Regeni, un delitto che viene da lontano

Nello scatto del fotografo Alisdare Dickson, un momento della veglia in memoria di Giulio Regeni organizzata da Amnesty International Cambridge il 3 febbraio 2017. Tra i presenti, figura il deputato laburista Daniel Zeichner. Fonte: Alisdare Hickson/Flickr

Se da qualche anno un pezzo dell’opinione pubblica internazionale, quella più sensibile ai diritti umani, parla dell’Egitto come di un regime sanguinario, soffocante, alienante per la vita non solo di oppositori politici, ma di semplici cittadini, è per l’assassinio di Giulio Regeni. Il suo cadavere straziato fu rinvenuto il 3 febbraio 2016 in un canalone di scolo lungo l’autostrada per Alessandria, non lontano dalla periferia cairota. Era un corpo denudato, sottoposto a bastonature e sevizie che, dalla data della sua sparizione dall’appartamento dell’area di Dokki al Cairo il 25 gennaio, erano probabilmente durate giorni. Perché tanta violenza? Sarebbe una domanda legittima, se non si conoscesse il DNA criminale del gruppo di potere facente capo all’ex ministro della Difesa Abdel Fattah al-Sisi, divenuto in seguito presidente della Repubblica. Quest’uomo è espressione della lobby militare, un soggetto storico del Paese. Lo stesso che scalzò la monarchia del re Faruq nel 1952, dando il via alle speranze d’un Egitto addirittura socialisteggiante, ma poi perse lo spirito popolare che animava i cosiddetti “Liberi ufficiali” e terminò, come simili esperienze arabe, in un sistema autoritario e poco autorevole.

In Egitto il presidente del cambiamento era Nasser, un pilastro assieme a Nehru e Tito del sogno terzomondista, eppure anch’egli assunse toni da raìs. I successori, Sadat e Mubarak, entrambi senza carisma ed egualmente espressione della lobby delle stellette, operarono svolte filoimperialiste a detrimento dei bisogni delle masse popolari, congelando questa situazione sino al fatidico gennaio 2011. Occorre tener presente il ruolo del ceto militare poiché Al Quwwāt Al Musallahat Al Miriyya, le moderne Forze armate del Cairo, rappresentano il fulcro della nazione. Non solo perché detengono l’arma della forza – in realtà efficace nella repressione interna, non nei conflitti esterni – ma perché controllano buona parte dell’economia. Le loro mani affaristiche sono ovunque: dall’edilizia alla logistica, dall’agricoltura alla manifattura, dal commercio al turismo, chi vuol lavorare deve rapportarsi a questa casta. Le aziende controllate da generali e ufficiali, e dai propri compari, non solo rappresentano una potenza con cui imprenditori e tycoon locali – laici e d’ogni fede come Sawiris o Al-Shater – hanno dovuto nei decenni fare i conti, ma condizionano il salario e la coscienza di milioni di egiziani. Questo spiega l’acquiescenza d’una grossa fetta popolare, i silenzi davanti ai soprusi, lo sguardo rivolto altrove, il mesto tirare a campare.

Tornando alla presa del potere da parte dell’esercito, quest’ultimo in realtà non l’aveva praticamente mai ceduto dalla caduta di Mubarak, costretto alle dimissioni sotto la pressione dei diciotto giorni della rivolta di Tahrir (dal 25 gennaio all’11 febbraio 2011). Nell’interregno preelettorale chi controllava e reprimeva piazze sempre in fermento era il Consiglio superiore delle Forze armate. Nel giugno 2012, lo scontro presidenziale fra un “fratello musulmano” di second’ordine, l’ingegner Morsi, che sostituiva ben più quotati membri della Fratellanza musulmana esclusi dalla corsa presidenziale per decisione del Comitato elettorale, e Shafiq, un sodale di Mubarak – un feloul, come in Egitto definiscono gli appartenenti al sistema di potere in voga dagli anni Sessanta – si concluse con il successo del primo. Era la svolta paraislamica, vista la cordata a sostegno di quello che venne riconosciuto, persino da osservatori non benevoli nei confronti del movimento, come un candidato eletto senza i brogli tipici di decenni di consultazioni elettorali nel Paese.

I tanti problemi da affrontare, l’inesperienza, gli intoppi burocratici misero in difficoltà il neonato governo, che il “Partito della Libertà e Giustizia” cercò di aprire anche a laici, liberali e socialisti, ricevendone un netto rifiuto. Il contrasto si consumava soprattutto attorno alla riscrittura della Costituzione, e qui si allargò la spaccatura fra laici e islamici. Ne nacque il rumoroso cartello anti Fratellanza che avrebbe condotto al golpe bianco: il 3 luglio 2013 Morsi venne addirittura arrestato.[1] I sostenitori della Fratellanza erano in strada, infuriavano le proteste e giunse l’episodio più inquietante con cui il nuovo raìs egiziano, al-Sisi, ministro della Difesa dell’esautorato governo, macchiò col sangue, tanto sangue, il Paese che intendeva governare.

