La nazionalizzazione dell’industria elettrica in Italia- Pt. 4. L’opposizione economica e politica

La nazionalizzazione dell’industria elettrica in Italia ha rappresentato un campo di battaglia ideale per due visioni politiche storiche dello Stato e dell’economia, quella riformista e quella liberista. Due modi di concepire il ruolo della politica e delle istituzioni: da un lato i favorevoli a un intervento massiccio dello Stato nell’economia, dall’altro chi riteneva e ritiene che la libera iniziativa dei privati non debba essere sottoposta a vincoli. Ma la nazionalizzazione è stata anche un luogo di discussione sul concetto di monopolio e su quello di sviluppo economico, legato a doppio filo alla produzione energetica.

Policlic ha dunque voluto proporre ai propri lettori questo approfondimento “a puntate”, incentrato su quella che è stata una riforma così importante e dirimente per lo scenario politico degli anni Sessanta e per tutta la successiva parabola della Prima Repubblica. In questi appuntamenti si cercherà di analizzare gli eventi storicamente più rilevanti che hanno portato all’approvazione della riforma nel 1962, attraverso le idee politiche tanto dei favorevoli quanto dei contrari alla nazionalizzazione.

 

L’opposizione economica e politica alla nazionalizzazione

Lo schieramento contrario alla nazionalizzazione dell’industria elettrica fu probabilmente caratterizzato da maggiore omogeneità politico-economica rispetto a quello dei favorevoli. In esso possiamo rintracciare le istanze delle destre italiane, intese come gruppi industriali o schieramenti politici (PLI, MSI e PDIUM).

In una relazione dell’ANIDEL (Associazione Nazionale delle Imprese Distributrici di Energia Elettrica) del 13 ottobre 1959[1] è contenuta un’aspra critica nei confronti del progetto di legge n. 269 del 1958, che prevedeva già la nazionalizzazione dell’industria elettrica:

Si fa solo osservare che la proposta è chiaramente ispirata a preconcetti contrari all’iniziativa privata e che tali preconcetti cerca di concretare con argomentazioni demagogiche e con affermazioni non rispondenti alla realtà della situazione della industria elettrica italiana. In verità l’attuale struttura, nella libera possibilità di sviluppo delle diverse forme di imprese, presenta il duplice vantaggio di offrire allo Stato la possibilità di controllare, attraverso le imprese a partecipazione statale, la gestione di quelle private e al tempo stesso di fornire ai cittadini un sicuro controllo sulla efficienza delle imprese pubbliche, controllo che viene completamente a mancare nei Paesi nei quali lo Stato sia l’unico gestore[2].

“Preconcetti contrari all’iniziativa privata” e “argomentazioni demagogiche”. Nel corso degli anni i termini del discorso critico di chi difendeva l’assetto esistente nell’industria elettrica non variarono di molto. L’accusa di avere pregiudizi ideologici, così come quella di non apportare al dibattito analisi economiche profonde ma, al contrario, argomentazioni puramente politiche, caratterizzerà tutta la parabola del gruppo degli elettrici, ovviamente contrari alla nazionalizzazione.

Altro esempio emblematico della battaglia condotta dall’ANIDEL è l’opuscolo pubblicato nel maggio 1960 con il titolo Il Monopolio privato sotto accusa, ovvero, della obiettività e della logica. Replica ad Ernesto Rossi”[3]. In esso è contenuta una replica alle tesi che il politico radicale aveva espresso nella sede del Convegno degli “Amici del Mondo” sulle “Baronie elettriche”. Un commento dettagliato degli argomenti proposti da Rossi, preceduto da una critica esplicita dei motivi di fondo che muovevano i nazionalizzatori.

In particolare, nell’introduzione del volume si può leggere:

E incominciamo dallo spirito da cui trae alimento la campagna per la nazionalizzazione dell’industria elettrica: questa sarebbe invocata per liberare 50 milioni di italiani dalla schiavitù del monopolio e dall’imperio di una decina di plutocrati. In realtà invece questi nemici dell’iniziativa privata, che pretendono di combattere a difesa della libertà, aspirano più o meno coscientemente a sostituire alla libera scelta degli individui la loro scelta, considerandola più aderente ai fini particolari e generali che deve proporsi una società bene organizzata. Si tratta di una impostazione a carattere moralistico e religioso che porta ad istituire, con i dogmi, la dittatura più pesante intesa a garantire la sicurezza e la felicità del carcere per tutti gli italiani. Non vi può infatti essere libertà personale e libertà politica se non vi è libertà economica e di iniziativa[4].

Il dibattito sulla nazionalizzazione dell’industria elettrica caratterizzò il primo ventennio di politica repubblicana. Nell’estate del 1962 si arrivò finalmente alla “resa dei conti”, con la discussione in Parlamento del disegno di legge del governo Fanfani.

