Storia del Congo

Storia del Congo

Uno stato ostaggio dei conflitti interetnici

Leopoldo II del Belgio. Fonte: Wikimedia Commons

Agli inizi del XVIII secolo, le maggiori potenze europee, mosse da una grave crisi del capitalismo, si spinsero alla ricerca di terre da colonizzare. I viaggi alla scoperta di nuove rotte si moltiplicarono e gli Stati europei inviarono esploratori, diplomatici e funzionari verso confini e terre sconosciute. Le rotte maggiormente battute furono quelle che portarono a un continente vicino all’Europa ma mai preso in seria considerazione dall’opinione pubblica e dai governi internazionali: l’Africa.

Le rivalità intraeuropee, in primis la rinnovata sfida in campo coloniale tra Francia e Gran Bretagna, furono una delle cause del cosiddetto Scramble for Africa, locuzione che sta a indicare la rapida proliferazione delle rivendicazioni europee sui territori africani tra il 1880 e l’inizio della Prima guerra mondiale.


Il prorompente dinamismo delle società europee, il senso morale e il dovere di farsi carico dei problemi dei continenti arretrati dischiusero la strada all’instaurazione del dominio europeo, ed ebbero un peso rilevante in tutto il processo coloniale; furono però i fattori economici che, alla fine, scandirono i tempi e i modi della spartizione dell’Africa[1].

Durante la
Conferenza di Berlino, indetta dal cancelliere tedesco Otto von Bismarck nel novembre 1884 e conclusasi nel febbraio 1885, e volta a regolare il commercio europeo in Africa centro-occidentale, trovò legittimazione lAssociation internationale du Congo, ovvero un’organizzazione fondata dal sovrano belga Leopoldo II (a destra, nda) con la collaborazione di alcuni esploratori europei, uno tra tutti il britannico Henry M. Stanley[2].


Leopoldo II e l’État Indépendant du Congo 

L’esploratore inglese Stanley venne inviato l’anno successivo, per conto dell’Association internationale, a perlustrare le rive del fiume Congo. Da qui iniziò la colonizzazione da parte del sovrano belga.

Nel 1885, gli sforzi di Leopoldo per stabilire l’influenza belga nel bacino del Congo furono premiati con l’État Indépendant du Congo (CFS, Congo Free State). Con una risoluzione approvata dal Parlamento belga, Leopoldo divenne roi souverain (re sovrano) della neonata CFS, e godette su di essa di un controllo quasi assoluto[3].

Stanley, attratto dalle numerose risorse del Paese, stipulò centinaia di contratti ingannevoli con capitribù locali e pose le basi per la costruzione di un sistema di stazioni che facessero da collettori delle ricchezze della foresta, le quali, attraverso il fiume, potevano raggiungere i porti sulla foce e, da qui, l’Europa[4].

La dominazione coloniale leopoldiana fu caratterizzata dalla repressione delle popolazioni nere, costrette a subire numerosi atti di violenza anche nei campi di estrazione del caucciù. Il governo coloniale assegnò in concessione ampie regioni del territorio ad alcune imprese private, le quali godevano di un monopolio commerciale. Le compagnie concessionarie e i funzionari coloniali nelle regioni fecero ricorso al lavoro forzato e ad altri metodi coercitivi per costringere le popolazioni africane a consegnare l’avorio e ad estrarre la gomma selvatica. I soldati, spesso, presero ostaggi e li maltrattarono (talvolta donne, tenute prigioniere per costringere i propri mariti a trovare la gomma). I rapporti redatti dai missionari stranieri e dai funzionari consolari dettagliarono molti casi in cui gli uomini e le donne congolesi venivano fustigati o stuprati dai soldati della Force Publique, i quali operavano senza il controllo di ufficiali e sottufficiali. Tali soldati bruciarono interi villaggi recalcitranti, e le prove (fotografie comprese) evidenziano che tagliarono mani umane a mo’ di trofeo e come dimostrazione che i proiettili non erano stati sprecati[5].

