La Notte degli Oscar premia il capolavoro di Sam Mendes “1917”

Fonte: 1917/Facebook

Da qualche ora si è conclusa la cerimonia di premiazione della 92esima edizione degli Academy Awards statunitensi, una notte in cui gli ambiti premi Oscar hanno visto lo storico trionfo del talento sudcoreano Bong Joon-Ho e del suo Parasite, vincitore di ben quattro statuette (Miglior film, Miglior film internazionale, Miglior regista e Migliore sceneggiatura originale).
In una serata come detto storica (in particolar modo per la Corea del Sud), al secondo posto complessivo della classifica degli Oscar, si è imposto il film 1917 del regista britannico Sam Mendes, che si è aggiudicato tre riconoscimenti tra le dieci categorie in cui era candidata (Migliore fotografia, Migliori effetti speciali e Miglior sonoro).

Un traguardo di enorme prestigio, considerando come abbia superato anche pellicole di maestri come Martin Scorsese (a secco con The Irishman) e Quentin Tarantino (due premi per il suo Once Upon a Time in Hollywood, tra cui il Miglior attore non protagonista a Brad Pitt) oltre al pluricandidato film Joker di Todd Phillips (su undici categorie, ottiene solo le statuette per Miglior attore protagonista a Joaquin Phoenix e Miglior colonna sonora alla compositrice islandese Hildur Guðnadóttir) che porta ulteriori soddisfazioni per Mendes a poca distanza dal grandissimo successo ottenuto in patria con i sette premi dei BAFTA Awards e i due premi Golden Globe dello scorso mese.

Con questo film, Mendes – già vincitore dell’Oscar nel 2000 con la pellicola di culto American Beauty – lascia in ogni caso un segno indelebile con uno dei capolavori cinematografici della nuova decade appena cominciata. Apprezzata dalla critica di settore e sostenuta anche dagli ottimi incassi al botteghino (oltre 250 milioni di dollari incassati nel mondo, più del doppio rispetto alle cifre investite nella sua produzione), 1917 è infatti un’esaltante e al contempo brutale celebrazione della Settima Arte ambientata nel tragico contesto della Prima Guerra Mondiale dove la Storia, quella delle fasi conclusive del conflitto, viene degnamente tributata con un racconto essenziale nel suo sviluppo narrativo e nello stesso tempo carico e solenne nel suo pathos emotivo. Infine, elemento fondamentale del suo strepitoso successo, confermato anche nella notte del Dolby Theatre di Hollywood, il film è raccontato in un modo e vissuto con un linguaggio e delle tecniche cinematografiche totalmente coinvolgenti, “nel vero senso della parola” e forse anche di più, al punto di non far semplicemente immedesimare il pubblico con i personaggi e l’ambiente della storia, ma di renderli parte viva e attivamente coinvolta degli stessi.

Distribuito nelle sale italiane lo scorso 23 Gennaio, il film ha suscitato un turbine travolgente di emozioni dilanianti dal primo all’ultimo minuto della sua durata, al punto tale che entrambi gli autori di questo articolo hanno voluto raccogliere le proprie esperienze e sensibilità – sotto le prospettive interconnesse della Storia e della Storia del Cinema – in un viaggio/racconto panoramico da condividere con i nostri lettori. Per poter cominciare, arriva dunque il momento di portare indietro le lancette dell’orologio e della Storia di oltre un secolo, fino a tornare a quel fatidico 1917.


Diapositive dal fronte – Una contestualizzazione storica di “1917”

(a cura di Luca Valerio Bertozzi della Zonca)

1917.
È un anno cruciale, decisivo.

Ciò che lo rende tragicamente speciale non risiede nel tempo che è trascorso prima di esso, ma di quello che ne scaturirà, quello che scatenerà con febbrile e impietosa cadenza. Il 3 Marzo 1917, il trattato di Brest-Litovsk ha concluso definitivamente le ostilità sul fronte orientale a favore dell’Intesa, una doccia fredda per i comandi alleati in Occidente e in Medio-Oriente. Dopo quasi tre anni di snervante stallo, il 1917 rappresenta un torbido fremito muscolare per tutti gli eserciti coinvolti nel tritacarne francese.

