Filologia e fonti in Tito Livio: tra leggenda e storia

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Ab Urbe condita è la narrazione della storia di Roma dalla sua fondazione, collocata tradizionalmente il 21 aprile 753 a.C., fino al 9 d.C, anno della morte di Druso, appartenente alla dinastia Giulio-Claudia. Roma, Urbe per antonomasia, ha da sempre una storia costellata di miti, leggende e presagi, ma in questa sede ci occuperemo di riprendere il filo delle fonti che seguì lo storico Livio.


Il prestigio di Tito Livio tra gli autori classici

Iniziamo col dire che di Tito Livio non si hanno notizie certe. Questo vale sia per quanto riguarda la sua educazione, la sua famiglia, i suoi scritti, le sue fonti, ma anche per la motivazione per la quale venne a Roma. Forse quest’ultima è da ricercare nelle tumultuose vicende che sconvolsero la vita di Livio ragazzo, pensiamo alle guerre civili nell’Italia del Nord, o anche per il vivo amore per Roma che conosciamo grazie alle sue opere. Di certo sappiamo della sua origine padovana: leggiamo nel secondo libro del Chronicon di S. Gerolamo, all’anno 59 a.C. “Nascono Messalla Corvino oratore e lo storico Tito Livio, padovano” [1].  Marziale scrisse: “La terra d’Abano ha fama grazie al suo Livio” [2], oppure Stazio che lo chiamò “figlio del Timavo” [3].

Livio amava il suo lavoro, sentiva che la sua serenità derivava dallo svolgerlo e questo, insieme alla necessità di andare a ricercare e raccogliere le testimonianze sulla storia di Roma antica, hanno fatto sì che lo storico dedicasse il resto della sua vita, dal 27 a.C. fino alla sua morte, alla scrittura della sua opera maggiore: Ab Urbe condita.


Ab Urbe condita: la sua filologia

L’opera constava, originariamente, di 142 libri, dei quali solo alcuni sono arrivati fino a noi: 1-10; 21-30; 31-40; 41,45, a questi si può aggiungere un frammento manoscritto del libro 91 scoperto da Paul Jacob Bruns nel 1772, contenuto nel Palimstesto Vaticano-Palatino 24 e riguardante le guerre di Sertorio [4].
Da Livio stesso ci giunge il limite contenutistico ed insieme la difficoltà del lavoro: descrivere la storia della città, escludendo qualsiasi altro fatto non strettamente collegato. Per quanto riguarda le fonti, la più antica, e la versione più vicina a Livio a cui si possa risalire ad oggi, è il codice palimpsesto Veronensis 40 della Biblioteca Capitolina di Verona, risalente al IV secolo. Purtroppo è molto frammentato ed è stato raschiato e riscritto con un altro testo di S. Gregorio papa del IX secolo. Venne scoperto nel 1818 da Angelo Mai che riuscì a leggere parte del testo liviano della prima decade, la più fortunata [5].

Una seconda recensione è la cosiddetta Historia Simmachea, nella quale viene operata una revisione dell’opera di Livio, che però non ha una genealogia propria e per questo motivo rimane isolata dal resto delle fonti a noi pervenute.

La terza decade è testimoniata da un discreto numero di codici, seppur tutti frammentati. Il più antico è il P. Puteano della Biblioteca Nazionale di Parigi, Lat. 5730, risalente al V secolo. Contiene i libri dal 22 al 29, con alcune lacune interne derivanti, tra le altre cose, dalla negligenza degli amanuensi. Da questo ramo derivano il codice C, Colbertino anch’esso della Biblioteca Nazionale di Parigi, Lat. 5731, che contiene la decade completa, ma presenta le stesse lacune interne, derivando dallo stesso codice.
Meno fortunata è la quarta decade, mentre della quinta si conoscono pochi frammenti. Tuttavia, per entrambe abbiamo il sostegno dell’opera di Polibio [6].

L’ immensa mole volumetrica dell’opera liviana mise da subito in moto gli epitomatori dell’epoca, compendiatori che avevano il compito di facilitare la divulgazione dell’opera. Alcuni narrano addirittura che il primo epitomatore fosse il figlio di Tito Livio, mosso dalla volontà di produrre un riassunto degli scritti del padre [7].

