La scrittura nell’antico Egitto

La scrittura nell’antico Egitto

Dal geroglifico al demotico, passando per lo ieratico

 

Tra gli eventi di maggiore importanza nella storia dell’antico Egitto vi fu l’invenzione della scrittura, avvenuta intorno al 3100 a.C.[1] Essa apparve più o meno all’improvviso come un sistema sostanzialmente completo, che per oltre tre millenni e mezzo non avrebbe subito sostanziali variazioni[2]. Nacque dall’esigenza di comunicare quello che non era possibile esprimere visivamente, come concetti astratti, numeri e nomi propri[3].

Gli Egizi spiegarono l’invenzione della scrittura come un dono divino, per la precisione del dio Thot[4], chiamato “Signore delle parole sacre”, “Signore dei libri” e protettore del sapere letterario e scientifico. Egli trasmetteva agli uomini queste conoscenze, infatti gli scribi si consideravano “seguaci di Thot”[5]. Gli Egizi chiamarono la loro scrittura mdw-ntr, ossia “parole divine”, definizione tradotta con un concetto semanticamente analogo, utilizzando il termine di etimologia greca “geroglifici”, ossia “segni sacri”[6].

Nell’antico Egitto, l’evoluzione della scrittura fu strettamente legata alla rappresentazione del potere e alle sue esigenze pratiche: i sovrani, infatti, avevano bisogno di esplicitare maggiormente i cerimoniali legati alla loro persona, come anche documentare gli avvenimenti importanti dei loro regni[7].


La scrittura geroglifica

Nel corso della loro storia, gli Egizi svilupparono diversi tipi di scrittura. La più antica è la scrittura geroglifica che, in origine, fu utilizzata probabilmente per quasi tutti gli scopi. A partire dall’Antico Regno (dal 3100 a.C. alla fine del IV secolo d.C.[8]), però, essa fu utilizzata soprattutto per le iscrizioni monumentali o commemorative, in particolare sulle pareti di templi, tombe e palazzi o su stele, statue, utensili, bare, sarcofagi, gioielli e amuleti[9].

I geroglifici, a differenza delle altre scritture, erano per la maggior parte immagini riconoscibili, tratte dalla vita quotidiana degli antichi Egizi. Essi potevano essere letti da sinistra a destra o da destra a sinistra, e scritti in riga o in colonna. Talvolta un testo poteva procedere in entrambe le direzioni. Nei testi geroglifici, la direzione è abitualmente indicata in figura umana o animale rivolta sempre verso l’inizio della frase[10]. Non sono presenti segni di interpunzione tra parole diverse, ma occorre riconoscerle alla lettura[11]. Per quanto riguarda il contenuto, i testi geroglifici si occupavano di iscrizioni sacre, storiche e politiche, ma anche di biografie[12].

Alcuni geroglifici furono utilizzati come ideogrammi, per cui un segno rappresentava l’oggetto, altri come fonogrammi, ovvero aventi un valore fonetico; altri ancora, definiti “determinativi”, non venivano letti ma, posti in coda alla parola, ne chiarivano il significato o il campo semantico di appartenenza[13].

I geroglifici conosciuti sono circa un migliaio, ma furono utilizzati prevalentemente 700-800 segni. Tra i gruppi più numerosi vi sono quelli costituiti da segni che riproducono figure umane o parti del corpo e quello delle figure animali e della loro anatomia. La grande quantità di segni raffiguranti il mondo animale riflette l’accurato studio della natura da parte degli Egizi e sottolinea la distinzione all’interno della stessa specie. Altri gruppi sono formati dagli oggetti della vita quotidiana, come mobili e cibo, ma anche il cielo e il sole. Gli edifici furono rappresentati in pianta e in alzato e, man mano che venivano realizzate nuove forme e funzioni, si inventava il geroglifico che le identificava, come nel caso delle tombe a piramide[14]. Non tutti i geroglifici sono stati identificati: rimane ancora un gruppo di segni la cui correlazione con la realtà fenomenica non è stata scoperta[15].


Dalla scrittura ieratica al demotico

Scrittura ieratica su carta di papiro, particolare. British Museum, Londra. Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Hieratic?uselang=it#/media/File:Flickr_-_Nic’s_events_-_British_Museum_with_Cory_and_Mary,_6_Sep_2007_-_275.jpg

La scrittura ieratica, paragonabile alla “scrittura corsiva”, apparve probabilmente poco dopo l’introduzione di quella geroglifica, della quale è una forma semplificata o stenografica[16]. La scrittura geroglifica e quella ieratica venivano dunque utilizzate anche insieme[17]. Nell’Antico Regno, lo ieratico fu utilizzato per tenere la contabilità nei templi sui papiri e fu quella maggiormente impiegata anche per i documenti privati o amministrativi. I segni venivano tracciati da destra a sinistra e poteva essere scritta in riga o in colonna, nonostante gli scribi, di norma, la scrivessero in riga[18].