Mendes ci immerge subito nel quadro che si profila nel grande settore settentrionale tenuto dal Corpo di Spedizione Britannico. Il film si apre con una data, quella del 6 Aprile. Una scelta significativa per svariate ragioni: essa coincide infatti con la formale entrata in guerra degli Stati Uniti, svolta che non poco influenzerà il ritmo del combattimento e la strategia tedesca. Il regista sapientemente intreccia il verosimile al vero, orchestrando i dati con una abilità quasi tucididea. La risacca di cui veniamo informati assieme ai nostri protagonisti è reale, tremendamente concreta. Si chiama Unternehmen Alberich e fu un ordinato ripiegamento sistematico iniziato il 3 di quello stesso mese, volto al riassestamento sulla nuova HindenburgLinie (Linea Hindenburg).

Un fronte, questo, più ristretto e più fortificato che esaltava dunque il vantaggio della difesa. Lunga 160 km da Lens al fiume Aisne, essa era divisa in cinque sottosettori dai nomi mitologici norreni.
Fondamentalmente, un’abile trappola volta a indurre gli alleati ad avanzare in un saliente, dilatando i propri ranghi su un terreno più vasto da controllare; e il gioco funziona.

Chateau Wood, Ypres, 1917
Autore : Frank Hurley (1885-1962)
Fonte : Australian War Memorial/Wikimedia Commons

Per tutti coloro che si chiedono come una colonna motorizzata sia riuscita a oltrepassare la terra di nessuno senza gravi danni, la risposta è semplice: i tedeschi preferirono non lasciare indietro quasi nessuna unità. Minore era la resistenza, più facile sarebbe stato convincere i generali inglesi a cadere nella fossa di lupo. Assistiamo dunque agli effetti catastrofici di questa risacca quasi in prima persona. La tecnica della terra bruciata viene pennellata con una brutale chiarezza: artiglieria manomessa, avantreni bruciati, alberi tagliati, bestiame ucciso e trappole esplosive. Eppure quel tratto ancora distintivo delle campagne del primo conflitto mondiale si conserva in questa pellicola, quel cromatico paradosso che colpisce quando dalla terra sconvolta il suolo si rifà verde e placido, come un tratto confuso che torna regolare, naturale, forse pronto per essere violato da qualche colpo d’obice.

Il fantomatico Devon è reparto cercato disperatamente, trovato miracolosamente. Sappiamo che i Reggimenti del Devonshire erano diluiti nell’organico che aveva partecipato alla mattanza della Somme nel 1916. Nell’area, infatti, facevano servizio tre unità: il 1°Battaglione, 95a Brigata, 5a Divisione del Generale Stephens, l’8° Battaglione, 20a Brigata, 7a Divisione del Generale Watts e il 2° Battaglione, 23a Brigata, 8a Divisione del Generale Hudson. Non viene nominato il numero del Battaglione, né la Brigata, ma questo, sento di asserirlo, non ha importanza alcuna, come nessuna importanza ha altrettanto il fatto che i nomi degli ufficiali siano fittizi.

Vi erano dislocate truppe coloniali? La risposta è sì, sebbene si profili dietro l’angolo una precisazione: un gran numero di soldati, come era naturale per un Impero come quello britannico, non erano inglesi. Tuttavia, salta agli occhi con prepotente stranezza la presenza sporadica di uomini di colore o di etnia indiana in mezzo a intere compagnie non coloniali.
Non che i casi e le eccezioni non esistessero, ma questo accade almeno tre volte durante la proiezione, suscitando la convinzione che sia più una sostruzione compartecipativa* che non qualcosa dettato dalla brama di accuratezza storica.

