Tecnologie alimentari: problemi e soluzioni per un futuro più sostenibile

Tecnologie alimentari: problemi e soluzioni per un futuro più sostenibile

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Introduzione alle criticità ambientali del mondo moderno

L’alimentazione è sicuramente uno tra gli aspetti fondamentali dello sviluppo della nostra società: l’uomo è passato da un’alimentazione da cacciatore e raccoglitore, probabilmente anche più salutare[1], a una da agricoltore, per finire poi a quella che è l’odierna alimentazione consumistica.

Lo stesso modo di produrre ha subìto vari cambiamenti nella storia, fino ad approdare alle moderne tecniche di coltivazione e allevamento dell’impianto industriale. Solo recentemente, però, ci siamo resi conto che il modello di produzione e distribuzione del cibo non è più da ritenersi sostenibile: si producono tonnellate di cibo trasportate ovunque, spesso in superflue confezioni di plastica che, se non danneggiate nel trasporto, finiscono nei nostri supermercati, per poi magari non essere nemmeno consumate o comprate.

L’intera industria si appoggia poi su una miriade di allevamenti e coltivazioni intensive che occupano enormi appezzamenti di terreno, impoverendo il suolo fino alla desertificazione e avvelenandolo con pesticidi aggressivi e inquinanti. A peggiorare la situazione vi è l’enorme quantitativo d’acqua e di mangime richiesto, oltre all’inquinamento derivante dai rifiuti prodotti.

Tutto questo può porre in cattiva luce l’industria e conseguentemente portare il consumatore a preferire i famosi prodotti “biologici”[2] o quelli ritenuti più “artigianali”: ciò dipende prevalentemente dal fatto che apposite campagne pubblicitarie mirano a demonizzare il prodotto industriale, sfruttando il pregiudizio ben radicato della superiorità dell’handmade. Questa visione nasconde una realtà più complessa, nella quale sono spesso le stesse aziende a lavorare per ottenere processi più sostenibili (come ad esempio nel caso delle BAT, di cui si parlerà più avanti), mentre prodotti che si vendono come handmade si rivelano truffe o stratagemmi commerciali.


Prime risposte ai problemi ambientali da parte delle industrie

La nostra storia ci insegna che già in passato l’uomo ha rivisto le proprie tecniche, decidendo conseguentemente di modificare alcuni comportamenti o leggi per cercare di frenare il continuo danneggiamento del nostro ambiente.

Dopo il periodo del boom economico, infatti, in cui difficilmente ci si era preoccupati davvero della sostenibilità ambientale, finalmente le nuove generazioni e le politiche iniziarono a capire l’importanza di virare verso una produzione e una vita più sostenibili. Una fase fondamentale è quella che si è sviluppata a partire dagli anni Ottanta e ha continuato a crescere d’importanza fino ai giorni nostri, nella quale l’opinione pubblica finalmente si è interessata ad appelli e studi che dimostravano come alcune pratiche, ormai in uso da tanto tempo, erano in realtà dannose per l’intero ecosistema terrestre.

Un esempio molto famoso è quello dei CFC, detti anche clorofluorocarburi[3], utilizzati in passato nei cicli frigoriferi[4], come quelli dei frigoriferi domestici e industriali. Questi CFC sono, ad oggi, banditi per via del terribile e famoso effetto di allargamento del buco dell’ozono, che causavano una volta in atmosfera[5]. Dal 1989, grazie al protocollo di Montreal[6], sono sostituiti da composti simili, ossia gli HFC o idrofluorocarburi, che risultano meno dannosi per lo strato di ozono. 

Gli HFC, tuttavia, non sono le uniche alternative, né quelle meno inquinanti: la CO2, per esempio, ha una temperatura di ebollizione molto bassa e un impatto ambientale minimo; ma si utilizza anche l’ammoniaca (nonostante l’elevato pericolo di tossicità e la corrosività) o, in alcuni casi particolari, l’aria o altri idrocarburi, come il metano e l’etano. Negli ultimi anni la comunità internazionale si è poi dedicata a diminuire drasticamente l’utilizzo di sostanze che danneggiano lo strato d’ozono, e per questo molti Paesi (Unione Europea compresa) hanno vietato l’utilizzo anche dei sopracitati HFC in particolari applicazioni; dopo uno storico incontro in Ruanda, si sono impegnati a rinunciare con gradualità al loro utilizzo a partire dal 2019, in favore di sostanze più innocue come gli HFO, detti anche idrofluoroolefine, più stabili in atmosfera.

