La censura cinematografica per vincere la guerra ideologica

La censura cinematografica per vincere la guerra ideologica

Il rapporto della Chiesa col grande schermo dalle origini agli anni Cinquanta

Introduzione

Il cinema ha avuto un grande potere immaginifico fin dalla sua nascita. Leggenda vuole che alla prima proiezione di L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat (1896) dei fratelli Lumière, alcuni spettatori fuggirono dalla sala per lo spavento. Di fronte a un tale potenziale, era evidente che il cinema non sarebbe rimasto solo un intrattenimento ma che in molti ne avrebbero sfruttato le capacità per diffondere la propria ideologia, e la Chiesa non è stata da meno. La particolarità fu che l’approccio del Magistero alla settima arte non ebbe un’influenza solo nel Vaticano o nelle sale parrocchiali, ma in tutto il mondo cattolico. La portata di questo potere rende il rapporto fra Chiesa e cinema un importante instrumentum regni; di conseguenza, il controllo sulla produzione cinematografica, ovvero la censura, divenne uno strumento governativo formidabile.

La prima legge sulla censura, e quindi sul controllo della produzione, arriva nel 1913. In quell’anno così lontano, il cinema, pur iscrivendosi ancora nel periodo cosiddetto del “cinema delle origini”, era appena diventato maggiorenne. Aveva infatti compiuto diciotto anni.[1]

Il rapporto fra Chiesa e cinema, invece, cominciò ben prima dell’intervento legislativo dello Stato italiano. Già nel 1896, i Lumière ebbero il permesso di entrare in Vaticano ed effettuare delle riprese dell’allora Papa Leone XIII, situazione replicata due anni dopo, stavolta da William Kennedy Dickson per conto di Thomas Edison.[2] Anche il pontefice successivo, Pio X, ebbe un incontro significativo col mezzo cinematografico, nell’occasione dell’inaugurazione del nuovo campanile di San Marco a Venezia.[3] Questo strano sodalizio vide un proliferare dell’interesse religioso nei confronti del cinema, che continuò fino al 1912, quando un Decreto della Sacra Congregazione Concistoriale decise di “vietare nelle chiese ogni sorta di proiezioni, o spettacoli cinematografici”[4]. Tutto questo avveniva un anno prima della legge sulla censura.

Un frame di Sua Santità Papa Leone XIII, film di William Dickson del 1898” (Vittorio Calcina/Wikimedia Commons, licenza: dominio pubblico), link: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/1/16/XIII.Leopp.jpg.


Pio XI e la diffidente distanza dal cinema

Così come in un normale governo, gli indirizzi dati all’approccio cinematografico sono variati a seconda del Papato. I due protagonisti assoluti sono stati senz’altro Pio XI e Pio XII, che avevano una considerazione quasi opposta del mezzo in questione.

Pio XI regnò dal 1922 al 1939 ed ebbe un rapporto cauto col cinema, di sorveglianza e osservazione. È a lui che si attribuisce il primo documento pontificio sul tema del cinema, l’Enciclica Divini illius Magistri del 1929[5], e numerosi altri discorsi in cui si pone l’accento sulle potenzialità devianti del grande schermo. Per tutta la durata del suo papato, la Chiesa ritenne il cinema dannoso per la morale[6], tanto che nel 1936 Pio XI “si felicitò con il regime fascista per i progressi in tema di controllo della produzione cinematografica, una delle grandi necessità per il pontefice che vedeva il cinematografo soprattutto come fonte e veicolo di un male enorme”[7].

In due discorsi tra il ‘34 e il ‘36, si rivolge anche alla FIPRESCI (Federazione Internazionale della Stampa Cinematografica), promuovendo un controllo severo sui film e una indipendenza della stampa dalle case produttrici.[8]

Proprio nel 1936 viene pubblicata l’Enciclica Vigilanti cura, il primo documento di un Pontefice interamente dedicato al cinema.[9] La lettera prende spunto dall’iniziativa di un gruppo di sacerdoti statunitensi cominciata due anni prima[10], la Legion of Decency, la quale desiderava risollevare il cinema americano dall’immoralità in cui era caduto.[11] Pio XI loda l’iniziativa della Legione definendola “una santa crociata”[12] e incita tutto il mondo cattolico a comportarsi similmente, difendendo la morale nel cinema tramite comitati di revisione, appelli alle produzioni e l’organizzazione di sale cattoliche.[13] La Vigilanti cura è uno spartiacque nel rapporto fra cinema e Chiesa, la quale riconosce l’importanza del grande schermo come mezzo di comunicazione di massa. Il biennio ‘35-’36 è oltretutto arricchito di altri avvenimenti fondamentali nell’ottica di questa relazione: la nascita del CCC (Centro Cattolico Cinematografico) e delle sue “Segnalazioni Cinematografiche”.


