Il PCI e i movimenti di contestazione: un rapporto di incontro-scontro (1968-69)

Il PCI e i movimenti di contestazione: un rapporto di incontro-scontro (1968-69)

La sfida dei movimenti, tra contestazione e rinnovamento radicale

Nell’Italia della seconda metà degli anni ‘60, in particolar modo durante il biennio 1968-69, si manifestarono in tutta la loro evidenza una serie di forti inquietudini, soprattutto giovanili. Si trattava del culmine di un processo in atto da qualche anno, che stava scardinando molte convenzioni sociali e culturali, finendo per incidere profondamente sulla visione del mondo e sulle aspirazioni dei giovani “sessantottini”[1].

Una netta cesura con il passato, che condusse all’affermazione – in una parte del mondo giovanile – di alcune tendenze e istanze volte al profondo cambiamento dell’esistente, al sovvertimento del cosiddetto “ordine costituito”. In particolare, si considerava indifferibile la necessità di combattere e mettere in discussione “l’autorità”. Non è un caso, dunque, che il centro nevralgico della contestazione sia da individuare nelle università, considerate uno dei simboli dell’autoritarismo proprio delle dinamiche sociali della cosiddetta “società borghese”, insieme a entità quali la Chiesa, lo Stato, la famiglia, il sistema di produzione capitalistico[2].

Proprio la critica e contrapposizione frontale a quest’ultimo fattore rappresentò il più importante punto di contatto tra la contestazione studentesca e le lotte operaie iniziate nei primi mesi del 1969 e poi sfociate nel cosiddetto “Autunno caldo”. La critica della società borghese finì per investire anche le modalità tradizionali di interazione politica: al sostanziale rifiuto delle prassi politiche e delle “liturgie” partitiche corrispondeva un’esaltazione dello spontaneismo, dell’assemblearismo e della democrazia diretta. Ciò condusse alla proliferazione e alla diffusione di una serie di gruppi politici appartenenti alla sinistra “extraparlamentare”[3]. Questi gruppi condividevano uno spirito di ribellione e la volontà di combattere il sistema, propri dei giovani di quegli anni[4].

Tutto ciò faceva sì che i gruppi in questione avessero dei rapporti molto particolari con il principale partito di riferimento di quell’area politica, il Partito Comunista Italiano (PCI). Rapporti che furono all’insegna di un continuo “incontro-scontro”[5]. Da parte loro, infatti, i giovani del movimento mostravano una certa insofferenza nei confronti del PCI. Essi, infatti, erano estremamente critici nei confronti delle strutture politiche tradizionali, considerate non in grado di garantire la partecipazione effettiva e compiuta delle masse al radicale rinnovamento della società italiana, ritenuto necessario e indifferibile. Ma alla base di questo scetticismo c’era anche altro, motivazioni di carattere sostanziale. Si imputava infatti al PCI di deviare dall’ideologia rivoluzionaria, perseguendo una prassi di tipo “riformista”, volta a portare avanti un’opera di completa legittimazione del partito all’interno del sistema politico-istituzionale italiano[6].

Una prospettiva che non era minimamente presente nei pensieri dei giovani contestatori. Secondo lo storico Alexander Höbel:

Se il PCI, sulla base della lezione togliattiana, mira alla costruzione di un fronte ampio a sostegno di una politica di pace e riforme strutturali, il movimento tende piuttosto a ideologizzare lo scontro, privilegiando la radicalità dei contenuti rispetto alla politica delle alleanze[7].

Queste divergenze, che dunque erano al tempo stesso formali e sostanziali, condussero alla creazione di un insieme di organizzazioni e movimenti extraparlamentari, che si strutturarono principalmente su due direttrici ideologiche di fondo: quella marxista-leninista, che si ispirava alla “rivoluzione culturale” di Mao Tse-Tung, e all’esperienza guevarista; e quella operaista, che prese particolare vigore sin dalle lotte proletarie della primavera del 1968, – su tutte, quelle presso gli stabilimenti Fiat, Innocenti e Magneti Marelli – e raggiunse il suo apice con il cosiddetto “autunno caldo” del 1969[8].