Durante la dominazione di re Leopoldo morirono circa dieci milioni di persone, circostanza che portò addirittura a un declino demografico[6].

Un’inchiesta sui traffici di caucciù, condotta dal giornalista britannico Edmund Morel, costrinse il sovrano filantropo a nominare una commissione d’inchiesta. Il rapporto, pubblicato nel 1905 dal diplomatico Roger David Casement, confermò la gravità delle violenze perpetrate ai danni delle popolazioni locali. Leopoldo II, a causa di accordi stabiliti in precedenza con il governo belga, fu costretto a cedere la sovranità del Congo al proprio Paese di origine; l’annessione al Belgio divenne un fatto compiuto il 15 novembre 1908, poco più di un anno prima della morte del re Leopoldo, avvenuta il 17 dicembre 1909.[7]


Gli anni del colonialismo dello Stato Sovrano del Belgio

Sotto l’amministrazione del governo belga, le condizioni dei cittadini congolesi migliorarono: si pose fine agli abusi compiuti dalle compagnie concessionarie, ma continuò lo sfruttamento economico della colonia. Gli amministratori coloniali riconobbero formalmente i capi locali come parte integrante dell’amministrazione territoriale. Spesso, però, si trattò di individui scelti per la loro referenza all’autorità coloniale che non per i legami storici e politici con il territorio e le popolazioni che vennero chiamati a governare[8].

Il governo belga decise di attuare ingenti investimenti finalizzati allo sviluppo di infrastrutture e di ferrovie. Tale sviluppo coincise con l’interessamento improvviso degli investitori internazionali, sviluppo collegato al fatto che nel 1915 circa il 60% delle esportazioni del territorio era costituito da minerali[9].

Le condizioni dei lavoratori congolesi andarono migliorando negli anni Trenta, quando l’amministrazione coloniale belga concesse la formazione di sindacati a tutela dei lavoratori africani.  La forza lavoro nera, però, non riuscì a riunirsi in un fronte unitario per contrastare le condizioni imposte dalle imprese straniere, poiché si registrarono profonde divisioni di origine etnica.

Durante la Seconda guerra mondiale si sviluppò un forte sentimento nazionalista, dovuto soprattutto all’azione riformatrice dei vicini territori francofoni che si opposero al dominio dell’impero francese[10]. Questo portò alla formazione di movimenti nazionalisti, tra cui i principali furono l’ABAKO, sotto la guida di Joseph Kasa-Vubu (il movimento risvegliò un forte senso politico nella popolazione e portò all’elaborazione di un manifesto per chiedere l’indipendenza nel 1956), e il Mouvement National Congolais (MNC), in cui spiccò la personalità di Patrice Lumumba, noto esponente dei Paesi non allineati e cultore del panafricanismo[11].

Il governo belga, allarmato dalle spinte nazionaliste, convocò nel 1960 una conferenza a Bruxelles per decidere se concedere l’indipendenza formale al Congo, e stabilì una data, quella del 30 giugno 1960, con le elezioni nazionali da tenere in maggio.


Indipendenza: l’inizio di un circolo vizioso

Patrice Lumumba. Fonte: Wikimedia Commons

Il 30 giugno, il leader panafricanista Lumumba pronunciò un discorso dai toni ambigui: da una parte elogiò il Belgio come Stato amico, dall’altra sottolineò come la popolazione congolese avesse subito una schiavitù umiliante imposta con la forza.

Dalle elezioni di maggio uscì vincitore il Mouvement National Congolais (MNC) di Lumumba, il quale fu costretto ad appoggiarsi all’ABAKO per riuscire a formare un governo. La coesistenza tra Lumumba, che aveva una visione socialista e panafricanista, e Kasa-Vubu, più impostato sul nazionalismo e su posizioni conservatrici, si rivelò più complessa del previsto e, ben presto, divenne ingestibile[12].

