Il cinque maggio: “Un cantico che forse non morrà”

Il cinque maggio: “Un cantico che forse non morrà”

“Ei fu…”

5 maggio: tale data, già nota a molti per la sua risonanza, quest’anno assume una connotazione più sostanziosa, in quanto segna ben duecento anni dalla scomparsa di Napoleone Bonaparte. Proclamato imperatore dei francesi nel 1804 da parte del Senato e divenuto re d’Italia con una fastosa celebrazione tenutasi il 26 maggio 1805 a Milano, va riconosciuto a Bonaparte il fatto di essere stato un acceleratore sociale non indifferente, e come, col suo operato, abbia gettato le basi per la costruzione di un impero. Insomma, si tratterà di una vera e propria pietra miliare della storia a cavallo tra Settecento e Ottocento.

Atto ufficiale della Repubblica Cisalpina napoleonica. Fonte: Raccolta degli ordini ed avvisi stati pubblicati dopo il cessato governo austriaco, Volume Terzo (Milano, Presso Luigi Veladini, 1796-1799)

Se capitasse di ascoltare distrattamente la suddetta data si potrebbe incorrere (o quantomeno ce lo si augura) nel riecheggio di una espressione rinomata: Ei fu. Queste due parole, sulle quali sono stati versati fiumi e fiumi di inchiostro, sono l’emblema di come l’imponenza dell’operato di Bonaparte abbia avuto delle ricadute anche in altri ambiti, come quello della letteratura. Infatti, non appena Manzoni apprese la notizia della morte di Napoleone sulla “Gazzetta di Milano” del 17 luglio, colto da un improvviso turbamento, si lanciò a capofitto nella stesura della celeberrima ode, ultimandola nel giro di quattro o cinque giorni[1]. Quest’ultima venne presentata immediatamente alla censura austriaca, la quale ne vietò categoricamente la pubblicazione; fortunatamente, il componimento vide una prima circolazione sotto forma di manoscritto, per poi essere reso ufficialmente pubblico al di fuori del Lombardo-Veneto, all’insaputa dell’autore, divenendo in poco tempo popolarissimo[2]. La sua notorietà valicò persino i confini della penisola italiana giungendo all’estero, soprattutto grazie alla prestigiosa traduzione di Goethe del 1822.

Ciò che sorprende e che fa riflettere circa la maestosità della figura di Napoleone risiede nell’eco generato dalla sua morte, che ha interessato anche personalità diffidenti come Manzoni. Quest’ultimo, infatti, aveva assunto sino ad allora un atteggiamento di riserbo nei confronti del condottiero: non si era mai pronunciato nei suoi riguardi né positivamente né negativamente, nonostante il controverso personaggio abbia affascinato diversi poeti (in Italia basti pensare a Monti e Foscolo)[3]. D’altra parte, Manzoni, in quanto liberale, non guardava di buon’occhio l’azione politica di Bonaparte, non nutrendone di certo simpatie a seguito dell’instaurazione di un potere personale estremamente autoritario[4]. Tuttavia, la morte di Napoleone – avvenuta il 5 maggio 1821 nell’isola di Sant’Elena dopo un esilio durato sei anni – e le notizie giornalistiche che parlavano della sua conversione cristiana indussero Manzoni a rivedere la vicenda napoleonica da una nuova prospettiva e a tentarne un bilancio conclusivo da un punto di vista più religioso che politico[5].


Struttura e contenuti in pillole

L’architettura dell’ode risulta sapientemente calcolata, equilibrata e simmetrica: le prime quattro strofe sono d’apertura e ne costituiscono il preambolo, in cui si pone l’attenzione sulla scomparsa di Napoleone: il suo corpo rimase immobile, svuotato dei ricordi e di un’anima tanto grande quanto ingombrante. L’immagine rispecchia la reazione del mondo: stupefatto, una volta appreso l’accaduto; silenzioso, riflettendo assorto sulla fine di quell’uomo mandato da Dio; smarrito, non sapendo quando sarebbe giunta un’altra figura che avrebbe impresso un segno indelebile.

La seconda sezione dell’ode consta di cinque strofe in cui avviene una rievocazione della vita di Napoleone, tra imprese, vittorie, fughe, e persino sconfitte, dalle quali ne uscì illeso, com’è testimoniato dai famosi versi “due volte nella polvere / due volte sull’altar”. Egli si proclamò imperatore e riuscì a conciliare due epoche contrastanti, assumendo le vesti di arbitro e sottomettendole, imponendo loro il silenzio (“ei fe’ silenzio, ed arbitro / s’assise in mezzo a lor”).