Fu così che salirono alla ribalta delle cronache dell’epoca, movimenti e gruppi quali il “Movimento Studentesco” di Mario Capanna, “Avanguardia Operaia”, “Potere Operaio” di Toni Negri e Franco Piperno, e “Lotta Continua” di Adriano Sofri. Un caso particolare era rappresentato dal gruppo del “Manifesto” di Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Luciana Castellina e Lucio Magri, in quanto costituito da persone fuoriuscite dal PCI, che tra le altre cose contestavano al partito una scarsa sensibilità nei confronti dei temi e delle problematiche poste dai giovani contestatori[9].

L’incontro tra le proteste operaie e quelle studentesche non fu affatto facile, per via delle diverse esigenze e necessità proprie dei due mondi, ma ebbe luogo sulla base di un percorso che aveva portato gran parte degli studenti contestatori, “in gran numero borghesi, a identificare il mondo della fabbrica con quello della scuola dove i professori e le autorità accademiche svolgevano il ruolo dei padroni e gli alunni quello degli operai”[10]. Le due istanze, dunque, si avvicinarono in nome di una comune prospettiva rivoluzionaria di tipo marxista, finalizzata a trovare una soluzione che consentisse l’effettiva e non mediata partecipazione delle masse all’esercizio del potere, tramite nuove modalità di impegno politico basate sull’autogestione[11]. Una prospettiva che, per sua natura, non vedeva di buon occhio i consolidati e ormai tradizionali organismi di partito, dei quali si stigmatizzavano i meccanismi decisionali e di partecipazione/interazione, ritenuti burocratici, autoritari, ancorati a schemi ormai superati[12].


Il dibattito interno al PCI

Una situazione di questo tipo non poteva lasciare indifferente il PCI. Nonostante questi gruppi, infatti, non avessero la forza necessaria a mettere in discussione l’egemonia dei comunisti nell’ambito della sinistra, era comunque ben presente nei pensieri di molti esponenti comunisti la paura che la rivolta finisse per spezzare definitivamente e irrimediabilmente il rapporto di confronto con il partito. È per questo motivo che all’interno del PCI si innescò un dibattito serrato, attento e puntuale riguardo l’atteggiamento e la postura che il partito avrebbe dovuto assumere nei confronti dei contestatori. In questi frangenti assistiamo al delinearsi di un insieme di posizioni differenti, sostenute da alcuni tra i dirigenti comunisti più importanti e rappresentativi.

I più sensibili alle questioni poste dai contestatori, per vicinanza ideologica e soprattutto generazionale, furono senza dubbio i giovani della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI)[13], i quali avvertivano la necessità di “nuovi organismi di democrazia” che andassero oltre la mera organizzazione di partito. Non è un caso che tra gli esponenti comunisti più disponibili al dialogo con i giovani sessantottini ci fossero il Segretario della FGCI Claudio Petruccioli, che arrivò addirittura a proporre di modellare la struttura della federazione giovanile del partito sulla base dell’organizzazione di cui si erano dotati i movimenti, e il suo predecessore Achille Occhetto, il quale riprese l’idea di Pietro Ingrao di un “sistema misto di democrazia delegata e di democrazia diretta”[14].

Molto più cauti riguardo l’atteggiamento da tenere erano esponenti come Giorgio Napolitano e Giorgio Amendola. Particolarmente interessante è quanto scrisse quest’ultimo in un articolo apparso su “Rinascita”, rivista del PCI, il 7 giugno 1968. In quest’occasione, egli respingeva la tesi “di una pretesa iniziativa rivoluzionaria che spetterebbe al movimento studentesco, di fronte alla presunta […] integrazione nel sistema della classe operaia”[15]. Una posizione molto eloquente ed emblematica dello scetticismo presente in una parte dell’opinione pubblica comunista, che considerava le lotte operaie come il motore principale del progresso verso una società più giusta, nonché il teatro principale in cui si doveva dispiegare l’azione del partito.[16]

La posizione di Amendola implicava dunque il rifiuto di qualsiasi tipo di impostazione estremista e oltranzista, in favore di una strategia politica che conducesse in maniera graduale al conseguimento di risultati tangibili. Anche la posizione di Paolo Bufalini, secondo cui sarebbe stato necessario ricondurre le istanze del movimento studentesco “sul terreno giusto della lotta delle riforme”[17], seguiva questa impostazione.