L’aspetto grafico dei testi ieratici è suscettibile di variazioni molto più sensibili rispetto ai geroglifici, a seconda del tipo di testo e della mano del singolo scriba[19]. Gli scribi se ne servivano per redigere testi religiosi, come il Libro dei Morti e altri testi funerari e mitologici. Il suo utilizzo in ambito religioso divenne dominante, tanto che i Greci la definirono hieratica, ossia “sacerdotale”[20].

Intorno al VII secolo a.C. la scrittura venne ulteriormente semplificata e abbreviata in forma stenografica. A questo punto nacque una terza grafia egizia: il demotico, la scrittura che i Greci chiamarono demotica, ossia “popolare”, e che gli Egizi indicavano con l’espressione “scrittura dei documenti”. Il demotico si affermò come scrittura quotidiana, riservata a documenti legali e amministrativi, mentre lo ieratico continuò a essere utilizzato per i testi religiosi[21]. In seguito, però, la scrittura demotica sostituì la scrittura ieratica, che fu utilizzata anche per testi letterari e religiosi[22]. Con l’introduzione del demotico, inoltre, s’impose sempre più la lettura da destra a sinistra, ma la direzione dipendeva anche da questioni estetiche. In base allo spazio, si poteva quindi scrivere in un senso o nell’altro[23].


Il papiro come supporto per la scrittura

Per scrivere, gli Egizi utilizzavano vari supporti: ossa, tela, argilla, pietra, legno, avorio, cuoio, cocci di vasi, foglie e papiro, chiamato ouadj[24], il principale materiale impiegato dagli scribi, che veniva fabbricato con lo stelo di un giunco nel Delta del Nilo[25]. I laboratori di produzione della carta si trovavano nelle vicinanze, in quanto il fusto andava lavorato fresco. Il processo di produzione del papiro iniziava quindi nelle paludi, dove il fusto veniva sradicato, e non reciso[26]. Il fusto della pianta del papiro (Cyperus papyrus L.) veniva tagliato in strisce sottili che, coperte da una pezza di lino, venivano pestate con un mazzuolo o una pietra levigata in modo tale che le fibre si unissero[27], prima in orizzontale e poi in verticale, e formavano i fogli che, a loro volta, venivano arrotolati e conservati in giare[28]. Secondo alcuni ricercatori, il termine “papiro” risalirebbe all’espressione pa-en-per-aa, che significa “faraonico”[29] o “ciò che appartiene al re”, e allude al fatto che il faraone aveva il monopolio della sua vendita e della sua lavorazione, fonte di importanti entrate per le casse del regno[30].

Le dimensioni dei fogli di papiro variarono nel corso delle epoche. Durante il Medio Regno, il foglio standard era largo tra i 38 e i 42 centimetri ed era alto tra i 42 e i 48, per poi ridursi nel Nuovo Regno con una larghezza tra i 16 e 20 centimetri e un’altezza tra i 30 e i 33[31]. Ogni rotolo misurava fra 1,5 e 2 metri[32] ed era formato da un totale di 20 fogli, che venivano sovrapposti da uno a tre centimetri[33] lungo il bordo laterale, e poi incollati con un composto di acqua e farina[34]. Il papiro appena fabbricato era di colore bianco e ingialliva solo dopo molto tempo, assumendo una sfumatura tendente al bruno[35].

Esistevano qualità diverse di carta di papiro, per usi e destinazioni diversi. La carta di papiro per la scrittura era più o meno pregiata a seconda di cosa doveva essere scritto, delle esigenze degli editori e del pubblico a cui il rotolo era destinato[36]. Il recto della carta di papiro era la parte con strisce orizzontali e il verso era quella con le strisce verticali. In genere si scriveva sul recto ma, dati il prezzo alto del supporto e la facile conservazione, molti dei papiri venivano utilizzati anche sul verso[37]. Dopo un certo periodo, essendo un prodotto di un certo pregio, la carta di papiro veniva riutilizzata cancellando i vecchi scritti.