Le cinque strofe successive compongono la terza sezione, in cui l’autore espone la definitiva sconfitta del condottiero e l’esilio che ne scaturisce. Trascorsero anni vissuti all’insegna dell’ozio, dell’odio, dell’amore e dei ricordi, che si abbatterono sull’ormai esule con una forza violentissima, e che lo spinsero a rivivere più volte, uno ad uno, quei passati e ormai lontani giorni di gloria.

Infine la quarta sezione, costituita dalle ultime cinque strofe, vede l’intervento di Dio, che, tramite la morte, sottrae Napoleone dalla sofferenza conducendolo alla vita ultraterrena, in una dimensione in cui ogni valore mondano non ha concretezza di fronte all’eterno.

La struttura del componimento ricalca quella degli Inni Sacri manzoniani, con temi religiosi alla portata della “gente”, lingua e stile tipicamente popolari per un pubblico di fedeli, ai quali si giunge adoperando dei metri piuttosto incalzanti. A proposito di questi ultimi, la forma metrica rispecchia tipicamente quella di un’ode, in quanto caratterizzata da diciotto strofe di sei settenari ciascuna.

Alcune peculiarità strutturali. In ogni strofa, il primo, il terzo e il quinto settenario sono sdruccioli e non rimati, il secondo e il quarto sono piani e legati fra loro da rime alternate; infine, il sesto è tronco e in rima con l’ultimo della strofa successiva; pertanto, lo schema metrico che si arriva a delineare è il seguente: abcde fghgie[6]. I versi sono collegati fra loro mediante una fitta rete di richiami fonici: assonanze, riscontrabili ai versi 3-5 “spogliaorba-percossa”, ai versi 70-71 “impreseeterne”, versi 76-77 “conserte-strette”; allitterazioni, fra cui “immobile-immemore” e “spoglia-spiro” attestate nella prima strofa; rime interne, come “pensando-quando” dei versi 7-9; anafore, tra i versi 45-46 di “la”, versi 47-48 “due volte”, versi 62-63 “l’onda”, versi 81-84 “e”[7]. Tra le figure retoriche spiccano la metafora al verso 2 e al verso 75 (rispettivamente “raggio” e “rai”), la similitudine che caratterizza i versi 61-66, la metonimia al verso 10 (“orma”), l’ipallage ai versi 9-10 (“simile / orma di piè mortale”), e il chiasmo ai versi 7-8 (“ultima / ora dell’uom fatale”). Infine, il testo pullula di richiami interni e parallelismi sintattici, metrici e fonici: uno fra tutti è il richiamo dell’immagine iniziale di immobilità fisica (“Ei fu”), marcata dall’accento forte della seconda sillaba, che si registra al verso 108 con “posò”, con analoga accentazione forte[8]. Quest’ultima, spesso collegata alla tronca del verbo coniugato al passato remoto, è attestata diverse volte all’inizio di strofa, con una serie di riprese e rimandi: “Ei fu” al verso 1, “tutto ei provò” al verso 43, “Ei si nomò” al verso 49, “E sparve” al verso 55, “E ripensò” al verso 79, “e l’avviò” al verso 91[9].


Nel testo[10]

Il cinque maggio è un’ode in cui Manzoni vuole evidenziare la vicenda umana di Napoleone, senza interessarsi al mero ruolo storico; a conferma di ciò vi è la mancata citazione esplicita del condottiero, adottando esclusivamente pronomi per indicarlo (“Ei” ai versi 1, 43, 49, “Lui” al verso 13) o al massimo riferendosi alla sua anima, tramite il ricorso alla sineddoche (“quell’alma” al verso 67, “lo spirto anelo” al verso 86). Un’altra plausibile spiegazione di quest’assenza di menzione risiede nel fatto che Napoleone sia talmente maestoso da non necessitare dell’appellativo diretto; basta il pronome personale di terza persona, particolarmente ricorrente nella porzione di testo dedicata all’apice del successo napoleonico, assente nell’esposizione della sua caduta in disgrazia e perdita di potere.

