Speciale Afghanistan – Atto IV: Mosca, Kabul, l’Unione Eurasiatica

L'incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo afghano, Ashraf Ghani, in occasione del summit SCO tenutosi a Shanghai il 10 luglio 2015 (Fonte: enkremlinru)

La politica estera russa nel periodo post el’ciniano (2000-2019)

Con la vittoria di Vladimir Putin alle elezioni presidenziali del 26 marzo 2000, la politica estera del Cremlino ha fatto registrare una drastica inversione di rotta rispetto al precedente periodo el’ciniano. Una prima avvisaglia in tal senso era arrivata il 30 dicembre 1999, quando sulle pagine della Nezavisimaya Gazeta[1] era comparso un pamphlet dal titolo “La Russia al volgere del millennio”. Oltre a ribadire il principio secondo il quale la storia del Paese non coincidesse con il solo settantennio sovietico, l’allora Primo Ministro Putin sottolineava come la marcia verso la democrazia dovesse compiersi senza imitare passivamente i modelli britannico e statunitense. Ne conseguiva che il culto dello Stato e della personalità forte non fossero anomalie aberranti delle quali disfarsi una volta per tutte, bensì tratti caratteristici della cultura nazionale e pietre angolari di un nuovo modello politico: quello della democrazia sovrana. Ad essa avrebbe dovuto accompagnarsi una svolta decisiva sul piano internazionale grazie a una maggiore autonomia dalla partnership con l’Occidente, premessa di un approccio multivettoriale che non escludeva contatti con realtà politiche un tempo ritenute ostili.

Atto I: la guerra civile e l’avvento dei Talebani (1989-1996)


Nonostante il prevedibile allarmismo causato dall’esaltazione della Russia nel ruolo di potenza eurasiatica, inquietante richiamo a velleità scioviniste mai del tutto sopitesi, la stagione compresa fra il 2001 e il 2003 vide Mosca schierata in prima linea nella lotta al terrorismo. Lo smantellamento della “dorsale verde del fondamentalismo islamico” divenne infatti una delle massime priorità dell’agenda politica di Putin, alle prese con il difficile compito di estirpare la piaga del terrorismo ceceno nell’area caucasica. Perché tale collaborazione palesasse i propri limiti, fu sufficiente attendere lo scoppio della guerra in Afghanistan, quando la NATO trasformò l’Uzbekistan del presidente Islom Karimov (1938-2016) in una base logistica atta a consolidarne la presenza nell’ex spazio sovietico. Lo spettro di un possibile accerchiamento a opera dell’Alleanza Atlantica sembrò materializzarsi nelle cosiddette “rivoluzioni colorate”, termine di matrice giornalistica utilizzato per indicare quei cambi di regime avvenuti in Georgia (2003), Ucraina (2004) e Kirghizistan dopo oltre un decennio di continuità politica. Animati dal desiderio genuino di aprirsi all’Occidente, permettendo la transizione verso nuovi equilibri sistemici, questi movimenti ingaggiarono imponenti campagne di disubbidienza civile imperniate su sit-in, scioperi e manifestazioni di piazza che avrebbero condotto, in ultima istanza, alla caduta delle tre monocrazie sostenute da Mosca. Immediata fu la reazione di diverse figure legate all’entourage putiniano, come il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, solerte nel denunciare la strategia di destabilizzazione globale perseguita da Washington e foriera di immani catastrofi:

I 15 anni trascorsi dalla fine della Guerra fredda hanno visto cambiamenti radicali nel mondo. La democrazia è cresciuta nei singoli Paesi e nelle relazioni internazionali, mentre cresce nel mondo la comprensione che solo gli uomini liberi possono assicurare la crescita economica e la prosperità di uno Stato […] Ci sono altri fattori – promossi sotto l’egida della “difesa della democrazia” – che stanno ostacolando l’universalizzazione dei principi democratici. Questi includono: interferire negli affari interni di altri Paesi; esercitare pressioni politiche su di loro e imporre doppi standard ad altri Paesi nel valutare i loro processi elettorali, lo stato dei diritti civili e delle libertà. Chi ricorre a tali pratiche deve rendersi conto che sta gettando discredito sui valori democratici, trasformandoli in merci di scambio per raggiungere interessi geostrategici egoistici […]
Nessuno detiene il monopolio sulle giuste risposte a queste domande; le realtà del mondo contemporaneo (globali e, allo stesso tempo, infinitamente versatili) escludono la possibilità di un tale monopolio, sia sulla questione della democrazia che delle relazioni internazionali. Gli attuali sviluppi nello spazio post-sovietico forniscono un esempio caratteristico. Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato, in una conferenza di ambasciatori russi tenutasi nel luglio del 2004, che la Russia non ha il monopolio su questa Regione. I membri della Comunità degli Stati Indipendenti godono del diritto sovrano di costruire le loro politiche estere in conformità con i propri interessi nazionali. Questo è il motivo per cui nessun altro Stato o gruppo di Stati può rivendicare un’influenza monopolistica. Qualsiasi tentativo di mettere i Paesi della CSI in un falso dilemma (“o con l’Occidente, o con la Russia”) sarebbe innaturale, pericoloso e irresponsabile. Nessuno trarrebbe vantaggio da un revival di metodi obsoleti di rivalità geopolitica[2]
Il presidente russo Vladimir Putin e Sergej Lavrov, suo ex consigliere (Fonte: Wikimedia Commons).

Negli anni a venire, i rapporti diplomatici con l’Europa e gli USA sarebbero entrati in una stagione ancora più tesa, scandita da due episodi altamente controversi: l’ampliamento della NATO verso oriente, propedeutica all’inclusione dei Paesi un tempo appartenuti al Patto di Varsavia; i progetti della presidenza Bush per la realizzazione di un sistema antimissile in Polonia e in Repubblica Ceca. Quest’ultimo in particolare suscitò una durissima presa di posizione da parte del Cremlino, convinto di come un simile disegno costituisse una minaccia intollerabile per la propria sicurezza, nonché un vulnus agli accordi INF del 1987. Piuttosto significative furono le parole dell’allora Capo di Stato Maggiore Anatolij Alekseevič Nogovicyn, autore di esplicite minacce circa i pericoli cui Varsavia si esponeva accettando di ospitare le installazioni missilistiche, e dell’ambasciatore alla NATO Dmitrij Rogozin che, in un’intervista del 15 agosto 2008, commentò:

Il fatto che esso [il contratto per la vendita dei missili anti-balistici Patriot alla Polonia, nda] sia stato firmato in un periodo di crisi molto difficile nelle relazioni tra Russia e Stati Uniti circa la situazione in Georgia [la seconda guerra dell’Ossezia del Sud, nda] dimostra che, naturalmente, il sistema di difesa missilistica verrà schierato non contro l’Iran, ma contro il potenziale strategico della Russia. [3]

Il riaccendersi della competizione tra le due grandi potenze ha spinto politologi del calibro di George F. Kennan, Robert Legvold e Stephen F. Cohen a prospettare il ritorno a una Nuova guerra fredda, ossia a un confronto indiretto attraverso il quale Mosca starebbe cercando di decostruire l’assetto unipolare forgiato dagli Stati Uniti. Seppur dotata di un fascino indiscutibile, che le ha permesso di trasformarsi in un leitmotiv molto apprezzato a livello mediatico, la formula in questione non è certo tra le più indicate per descrivere l’attuale scenario internazionale. La caduta del comunismo sovietico e la contaminazione di quello cinese con elementi libero-concorrenziali hanno fatto sì che la sfumatura ideologica connaturata nel termine perdesse l’antica centralità, specie se si tiene conto di come la Russia e gli Stati Uniti siano accomunati da un ordinamento di tipo presidenziale.