La situazione peggiorò con il tentativo secessionista del Katanga di Moise Tshombe. Il Katanga era la regione più ricca del Paese, e tale ricchezza era dovuta alle esportazioni di risorse minerarie estratte con l’aiuto della Union Minière du Haut Katanga, una compagnia mineraria belga. L’ONU decise di far intervenire i caschi blu, i quali ristabilirono gli equilibri geopolitici, ma la situazione di Lumumba era ormai compromessa.[13]

In questa situazione di caos generale, Lumumba venne destituito. Suo successore fu Mobutu, che arrestò i leader politici e formò un governo di tecnici. Il 17 gennaio 1961 Lumumba venne ucciso barbaramente da un drappello di militari belga. Lumumba venne ucciso sia per le simpatie che mostrava verso l’Unione sovietica che per il desiderio di far godere i congolesi delle ricchezze del paese fino ad allora sfruttate solo dai belgi. I belgi non erano gli unici ad essere d’accordo con l’uccisione di Lumumba (come dimostra un’inchiesta parlamentare belga del 2001), anche il presidente statunitense Eisenhower concesse il suo assenso all’eliminazione del leader.[14]

Con Mobutu, che prese il potere nel 1965, ebbe inizio una delle dittature più durature della storia africana[15]. Salito al potere con la promessa di consegnare il governo nelle mani dei civili dopo cinque anni, Joseph Mobutu resterà capo dello Stato fino al 1997. Trentadue anni di regno ininterrotto nei quali assurgerà progressivamente ad emblema di una folta schiera di leader africani accomunati da caratteristiche simili: la provenienza dai ranghi dell’esercito, l’attaccamento viscerale al potere, una gestione autocratica e assolutistica dello stesso, il divide et impera come metodo di governo, la depredazione sistematica delle risorse del Paese a vantaggio personale.[16]

Dopo aver sedato le rivolte delle regioni orientali, il governo assunse una forma ancor più autoritaria, con la formazione di un organo dell’esercito posto a guardia del presidente, la Garde presidentielle. Da questo momento iniziò la deriva dittatoriale del governo Mobutu, che prese a modello gli altri Stati africani in cui si instaurarono modelli dittatoriali improntati su un nazionalismo esasperato.

La scellerata politica economica del regime dittatoriale di Mobutu dovuta soprattutto al fallimento delle nazionalizzazioni, la crescita incontrollata del debito e i ribassi nei corsi delle materie prime portarono il paese sul precipizio di una recessione economica.[17]


La prima guerra del Congo

Da questo momento, la storia del Congo si intreccia con quella degli Stati confinanti, in particolar modo con il Ruanda e l’Uganda. La politica coloniale belga aveva attuato il principio del dividi et impera: per disgregare la popolazione ruandese tra hutu e tutsi, allo scopo di creare un’élite tutsi che costituisse l’elemento portante del potere coloniale, i belgi fecero ricorso a teorie razziste pseudo-scientifiche nonché a discorsi religiosi fondati sulla Bibbia e avallati dalla Chiesa cattolica. Medici, antropologi fisici, ecclesiastici e amministratori coloniali si diedero da fare per dimostrare la presunta superiorità dei tutsi, i quali vennero catalogati come razza più bella, dal naso lungo e dai tratti fini del viso, fisico slanciato e competenti nell’arte della guerra e del governo. Inoltre, attraverso la ripresa del mito camitico, i tutsi vennero ricollegati alla tradizione biblica: erano in sostanza dei bianchi dalla pelle nera, emigrati secoli addietro dalle regioni nilotiche dell’Etiopia e destinati a governare sulla razza inferiore, quella degli hutu, che avevano incontrato sul loro cammino. Sebbene queste teorie non avessero alcun fondamento né storico né scientifico, furono usate per articolare un discorso che legittimava un regime di apartheid in cui ai tutsi venivano concessi privilegi, mentre gli hutu erano relegati al ruolo di subumani. Questa frattura, fonte di rabbia e frustrazione, è alla base della tragedia ruandese[18].