Il CCC e le “Segnalazioni Cinematografiche”

È durante il papato di Pio XI che nascono le prime associazione cattoliche dedicate al cinema. Nel 1926 viene fondato a Milano il CUCE (Consorzio Utenti Cinematografici Educativi; poi rinominato CCE, Consorzio Cinema Educativo) per compiere un lavoro di revisione dei film distribuiti che li divideva in tre categorie di “appropriatezza”, definite con le lettere A, B e C.[14] I film erano quindi consigliati per la visione in oratori, sale parrocchiali o in qualunque sede a seconda della lettera assegnata; queste revisioni del CUCE anticiparono le Segnalazioni del CCC.

Il Centro Cattolico Cinematografico nasce nel 1935 sotto la guida di Augusto Ciriaci, allora presidente dell’Azione Cattolica Italiana (ACI). Il Centro pubblicherà le “Segnalazioni Cinematografiche”, riviste settimanali in cui si presentavano brevi giudizi morali sui film in uscita, con lo scopo di influenzare il pubblico cattolico e regolamentare le proiezioni nelle sale gestite da enti ecclesiastici.[15] “I film venivano classificati in base a una valutazione esclusivamente morale, che si fondava soprattutto su il rispetto della famiglia, del matrimonio, la condanna dell’adulterio o di relazioni illegittime, la tutela della maternità”[16]. Le Segnalazioni del CCC divennero così influenti, che alcuni progetti richiedevano la critica preventiva del Centro per non incappare in revisioni negative.[17] L’attività in questione era capitanata da un segretario del CCC, Paolo Salviucci, sotto la guida del monsignore Luigi Civardi.[18] Quest’ultimo era perfettamente in linea con l’ideologia di Pio XI e considerava il cinema una minaccia capace rovinare la società e turbare l’ordine pubblico[19] attraverso una sorta di “propaganda indiretta”[20] che spargeva nell’aria “germi patogeni”[21].

D’altronde con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e il blocco delle importazioni di film dall’estero, in Italia ci fu un’improvvisa carenza di pellicole da proiettare giornalmente. Iniziò quindi un dialogo tra cineasti ed enti di censura per ottenere più tolleranza e di conseguenza una produzione più sostanziosa, che potesse far fronte alle necessità delle sale.[22] Di questa trattativa si fece carico la Sezione autonoma del credito cinematografico della BNL.[23] Entrarono quindi nel cinema temi come nudità, suicidio e adulterio, causando le polemiche e l’allarme del mondo cattolico[24]. Che si protestasse o meno contro questo allentamento della censura poco importava: un membro del consiglio d’amministrazione della Sezione della BNL era Vezio Orazi, anche direttore generale della Cinematografia, ovvero l’ente a capo delle commissioni di censura.[25]

Ad ogni modo, il duo Salviucci-Civardi continuò a gestire le Segnalazioni fino al 1939. La loro gestione è definita “dilettantesca e soprattutto opaca”[26], e provocò infine l’intervento dell’ACI, che attraverso un’assemblea consultiva cambiò dirigenza del CCC e istituì una normativa più regolare circa il giudizio dei film.[27] Le revisioni erano infatti inizialmente divise solo in due categorie, cioè “film ammessi per le sale di istituzione cattoliche” e “film non ammessi”, e inoltre presentavano delle oscillazioni talmente ampie nei numeri che fanno immaginare come Salviucci e Civardi non si appoggiassero a dei criteri chiari.[28] Si pensi che nei primi tre anni di Segnalazioni, la percentuale di film vietati scese dal 70.3% al 23.9%, per poi risalire al 52.8% l’anno successivo e stabilizzarsi intorno a questa cifra negli anni a venire.[29]

Incoronazione di Papa Pio XII nel 1939” (Hulton-Deutsch and Ullstein bild Dtl./Wikimedia Commons, licenza: pubblico dominio), link: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/cc/Pio_XII.jpg.