L’Unione Economica Eurasiatica (EAEU): la grande scommessa di Putin

Di fronte allo scoppio della terribile crisi finanziaria del biennio 2007-2008, all’insorgere della questione ucraina e alle sanzioni applicate in risposta all’annessione della Crimea, Mosca ha reagito accelerando i piani per una nuova entità sovranazionale chiamata Unione Eurasiatica. Le premesse per la sua nascita risalivano nondimeno ai primi anni ’90, quando le realtà nazionali sorte dopo il crollo dell’URSS tentarono di promuovere una qualche forma di integrazione economica istituendo la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). Tre anni dopo, in occasione di un incontro tenutosi presso l’Università statale di Mosca, il presidente kazako Nursultan Nazarbayev avrebbe proposto la creazione di uno “spazio di difesa comune” e di un blocco regionale per il commercio, quest’ultimo necessario a favorire i traffici tra l’Europa e l’Asia. Pur avendo raccolto i favori dei governi di Mosca, Astana, Bişkek, Dušanbe e Minsk, tale iniziativa dovette ben presto fare i conti con una serie di ostacoli rappresentati dall’esigua disponibilità finanziaria degli Stati aderenti, dalla loro ampiezza geografica e dall’armonizzazione dei vari interessi all’interno di una cornice transnazionale. Il 20 gennaio 1995, i ministri plenipotenziari della Bielorussia, del Kazakistan e della Russia avrebbero nondimeno ratificato l’Accordo istitutivo per un’unione doganale, in seguito ampliata grazie all’ingresso del Kirghizistan e del Turkmenistan. Il 29 marzo 1996 fu invece la volta del Trattato sulla progressiva integrazione negli ambiti economico e umanitario, propedeutico a favorire:

Il miglioramento costante degli standard di vita, la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali, progresso sociale; lo sviluppo democratico sostenibile degli stati; la creazione di uno spazio economico comune che garantisca operazioni efficienti in un mercato comune di beni, servizi, capitali e forza lavoro, lo sviluppo di trasporti unificati, dell’energia, dei sistemi informativi; l’elaborazione di standard minimi di sicurezza sociale; pari opportunità di istruzione e accesso alle scoperte scientifiche e ai risultati culturali; l’armonizzazione delle leggi; il coordinamento delle politiche estere, la fornitura di una posizione adeguata sulla scena internazionale; la protezione congiunta delle frontiere esterne delle parti, la lotta al crimine e al terrorismo. [4]

L’ultimo tra gli atti fondativi è stato infine il Trattato sull’unione doganale e sullo spazio economico comune (1999), all’interno del quale è possibile leggere quanto segue:

Gli obiettivi principali della formazione dello spazio economico comune sono i seguenti: il funzionamento efficiente del mercato comune interno dei beni, dei servizi, del capitale e del lavoro; creare le condizioni per il costante progresso delle riforme strutturali nelle economie delle parti contraenti, al fine di migliorare il tenore di vita della loro popolazione; svolgere una politica fiscale, monetaria, creditizia, valutaria, finanziaria, commerciale e doganale coordinata; lo sviluppo di sistemi comuni di trasporto, energia e informazione; creare accordi unificati per il sostegno statale alle industrie prioritarie e alla cooperazione tecnologica e scientifica. [5]

 

In verde scuro, gli Stati che hanno aderito al progetto per l’Unione Economica Eurasiatica (Fonte: Wikimedia Commons)

Per promuovere la partnership sul piano finanziario e garantire una crescente sinergia nell’ex areale sovietico, si è provveduto alla fondazione di un organismo modellato su esempio della defunta CEE, la Comunità economica eurasiatica (EurAsEC), implementata nell’aprile del 2004 da un Accordo per un singolo spazio economico (SES). Quest’ultimo avrebbe dovuto riunire al proprio interno i Paesi della Bielorussia, del Kazakistan, della Russia e dell’Ucraina, ma lo scoppio della “Rivoluzione arancione” a Kiev ha fatto sì che le tempistiche originariamente fissate accusassero un drastico rallentamento.