Nei giorni di Tahrir le vittime della repressione di Suleimani, capo dell’Intelligence di Mubarak, erano state ottocento; quelle del feldmaresciallo Tantawi, nell’interregno del CSFA, alcune centinaia. Nella notte fra il 13 e il 14 agosto 2013, al-Sisi ordinò ai suoi militari di sparare sulla folla musulmana riunita in sit-in davanti alla moschea di Rabaa al-Adawiyya. Furono ventiquattr’ore di sangue, in cui fra i mille e i duemila attivisti della Confraternita islamista (il numero dei morti è rimasto sempre segreto) vennero passati per le armi. Un massacro terribile con scarsa eco nel mondo. È un passaggio da non dimenticare, perché il sanguinario regime che avrebbe ridotto il ricercatore friulano in un ammasso di ossa frantumate, di denti e naso spezzati, aveva in nuce tutto il crudele piano repressivo. E nei tre anni che separano il crimine stragista di Rabaa dall’efferato assassinio del ventottenne di Funicello iniziarono sparizioni e uccisioni, talune mai reclamate dalla Comunità internazionale.

I primi a essere colpiti, e ovviamente anche incarcerati, furono gli attivisti della Fratellanza, ma egualmente lo furono i ragazzi di Tahrir, i ribelli senza partito. Quindi quelli organizzati nel movimento “6 aprile”, di cui esponenti più noti, come Alaa Fattah, sono tuttora seppelliti vivi nel supercarcere di Tora. Seguivano giornalisti e sindacalisti; militanti di sinistra venivano fucilati in piazza, come accadde a Shaimaa el Sabbagh, ferita a morte durante un pacifico raduno in ricordo della rivolta di Tahrir. Era giunto il gennaio 2015. Da oltre un anno nelle strade d’Egitto veniva vietato qualsiasi incontro di più di tre persone. Migliaia di cittadini sparivano; più d’un cronista occidentale poteva testimoniare il silenzio tombale di attivisti o persone conosciute in loco durante la cosiddetta “Primavera”.[2]

Morte, galera, paura tenevano fuori da possibili contatti gli egiziani che sognavano un altro Egitto ed erano finiti in un incubo più cupo di quello di Mubarak. Questi la fine di Regeni l’aveva già fatta fare a Khaled Saeed, fermato nel 2010 da due poliziotti in una tipica ahwa, accusato di spacciare stupefacenti e, al suo diniego, portato fuori dalla caffetteria e picchiato per strada. Picchiato con furia omicida e impunita fino a essere ridotto come Regeni. La lobby militare e poliziesca perpetua il proprio strapotere extragiudiziale e nessun procuratore chiede ragione di tanta barbarie, che dal 2014 viene giustificata dalle norme sulla sicurezza e sul terrorismo, sino all’alibi paranoico d’iniziative di spionaggio operate da forze straniere.

Il tema è concreto nella geopolitica globale. Le Intelligence interferiscono, dispongono di uomini, mezzi, coperture e sviluppano propri piani. Ma ciò che i generali hanno tracciato, anche come alibi per quanto è accaduto a Regeni, è il canovaccio d’un suo presunto spionaggio a favore dei Servizi inglesi. Giulio, dottorando presso l’Università di Cambridge, svolgeva per il Dipartimento di Scienze sociali una ricerca sui sindacati egiziani. Alcuni mesi prima del tragico rapimento aveva incrociato un sindacalista locale degli ambulanti, Mohamed Abdallah, informatore della polizia per scelta o per condizione di sopravvivenza. L’attività degli ambulanti è fra le più irregolari; molti di loro sono abusivi, subiscono taglieggiamenti e ricatti dalle forze dell’ordine prestandosi anche all’informazione e alla delazione. Sindacalisti o pseudo tali compresi. Quasi certamente il ricercatore, tuttora additato dai vertici del Cairo per azioni di spionaggio, dopo le soffiate di Abdallah, è finito nella rete dei sequestratori-assassini (baltagheya o mukhabarat), tantoché in seconda battuta i depistaggi dei vertici militari, e in seguito della stessa magistratura, l’accusavano di questo presunto fine.