 

Come accennato, le cose cambiarono dal biennio ‘40-’41 con le novità introdotte dall’ACI. Fu nominato, come nuovo presidente del CCC, Luigi Gedda, intellettuale italiano con una visione sul cinema molto più aperta di quella di Civardi. Inoltre era salito al soglio pontificio Pio XII, un Papa che vedeva il cinema come un ottimo strumento per diffondere il cristianesimo.[30] I metri di giudizio sui film cambiarono: furono introdotte otto categorie al posto delle precedenti due. Con i nuovi giudizi si potevano richiedere del tagli alle case di produzione oppure operarli direttamente sulle pellicole in dotazione in maniera artigianale.[31] L’influenza di Gedda fu significativa fin da subito, e nell’annata ‘40-’41 si registrò una maggiore apertura specialmente per quanto riguarda i film ammessi negli oratori, che raddoppiarono in numero.[32] Questo allentamento provocò l’intervento dell’ACI, che in una lettera a Gedda suggerì uno “stringimento di freni”[33]. Il dato complessivo riportato nell’articolo di riferimento per il decennio dal 1934 al 1943 vede l’ammissione del 4% di film prodotti annualmente per gli oratori, circa il 20% per le sale parrocchiali ed un totale di ben 1336 film vietati in 9 anni.[34] Per fare un confronto, nello stesso periodo la censura statale proibì o tagliò “solo” 20 film.[35]


Papa XII, Luigi Gedda e la “Guerra alla guerra”

Pio XII ha certamente improntato un forte indirizzo in campo comunicativo. Egli vide le potenzialità del mezzo cinematografico e lo supportò anche in maniera pratica, come quando incaricò Augusto Genina di realizzare un film sulla vita di Santa Maria Goretti, Cielo sulla palude[36], poi vincitore del Nastro d’argento e del Leone d’argento per la regia. Nel 1955 Pio XII esortò i cineasti a produrre opere per rendere  l’uomo migliore[37] e tenne due famosi discorsi noti come Discorsi sul film ideale, indirizzati ai rappresentanti del settore, in cui illustrò gli elementi per realizzare un’opera perfetta: rispetto dell’uomo, del suo spirito e della morale, e con una missione educativa.[38] Nel 1957 venne pubblicata l’Enciclica Miranda prorsus dedicata a cinema, radio e televisione. “Il cinematografo, a sessant’anni dalla sua invenzione, è diventato uno dei più importanti mezzi di espressione del nostro tempo”[39] si legge nella lettera. Questa presa di posizione di Pio XII di accogliere il cinema nell’Olimpo dei mezzi di comunicazione divenne una presa di posizione della Chiesa tutta ed ebbe conseguenze negli anni a seguire.

Altrettanto importante per l’imposizione di questo indirizzo è stato Luigi Gedda. Oltre a essere stato presidente del CCC dal 1941, Gedda fu presidente in successione della Gioventù Italiana di Azione Cattolica, degli Uomini di Azione Cattolica e infine, per volere di Pio XII stesso, dell’intera associazione ACI dal 1952 al 1959.[40] Gedda, come tutta la Chiesa, si intrecciò anche alla politica del dopoguerra e sostenne  in tutti i modi la Democrazia Cristiana alle elezioni del 1948.[41]

In veste di presidente della casa di produzione Orbis, Luigi Gedda nel ‘48 realizzò un documentario pacifista intitolato Guerra alla guerra, che venne usato come manifesto d’esordio del CCN (Comitato Civico Nazionale, presieduto anch’esso da Gedda) per appoggiare la DC.[42] Il film venne proiettato privatamente il 15 febbraio 1948 a un pubblico invitato dal CCN fra cui spiccava l’allora Sottosegretario allo Spettacolo Giulio Andreotti[43], che l’anno successivo avrebbe promulgato una legge con la quale impiantava sul territorio nazionale 5900 sale di proiezione parrocchiali.[44] Guerra alla guerra fu distribuito dalla filiale italiana della major Columbia ma allo stesso tempo fu anche proiettato in centinaia di località dell’Italia centro-meridionale tramite dei “carri-cinema”, con l’intento di far arrivare il messaggio cristiano – e quindi democristiano – anche in quei territori meno forniti di sale tradizionali.[45]

“Giulio Andreotti (destra) con Anna Magnani e Giovanni Ponti al Festival di Venezia del 1947. Andreotti era da sempre un grande cinefilo” (autore sconosciuto/Wikimedia Commons, licenza: pubblico dominio), link: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/3a/Giulio_andreotti_anna_magnani_1947.jpg

 

