dello Stato italiano, cit. p. 182

[10] Ivi

[11] G. Melis, La continuità nella pubblica amministrazione, in “Il Politico” n. 2 (2019), pp. 308-329, p. 308, disponibile all’indirizzo https://www.pagepress.org/socialsciences/index.php/ilpolitico/article/view/250/209

[12] Ibidem, p. 318

[13] Ibidem, p. 322

[14] Ibidem, p. 319

[15] A. Ventrone, La strategia della paura. Eversione e stragismo nell’Italia del Novecento, Milano, Mondadori, 2019, p. 66

[16] D. Conti, Gli uomini di Mussolini, cit., p. 16

[17] Questi e altri casi sono trattati nel libro di D. Conti, Gli uomini di Mussolini, cit.

[18] G. Melis, Storia dell’amministrazione italiana, cit. p. 393

[19] Ibidem, p. 431

[20] D. Conti, Gli uomini di Mussolini, cit., p. 17

[21] Ibidem, p. 26

[22] L. Tedoldi, Storia dello Stato italiano, cit. p. 173

[23] S. Cassese, Lo Stato fascista, Bologna, Il Mulino, 2010, p. 24

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