Il papiro era un supporto scrittoio vantaggioso, in quanto leggero e resistente, ma la sua produzione era cara[38], per cui venne riservato soprattutto all’uso amministrativo, mentre per esercitazioni scolastiche, piccole liste, appunti di cantiere, furono utilizzati altri supporti, come gli ostraka, parola greca che significa “cocci”, ovvero frammenti calcarei[39].


Il lavoro dello scriba

“Scriba seduto” o “Scriba rosso”, statua in pietra calcarea dipinta raffigurante uno scriba al lavoro, rinvenuta a nord del “Corridoio delle Sfingi” del Serapeo di Saqqara e datata tra il 2620 e il 2350 a.C. circa. Museo del Louvre, Parigi.
Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:The_Seated_Scribe_with_black_background?uselang=it#/media/File:The_Seated_Scribe_at_the_Louvre,_Paris_16_April_2009.jpg

Lo scriba era di solito un alto funzionario al servizio del faraone, di un signore o di un tempio. I suoi compiti erano molteplici e, a volte, doveva scrivere contratti, atti giudiziari e carte per privati[40]. Il compito dello scriba di fermare in scrittura l’evanescenza della parola e del discorso era considerato fondamentale e gli conferiva un’importanza particolare nella società dell’epoca[41].

Prima di mettersi al lavoro, lo scriba versava una goccia d’acqua dal suo calamaio, come offerta al dio Thot, protettore della scrittura e degli scribi. Il calamaio serviva a mescolare l’inchiostro secco e compatto. Il nero veniva ottenuto dalla fuliggine, mentre il rosso, ricavato dall’ocra e dall’ematite, veniva utilizzato per la data o per l’incipit di un nuovo capitolo, oppure per le correzioni. L’inchiostro veniva applicato per mezzo di un giunco sottile, e lo scriba era solito tenerne uno dietro l’orecchio come status symbol. Si pensa che lo scriba ammorbidisse con i denti un’estremità del gambo fino a sfilacciarla come un pennello, mentre altri ritengono che per scrivere venisse utilizzata l’estremità liscia del giunco[42].

Lo scriba sedeva per terra a gambe incrociate e sul gonnellino[43], teso fra le ginocchia, srotolava gradualmente verso destra il rotolo di papiro. La cosa più naturale era quindi che la scrittura procedesse per colonne verticali affiancate da destra a sinistra. Lo svantaggio era che gli scribi destrorsi rischiavano di strisciare la mano sull’inchiostro ancora fresco e di macchiare il papiro. Una volta raggiunta la fine del rotolo, lo si poteva girare per sfruttare anche l’altra facciata. Dopo essere stato scritto e letto, il papiro veniva riavvolto nel suo senso originario, di modo che riaprendolo apparisse l’inizio del testo[44].

Gli scribi utilizzavano tre strumenti principali: una scatola rettangolare con due cavità circolari per l’inchiostro, chiamata “paletta da scriba”; un vasetto per l’acqua[45]; un calamo, ovvero un pennello costituito da uno stelo di giunco[46] tagliato a punta di scalpello, con il quale si potevano ottenere delle linee spesse utilizzandolo di piatto, e delle linee sottili tenendolo di taglio. I giunchi impiegati potevano avere varie sezioni, fino a un minimo di 1,5 mm[47].

La tavolozza, invece, fu probabilmente già sostituita nell’Antico Regno da un tipo composito, detto gesti. Quest’ultimo, generalmente in legno o più raramente in avorio, alabastro, scisto o serpentino, era rettangolare con due calamai e un incasso per i pennelli, chiamati ar, realizzati in canna[48].

Gli scribi utilizzavano anche mortai e pestelli in pietra per polverizzare il pigmento per l’inchiostro, vasetti in cui l’acqua  era mescolata al pigmento, e coltelli e brunitoi per preparare i fogli di papiro. L’inchiostro utilizzato dagli Egizi sul papiro era di due colori: nero e rosso, ricavati da miscugli a base di nerofumo, gomma arabica e acqua. Il rosso, poco usato rispetto al nero, serviva per la data, l’incipit di un nuovo capitolo o le correzioni. Per stemperare l’inchiostro, poi, si utilizzava l’acqua di un vasetto, chiamato iab[49]. Gli scribi scrivevano anche su ostraka, ovvero cocci o scaglie di calcare, e su lavagnette. Lavorando spesso all’aperto, inoltre, gli scribi portavano gli strumenti con sé in un astuccio di legno piuttosto ingombrante con decorazioni dipinte[50].