Il nemico è adombrato, schivo, sfuggente, sfocato nei nostri occhi, tanto quanto lo è negli occhi di qualcuno che lotta e desidera sopravvivere. Filtra in ogni fibra quella sensazione di estrema solitudine e al contempo di intrinseca compagnia, comunanza, collettività nei confronti di chiunque sia simile, chiunque vesta gli stessi colori.

Ciò che rende ancor più riflessiva la narrazione è la costruzione di una trama incentrata esclusivamente su un semplice ordine eseguito in meno di 48 ore. Recare un messaggio da un reparto all’altro, che al cinema pare qualcosa di epico e leggendario, è la normalità nella sua tragica quotidianità. Si viene così sospinti alla comprensione che non esiste nulla di davvero non eroico e nulla di davvero facile. Nessuno erige statue al caporale sopravvissuto, nessuno lo propone per una medaglia. È la meritocrazia del fronte, una riconoscenza tacita fatta di una pacca, una stretta di mano e un grazie a mezza bocca. Un racconto semplice dai protagonisti semplici, ragazzi comuni, un dettaglio spesso dimenticato da chiunque studi e legga di storia. La storia come fascio di storie, tante, innumerevoli storie di piccoli esseri umani dettate dalle azioni, paura, dalla volontà, disperazione, coraggio, sacrificio, in un universo in cui è così rapido perdersi, spirare e rimanere insepolto.

Appena un anno dopo, in primavera, l’Impero Tedesco avrebbe sferrato una delle più grandi e violente offensive dell’intero conflitto, frantumando le linee alleate nel settore, riversandosi nella crepa, dilagando sino a lambire la rotabile di Amiens. Più di 850.000 uomini della coalizione sarebbero rimasti feriti, dispersi o caduti nel consumarsi della Kaiserschlacht. Una consapevolezza pesante come un soffocante macigno sul petto di ogni persona che vede l’esausto Schofield abbandonarsi all’ombra di quell’albero e che sa che 1600 uomini si sono salvati quel giorno, ma quanti sarebbero stati il giorno dopo, tra un anno o due?

È dunque un’esperienza, più che un film, un viaggio che ci offre quel valore così essenziale che la memoria può regalare a tutti, poiché in essa tutti noi sussistiamo.

L’apporto familiare del regista rende così l’opera completa. Ci rammenta che ognuno di noi è trafitto, ognuno di noi ha una scheggia del primo conflitto mondiale conficcata in sé, ognuno di noi una foto di un parente, ognuno di noi un aneddoto o una medaglia nascosta in soffitta. Ci ammonisce contro la dimenticanza poiché il tempo è il nemico.

Lance Corporal Alfred Hubert Mendes MM (1897-1991)
“C” Company
1st Battalion
King’s Royal Rifle Corps


Dal fronte alla celluloide – La storia del film “1917” di Sam Mendes (2019)

(a cura di Guglielmo Vinci)

 

1917 di Sam Mendes (Regno Unito,2019)
Fonte : 1917/Facebook

È proprio dall’apporto familiare, ovvero da quel legame indiretto e in ogni caso vivo che il regista ha avuto e ha all’interno della propria esperienza personale (rappresentato dal tributo che il nipote Sam Mendes ha volute rendere al nonno nei titoli di coda) che vuole partire la disamina sotto la prospettiva cinematografica del film 1917.

La storia dell’idea motrice di questo film ruota infatti attorno ai racconti condivisi con i suoi nipoti, nella fase conclusiva della propria vita, dal nonno trinidadiano Albert Hubert Mendes, impegnato sul Fronte Occidentale con la British Army e sopravvissuto alla guerra (i gas mostarda tedeschi lo fecero rientrare in Gran Bretagna da decorato con una medaglia sul campo).
I racconti delle proprie missioni, di quelle del suo reparto o della vita quotidiana nelle trincee (raccolti in un’autobiografia pubblicata dopo la sua morte), sono rimasti saldi nel cuore e nell’animo del regista che, nel 2018, ha cominciato a comporre i tasselli del suo lungometraggio.