Inizialmente gettavano fango sulla sua persona, cercando di accreditarne la morte per incidente stradale. Poi parlavano di omicidio a sfondo sessuale, quindi causato da droghe, consumate e spacciate, e ancora di morte per sequestro e furto da parte di balordi. Per avvalorare quest’ultima menzogna, la Sicurezza nazionale o chi per essa ha fatto fuori quattro disgraziati indicandoli quali “rapitori” di Regeni. Non era così. Però la verità inseguita dai genitori e da un numero crescente di attivisti, che avevano avviato un movimento di pressione e di riflessione sul volto perverso di questo regime, ha trovato solo un sostegno di facciata nella politica italiana e in quattro esecutivi che si sono succeduti nel tempo.

Mentre al Cairo al-Sisi, il suo ministro dell’Interno (ora Tawfiq in sostituzione del chiacchierato Ghaffar), quello degli Esteri Shoukry e una fitta schiera di magistrati “normalizzati” secondo i dettami del dittatore permangono nel proprio implacabile ostracismo alla verità e alla giustizia. Riprese video alla stazione della metropolitana, su cui il giovane salì prima della sparizione, sono state cancellate. I pm romani, che per l’Italia si occupano del caso, hanno chiesto d’incriminare cinque uomini della Sicurezza nazionale che hanno prelevato e “interrogato” il ricercatore. Ma il regime fa muro e probabilmente, come per altri muri di gomma, tutto rimbalzerà senza sfondare l’omertà di Stato. Poiché uno Stato criminale non ammette le sue colpe, né vuole smantellare il sistema di potere che lo tiene in piedi, ma al contrario lo olia con lusinghe d’ogni sorta e terrore. È tale il clima che il popolo egiziano onesto vive, un’aria politica mefitica e malefica, ben peggiore di quella dei miasmi del traffico.

Nel dramma tutto politico che ha coinvolto Giulio, e che irretisce migliaia di persone che in quel Paese oppresso son costrette a vivere, non pensiamo ci siano misteri. Proprio il comportamento oscuro incarnato dalla docente Maha Abdel Rahman, egiziana contrattuata presso l’Università di Cambridge, che aveva assegnato a Regeni il tema della ricerca, può confermare come l’interesse di quest’ultimo fosse esclusivamente d’indagine socio-politica. Rahman, che s’è sempre mostrata non collaborativa sino a rasentare l’omertà, aveva insistito perché Giulio avesse come tutor la professoressa Rabab el Mahdi dell’Università Americana del Cairo, studiosa nota ma anche attivista altrettanto conosciuta ai suoi simili e alle forze di sicurezza. La vicenda fu narrata tempo fa dal quotidiano ”la Repubblica, che aveva avuto accesso ai documenti della rogatoria della magistratura italiana in terra britannica. Appariva chiaramente come la Rahman tracciasse la via dei contatti seguita da Regeni, e come la frequentazione “politica” della Mahdi e quella rischiosa del sindacalista-informatore fossero scelte e casualità subìte dallo studioso. Che per amor d’indagine è finito nelle grinfie di chi lo considerava un nemico dell’Egitto. Di quell’Egitto dal volto buio che considera suoi nemici tutti i liberi ricercatori, cronisti, narratori, intellettuali, lavoratori, attivisti d’un Paese in cerca d’una diversa via.

Enrico Campofreda per www.policlic.it


[1] Una preziosa fonte durante la rivolta e l’anno di presidenza Morsi era il quotidiano online “Al-Ahram”, filogovernativo, ma utile all’informazione perché trattava molte delle questioni politiche che investivano il Paese e il Parlamento. Purtroppo, com’è accaduto a certa stampa turca, è stato “normalizzato” dopo la stretta repressiva di al-Sisi. Ora, oltre a riportare una cronaca minima e purgata, il sito non mostra più un archivio, da dove si potevano estrarre articoli su questioni come la citata riscrittura della Costituzione, elemento di boicottaggio da parte dei laici verso il governo islamico. I laici (non solo politici, ma anche accademici e intellettuali) nell’inverno 2012-13 si rifiutarono di entrare nell’Assemblea Costituente oppure si ritirarono dopo qualche mese, inasprendo la polarizzazione nel Paese.

[2] Due tra i contatti stessi del presente autore, un attivista della Fratellanza e un universitario di gruppi laici, conosciuti in occasione di due permanenze al Cairo nel maggio e nel novembre 2011, interruppero la comunicazione via e-mail, rispettivamente, a settembre 2013 e gennaio 2014. La ragione di tale silenzio potrebbe essere stata l’esigenza di garantirsi l’incolumità; oppure, purtroppo, potrebbero rientrare fra gli scomparsi che da quel momento, specialmente sul versante dei militanti islamisti, iniziarono ad aumentare.

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