A metà degli anni Cinquanta, le rivendicazioni indipendentiste divennero pressanti. In vista dell’indipendenza, sia l’amministrazione coloniale che la Chiesa dimostrarono una certa spregiudicatezza nel perseguire una cinica realpolitik. Allorché i belgi avessero lasciato il Ruanda, il governo sarebbe inevitabilmente passato in mano ai partiti filo-hutu, dal momento che la minoranza tutsi non avrebbe potute reggere le redini del Paese senza il sostegno delle forze coloniali. Fu così che il governo belga e la Chiesa passarono dalla parte degli hutu, appoggiando i partiti radicali ed estremisti, in modo da garantire continuità alla propria influenza e tutelare i propri interessi anche una volta raggiunta l’indipendenza. La transizione verso l’indipendenza non fu affatto pacifica: dopo due anni di guerra civile (1959-61), il Parmehutu, ovvero il partito per l’emancipazione degli hutu guidato da Grégoire Kayibanda, salì al potere e i tutsi subirono i primi pogrom. Molti di loro fuggirono nei Paesi vicini, tra cui il Congo e soprattutto l’Uganda, dove vennero accolti in campi profughi[19]. A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, si scatenarono atti di violenza occasionale contro i tutsi, molti dei quali lasciarono il Paese per migrare verso le terre congolesi. Nel frattempo, in Ruanda si andarono formando dei movimenti armati tra i tutsi, come il Fronte patriottico ruandese (FPR) sotto la guida di Paul Kagame e Fred Rwigyema. L’obiettivo perseguito dal movimento era quello di invadere il Ruanda per riportare i tutsi al potere.

Negli anni Novanta ci fu un tracollo economico nel Ruanda. Il Fronte patriottico ruandese cominciò ad attaccare il Ruanda da nord, Il governo ruandese si oppose utilizzando l’arma dell’etnia: indicò i tutsi come la causa di ogni male e divennero il capro espiatorio su cui la classe politica poteva convogliare la crescente rabbia popolare alimentata dalla diseguaglianza economica e dalla guerra. La Francia inviò le sue truppe per aiutare le forze ruandesi a contrastare l’avanzata delle armate di Kagame Intanto, molti giovani hutu vennero mobilitati e reclutati nelle milizie estremiste, le famigerate Interahamwe, che si organizzavano grazie al sostegno di politici radicali e membri dell’esercito. Il clima si fece rovente e il 4 aprile del 1994 scoppiò il casus belli: l’aereo del presidente Habyarimana, di ritorno da Arusha (Tanzania) dove era in corso una trattativa con l’FPR, venne abbattuto da un missile mentre si accingeva ad atterrare all’aeroporto di Kigali[20]. L’ala estremista del Governo, ormai saldamente al potere, accusò i tutsi dell’attentato ed ebbe così inizio il genocidio. Le milizie dell’Interahamwe entrarono in azione e, in meno di quattro mesi, sterminano più di 800.000 persone fra tutsi e hutu moderati. Dopo quattro mesi di violenze, il Fronte patriottico riuscì a conquistare il nord del Ruanda e si riuscì a porre fine al genocidio[21].