Tra questi racconti, come ha specificato Mendes in varie interviste, c’era anche quello di un ignoto messaggero britannico incaricato di recapitare un ordine: l’elemento fondante nella stesura della sceneggiatura da parte di Mendes (con la collaborazione della scozzese Krysty Wilson-Cairns).

“Una storia semplice fatta da persone semplici”, come già detto, dove la presenza di un cast di primissimo ordine (Colin Firth, Benedict Cumberbatch, Mark Strong e Richard Madden tra i tanti) si amalgama divenendo parte di un insieme più grande che viene sorretto dalle spalle dei due principali protagonisti della pellicola: i giovani caporali Tom Blake (Dean-Charles Chapman) e William Schofield (George MacKay). A loro il compito vitale di recapitare l’ordine di interrompere un attacco suicida da parte del Colonnello Mackenzie (interpretato da Cumberbatch) nel quale un intero battaglione da 1600 uomini avrebbe rischiato la vita. A loro il compito di recapitarlo il prima possibile attraversando la terra di nessuno. Le lande devastate dal fuoco incrociato degli eserciti britannici e tedeschi – in quel grande cimitero chiamato Somme – diventano l’ambientazione di questa storia di coraggio quotidiano.

Una storia in cui il tanfo mortifero della carne decomposta di migliaia di soldati di entrambi gli schieramenti si mischia con il fango, l’acciaio delle baionette e la polvere da sparo dei fucili creando una nuova malta cementizia in un terreno ulteriormente tranciato dal filo spinato, dalle mine rudimentali e dei primi modelli distrutti di carroarmato (i primi prototipi fecero il loro ingresso nella storia nel 1916). Un pantano che non conosce tregua né sosta nel quale “chi si ferma è davvero perduto”.

Tutti gli elementi qui descritti sono stati ripresi dalla macchina organizzativa guidata dal regista Sam Mendes in meno di un anno tra la Scozia e l’Inghilterra, con una preparazione semestrale antecedente all’inizio delle riprese. Il piccolo dettaglio che rende monumentale questa pellicola si racchiude in questa pianificazione temporale: tutto è stato ripreso in modo irripetibile e pertanto con una preparazione maniacale da parte del regista nei confronti degli attori e della troupe di ripresa.

Prodigiosa infatti, dal punto di vista dell’estetica cinematografica, la scelta di Mendes (che si è affidato al direttore della fotografia Roger Deakins, vincitore dell’Oscar due anni fa con Blade Runner 2049 e nuovamente premiato questa notte) di costruire il suo lungometraggio su un unico e interminabile piano sequenza** di quasi due ore. O per lo meno di dare questa sensazione e impatto al pubblico (sia che conosca la tecnica o meno), utilizzando il lavoro di varie – seppur sempre poche – sequenze fuse mediante alcuni trucchi del mestiere (il passaggio su uno sfondo nero o la presenza di un elemento che vada a coprire l’immagine, ad esempio).

Il risultato è superlativo: il discorso narrativo, infatti, procede spedito e senza alcun “tempo morto”, mantenendo quindi alta l’attenzione e il coinvolgimento del pubblico spettatore.
Alcuni momenti sono semplicemente da pelle d’oca: come non citare ad esempio la fuga notturna di Schofield dal fuoco dei soldati tedeschi tra le fiamme del villaggio in rovina? O la corsa disperata dello stremato caporale lungo il campo di battaglia, mentre viene ordinata la carica al Devon e ai suoi soldati che lasciano la trincea per assaltare, invano, le forze nemiche?.