Spostandosi invece su aspetti più normativi, si può scovare un altro concetto fondamentale in campo di sostenibilità, che si può dire abbia rivoluzionato la maniera di operare nelle industrie e negli impianti: quello delle BAT, meglio note come Best Available Technologies (o Techniques). Le BAT sono quelle tecnologie, approvate da enti regolatori, che permettono alle aziende, agli impianti, e quindi ai loro processi, di rispettare degli standard relativi a inquinamento o caratteristiche del prodotto. Nella pratica, le BAT servono a far sì che qualsiasi processo ad esse sottoposto applichi le migliori tecnologie disponibili al momento, in modo da permettere all’ente di rispettare gli standard di emissioni, temperature o altre caratteristiche richieste. Questo sistema, che come si può immaginare impone aggiornamenti continui e vincoli molto stretti, mette le aziende nella condizione di essere costantemente al passo con le nuove scoperte scientifiche. Nel momento in cui viene trovata una maniera più semplice, economica, ma soprattutto ecologica, di fare un qualsiasi processo, le aziende devono adottarla, così da rispettare i nuovi standard che quella scoperta impone. Il concetto fu esposto per la prima volta dall’Unione Europea come Best available techniques not entailing excessive costs (“migliori tecniche disponibili non comportanti costi aggiuntivi”) in una Direttiva del 1984[7]. Quest’ultima fu sostituita nel 1996 da un’altra Direttiva[8], in cui veniva definitivamente sancito il concetto di BAT, estendendolo anche all’inquinamento di acque e suolo. Negli anni successivi l’Unione Europea ha poi prodotto i cosiddetti BREF (Best Available Techniques Reference documents), ossia documenti di riferimento che contengono tutte le BAT per un dato settore industriale.


La situazione attuale tra pregiudizi e fraintendimenti

Nonostante i passi in avanti fatti dal mondo in ambito di salvaguardia dell’ambiente, i problemi non accennano a diminuire, ma anzi ne spuntano fuori sempre di nuovi e la situazione purtroppo sembra peggiorare giorno dopo giorno. I problemi relativi al settore alimentare sono poi divenuti di interesse pubblico negli ultimi anni grazie anche ad associazioni animaliste o ambientaliste, a cui si aggiunge l’attivismo dei movimenti vegani che, oltre a portare alla luce situazioni di crudeltà contro gli animali, continuano a portare avanti battaglie per un consumo più consapevole e per produzioni più votate alla sostenibilità. Questi sono tutti temi importantissimi che vanno necessariamente affrontati e non possono essere rimandati; tuttavia, può succedere che le informazioni, e di conseguenza la percezione di alcuni temi, vengano alterate, soprattutto quando provengono da organizzazioni di forte stampo ideologico: a volte non si fornisce il contesto corretto o si tralascia volutamente qualche dettaglio al fine di rendere il contenuto accattivante e scioccante, puntando così a colpire lo spettatore anche a discapito di un’informazione accurata. La scienza non si schiera in queste diatribe, ma rimane imparziale e distaccata, essendo interessata a scoprire quello che effettivamente avviene nell’ambiente e come porvi rimedio quando si dimostra dannoso.

Per toccare una questione attinente ai movimenti citati: eliminare la carne completamente dalla nostra dieta può risolvere i problemi di impatto ambientale? Sì e no. L’ipotesi affermativa è quella che viene spesso presentata a sostegno di scelte vegane e può effettivamente avere un senso, ma è concettualmente sbagliato il meccanismo alla base, poiché si cerca di usare dati scientifici per giustificare scelte etiche senza effettivamente guardare all’intero problema. Ma evitiamo di avventurarci in intricati discorsi etici o filosofici e facciamo considerazioni di tipo più pratico.

All’inizio dell’articolo si è parlato di coltivazioni intensive; queste occupano enormi appezzamenti di terreno e, quindi, sottraggono suolo a ecosistemi già infragiliti, che così vengono messi ulteriormente a rischio, causando una serie di problematiche importanti: la desertificazione del terreno dovuta alla coltivazione intensiva e sconsiderata, l’avvicinamento tra uomo e animali selvatici[9] e la crescita del fabbisogno idrico mondiale. Si potrebbe controbattere, giustamente, dicendo che una vasta parte di queste coltivazioni è proprio quella dedicata alla produzione di mangimi. Sostituendo l’intera produzione di carne, tuttavia, ci si ritroverebbe a dover estendere di molto la coltivazione, reimpiegando quegli stessi campi ma sicuramente creandone anche di nuovi, considerati gli sviluppi demografici odierni. La soluzione a tutti questi problemi non è dunque semplice, e non può essere trovata senza ampliare le proprie vedute e magari scendere a compromessi con i propri princìpi.

Tali premesse sono necessarie perché le tecnologie in sviluppo, che si andranno ad analizzare nella prossima parte, sono spesso oggetto di pregiudizi e fraintendimenti, quando in realtà dovrebbero essere prese per quello che sono: opportunità per l’uomo da valutare oggettivamente.