Con il 1 gennaio 2010, si è invece assistito alla nascita dell’Unione doganale eurasiatica (EACU), logico sviluppo di un processo iniziato dieci anni prima con l’istituzione dell’EurAsEC. Tra le caratteristiche più originali rispetto alle altre aree di libero scambio, figura l’imposizione di una tariffa esterna comune per i beni importati da terzi, principio che non si applica ai prodotti circolanti nei territori degli Stati membri. Nel corso del 2015, la membership di base si è ingrandita grazie alle adesioni dell’Armenia (2 gennaio) e del Kirghizistan (6 agosto), sviluppo preceduto dalla genesi di un mercato unico atto a consentire la libera circolazione di uomini e merci, lo Spazio economico eurasiatico (1 gennaio 2012). Il coordinamento e la vigilanza sulle iniziative promosse dagli ultimi due organismi sono stati invece affidati alla Commissione economica eurasiatica, a propria volta modellata sulla falsariga della controparte europea.

A coronare la realizzazione di un progetto perseguito per oltre un ventennio è stato l’incontro del 18 novembre 2011 tra Dmitrij Medvedev, presidente della Federazione russa, il già menzionato Nursultan Nazarbayev e Alexander Lukashenko, leader della Bielorussia. In tale circostanza, si è infatti proceduto alla firma del trattato istitutivo dell’Unione Eurasiatica (EAEU), un’entità sovranazionale la cui nascita ha risvegliato le paure di chi vi ha visto il preludio di una resurrezione dell’URSS. Emblematico risulta essere il commento rilasciato nel dicembre del 2012 dall’ex Segretario di Stato Hillary Clinton, solerte nel liquidare le manovre del Cremlino in Asia Centrale alla stregua di:

[…] una mossa per ri-sovietizzare la Regione […] Non si chiamerà così. Si chiamerà unione doganale, si chiamerà Unione Eurasiatica e così via […] Ma non dobbiamo farci trarre in inganno. Sappiamo qual è l’obiettivo, e scopriremo modi efficaci per rallentarlo o prevenirlo[6]

Di fronte a esternazioni così dure, Dmitrij Peskov, portavoce del presidente e ambasciatore di lungo corso, ha affermato che le accuse mosse dalla funzionaria statunitense erano il frutto di un:

totale fraintendimento della situazione […] Ciò che vediamo sul territorio dell’ex Unione Sovietica è un nuovo tipo di integrazione, basata unicamente sull’integrazione economica […] Qualsiasi altra integrazione è totalmente impossibile in questo mondo[7]

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Gli interessi strategici di Mosca nello scacchiere afghano

L’ambizione della Russia nel tornare a ricoprire il ruolo di grande potenza non si evince soltanto dal varo di iniziative come l’EAEU, né tantomeno dalla salvaguardia dei propri interessi strategici negli scacchieri della Siria e dell’Ucraina. Nel corso dell’ultimo quinquennio, infatti, Mosca ha attribuito un’importanza crescente all’arbitrato delle dispute internazionali, come nel caso della Corea del Nord, della Libia, della Repubblica Centrafricana e, a partire dal dicembre del 2016, dell’Afghanistan. Con riferimento a quest’ultimo, è bene sottolineare quanto le relazioni bilaterali nel periodo post-sovietico fossero rimaste, almeno sino alla recente crisi della Crimea, piuttosto tese quando non addirittura ostili. Nel luglio del 1993, alcuni ribelli tagiki che avevano trovato rifugio nello Stato centro-asiatico assaltarono un avamposto alla frontiera uccidendo 25 militari russi. A tale provocazione, l’allora ministro degli Esteri Pavel Gračëv (1948-2012) avrebbe risposto con una cruenta rappresaglia. Ancora, nell’ottobre del 2010, il Presidente Hamid Karzai accusò il Cremlino di aver condotto raid antidroga nei pressi di Jalalabad senza alcuna autorizzazione, grave vulnus al diritto internazionale perché lesivo della sovranità territoriale di Kabul.