Ypres, 3 Settembre 1917: nella foto degli archivi dell’Australian War Memorial, scattata da Frank Hurley, un soldato ignoto di fronte all’antico mercato dei tessuti risalente al XIII secolo ormai in macerie.
Autore: Frank Hurley (1885-1962)
Fonte: WWI Colourised Photos/Facebook

Da menzionare anche il brillante utilizzo della luce all’interno del film, usata in un modo tale che alcune scene sembrano rievocare dei quadri caravaggeschi (es. Schofield nascosto in un seminterrato – trasformato in rifugio di fortuna e illuminato da un piccolo focolare e qualche candela – che si ristora brevemente grazie ad una donna francese e a un’orfana di pochi mesi) e la colonna sonora di Thomas Newman che si amalgama perfettamente all’incalzare della storia e al crescere dell’adrenalina.
Mi trovo concorde poi nella perplessità con chi ha precedentemente avuto modi di analizzare, con riferimenti storici, quella che si può considerare l’unica pecca dell’opera di Mendes: a fronte di una precisione e cura maniacale dei dettagli del film 1917, la presenza di alcuni soldati provenienti dalle colonie reali di Londra inquadrati nei reparti regolari dell’esercito dell’Impero Britannico – in un periodo come quello della Prima Guerra Mondiale – mi è sembrata essere una scelta distante da una ricerca storica accurata.

Il linguaggio cinematografico utilizzato da Mendes è stato paragonato, in molte occasioni dalla sua uscita nelle sale, a quello di un’altra pellicola che ha usufruito della tecnica del piano sequenza ovvero Birdman (2014), film del regista messicano Alejandro González Iñárritu che vinse quattro Oscar nell’edizione del 2015.
Mettendo a confronto le due pellicole e pur considerando i differenti generi cinematografici trattati (un film di guerra da una parte e una tragicommedia dall’altra), è difficile raggiungere la stessa conclusione sia da un punto di vista emotivo (non ho personalmente avuto lo stesso travolgente coinvolgimento nella narrazione della storia interpretata da Michael Keaton) che da quello tecnico (in Birdman infatti erano presenti anche delle sequenze girate con tecniche e inquadrature diverse, pertanto non è stato interamente girato in piano sequenza).
Così come sono da considerarsi del tutto superficiali le osservazioni di chi, nella critica internazionale, ha paragonato la visione del film 1917 all’esperienza che si prova nel giocare a un videogioco: parole che probabilmente dimostrano una scarsa sensibilità a un tema così dilaniante come quello della guerra.


Giudizi finali e consigli

Guglielmo Vinci: Provare la sensazione di brivido a oltre trenta minuti dal termine della proiezione del film può essere esemplificativo circa il giudizio (e il personale stato d’animo) riguardo il film 1917 di Sam Mendes. Non vi è alcun dubbio, il 2020 è cominciato con una vera e propria gemma su celluloide.
Poco importa se presentata al pubblico verso la fine del 2019, il film va chiamato con il termine che merita: capolavoro. Assolutamente consigliato!

Luca Valerio Bertozzi della Zonca: Per tutti coloro che fossero interessati ad addentrarsi sul tema del primo conflitto mondiale da parte britannica mi sento di consigliare, tra lo sconfinato materiale disponibile, una serie di libri provenienti dal vasto campionario offerto dalla Pen&Sword e dalla OspreyPublishing ricchi di approfondimenti e fonti fotografiche. Ma per riuscire ad acquisire una visione d’insieme suggerisco tre pubblicazioni di base: le opere omonime di Sir Basil Liddel Hart e Sir Hew Strachan La prima guerra mondiale e – per un focus su teatri operativi meno gettonati – La grande guerra in medio oriente di Eugene Rogan.

Una foto degli archivi dell’Imperial War Museum scattata il 3 Luglio 1916. Nello scatto, una colonna di soldati del 10° Battaglione, Reggimento Est- Yorkshire, in marcia verso le trincee vicino a Doullens lungo la Somme.
Fonte: WW1 Colourised Photos/Facebook
Colorazione di Royston Leonard

Guglielmo Vinci Luca Valerio Bertozzi della Zonca per www.policlic.it

*Sostruzione compartecipativa = (sostruzione, termine utilizzato in architettura come nell’archeologia “per indicare un complesso o un’opera edilizia”)
Una metafora allegorica dell’autore per indicare una scelta alquanto fumosa e speculativa.

**Piano sequenza = Tecnica cinematografica per la creazione di una sequenza narrativa per mezzo di un’unica ripresa continua senza alcuna interruzione o differente inquadratura

 

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