Il 27 luglio 1962 venne presentata la relazione di minoranza del Partito Liberale Italiano[5], o di quello che ne rimaneva dopo la scissione del gruppo degli “Amici del Mondo”. Come relatori furono nominati Giuseppe Alpino e Mariano Trombetta.

Lo stato d’animo dei liberali rispetto al disegno di legge venne espresso chiaramente nell’apertura della relazione:

Il disegno di legge in esame rappresenta un provvedimento di eccezionale portata, forse il più incisivo e sconvolgente di questo dopoguerra, e suscita le più profonde preoccupazioni nella nostra parte: sia sul piano permanente, per la rottura recata all’assetto e alla struttura dell’economia del Paese e per la gravi implicazioni e conseguenze di ordine politico e sociale, e sia sul piano immediato e specifico, per le incertezze e difficoltà inerenti al trapasso delle imprese, al trattamento degli azionisti e alla prosecuzione dei programmi costruttivi in corso[6].

A seguire, nel capitolo della relazione intitolato “Statizzazioni superate”, i due liberali passarono a evidenziare le criticità caratterizzanti la gestione pubblica di alcuni specifici settori dell’economia italiana, sostenendo addirittura che qualunque settore, se statalizzato, avrebbe erogato servizi e prodotti più scadenti e più costosi. A sostegno di tale tesi vi erano i risultati economici dei vari settori sottoposti a statalizzazione negli anni precedenti:

[…] dalle ferrovie, tormentate da disastri, con tempi di percorrenza in vari casi superiori a quelli raggiunti nel 1938, al monopolio tabacchi, bersagliato dalle accuse dei fumatori, dal monopolio banane, strumento di una taglia odiosa su un consumo popolare, a quello della RAI-TV, criticato non solo per la parzialità politica ma anche per l’insipienza dei costosi programmi; dalle poste, che obbligano il privato a usare il loro servizio ma non si peritano di consumare anche 4-5 giorni per trasferire una lettera da Roma a Milano o Torino, all’azienda telefonica statale che mantiene in permanente disservizio il sistema delle comunicazioni a lunga distanza ed in cui difesa il ministro competente è arrivato a beffarsi degli utenti, accusandoli di eseguire troppe comunicazioni![7].

In una interessante parte della relazione, contenuta nel capitolo sopracitato, si fece addirittura riferimento all’Unione Sovietica per sostenere l’inopportunità della nazionalizzazione dell’industria elettrica[8].  In particolare, i relatori fecero notare come la stessa URSS, mentre l’Italia si accingeva a intraprendere la via delle statizzazioni e della politica di piano, iniziava a rendersi conto che il proprio sistema pianificato e collettivistico era sostanzialmente inadeguato a competere con i Paesi industrializzati. Constatato ciò, i sovietici si apprestavano a dotarsi di una politica economica più efficiente ed elastica.

Il dibattito sulla nazionalizzazione non ebbe soltanto le aule parlamentari come “campo di battaglia”. I quotidiani di partito ebbero un ruolo decisivo nel concentrare il focus su determinati elementi polemici, ma anche la cosiddetta stampa nazionale diede il proprio contributo di pagine e inchiostro.

Gli schieramenti erano sostanzialmente i seguenti: a favore erano “Il Mondo”, “L’Espresso”, “Il Giorno” e “La Stampa”; contro la nazionalizzazione, invece, diedero vita a un’intensa campagna stampa il “24 ore”, “Il Sole” e il “Corriere della Sera”[9]. A questo proposito può risultare interessante citare due articoli di questi ultimi due quotidiani, che rendono l’idea di quale fosse il clima nei giorni decisivi per la nazionalizzazione e in quelli successivi.

Nel numero di lunedì-martedì 25-26 giugno 1962 (proprio quest’ultimo fu il giorno della presentazione del disegno di legge sulla nazionalizzazione) uscì un articolo su “Il Sole” dal titolo I lavoratori e le nazionalizzazioni”[10], firmato Secret.

La tesi tutt’affatto interessante dell’articolo era quella di mettere quantomeno in dubbio che tutti i lavoratori del settore fossero d’accordo con la nazionalizzazione dell’industria elettrica. Anzi, la prova che questo non corrispondesse a verità andava ricercata in una lettera inviata da un gruppo di dipendenti della S.I.P. di Torino al segretario del PSI Pietro Nenni, nella quale essi esprimevano preoccupazioni per la propria situazione lavorativa.