Dopo l’invasione del Fronte, migliaia di hutu si rifugiarono nel vicino Congo. L’odio etnico imperava tra le file tutsi, tanto da far temere agli hutu un contro-genocidio. La Francia lanciò allora l’Opération Turquois, con l’obbiettivo di creare due corridoi umanitari per permettere ai profughi hutu di raggiungere le regioni orientali del Congo. Ma, assieme ai civili, anche i miliziani dell’Interahamwe lasciarono il Ruanda per il Congo e al passaggio della frontiera non vennero disarmati dai militari francesi. I fuggitivi si riversarono nelle aree di Goma e Bukavu, dove furono accolti in enormi campi profughi situati a ridosso del confine e allestiti dall’UNHCR e dalle Ong internazionali. Le milizie estremiste hutu riuscirono a riorganizzarsi nei campi profughi congolesi, prendendo poi possesso degli aiuti umanitari provenienti dall’ONU. Le riorganizzate milizie hutu condussero degli attacchi in territorio ruandese, massacrando la popolazione civile. Nel 1996 l’esercito ruandese penetrò in Congo, con l’obiettivo di porre fine alle violenze degli hutu e riportarli sotto il potere del regime del Primo ministro Kagame[22].

Allo stesso tempo, Ruanda e Uganda organizzarono un movimento di ribellione al fine di debellare il regime di Mobutu, l’Alliance des Forces Démocratiques pour la Libération du Congo/Zaire (AFDL), sotto la leadership del guerrigliero Laurent Deisré Kabila. Le forze dell’AFDL raggiunsero l’obiettivo principe e, nel giro di pochi anni, posero fine al regime dittatoriale di Mobutu, il quale fuggì in Marocco. Mobutu morì a Rabat il 7 settembre 1997, a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute. Kabila assunse la carica di presidente della Repubblica e come primo atto ripristinò il nome precedente del Paese, ovvero Repubblica Democratica del Congo[23].


Vicini rumorosi: Uganda e Ruanda interessate alle vicissitudini congolesi

Una volta al potere, Kabila cercò di sbarazzarsi del Ruanda e dell’Uganda. Con un decreto presidenziale del 1998, puntando sul sentimento nazionalista congolese, Kabila espulse tutti i ruandesi dal Congo con l’accusa di aver organizzato una rete di sfruttamento illegale delle risorse del territorio. Poco tempo dopo l’emanazione del decreto presidenziale, scoppiò una ribellione nell’est del Paese e, ancora una volta, dietro vi era la mano del Ruanda, il quale non era intenzionato a rinunciare ai suoi interessi in Congo. Nonostante la caduta e la morte nel 1997 del vecchio dittatore Mobutu, il Congo non conoscerà la pace. Il Ruanda, difatti, continuò a percepire la presenza dei rifugiati ruandesi nel vicino Congo come una minaccia alla propria stabilità e decise, quindi, di invadere nuovamente la regione orientale nel tentativo di risolvere una volta per tutte il problema. Il governo di Kabila, dal canto suo, si stava dimostrando poco interessato alle preoccupazioni ruandesi e aveva iniziato a reclutare i “ribelli” hutu nel proprio esercito, esasperando maggiormente gli animi del presidente ruandese Paul Kagame. Nel 1998 iniziò la Seconda guerra del Congo, quando i ribelli appoggiati da Ruanda e Uganda minacciarono Kabila, supportato a sua volta da Zimbabwe, Namibia e Angola. Nel luglio del 1999 furono firmati gli accordi di Lusaka, che sancivano il cessate il fuoco tra i sei Stati africani e i gruppi ribelli appoggiati da Uganda e Ruanda, ma non portarono alla fine della guerra che, con alterne vicende, continua a flagellare il Paese.

Nel 1999 l’ONU avviò l’operazione MONUC, con l’obiettivo di provare a calmare la polveriera andatasi ad instaurare nel territorio congolese[24], ma Kabila venne assassinato in condizioni misteriose nel 2001. Tale circostanza portò a un ulteriore sforzo da parte dell’Onu nel ricercare una soluzione. La situazione sembra finalmente porre una parvenza di pace nell’aprile del 2003, quando si formò un governo provvisorio dove confluirono le forze ribelli e gli esponenti vicini alla figura di Joseph Kabila. Tra luglio e ottobre 2006 le prime elezioni democratiche dagli anni 1960 hanno confermato alla carica di presidente Kabila.[25]

 


Conclusione

L’occupazione coloniale belga ha lasciato degli strascichi notevoli sulla pelle e nell’animo dei congolesi, a partire dalla dominazione cruenta di Leopoldo II sino allo sfruttamento delle risorse minerarie da parte dello Stato sovrano del Belgio.