Già nel 1947 era nato l’Ufficio Centrale per la Cinematografia, con compiti di controllo e revisione dei film prodotti.[46] Sostanzialmente, chi influenzava l’Ufficio influenzava in parte la produzione cinematografica nazionale, e il CCC ebbe successo in questo, quando un suo consulente, Albino Galletto, ottenne la deroga speciale di accedere alle proiezioni destinate alle commissioni governative.[47] Agenti di revisione governativi ed ecclesiastici vedevano i film insieme, ne valutavano la morale ed emettono giudizi. Ad esempio, una sovrapposizione di intenti tra Chiesa e Stato è chiara nei confronti del neorealismo: il Vaticano vietò molti dei film neorealisti fin da La terra trema (1948) di Luchino Visconti, e allo stesso tempo si ricorda la famosa frase di Andreotti rivolta a Vittorio De Sica per Miracolo a Milano (1951) e Umberto D. (1952), da cui il Sottosegretario pensava che “derivasse un’immagine deteriore e non vera dell’Italia”[48] (“i panni sporchi vanno lavati in casa e non messi davanti a tutti”[49]). Ad ogni modo, nonostante la vittoria della DC alle elezioni il film Guerra alla guerra fu un insuccesso commerciale e determinò il crack finanziario della Orbis e il ridimensionamento di Gedda.[50]


La Chiesa e la comunicazione. Conclusioni

A fine anni ’50, il Magistero era ormai legatissimo al mezzo cinematografico insieme agli altri strumenti di comunicazione. Pio XII aveva soltanto intuito prima di altri l’importanza del grande schermo in tal senso. Già nel 1956, infatti, era nato a Valladolid il SEMINCI, festival del cinema per la diffusione dei principi e della morale cattolica[51] (caratterizzazione religiosa poi abbandonata nel 1973[52]), mentre nel 1959 Papa Giovanni XXIII creò la Pontificia Commissione per il Cinema, la Radio e la Televisione.[53] Più recentemente, Benedetto XVI ha diffuso il Vaticano su vari canali web, da YouTube a Twitter.[54]

“Il primo tweet del Vaticano, firmato Papa Benedetto XVI” (Notebook Italia, licenza: pubblico dominio), link: https://notebookitalia.it/images/stories/twitter_papa.jpg

L’influenza cattolica ha continuato a passare per il cinema, soprattutto se consideriamo il grande prestigio che i film del Belpaese hanno ottenuto negli anni Sessanta e Settanta (Fellini è solo uno dei nomi che possiamo citare a riguardo). Le imprese cinematografiche di Pasolini furono messe a dura prova dalla censura – sia quella religiosa che quella governativa – con La ricotta (1963) e Il Vangelo secondo Matteo (1964).[55] Quando la sua Trilogia della Vita (Decameron, I racconti di Canterbury e Il fiore delle mille e una notte) ottenne il lasciapassare alla rappresentazione di nudi in situazioni comiche o allegre, si aprì la strada che portò alla commedia sexy all’italiana.[56] Nel 1998 invece la Commissione di revisione cinematografica vietò la distribuzione di Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco, reputandolo degradante per “la dignità del popolo siciliano, del mondo italiano e dell’umanità, offensivo del buon costume, con esplicito disprezzo verso il sentimento religioso e contenente scene blasfeme e sacrileghe, intrise di degrado morale”[57]. È quindi il verbale stesso della Commissione che palesava la natura religiosa del blocco.

È impossibile pensare a una storia del cinema senza l’influenza della Chiesa; allo stesso modo, è impossibile pensare al cinema come un semplice intrattenimento. I film possono anche essere manifesti politici o sociali e diffondere una ideologia tramite il “potere immaginifico” citato in apertura. Diventa quindi uno strumento di comunicazione potentissimo – ed estremamente immediato – che si cerca di sfruttare a vantaggio dei propri ideali, non tramite una propaganda esplicita, ma attraverso un controllo sui metodi e luoghi di fruizione.

Federico Del Ferraro per www.policlic.it

 


Riferimenti bibliografici

[1] Questo tenendo conto della data convenzionale della nascita del cinema, il 28 dicembre 1985, giorno della prima proiezione dei fratelli Lumière in cui sono riscontrabili gli elementi fondanti del cinema stesso: uno schermo, un proiettore, della pellicola, una sala ed un pubblico pagante.

[2] D. E. Viganò, Cinema e Chiesa. I documenti del Magistero, Effatà, Cantalupa 2002, pp. 16-17.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 18.

[5] Ivi, p. 41.