Per comprendere appieno i motivi dietro il prepotente ritorno della Federazione Russa nello scacchiere afghano, è opportuno leggere l’articolo che Julia Garganus, collaboratrice per il Russia and Eurasia Program del Carnegie Endowment for International Peace, ha pubblicato il 2 gennaio 2018 sulla rivista Foreign Affairs:

Negli ultimi dieci anni e mezzo, la Russia e gli Stati Uniti hanno avuto obiettivi molto simili in Afghanistan: prevenire il caos e il riemergere di un rifugio sicuro per i terroristi […]. Ma sotto la superficie, ci sono differenze importanti. Sebbene entrambi desiderino stabilità, la definiscono in modi molto diversi. L’approccio degli Stati Uniti è fondato sulla creazione di un forte governo centrale a Kabul e di una forza di sicurezza nazionale ben attrezzata e addestrata; nel frattempo, la Russia lavora con una vasta gamma di attori, alcuni dei quali competono direttamente con il governo di Kabul. Mosca ha persino stretto contatti con i Talebani, legittimando un gruppo che continua a minacciare la sicurezza sia del governo afghano, sia delle forze statunitensi e della NATO. Negli ultimi due anni, il divario tra le strategie russa e statunitense è cresciuto. La Russia crede sempre più che l’approccio degli Stati Uniti non funzioni, e che a breve la volontà politica di Washington per un impegno continuativo si esaurirà. È convinta di doversi preparare ad affrontare da sola un Afghanistan instabile. Per la Russia, ciò rappresenta una sfida seria. Ma offre anche un’opportunità per indebolire gli Stati Uniti, usando la propria influenza politica mentre Washington si trova in difficoltà[8]

È in quest’ottica che occorre dunque interpretare la distribuzione di 10.000 fucili d’assalto tra i reparti dell’esercito nazionale repubblicano (febbraio 2016), nonché il ricorso a una strategia diversificata che non disdegna l’appoggio indiretto ai fondamentalisti. Stando a quanto riportato dalla giornalista Waslat Hasrat-Nazimi, corrispondente dall’Afghanistan per il canale di informazione DW News:

Gli interessi della Russia in Afghanistan “coincidono obiettivamente” con quelli dei Talebani, ha affermato Kabulov (capo dipartimento per il Ministero degli Esteri, nda) ai giornalisti in un incontro tenutosi a Mosca nel mese di gennaio. Egli ha constatato che il governo russo ha preso dei contatti con i Talebani per scambiare informazioni sul gruppo terrorista del cosiddetto Stato islamico (IS), il quale ha cercato di aumentare la propria presenza nel Paese […]. L’analista di Yale Ahmad ritiene che, secondo il punto di vista dei russi, l’IS è una minaccia più grande per i loro interessi. “Ecco perché hanno abbracciato la loro precedente nemesi, i Talebani, come una copertura contro la crescente influenza dell’IS nell’area”[9]
Il presidente Vladimir Putin, al timone della Russia fin dal lontano 2000 (Fonte: Wikimedia Commons).

Queste manovre ad ampio respiro, palese richiamo a quell’approccio multivettoriale citato all’inizio dell’articolo, hanno ottenuto la loro consacrazione nei tre incontri svoltisi a Mosca tra l’aprile del 2017 e il febbraio del 2019: oltre a favorire la soluzione diplomatica di un conflitto proseguito per ben diciassette anni, i colloqui di pace hanno infatti consentito al Cremlino di presentarsi in qualità di partner solido e affidabile, rafforzando così il proprio prestigio presso gli altri attori regionali. Un chiaro esempio dei benefici derivanti da un simile approccio è quello offerto dal miglioramento dei rapporti bilaterali con il Pakistan e la Repubblica Islamica dell’Iran; se il primo è acquirente di svariate apparecchiature belliche prodotte dalle compagnie russe, nonché coprotagonista di esercitazioni militari congiunte, la seconda è interessata al pari della Russia nel mantenere Bashar al-Assad alla guida della Siria.