Nel corso della sua vita Napoleone ha ottenuto tutto, persino la tanto agognata gloria; tuttavia l’autore si chiede se si tratti effettivamente di vera gloria, lasciando ai posteri il giudizio (“Fu vera gloria? / Ai posteri l’ardua sentenza”). In realtà quest’ultima è una domanda retorica, in quanto, nel momento in cui il celebre condottiero ha esalato il suo ultimo respiro, si trovava esiliato e in totale solitudine su un’isola sperduta dell’Oceano Atlantico: com’è possibile che un protagonista del suo calibro (o forse il protagonista) della storia a cavallo tra Settecento e Ottocento, tanto temuto quanto mitizzato e osannato, si sia ritrovato abbandonato a se stesso in un momento così importante come quello della morte?

Non mancava di certo a Bonaparte un curriculum ineccepibile, che l’autore ricalca con la menzione delle due campagne d’Italia nel 1796 e 1800, la campagna egiziana risalente al 1798-1799, quella di Spagna nel 1806 e le diverse campagne in Germania, sino all’approdo in Italia meridionale e Russia (“da Scilla al Tanai”, v. 29)[11]. Alla luce della sbrigativa enumerazione di imprese militari offerta dall’autore risulta ancor più straniante la morte in solitudine di Bonaparte; si potrebbe dire che l’obiettivo di Manzoni è proprio questo, in quanto si serve dell’indiscutibile grandezza e fama del condottiero per veicolare un concetto a lui ben più caro di qualsiasi impresa militare: l’uguaglianza agli occhi di Dio, il solo a non averlo abbandonato neanche sul letto di morte. Con ciò l’autore vuole intendere che di fronte alla morte si è tutti uguali, e non c’è gloria che tenga agli occhi dell’Onnipotente; l’unica vera ed eterna gloria che Manzoni cattolico è disposto a riconoscere è quella che si conquista con le vittorie spirituali, interpretando la vicenda napoleonica in chiave religiosa come una grande prova della gloria di Dio, l’unica alla quale ci si deve inchinare umilmente (“Fu vera gloria? […] Fattor”).


Francesco Hayez, Ritratto di Alessandro Manzoni. Fonte: Wikimedia Commons



Oltre il testo: il trionfo della Provvidenza[12]

L’ode non è una celebrazione della figura del grande imperatore, ma una riflessione morale e religiosa sul mistero della morte; dal punto di vista ideologico e religioso l’autore intende sottolineare il ruolo salvifico della Grazia Divina e della Provvidenza. Quest’ultima in Manzoni, a seguito della sua conversione veicolata dalla frequentazione di ambienti giansenisti e dalla conversione della sua stessa moglie, ricopre un ruolo di centralità. Secondo l’autore, infatti, la Provvidenza è una conferma dell’ausilio divino, che spinge a sperare, avere coraggio e non arrendersi mai di fronte al pericolo e alle difficoltà, che l’autore etichetta come “provvida sventura”. Il cristianesimo fa approdare l’autore a una posizione di rifiuto della visione classica della storia e dell’idillio, a partire dal quale giunge a una visione pessimistica veicolata dall’ineluttabile “macchia” dell’anima, il peccato originale, e dalla conseguente inevitabilità di incorrere nel male. Una soluzione è prontamente offerta dal Manzoni; non una via di fuga ma un’alternativa: l’eterno. Ebbene, Il cinque maggio rappresenta l’incarnazione per antonomasia di tale visione manzoniana: l’eroe Napoleone, ormai abbandonato a se stesso, viene sottratto da una vita di sofferenze dall’intervento provvidenziale di Dio, l’unico che, in quegli ultimi attimi di vita, vissuti in preda all’ansietà di un esule oppresso dalla solitudine e dalle immagini di tempi gloriosi andati che riaffiorano alla memoria, lo salverà dal metaforico naufragio dell’anima. Di conseguenza il reale soggetto dell’ode non è Napoleone, rappresentativo dell’oggetto della Provvidenza divina, ma la fede in quel Dio che redime gli uomini, “che atterra e suscita / che affanna e che consola”. Si evince che l’autore non sia attirato dalla figura del Napoleone condottiero, subitamente ridimensionata e resa insignificante di fronte all’eterno, ma che sia interessato all’interpretazione del messaggio della sua morte, reso valido per tutta l’umanità. Bonaparte diviene una figura inscritta in un disegno divino decisamente più ampio, un’arma e una testimonianza della grandezza di Dio, che ha voluto imprimere in questo personaggio la propria impronta; del grande condottiero, Manzoni evidenza la parte vulnerabilmente umana e il suo travaglio interiore.