Le professioni dello scriba e dell’artista erano similari. Il disegnatore, infatti, era chiamato sesh kedut, ovvero “scriba dei disegni”, ed era addetto a copiare sulle pareti i geroglifici, che venivano poi scolpiti e dipinti da un maestro. I pittori utilizzavano speciali tavolozze e più calamai per i diversi colori[51].


L’istruzione degli scribi

I giovani scribi ricevevano la propria istruzione nella ankh, ossia la “Casa della Vita”, nome che lascia intuire il valore attribuito alla scrittura. Queste istituzioni, con tanto di biblioteche, si trovavano nelle vicinanze del palazzo reale e dei templi[52]. Il percorso scolastico iniziava tra i cinque e i sei anni, ne durava una decina e al suo termine si otteneva l’ambitissimo titolo di “scriba” che, nonostante fosse il gradino più basso dell’amministrazione, era un titolo necessario per poter fare carriera in qualsiasi ambito dell’amministrazione statale[53].

L’alternativa alla scuola era l’istruzione a casa con precettori privati, probabilmente adottata dalla maggior parte delle ragazze, anche se parecchie nobildonne e principesse frequentarono la scuola presso il palazzo del re o il tempio. Molte furono anche le donne scriba; tra queste vi era la principessa Idut dell’Antico Regno, che nella sua tomba di Saqqara si fece raffigurare su una barca di papiro provvista di tutto il materiale del mestiere: paletta per l’inchiostro e calami per scrivere[54]. Frequentare la scuola del palazzo consentiva di entrare in contatto con l’élite del Paese e con i figli del faraone, e questo offriva la possibilità di fare carriera[55].

Ogni mattina, gli studenti andavano a scuola, da soli o accompagnati dai genitori, e si portavano la merenda da casa, una brocca di birra e un po’ di pane. Una volta arrivati si sedevano a terra, in una stanza o in un cortile colonnato, e attendevano l’arrivo del maestro che, molto probabilmente, faceva anche l’appello. Gli allievi dovevano imparare due scritture: il geroglifico e lo ieratico[56]. Non utilizzavano la carta di papiro, che era troppo costosa, ma gli ostraka, frammenti calcarei o pezzi di vasi[57]. Iniziavano con lo scrivere parole intere, non segni isolati, e poi passavano a scrivere frasi compiute sotto dettatura o ricopiandole direttamente da papiri[58].

Il maestro sceglieva con cura i testi letterari da utilizzare, che venivano raccolti in antologie, chiamate dagli studiosi “miscellanee scolastiche”. Queste contenevano testi di ogni genere e svolgevano una doppia funzione: oltre a essere un utile esercizio per imparare a scrivere, infatti, imprimevano nella mente dei giovani scribi i principi fondamentali su cui si basava la società egizia[59].

La scuola sottoponeva gli scribi a una rigida disciplina, poiché doveva preparare gli allievi all’austerità del servizio nell’amministrazione statale. Le doti richieste erano carattere, ambizione e sottomissione al superiore. L’educazione dello studente, infatti, veniva paragonata all’ammaestramento delle scimmie, dei cavalli, dei tori e dei cani che, alla fine, volenti o nolenti, si piegano al giogo. Ma i giovani allievi erano ribelli e i maestri erano spesso costretti a rimproverarli duramente[60].


L’importanza della scrittura nell’antico Egitto

La scrittura rivestiva un ruolo di fondamentale importanza in una società come quella dell’antico Egitto, così capillarmente burocratizzata, con funzionari che, in ogni luogo, controllavano l’operato dei sottoposti. La conoscenza della scrittura doveva essere certamente molto diffusa, tanto che lo stesso faraone sapeva scrivere, oltre che leggere. I genitori, come oggi, cercavano di invogliare i figli a studiare, facendo loro capire che, in tal modo, avrebbero potuto ambire alle professioni più vantaggiose; tra queste, quella dello scriba era considerata la migliore. Gli Egizi pensavano che studiando si poteva ambire ad arrivare fino ai piedi del faraone. Nell’antico Egitto, infatti, le classi sociali non si fondavano sulla condizione di nascita, ma sul lavoro e sulla carriera intrapresi[61]. La scrittura, insomma, era di fatto un ascensore sociale.

 

Sii un artista della parola, sicché tu sia potente.

La lingua è la spada dell’uomo.

L’insegnamento per Merikara, faraone della X dinastia[62]

Beatrice Boaretto per www.policlic.it


Riferimenti bibliografici

[1] M. Zecchi, Egitto: antiche civiltà, Fabbri Editori, Milano 2000, p. 6.