Le manifestazioni del movimento Black Lives Matter hanno preso di mira le statue del re Leopoldo II in varie città.  Nel sessantesimo anniversario dell’indipendenza della Repubblica Democratica del Congo, l’attuale sovrano, re Filippo, ha chiesto per la prima volta scusa per le ferite inferte dal Belgio durante gli anni del colonialismo[26].

L’interesse per le risorse si è poi offuscato e, tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento, entrarono nel dibattito i conflitti etnici, riguardanti la realtà di un territorio limitrofo, il Ruanda.

La polveriera etnica, con l’insediamento di alcune minoranze sul territorio dei Grandi Laghi, scatenò la formazione di numerosi movimenti e fronti popolari che mirarono a difendere i diritti delle proprie popolazioni. Tali movimenti vennero controllati e orientati politicamente dai Paesi limitrofi dello Stato sovrano congolese, che sommessamente ambivano alla regione del Katanga, in cui erano situate le maggiori risorse naturali, tra cui il caucciù, il coltan, l’oro, i diamanti, la cassierite e altri minerali.

La corsa alle materie prime ha alimentato il processo di espansione dei movimenti di matrice jihadista. Negli ultimi vent’anni, sono circa centotrenta i gruppi armati non statali attivi in differenti province del Paese; tra queste milizie, l’Allied Democratic Forces (ADF) è la più influente, tanto da essere il ramo dell’Isis[27] dell’Africa centrale.

A questo punto sorge spontanea una domanda: avrà mai fine la crisi che affligge il territorio della Repubblica centrafricana?

Gli accadimenti del 22 febbraio 2021, ovvero l’uccisione dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci, dimostrano che in Congo perdura un clima trasversale tra lo stato di guerra civile e il conflitto etnico, accompagnato dalle ingerenze di chi ancora brama le ricchezze del sottosuolo congolese.

Tiziano Sestili per www.policlic.it


Riferimenti bibliografici

[1] G.P. Calchi Novati e P. Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, Carocci editore, 2020, p. 187.

[2] E. S. Stanchina, Africa: l’attuazione dei colonialismi europei (parte II). Il Congo e il colonialismo belga, in “e-storia”, III (2020), p. 10. http://www.e-storia.it/Public/e-Storia-Anno-X-Numero-3-novembre-2020-Articolo-3.pdf (Ultima consultazione 9-05-2021).

[3] D. Van Reybrouck, Congo, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2014, p.70.

[4] https://www.africarivista.it/storia-le-atrocita-di-re-leopoldo-ii-in-congo/63934/ (Ultima consultazione 9-05-2021)

[5] E. S. Stanchina, op. cit., p. 13 http://www.e-storia.it/Public/e-Storia-Anno-X-Numero-3-novembre-2020-Articolo-3.pdf (Ultima consultazione 9-05-2021).

[6] U. Garlanda, Visioni del Congo belga, in “Africa: Rivista trimestrale di studi e documentazione dell’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente”, II (1954), p. 53, https://www.jstor.org/stable/40756332?seq=1 (Ultima consultazione 24-05-2021).

[7] D. Van Reybrouck, op. cit., p. 114.

[8] Ivi, p. 126.

[9] Ivi, p. 140.

[10] https://ecointernazionale.com/2020/12/lumumba-indipendenza-repubblica-democratica-congo/#:~:text=Il%2030%20giugno%201960%20il%20Congo%20ottenne%20l’indipendenza%20dal%20Belgio.&text=%C3%88%20spesso%20indicato%20con%20l,del%20Congo%20o%20Congo%2DBrazzaville (Ultima consultazione 9-05-2021).