Dunque, Napoleone è visto da un lato come uno strumento imperscrutabile del disegno divino, il prescelto per la modifica della vecchia Europa, dall’altro come un avido di gloria, cosa che lo spinge a desiderarne sempre di più oltrepassando il fine che Dio gli aveva assegnato, e pagando la propria superbia con la sconfitta e l’esilio. La figura divina è sempre presente nella storia: Bonaparte in punto di morte è rassegnato, ma consolato dalla presenza di Dio, che risveglia in lui la fede nella vita eterna; quest’ultima è celebrata dalla chiusura dell’ode, la quale assume la forma di inno alla fede che trionfa sul dolore e sul male.


Il cinque maggio nel tempo…

Come già accennato, l’ode è divenuta particolarmente nota persino all’estero grazie all’ingente numero di traduzioni che circolarono: una fra tutte fu quella in tedesco ad opera di Goethe del 1822. Quest’ultima fu addirittura invidiata da Lamartine[13], il quale, in una lettera al suo amico De Virieu, scrisse “Je voudrais l’avoir faite”. Giudicata intraducibile da Longfellow[14] e citata da scrittori del calibro di Hugo, Beranger, Reboul, Musset, Delavigne e Mery, l’ode di Manzoni raggiunse un successo strepitoso in tutta l’Europa del XIX secolo[15]. In molti casi la notorietà riscossa dal componimento fu tale da superare, se possibile, quella dei Promessi Sposi. Difatti, in Portogallo come in Brasile, Manzoni era particolarmente diffuso e popolare per la risonanza del celebre romanzo storico; tuttavia, è sorprendente constatare come la sua notorietà, in realtà, avesse le proprie basi nell’ode. Preziosa è la testimonianza di Vitorino Nemesio[16], il quale documenta che l’apice della moda manzoniana in Portogallo fu raggiunta nel 1841, in seguito alla pubblicazione delle sue Osservazioni sulla morale cattolica e dei Promessi Sposi sulla “Revista Universal Lisbonense”, ma che l’origine della fama dello scrittore è da individuare nelle sue Odi Civili e, in particolare, ne Il cinque maggio[17].

Anche l’opuscolo di Meschia è un’eloquente testimonianza di questa notorietà, in quanto all’interno di esso vengono individuate e trascritte ventisette traduzioni dell’ode, per un totale di sette lingue (spagnolo, portoghese, inglese, francese, tedesco, catalano e latino); ma non finisce qui, giacché rivolge un’avvertenza al lettore esplicitando che la sua raccolta è incompleta, poiché mancano all’appello molte versioni, talune giunte molto tardi, altre promesse e poi mai ricevute, altre ancora non stampate[18].

Nel corso del XIX secolo la lingua portoghese fu particolarmente prolifica nelle traduzioni dell’ode, nelle quali si cimentarono traduttori portoghesi e brasiliani sia professionisti che improvvisati, poeti e prosatori, letterati, diplomatici, medici, storiografi, e persino un sovrano; basti pensare a José Ramos Coelho[19], il quale realizzò ben dieci edizioni portoghesi de Il cinque maggio tra il 1863 e il 1910[20]. Altri traduttori portoghesi degni di menzione sono José da Silva Mendes Leal e Antonio José Viale: nella fattispecie, quest’ultimo offrì l’unica testimonianza portoghese a non mantenere la disposizione e la qualità delle rime, le parole sdrucciole e le altre caratteristiche formali che rendono il componimento di Manzoni particolare dal punto di vista ritmico[21]. A cimentarsi nella trasposizione in portoghese furono anche altre figure, quali Francisco Bonifácio de Abreu[22], noto anche per traduzioni di alcuni passi della Commedia dantesca, e il visconte[23] Adolfo de Varnhagen[24].

In area brasiliana spicca la traduzione di Pedro II, imperatore e cultore della poesia italiana, che la fece recapitare all’autore accompagnata a una lettera; se ne deduce che la sua stima nei confronti di Manzoni debba essere stata notevole, dal momento che si occupò spontaneamente della traduzione di un’ode che trattava di una figura particolarmente ostile al Brasile del nonno di Pedro II, allora imperatore quando Bonaparte invase la suddetta area[25].