T. Livi periochea omnium librorum ab Urbe condita è l’unica epitome liviana sostanzialmente completa giunta fino a noi. L’archetipo è un esemplare del IX secolo oggi custodito ad Heidelberg (Palatinus 894) e proveniente dal Monastero di S. Nazario di Lorsch. Contiene tutti i 142 libri di Livio, a eccezione delle epitome dei libri 136-137, andate perdute. Non sono giunti fino a noi il nome dell’autore né la data precisa (ascrivibile al III-IV secolo).

Dall’esemplare è possibile ricavare una conclusione fondamentale: l’epitome non attinse direttamente da Livio, bensì da una fonte secondaria. Dall’esame di un reperto papiraceo frammentario delle Periochae e dagli studi filologici è stato possibile dedurre che questa derivi da una epitome intermediaria.


Tito Livio e il lavoro dello storico

Sotto il profilo del Livio storico possiamo dire che la sua lettura moderna seguì varie fasi. Inizialmente molto contestato, vengono analizzate le imprecisioni, l’accettazione acritica dei racconti leggendari, la “pigrizia” nel controllo delle fonti, errori di cronologia e altro. Non si può negare che Livio accetti i racconti mitici e li inquadri nella sua cronologia, ma ciò non può eludere un’osservazione: le parti a noi pervenute fanno parte della storia più oscura e lontana di Roma, avvolta in un’aura mitica e mal documentata (lontanissima è dunque la completa documentazione).

È verosimile dunque inquadrare Livio come uno storico totalmente deciso a raccontare le vicende di Roma dalle sue origini con qualsiasi fonte a sua disposizione. Alla stessa maniera, “è anacronistico e ingiusto applicare a uno storico antico i canoni della critica moderna” [8]. All’opposto, la metodologia del tempo lasciava largo spazio di manovra allo storico e imponeva di conferire dignità artistica all’opera. Livio non fa suo quel relativo distacco che caratterizzava l’opera dei maggiori storici greci, come Tucidide e Polibio, bensì segue appassionatamente le vicende del popolo romano. Livio non ignora la poca credibilità delle leggende delle origini, ma proprio perché affini con lo spirito di romanità, queste vengono non solo inserite nei fatti storici, ma anzi aggiungono alle origini di Roma un’aura di veneranda grandezza.

Livio stesso si rende conto delle difficoltà dell’opera. All’inizio del libro sesto, ritiene opportuno “giustificare” le fonti dei cinque libri precedenti. Così ammettere l’opacità delle fonti e sottolinea che per lui fondamentale importanza hanno i documenti scritti, gli unici che fedelmente custodiscono la memoria dei fatti.

Cerchiamo ora di capire il nesso tra narrazione storica e tradizione liviana. Non di rado viene rappresentata dallo storico l’epopea popolare e descritti tutti quei tratti tipici della romanità che hanno una continuità con i contemporanei di Livio [9]. Questo accade ad esempio nel racconto della guerra contro Veio, costellata di particolari probabilmente inventati, ma fondamentale perché, per la prima volta, i romani si affermano come potenza tra i popoli dell’Italia centrale. Un’altra garanzia dell’importanza storica di Livio sono i giudizi positivi e pieni di ammirazione ed entusiasmo degli storici antichi, da Tacito che lo denominava “Eloquentiae ac fidei praeclarus in primis”[10] a Seneca il Retore che afferma: “Ut est natura candidissimus omnium ingeniorum aestimator Titus Livius”[11]. Un taglio più professionale è dato da Quintiliano, che ne loda il senso critico ed estetico: “Neque indignetur sibi Herodotus aequari Titum Livium.” [12].

Pur non avendo più a disposizione le fonti alle quali Livio ha attinto (pensiamo agli annali massimi, i fasti e i commentarii pontificum) possiamo ricercare le modalità della sua analisi critica dai suoi stessi scritti. Nel libro VIII troviamo: “Ho testimonianza che durante l’assenza del dittatore…” e “presso gli storici più antichi si trova ricordato solo questo combattimento…”. Nel libro IX: “Trovo in alcuni annali”, “Macro Licinio invece sostiene”. Nel libro X: “Licinio e Tuberone tramandano che, poiché tutte le centurie… Intorno a questo fatto mi fa dubitare il più antico scrittore di annali, Pisone…”, ma potrebbero essere citati tantissimi altri esempi.