L’insieme di questi fattori permette di comprendere il ruolo spettante all’Afghanistan nella grand strategy immaginata da Putin, una prova generale da cui potrebbe dipendere il futuro dell’Unione Eurasiatica e del cosiddetto “Nuovo Grande Gioco. Se Mosca riuscisse nell’intento di stabilire una qualche forma di controllo sui governi di Kabul, Islamabad, Teheran e degli Stati mediorientali, soltanto la concorrenza di Pechino e della sua “Nuova Via della Seta le impedirebbe di ripristinare l’antica unità dell’Eurasia, sia pure sotto forma di una confederazione economica fortemente decentrata.

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Il futuro dell’Afghanistan tra speranze e incognite

Quali sono allora gli scenari che Kabul potrebbe trovarsi ad affrontare nei prossimi anni? La risposta a un quesito così difficile risiede nell’evoluzione delle trattative multilaterali con i Talebani, vera incognita di un processo dal quale dipenderà il futuro dei rapporti di forza nell’intera Regione. Qualora infatti si raggiungesse un’intesa tra i diversi attori belligeranti, nulla impedirebbe agli USA e ai loro partner coinvolti nell’Operazione Resolute Support di procedere con il ritiro definitivo dei contingenti, mentre la nascita di un governo di unità nazionale offrirebbe a Kabul la stabilità necessaria per normalizzare un paese dilaniato da quarant’anni di guerre sanguinose.

L’inconcludenza dei negoziati tenutisi due settimane fa a Doha, capitale degli Emirati Arabi Uniti, solleva però numerosi dubbi circa la percorribilità di questa prima ipotesi, infliggendo un duro colpo alle speranze di concludere il conflitto in tempi ragionevolmente brevi. Se così fosse, l’amministrazione Trump dovrebbe affrontarne le conseguenze, operando una scelta decisiva per la propria immagine a livello nazionale e mondiale: proseguire con la linea della “vietnamizzazione” inaugurata da Barack Obama all’indomani di Enduring Freedom, clamoroso voltafaccia dopo le promesse della campagna elettorale e le recenti esternazioni del 21 dicembre 2018; autorizzare un disimpegno unilaterale che graverebbe non solo sui destini dell’Afghanistan, lasciato in balia dei nemici interni alla stregua di quanto accaduto nel 1992, ma sulla stessa credibilità di Washington in quel ruolo di iperpotenza che si è ritagliata dopo il crollo dell’URSS. Le tempistiche necessarie all’evacuazione dei reparti schierati oltreoceano, unita alla palese incapacità del tycoon newyorkese nell’adottare una politica estera coerente e, soprattutto, ai legittimi dubbi su una sua riconferma in seguito allo scandalo del Russiagate, sembrerebbero attribuire una certa plausibilità al primo scenario.

Abbandonare l’Afghanistan senza aver ultimato il processo di Nation building significherebbe per di più condannarlo a rimanere uno Stato fallito al pari dell’Iraq, della Siria, della Somalia e dello Yemen, vanificando in tal modo qualunque sacrificio materiale e umano sostenuto dai Paesi dell’Alleanza Atlantica. Nondimeno, un eventuale disimpegno offrirebbe ad altri key player la ghiotta opportunità di colmare un simile vuoto di potere, consentendo loro di esercitare una maggiore influenza su un’area di indiscutibile valore strategico. Come risulterà facile intuire, i principali indiziati per questo “passaggio di consegne” sono la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa. Il fatto che entrambe nutrano ambizioni egemoniche sullo scacchiere centro-asiatico, beneficiario di grandiosi investimenti atti a favorirne lo sviluppo infrastrutturale e, al contempo, di iniziative diplomatiche che ne accelerino l’integrazione in ambito sovranazionale, rappresenta un chiaro indicatore di quanto la seconda fase del “Nuovo Grande Gioco” potrebbe essere polarizzata da un loro confronto.