In generale è possibile riscontrare una serie di tratti peculiari della personalità e produzione di Manzoni, tale da renderlo tutt’oggi attuale e mai anacronistico: innanzitutto, egli visse a cavallo tra Settecento e Ottocento, secoli caratterizzati da due movimenti quali l’Illuminismo e il Romanticismo, con tutti i cambiamenti e i tumulti che ne derivarono. Sul piano culturale – letterario, politico, sociale e linguistico –, mosso da uno spirito d’innovazione, si è sempre mostrato all’avanguardia, sposando la causa di perseguire idee liberali e trovandosi in prima linea nella lotta per la conquista di un’unità e un’indipendenza nazionali, sia territoriali che linguistiche. Quest’ideologia è forse la causa per la quale le opere manzoniane sono risultate particolarmente diffuse in Paesi come il Portogallo e il Brasile, che da tempo urlavano a gran voce per l’ottenimento di un’indipendenza. Nel contesto storico dell’ode, ovvero un’Italia attanagliata dal controllo austriaco e bramosa delle tanto agognate indipendenza e libertà dalle catene che la tenevano prigioniera, si specchiavano molti popoli esteri, che dunque si servivano della letteratura come incarnazione dei dolori e sofferenze che li affliggevano e come mezzo propagandistico da cui attingere per un riscatto[26]. Ecco spiegato perché il Romanticismo italiano e, nello specifico, Manzoni, così strettamente affezionato all’impegno civile e alle lotte risorgimentali, infervorassero gli animi e destassero un forte entusiasmo al di fuori della penisola[27].

Nella letteratura italiana il componimento manzoniano è tutt’oggi percepito come una pietra miliare, cardine di un sistema scolastico che non può fare a meno di farne menzione e soffermarsi su di esso, giungendo in alcuni casi a far memorizzare l’intero testo di un’ode imperitura di fronte all’inesorabile scorrere del tempo. Alla luce di queste considerazioni sembrerebbe proprio che Alessandro Manzoni ci abbia visto lungo e che la sua profezia si sia avverata:

e scioglie all’urna un cantico
che forse non morrà.

Giampiero Carolla per Policlic.it


Riferimenti bibliografici

[1] R. Luperini et al., La scrittura e l’interpretazione 4, G.B. Palumbo Editore, 2011, p. 533.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] Ivi, p. 537.

[7] Ibidem.

[8] Ivi, p. 538.

[9] Ibidem.

[10] Il testo è consultabile su https://www.treccani.it/magazine/strumenti/una_poesia_al_giorno/07_12_Manzoni_Alessandro.html (ultima consultazione: 7 aprile 2021).

[11] https://www.treccani.it/enciclopedia/napoleone-bonaparte_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/

[12] Per il significato della Provvidenza in Manzoni si veda R. Luperini et al., op. cit., pp. 533, 541 e 650, e https://online.scuola.zanichelli.it/letterautori-files/volume-2/pdf-verde/letterautori_verde_volume2_manzoni_odi-tragedie.pdf (ultima consultazione: 7 aprile 2021).

[13] Alphonse Marie Louis de Prat de Lamartine è stato un poeta, scrittore, storico e politico francese vissuto a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo.

[14] Henry Wadsworth Longfellow è stato un letterato statunitense, tra i primi traduttori nel mondo anglosassone delle opere neolatine e, nello specifico, italiane, vissuto nel XIX secolo.

[15] V. Fiorentino, La ricezione dell’ode Il Cinque Maggio nel Portogallo e nel Brasile del XIX secolo, in “Estudos Italianos em Portugal”, n.s., 6 (2011), p. 96, https://digitalis-dsp.uc.pt/bitstream/10316.2/42549/6/La_ricezione_dell%27ode_Il_cinque_maggio.pdf (ultima consultazione: 07 aprile 2021).

[16] Vitorino Nemésio Mendes Pinheiro da Silva è stato un letterato e insegnante portoghese nato nelle Azzorre. La sua attività poetica e accademica fu di grande valore per la letteratura e la lingua portoghese del XX secolo.

[17] V. Fiorentino, op. cit., p.97.

[18] “Tra queste, due traduzioni in armeno […] e chissà quante me ne saranno scappate!”.

[19] Traduttore portoghese vissuto tra il 1832 e il 1914.

[20] V. Fiorentino, op. cit., p.97.

[21] Ivi, p. 99.

[22] Francisco Bonifacio de Abreu, il Barone di Vila da Barra, è stato un medico, deputato e poeta brasiliano vissuto nel XIX secolo.

[23] Francisco Adolfo de Varnhagen è stato un diplomatico e storico brasiliano, nonché visconte di Porto Seguro, vissuto nel XIX secolo.

[24] V. Fiorentino, op. cit., p. 102.

[25] Ivi, p. 101.

[26] Ivi, p. 104.

[27] Ibidem.

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