Nell’articolo venne pubblicata la risposta inviata da Antonio Giolitti ai lavoratori, che era stata poi diffusa tramite un volantino da un altro gruppo di lavoratori:

Al Gruppo direttivo del gruppo anziani SIP Torino – Per incarico dell’on. Nenni rispondo io – quale responsabile della Commissione economica del partito – al Vostro telegramma relativo alla nazionalizzazione della industria elettrica. Posso assicurarvi formalmente che intendiamo tutelare in modo adeguato i Vostri diritti e in tal senso abbiamo già espresso in modo ufficiale e preciso la nostra posizione con le norme previste dall’articolo 20 della proposta di legge per la nazionalizzazione dell’industria elettrica presentata fin dal 20 settembre 1958 alla Camera dagli on.li Lombardi, Nenni e altri, norme che assicurano il mantenimento in servizio, l’osservanza del contratto collettivo di lavoro, l’integrità del trattamento economico di cui, alla data del trasferimento allo Stato, godono i dipendenti delle aziende e degli impianti avocati. Nella fiducia che tali assicurazioni valgano a tranquillizzare le vostre preoccupazioni, Vi saluto cordialmente. F.to Antonio Giolitti[11].

Un articolo di evidente opposizione alla nazionalizzazione uscì, sul quotidiano dell’MSI “Il Secolo d’Italia”, venerdì 22 giugno 1962[12]. In questo caso il provvedimento veniva visto, come testimoniato dall’emblematico e ironico titolo, come un Corto circuito politico-economico”. Corto circuito dal punto di vista legislativo, politico, economico e giuridico-costituzionale.

Dal punto di vista legislativo le criticità evidenti stavano nel fatto che un disegno di legge in teoria di iniziativa governativa era stato sostanzialmente deciso da un gruppo di membri di varie segreterie di partito, tra le quali vi era anche quella del Partito Socialista Italiano, che in quella fase non era ancora all’interno del Governo né organicamente nella maggioranza che lo sosteneva, essendosi astenuto. Partito socialista che peraltro, nonostante agisse da quella posizione peculiare, era riuscito comunque ad avere un ruolo decisivo nell’elaborazione del disegno di legge.

Sul piano politico la nazionalizzazione veniva vista addirittura come un colpo di Stato:

Preparato ed attuato con metodo anche se realizzato al di fuori dei canoni finora seguiti. Ma, mutatis mutandis, persino il consigliere di Stato dott. Mezzanotte parlandone alla “tribuna politica TV” ci ha fatto intendere che considerava non solo sostanzialmente ma persino formalmente l’ente per l’energia elettrica, come un’entità già esistente ed operante – ne ha parlato, infatti, sempre, o quasi, al presente indicativo – laddove viceversa l’ENEL non esisterà de facto e de iure se non dopo che, approvata la “delega” del Parlamento, il governo non si sarà avvalso della funzione delegata e non avrà costituito l’ente stesso […][13].

Nonostante tale evidente dato di fatto, c’era ben poco di cui rallegrarsi, secondo l’autore dell’articolo apparso in prima pagina:

Ma la nostra è una ben magra consolazione. Nenni ha parlato. Lombardi ha detto. La Malfa e Fanfani hanno fatto loro eco. Il governo ha preso atto di cotanta volontà. Al Parlamento non è restata che una pura formalità. Delegare al governo un potere che le segreterie di partito hanno già da tempo, e con crescente invadenza, avocate a se stesse, e che nella particolare circostanza della quale ci stiamo occupando è stato dalle segreterie esercitato con una impudenza mai finora registrata in questo, pur tanto impudente, regime partitocratico[14].

 

Federico Paolini per Policlic.it

 

Riferimenti bibliografici

[1] ANIDEL, Relazione del Consiglio all’Assemblea dei soci, Roma, 1959.

[2] Ivi, p. 86.

[3] ANIDEL, Il monopolio privato sotto accusa. Ovvero della obiettività e della logica. Replica ad Ernesto Rossi, Roma, 1960.

[4] Ivi, p. 6.

[5] La nazionalizzazione dell’industria elettrica in Italia, relazioni parlamentari presentate dal Governo e dalle Commissioni Speciali della Camera dei Deputati e del Senato (Giugno-Novembre 1962), Roma, Centro Studi Economico Sociali Studium, 1962, p. 139.

[6] Ivi, p. 141.

[7] Ivi, p. 143.

[8] Ivi, p. 144.

[9] B. Bottiglieri, L’industria elettrica dalla guerra agli anni del “miracolo economico”, in V. Castronovo et al., Storia dell’industria elettrica in Italia, 4. Dal dopoguerra alla nazionalizzazione. 1945-1962, Roma, Laterza, 1994, p. 83.

[10] I lavoratori e le nazionalizzazioni, “Il Sole”, 25-26 giugno 1962, p. 1.

[11] Ibidem.

[12] Corto circuito politico-economico, “Il Secolo d’Italia”, 22 giugno 1962, p. 1.

[13] Ibidem.

[14] Ibidem.

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