[11] D. Van Reybrouck, op. cit., p. 250.

[12] D. Van Reybrouck, op. cit., pp. 294-295.

[13] Ivi, pp. 319-320.

[14]C. Saccucci, Letteratura e intercultura: percorsi di lettura dal romanzo di Mario Vargas Llosa, “Il sogno celta”, tesi di laurea, p. 60, http://www.creifos.org/pdf/tesi_Chiara_Saccucci.pdf (ultima consultazione 19/07/2021)

[15]I. Soi, Un passato da cui fuggire? Il Congo tra colonialismo e guerre civili, in “Commentary”, 2018, p. 2. https://iris.unica.it/retrieve/handle/11584/253668/336185/Un%20passato%20da%20cui%20fuggire%20Il%20Congo%20tra%20colonialismo%20e%20guerre%20civili%20-%20ISPIonline%20Soi.pdf (Ultima consultazione 9-05-2021).

[16]G. Musso, Repubblica Democratica del Congo: uno Stato in guerra o una guerra allo Stato?, in Dire online, XLI (2008), p. 4, https://www.researchgate.net/profile/Giorgio-Musso/publication/259935402_Repubblica_Democratica_del_Congo_uno_Stato_in_guerra_o_una_guerra_allo_Stato/links/00b4952ea32bdb9501000000/Repubblica-Democratica-del-Congo-uno-Stato-in-guerra-o-una-guerra-allo-Stato.pdf (ultima consultazione 19/07/2021)

[17] Ivi, p. 5

[18]L. Jourdan, Le radici della violenza nella Repubblica Democratica del Congo, in DEP: deportate, esuli e profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile, XXIV (2014), pp. 111-112 https://www.unive.it/pag/fileadmin/user_upload/dipartimenti/DSLCC/documenti/DEP/numeri/n24/Dep_09_Jourdan.pdf (Ultima consultazione 9-05-2021).

[19]Ivi, p. 112.

[20]Habysrimana, Juvénal in Enciclopedia Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/juvenal-habyarimana/ (Ultima consultazione 19/07/2021).

[21]L. Jourdan, op. cit., p. 114.

[22] G. Tozzi, La seconda guerra del Congo: analisi di un conflitto, tesi di laurea, p. 18. http://tesi.luiss.it/19892/1/075992_TOZZI_GUGLIELMO.pdf (Ultima consultazione 9-05-2021).

[23]I. Soi, op. cit., p. 3. https://iris.unica.it/retrieve/handle/11584/253668/336185/Un%20passato%20da%20cui%20fuggire%20Il%20Congo%20tra%20colonialismo%20e%20guerre%20civili%20-%20ISPIonline%20Soi.pdfb (Ultima consultazione 9-05-2021).

[24] E. Aksu, The United Nations, intra-state peacekeeping and normative change, Manchester University Press, Manchester 2003, p. 101.  https://www.jstor.org/stable/j.ctt155j6v7.9?seq=2#metadata_info_tab_contents (Ultima consultazione 9-05-2021).

[25]Congo, Repubblica Democratica del, in Enciclopedia Treccani https://www.treccani.it/enciclopedia/repubblica-democratica-del-congo/ (ultima consultazione 19/07/2021)

[26]S. Mor, Belgio, il re Filippo si scusa per le “ferite” del colonialismo in Congo, Corriere della Sera, 30 giugno 2020, https://www.corriere.it/esteri/20_giugno_30/belgio-re-filippo-si-scusa-le-ferite-colonialismo-congo-3e0bc01a-bab2-11ea-9e85-8f24b6c04102.shtml (Ultima consultazione 21-05-2021).

[27]E. Oddi, Alle origini dello Stato Islamico, https://www.cesi-italia.org/articoli/1076/alle-origini-dello-stato-islamico-in-congo (Ultima consultazione 27-05-2021).

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