[2] S. Wimmer, I geroglifici: scrittura e letteratura, in R. Schulz e M. Seidel, Egitto: la terra dei faraoni, Könemann, Colonia 1999, p. 343.

[3] M. Zecchi, op. cit., p. 6.

[4] S. Wimmer, op. cit., p. 343.

[5] M.C. Guidotti, V. Cortese, Antico Egitto: arte, storia, civiltà, Giunti Editore, Firenze, Milano 2017, p. 46.

[6] S. Wimmer, op. cit., p. 343.

[7] M. Zecchi, op. cit., p. 6.

[8] La storia dei geroglifici termina con un’iscrizione su un tempio dell’isola di File risalente al 394 d.C.

[9] D.P. Silvermann, Antico Egitto, Mondadori, Milano 1998, p. 232.

[10] S. Wimmer, op. cit., p. 345.

[11] A. Bongioanni, Il Grande Libro dell’Antico Egitto, De Agostini, Novara 2008, p. 90.

[11] Ibidem.

[12] S. Wimmer, op. cit., p. 345.

[13] A. Bongioanni, op. cit., p. 88.

[14] Ivi, p. 90.

[15] A. Bongioanni, op. cit., p. 90.

[16] D.P. Silvermann, op. cit., p. 232.

[17] S. Wimmer, op. cit., p. 345.

[18] D.P. Silvermann, op. cit., pp. 232-3.

[19] S. Wimmer, op. cit., p. 345.

[20] D.P. Silvermann, op. cit., p. 233.

[21] S. Wimmer, op. cit., pp. 346-7.

[22] D.P. Silvermann, op. cit., p. 233.

[23] A. Bongioanni, op. cit., p. 90.

[24] N. Castellano, Papiro, la grande invenzione dell’Egitto, in “Storica National Geographic”, 9 gennaio 2020, https://www.storicang.it/a/papiro-grande-invenzione-dellegitto_14634 (consultato il 22 aprile 2021).

[25] A. Bongioanni, op. cit., p. 91.

[26] N. Castellano, art. cit.

[27] Ibidem.

[28] A. Bongioanni, op. cit., p. 91.

[29] N. Castellano, art. cit.

[30] A. Bongioanni, op. cit., p. 91.

[31] N. Castellano, art. cit.

[32] Il rotolo di papiro più lungo conosciuto finora misura più di quaranta metri.

[33] A. Randazzo, Dalla pianta al foglio. La scrittura su papiro, in “Mediterraneo Antico”, 8 febbraio 2017, https://mediterraneoantico.it/articoli/egitto-vicino-oriente/dalla-pianta-al-foglio-la-scrittura-su-papiro/ (consultato il 22 aprile 2021).

[34] N. Castellano, art. cit.

[35] S. Wimmer, op. cit., p. 347.

[36] N. Castellano, art. cit.

[37] Ibidem.

[38] Ibidem.

[39] A. Bongioanni, op. cit., p. 91.

[40] A. Bongioanni, op. cit., p. 92.

[41] P. Testa, Lo scriba nell’Antico Egitto, in “Mediterraneo Antico”, 3 giugno 2020, https://mediterraneoantico.it/articoli/lo-scriba-nellantico-egitto/ (consultato il 23 aprile 2021).

[42] S. Wimmer, op. cit., p. 347.

[43] Il gonnellino, chiamato pano o pagne, era corto, aderente e di lino bianco.

[44] S. Wimmer, op. cit., pp. 347-8.

[45] D.P. Silvermann, op. cit., p. 233.

[46] Giunco (Juncus maritimus) che ancora oggi cresce nelle paludi salmastre dell’Egitto.

[47] P. Testa, art. cit.

[48] D. P. Silvermann, op. cit., p. 233.

[49] P. Testa, art. cit.

[50] D. P. Silvermann, op. cit., p. 233.

[51] Ibidem.

[52] B. Faenza, La scuola degli scribi: l’istruzione nell’antico Egitto, in “Storica National Geographic”, 9 gennaio 2020, https://www.storicang.it/a/scuola-degli-scribi-listruzione-nellantico-egitto_14639 (consultato il 29 aprile 2021).

[53] Ibidem.

[54] Ibidem.

[55] Ibidem.

[56] Ibidem.

[57] Ibidem.

[58] Ibidem.

[59] Ibidem.

[60] Ibidem.

[61] Ibidem.

[62] B. Faenza, Il segno immortale. La splendida storia dei geroglifici, Salani Editore, Milano 2020, p. 15.

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