L’ultima fotografia identificativa, datata 1979, di Luigi
Longo in qualità di parlamentare, alla Camera dei Deputati,
per il Partito Comunista Italiano. Longo rappresentò il
partito per otto legislature consecutive, dal 1948 fino al suo
decesso nel 1980 Fonte: dati.camera.it/ Wikimedia Commons.

A metà tra queste due diverse interpretazioni di fondo, per così dire, stava il pensiero di Luigi Longo, successore di Togliatti alla guida del PCI. Anche a causa della carica di Segretario da lui appunto ricoperta in quegli anni, che gli imponeva un’opera di sintesi delle posizioni presenti nel partito, in ossequio a una linea improntata a un rinnovamento nella continuità, le esternazioni del Segretario erano all’insegna di un atteggiamento di apertura nei confronti delle istanze dei movimenti, ma sempre nell’ottica della cosiddetta “sinistra tradizionale”:

Questi movimenti, – disse nel 1968 – che hanno in comune la spinta a rompere un qualcosa che soffoca la vita, nascono dallo sviluppo della società moderna […]. [Tuttavia] possiamo seriamente considerare oggi, in Italia, la possibilità di una guerriglia, di una lotta armata? Non credo. […] Attraverso una più larga mobilitazione di forze […] si possono attuare alcuni più profondi rivolgimenti nelle strutture[18].

Da queste parole, traspare in modo netto ed evidente l’intento di ricondurre le istanze dei contestatori in un ambito di osservanza delle regole democratiche che contraddistinguevano il sistema politico italiano, e dunque sotto la “ala protettrice” del PCI, che non voleva essere escluso dalle istanze di opposizione sociale antiistituzionale che serpeggiavano nei movimenti di contestazione. Anche così si spiegavano le esternazioni di Longo a favore della “costruzione di una nuova democrazia” come “punto di incontro decisivo tra le istanze nuove del movimento e le lotte della classe operaia”[19] per i diritti dei lavoratori. Tali lotte erano considerate fondamentali dal PCI, soprattutto sotto la sua indiretta egida, tramite l’attività della CGIL[20], in modo tale da non intaccare la strategia comunista finalizzata a un graduale e futuro avvicinamento con la Democrazia Cristiana, in vista di un ulteriore spostamento dell’asse politico del Paese verso sinistra, dopo le esperienze dei governi di centrosinistra iniziate nella prima metà degli anni Sessanta[21].

La linea del Segretario comunista, come accennato in precedenza, voleva rappresentare il tentativo di sintesi tra diverse istanze e spinte, provenienti sia dal partito che dalla società. Un tentativo di comporre la frattura tra PCI e giovani contestatori, che comunque era ben tangibile. Del resto, tra i due mondi permanevano reciproche diffidenze: basti pensare alla vivace e rumorosa contestazione dei giovani al comizio sindacale del primo maggio 1968[22], o alla chiusura dei comunisti nei confronti dei gruppuscoli politici extraparlamentari che avevano avuto origine dai movimenti giovanili[23]. Nel PCI era molto forte la preoccupazione riguardo la possibile affermazione di estremismi che sarebbero diventati difficili da tenere sotto controllo, e che avrebbero potuto mette a serio rischio la strategia politica di legittimazione del partito. Questi gruppi, nati durante la stagione dei movimenti, erano considerati da buona parte dei comunisti come dei veri e propri “‘massimalisti piccolo-borghesi’, primitivi e rozzi sul terreno ideologico e tattico, i cui schematismi, compresa la risibile importazione del comunismo terzomondista, erano del tutto estranei alla cultura del PCI”[24], come anche altre istanze dal sapore libertario, proprie di questa stagione di contestazione[25].


PCI e movimenti: una contaminazione reciproca

Roma, febbraio 1968, manifestazione di studenti davanti
alla Facoltà di Lettere dell’Università “La Sapienza”. Fonte:
Wikimedia Commons.