Meno condivisibili sono invece le aspettative di Sergei Karaganov, politologo ed ex consigliere del presidente Vladimir Putin, sul decollo della cosiddetta “Grande Partnership Eurasiatica”, ossia della proposta avanzata dal Cremlino per consentire la fusione tra i propri disegni e quelli cinesi. Alla luce del quadro poc’anzi delineato, essa costituisce una grave ammissione di debolezza da parte di un Paese la cui fragile economia, entrata in una spirale recessiva in seguito all’incrinatura dei rapporti con l’Occidente, non è in grado di sostenere i costi materiali di un progetto così ambizioso da risultare visionario. Inoltre, pur mantenendo l’obiettivo di rimettere in discussione l’ordine unipolare forgiato dagli USA, Mosca e Pechino rimangono portatrici di interessi confliggenti che non sono circoscritti ai soli –stan States, ma includono diverse aree limitrofe quali la Mongolia e l’Artico. La feroce guerra commerciale scatenata dal presidente Donald Trump potrebbe nondimeno agevolare il riavvicinamento diplomatico tra questi due colossi, invero testimoniato dalla partecipazione della Cina all’esercitazione congiunta “Vostok-2018”.

In conclusione, è bene sottolineare quanto il coinvolgimento di Kabul nei piani visionati dai due key player, unica garanzia che le permetterebbe di reintegrarsi in un panorama internazionale profondamente cambiato rispetto al 1978, dipenda dalla sua capacità nel controllare il territorio nazionale e nell’adempiere agli obblighi spettanti a un moderno Stato di diritto. Senza di esse, la leggendaria “Tomba degli imperi” sarà condannata a rimanere prigioniera di una condizione di conflitto permanente, assumendo i contorni di un tetro mausoleo lasciato sotto gli occhi di un Mondo fin troppo solerte nel dimenticare le proprie colpe nella creazione del dramma afghano.

Fonte: Flickr

 

[1] La Nezavisimaya Gazeta è una testata autonoma fondata nel dicembre del 1990 dall’editore Vitaly Tretyakov. Espressione dell’intelligencija moscovita e delle sue posizioni politiche, essa rimane uno dei giornali più conosciuti del periodo post-sovietico.

[2] Lavrov. S.V.,”Democracy, International Governance, and the Future World Order”, Russia in global affairs, 9 febbraio 2005, traduzione dell’autore.

[3] Meikle.J. Traynor. I., “Condoleezza Rice visits Georgia over South Ossetia conflict”, The Guardian, 15 agosto 2008, traduzione dell’autore.

[4] “Treaty on increased integration in economic humanitarian fields”, art. 2, 29 marzo 1996, tratto dal sito ufficiale dell’Unione Economica Eurasiatica. Traduzione dell’autore.

[5] “Treaty on the Customs Union and the Common Economic Space”, art. 3, 26 febbraio 1999, tratto dal sito ufficiale dell’Unione Economica Eurasiatica. Traduzione dell’autore.

[6] Klapper. B., “Clinton fears efforts to ‘re-Sovietize’ in Europe“, U.S. News & World Report, 6 dicembre 2012, traduzione dell’autore.

[7] “Clinton Calls Eurasian Integration an Effort to ‘Re-Sovietize'”, Speech of U.S. Secretary of State Hillary Clinton at Dublin City University, 6 dicembre 2012, traduzione dell’autore.

[8] Garganus. J., “Russia’s Afghanistan strategy”, Foreign Affairs, 2 gennaio 2018, traduzione dell’autore.

[9] Hasrat-Nazimi. W., “Russia’s New Role in Afghanistan”, DW News, 2 marzo 2016, traduzione dell’autore.

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