L’opera di Livio è ricchissima di fonti, quando non trova presso alcuno storico notizia interessante, coinvolge il lettore nella tematica della ricerca e quanto si trova davanti a due versioni dello stesso evento le cita entrambi. Troviamo nel libro VIII: “Trovo negli annali riferito in modo diverso il cognome del console Valerio, che sarebbe Flacco o Polito; ma poco importa quale sia la verità. Ciò che io vorrei che fosse tramandato falsamente (e del resto non tutti sono d’accordo nel confermarlo) è che siano morti non di pestilenza, ma di veleno (…) Tuttavia la cosa bisogna pure esporla come ci è narrata, per non togliere credito a nessuno degli scrittori”.

Tuttavia, basta questo esempio per leggere, oltre l’apparenza da storico oggettivo, le sue propensioni per l’una o per l’altra fazione che non riesce a placare. La tendenza di T. Livio nel raccontare la storia di Roma, soprattutto dei primi secoli, è quella di raccontarla con gli elementi che appartenevano ai suoi tempi [13]. Poniamo un esempio a proposito del caso di Orazio che si appella al popolo contro la condanna del re. È uno dei tanti casi di lotte sociali dove si può notare l’anacronismo liviano: ciò che fa Orazio è la cosiddetta provocatio, che però è una forma di giudizio popolare dell’età repubblicana (entrata in vigore proprio nel 509 a.C.) e non del periodo regio, come descrive Livio. Delle leggi Valerie è la più nota e non è altro che un’anticipazione della storica legge Valeria sulla provocatio del 300 a.C.

Citando Salmeri:

Se alcune di queste incongruenze si debbono a Livio, la maggior parte di esse si debbono agli annalisti che segue. In certi punti si sente che egli segue costoro fedelmente senza esercitare giudizio critico; sono quei punti di pure sapore annalistico, che indica senz’altro la provenienza [14].

L’opera di Livio è un’opera artistica, e come tutte le arti, che non sono scienza, non ha in rigore della “perfezione”, ma ha l’intento di ammaestrare, perché segue l’indirizzo storico di Isocrate. Questo gli permette di trovare un accordo tra storia e leggenda, sacrificando l’esattezza a vantaggio, tuttavia, dell’insegnamento morale e della letteratura.

Claudia Ciccotti per Policlic.it


Note:

 

[1] San Gerolamo, Chronicon, Praef. 4, Schoene, p.3.

[2] M. V. Marziale, Epigrammi, 1, 61, 3, W. M. Lindsay, Oxford, 1954. Abano era considerato la fonte termale di Padova.

[3] P. P. Stazio, P.Papini Stati Silvae, 4, 7, 55, in aedibus B. G. Teubneri, Lipsia, 1961.

[4] A. Marastoni, Letture Liviane. Appunti del corso monografico di lingua e letteratura latina, Studium Parmense, Parma, 1966, p. 10.

[5] Ivi, p. 25.

[6] R. Salmeri, Leggenda e storia nell’opera di Tito Livio, Palermo, Mori, 1976, p.11.

[7] E. Wölfflim, Die Latinität der verlorenen Epitoma Livii, Archiv. f. Latein. Lexikogr. 11, 1990, pp. 1-12. Contro questa congettura scrisse A. Klot, Hermes 48, 1913, p. 552.

[8] A. Marantoni, Letture Liviane. Appunti del corso monografico di lingua e letteratura latina, op. cit., p. 34.

[9] G. De Sanctis, Storia dei romani. Vol. II. La conquista del primato in Italia, Bocca, Torino, pp. 43-45.

[10] P.C. Tacito, “Il primo per eloquenza e rigore storico”, Annali, 4, 34, Torino, Società Editrice Internazionale, [s.d].

[11] “Al fine di valutare la natura del geniale Tito Livio” L.A. Seneca, Suasoriae, VI, 21, Cambridge University Press, London, 1974.

[12] “Che Erodoto non s’indigni che gli venga eguagliato Tito Livio” M. F. Quintiliano, De institutione oratoria, X, 1, 101, Lipsia, Ottonis Holtze, 1971.
[13] R. Salmeri, Leggenda e storia nell’opera di Tito Livio, op. cit., p.17.
[14] Ivi, p. 26.

 

Bibliografia:

Gaetano De Sanctis, Storia dei romani. Vol. II. La conquista del primato in Italia, Bocca, Torino, [s.d.].

Aldo Marastoni, Letture Liviane. Appunti del corso monografico di lingua e letteratura latina, Studium Parmense, Parma, 1966.

Riccardo Salmeri, Leggenda e storia nell’opera di Tito Livio, Palermo, Mori, 1976.

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