[6] E. Chuvieco, La Chiesa e il cinema: un cammino lungo e a volte difficile, in “Aleteia”, 2013, link https://it.aleteia.org/2013/10/25/la-chiesa-e-il-cinema-un-cammino-lungo-e-a-volte-difficile/ (ultima consultazione 20/11/2022).

[7] A. Venturini, La censura cinematografica e le Chiesa durante la Seconda Guerra Mondiale, in “Schermi. Storie e culture del cinema e dei media in Italia”, I (2017), p. 54, link https://riviste.unimi.it/index.php/schermi/article/view/8268/7892 (ultima consultazione 19/11/2022).

[8] D. E. Viganò, op. cit., p. 44.

[9] D. E. Viganò, op. cit., p. 51.

[10] La Legion of Decency fu fondata nel 1934, stesso anno in cui ad Hollywood venne reso effettivo il Codice Hays, un insieme di indicazioni produttive che avrebbero dovuto fungere da linee guide morali per gli studios.

[11] D. E. Viganò, op. cit., p. 51.

[12] Ibidem.

[13] Ibidem.

[14] M. Giraldi, Censura di Stato e valutazioni pastorali: una storia parallela, in “CineCensura”, p. 1, link http://cinecensura.com/wp-content/uploads/2014/06/Censura_di_Stato_e_valutazioni_pastorali_Giraldi.pdf (ultima consultazione 20/11/2022).

[15] A. Venturini, op. cit., p. 57.

[16] Ibidem.

[17] M. Giraldi, op. cit., p. 2.

[18] A. Venturini, op. cit., p. 57.

[19] Ivi, p. 54.

[20] Ibidem.

[21] Ibidem.

[22] Ivi, p. 56.

[23] Ibidem.

[24] Ibidem.

[25] Ibidem.

[26] Ivi, p. 57.

[27] Ivi, p. 58.

[28] Ivi, p. 60.

[29] Ibidem.

[30] E. Chuvieco, op. cit.

[31] A. Venturini, op. cit., p. 58.

[32] Ivi, p. 59.

[33] Ivi, p. 62.

[34] Ivi, p. 59.

[35] Lista dei film vietati visionata sulla pagina Wikipedia Censura cinematografica (Italia), link https://it.wikipedia.org/wiki/Censura_cinematografica_(Italia) (ultima consultazione 18/11/2022).

[36] E. Chuvieco, op. cit.

[37] Ibidem.

[38] D. E. Viganò, op. cit., pp. 74-89.

[39] Ivi, p. 106.

[40] A. Venturini, op. cit., p. 58.

[41] G. Della Maggiore, Guerra alla guerra, cinema e geopolitica vaticana nella Chiesa di Pio XII, in “Schermi. Storie e culture del cinema e dei media in Italia”, Annata I, Numero 2, luglio-dicembre 2017, p. 93, link https://riviste.unimi.it/index.php/schermi/article/view/8521/9100 (ultima consultazione 20/11/2022).

[42] Ibidem.

[43] Ivi, p. 95.

[44] Cfr. Intervista a Tatti Sanguineti sul sito CineCensura, link http://cinecensura.com/sala-il-sistema-censura/i-cattolici/ (ultima consultazione 20/11/2022).

[45] G. Della Maggiore, op. cit., p. 95.

[46] M. Giraldi, op. cit., p. 3.

[47] Ibidem.

[48] Ivi, p. 4.

[49] Ibidem.

[50] G. Della Maggiore, op. cit., p. 104.

[51] E. Chuvieco, op. cit.

[52] Ibidem.

[53] E. Chuvieco, op. cit.

[54] Ibidem.

[55] D. Palattella, La censura cinematografica in Italia: dagli anni ‘30 ai giorni nostri, in “Associazione La Dolce Vita”, 2015, link https://associazioneladolcevita.wordpress.com/2015/12/07/la-censura-cinematografica-in-italiahttpsassociazioneladolcevita-wordpress-com20151207la-censura-cinematografica-in-italia-dagli-anni-30-ai-giorni-nostri/ (ultima consultazione 20/11/2022).

[56] Ibidem.

[57] F. D’Urso, I. M. Giannattasio, B. Zambardino, La riforma della censura tra libertà di espressione, tutela dei minori e responsabilità degli operatori, in “8 e Mezzo”, 2018, p. 3, link https://www.lettere.uniroma1.it/sites/default/files/2259/8MEZZO_37.2018CENSURA.pdf (ultima consultazione 20/11/2022).

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