È pur vero, però, che il PCI era un partito molto radicato sui territori, e quindi sempre attento alle istanze provenienti dal mondo giovanile e dai movimenti, di cui i vari gruppi politici extraparlamentari rappresentavano solo una parte. Ciò era testimoniato da due fatti importanti: il primo è relativo al risultato delle elezioni politiche del 1968, nelle quali PCI e PSIUP[26] riuscirono a intercettare il 43,5% dei consensi del mondo giovanile[27]. Il secondo è un fenomeno che avrà luogo soprattutto negli anni Settanta. Si tratta: del progressivo rinnovamento della classe dirigente comunista, con l’ingresso nel partito di molti giovani del movimento studentesco. I giovani, anche in virtù del fallimento delle prospettive politiche dei gruppi extraparlamentari, trovavano nel PCI un approdo sicuro e un vettore importante per molte delle tematiche che stavano loro a cuore. Un rinnovamento del PCI che fu dunque anche di tipo ideologico, con il parziale accoglimento di alcune istanze libertarie ed edoniste – si pensi alla disinibizione dei costumi sessuali – proprie dei giovani contestatori borghesi[28].

Come ha scritto Simona Colarizi:

Per i sessantottini […], la sconfitta dei gruppi nel 1972[29] ebbe quasi l’effetto di una doccia gelata che raffreddava l’entusiasmo di una contestazione apparsa priva di sbocchi in termini di effettivo potere. Logico che si sentissero attratti dal faro del PCI, l’unica formazione politica in grado di offrire loro una comunità ideologica di appartenenza, un ruolo pedagogico-politico, un contatto organico con la sempre mitizzata classe operaia e non da ultimo una prospettiva di vittoria, sia pure differita nel tempo e da raggiungere attraverso un percorso di compromessi e concessioni, che avrebbe inevitabilmente inquinato la “purezza” del sogno rivoluzionario[30] .

Un “innesto” di nuovo personale politico-militante che, dunque, andava a rafforzare la funzione egemone del PCI sulla sinistra italiana e, nello specifico, sui giovani che si riconoscevano in questo schieramento politico.
Tutto ciò ebbe notevoli conseguenze su quanto si verificò negli anni Settanta, sia con riferimento ad alcune importanti prese di posizione del PCI, – si pensi all’approvazione della legge sul divorzio e dello svolgimento della successiva consultazione referendaria[31] – sia, seppur indirettamente, sull’ulteriore radicalizzazione dello scontro sociale che ebbe luogo in questo decennio: alcuni giovani sessantottini, infatti, decideranno di non “scendere a compromessi” e di proseguire sulla via rivoluzionaria intrapresa negli anni della contestazione studentesca, contribuendo a dare il via alla lunga stagione di violenze del terrorismo e dello stragismo, comunemente nota come Anni di piombo.


Conclusioni

Pur con diverse sfumature e posizioni, emerse nel dibattito interno sopra ricostruito, il PCI nel suo complesso ha tenuto, nei confronti dei movimenti di contestazione, un atteggiamento di prudente apertura e di propensione al dialogo, cercando punti di contatto e di incontro con le istanze dei giovani. All’interno del mondo comunista, al tempo stesso, era però ben chiara e presente la necessità di ricondurre quelle istanze nel proprio alveo, sotto l’egida del partito di riferimento della sinistra italiana.

La gran parte dei giovani contestatori, dopo una iniziale fase di incontro-scontro, perdurata sino all’inizio degli anni Settanta, ha optato per la scelta democratica, preferendo inoltre cedere alle lusinghe del prestigio e del potere politico che avrebbe potuto acquisire con la militanza comunista. Ne è derivata una situazione all’insegna della “compenetrazione” tra le istanze dei due blocchi, con una reciproca contaminazione che ha condotto a una parziale mutazione genetica del Dna comunista. Mutazione che si sarebbe manifestata a partire dalla metà degli anni Settanta.

Riccardo Perrone per Policlic.it


Riferimenti bibliografici

[1]Quello della contestazione non fu un fenomeno solo italiano, ma ebbe una grande rilevanza a livello internazionale, a iniziare da quanto avvenne negli Stati Uniti e in Francia. Cfr. G. Sabbatucci e V. Vidotto, Storia contemporanea. Il Novecento, Laterza, Roma-Bari 2012.

[2] Per una trattazione più completa di questi e di altri temi fondamentali che hanno caratterizzato la contestazione, rimando a S. Colarizi, Un paese in movimento. L’Italia negli anni Sessanta e Settanta, Laterza, Roma-Bari 2019, e a P. Pombeni, Che cosa resta del ’68, Il Mulino, Bologna 2018.

[3]Da distinguersi dalla “sinistra parlamentare”, rappresentata dai partiti di sinistra che aderivano e partecipavano alle dinamiche democratico-rappresentative proprie del sistema parlamentare.

[4]Cfr. G. Sabbatucci, V. Vidotto, Op. cit., e S. Colarizi, Op. cit.

[5] A. Höbel, Pci e movimento studentesco (1967-68): un incontro mancato?, consultabile al seguente indirizzo: http://istitutostoricoresistenza.it/wp-content/uploads/2017/04/Hobel-Pci-e-movimento-studentesco.pdf (ultima consultazione avvenuta il 14/06/2021).

[6]Cfr. S. Colarizi, Op. cit.

[7]Ivi, p. 3.

[8]Cfr. G. Sabbatucci, V. Vidotto, Op. cit.

[9]Cfr. S. Colarizi, Op. cit.

[10] S. Colarizi, Op. cit., p. 68.

[11]Si pensi, con riferimento alle lotte operaie, all’affermazione dei consigli di fabbrica in seno alle aziende.

[12]Cfr. P. Pombeni, Op. cit.

[13]Questa vicinanza fece sì che alcuni giovani della FGCI optassero per la militanza in organizzazioni politiche extraparlamentari: è il caso, ad esempio, di Oreste Scalzone, esponente di Potere Operaio e di Autonomia Operaia.

[14] A. Höbel, Op. cit., p. 5.

[15] Ivi, p. 7.

[16]Si pensi, su tutti, a Pier Paolo Pasolini e alla poesia da lui composta all’indomani degli scontri tra polizia e studenti nei pressi della facoltà di Architettura di Valle Giulia, a Roma (1 marzo 1968) – consultabile qui – nella quale prese le difese dei poliziotti in quanto autentici esponenti del proletariato; o a quanto scrive lo stesso Pasolini in un articolo apparso su nuovi argomenti, e citato da Alexander Höbel: “Gli Americani […] coi loro sciocchi fiori, si stanno inventando, loro, un linguaggio rivoluzionario  ‘nuovo’! […] Ma voi non potete farlo perché in Europa ce n’è già uno: potreste ignorarlo? Sì, voi volete ignorarlo […]. Lo ignorate andando […] ‘più a sinistra’. […] Mettete da parte l’unico strumento davvero pericoloso per combattere contro i vostri padri: ossia il comunismo”.

[17] A. Höbel, Op. cit., p. 6.

[18]Ibidem.

[19]Ivi, p. 8.

[20]Per una breve trattazione inerente il ruolo dei sindacati nelle lotte operaie e le loro conseguenze sul sistema politico e sull’ulteriore importanza che i sindacati acquisiscono, rimando a G. Sabbatucci, V. Vidotto, Op. cit., pp. 340-341.

[21]Cfr. S. Colarizi, Op. cit., p. 70.

[22]Rimando a un breve ma interessante filmato dell’epoca, visibile qui.

[23]Cfr. S. Colarizi, Op. cit.

[24]Ivi, p. 72.

[25]Ad esempio, sulle reciproche diffidenze tra PCI e movimento femminista, si veda Ivi, p. 73.

[26]Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, nato nel 1964 da una scissione della corrente di sinistra interna al Partito Socialista Italiano.

[27] Cfr. A. Höbel, Op. cit., p. 7.

[28]Cfr. S. Colarizi, Op. cit.

[29]In questa occasione, i risultati ottenuti dai piccoli gruppi presentatisi alle consultazioni elettorali furono decisamente deludenti e inferiori alle attese: la lista che ottenne il maggior numero di consensi fu quella del “Manifesto”, che ottenne un magro 0,67% alla Camera dei Deputati.

[30]S. Colarizi, Op. cit., p. 74.

[31]Ivi, p. 75.

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