Scienza e mito degli OGM: utili alleati o chimere pericolose?

Si può tranquillamente affermare che uno degli argomenti più dibattuti a livello mediatico sia quello degli OGM (Organismi Geneticamente Modificati). Per capire meglio di cosa si parla occorre però spiegare brevemente che cosa sia un OGM, perché attualmente c’è molta confusione al riguardo, anche a causa di una serie di falsi miti e teorie avallate spesso da persone o enti con una conoscenza superficiale dell’argomento.

L’Organismo Geneticamente Modificato, come suggerisce il nome, è il risultato di una manipolazione genetica compiuta su un segmento specifico del DNA di quell’organismo. Ma cosa significa esattamente? Noi sappiamo che il DNA è quella lunga molecola a doppia elica contenuta nelle cellule di tutti gli esseri viventi che agisce come una libreria; tutte le informazioni utili a costruire le proteine che poi costituiscono i viventi sono immagazzinate lì e vengono lette, trascritte e tradotte in proteine da complicati sistemi di enzimi (e non solo) nelle cellule. Si può intuire che modificare segmenti di questo codice genetico ha come risultato la modificazione dell’organismo nella sua struttura, composizione o funzionamento interno.

Quello che avviene quando si crea un OGM è l’identificazione di un segmento di DNA che contiene l’informazione per una particolare caratteristica, per poi sostituirlo con un nuovo segmento che ne contiene un’altra, relativa a una caratteristica che si desidera avere in quell’organismo. In sintesi, l’obiettivo è quello modificare determinate caratteristiche di un organismo, o magari di far produrre una proteina o una sostanza particolare, ma senza creare mostri o esperimenti da film di fantascienza. Non ci si deve aspettare di trovarsi davanti prodotti fantasiosi come la famosa fragola-pesce (o pomodoro-pesce), una fake news che girava qualche anno fa.

Questi organismi geneticamente modificati devono, ovviamente, essere trattati con cautela, nonché sottoposti a controlli e verifiche prima di entrare sul mercato, come qualunque altro prodotto; ma non meritano di essere demonizzati a priori, solo perché marchiati come OGM. La paura che molti hanno di questi organismi, perché manipolati geneticamente, appare poi immotivata se si pensa che l’uomo opera da secoli, su piante e animali, modifiche genetiche molto meno mirate e controllate. Gli animali domestici e da allevamento, con le loro razze, e tutte le piante che consumiamo, con le loro varietà, sono il risultato di incroci attuati da allevatori e agricoltori (oltre che da scienziati) che nel corso degli anni hanno selezionato gli individui che rispettavano certe aspettative, facendoli riprodurre per portare avanti determinate caratteristiche. Nel recente passato di sperimentazione, inoltre, alcuni scienziati hanno creato molti degli alimenti che consumiamo oggi usando la tecnica dei campi gamma: campi coltivati al cui centro veniva posta una fonte di radiazioni, le quali venivano assorbite dalle piante coltivate intorno, che di conseguenza, in alcuni casi, mutavano; gli esemplari con mutazioni interessanti venivano selezionati per la riproduzione. Tuttavia, questi organismi, come molti altri, non vengono classificati come OGM solo per dei cavilli legislativi, anche se sono a tutti gli effetti modificati geneticamente[10].

Una volta chiarito questo, che utilità potranno mai avere gli OGM per diminuire l’impatto ambientale del settore alimentare sul nostro ecosistema? Modificando le coltivazioni si potrebbe aumentarne le rese, ridurne la richiesta d’acqua o renderle capaci di sostenersi senza l’aiuto di pesticidi o fertilizzanti. Tutti questi obiettivi, poi, possono essere strettamente intrecciati l’uno all’altro: una piantagione con un’alta resa porterà ovviamente a un minor consumo d’acqua, a parità di prodotto, mentre una pianta che non necessiterà di pesticidi o fertilizzanti probabilmente innalzerà la resa finale, e così via. Va specificato che queste sono supposizioni: questo genere di modificazioni è molto complesso e costoso e attualmente sono in corso moltissimi studi sulla salubrità o gli eventuali danni ambientali di questi OGM. È infatti sempre un passaggio molto delicato quello di introdurre una specie animale o vegetale in un ambiente dove essa non occupa già una nicchia ecologica[11], perché si rischiano danni irreparabili (danni che, per esempio, sono stati già causati dalla messa in libertà di specie non autoctone, liberate dagli ambientalisti).

Una interessante possibilità è quella che si sta studiando attualmente riguardo all’utilizzo di bio-pesticidi in sostituzione dei ben più aggressivi pesticidi “chimici”[12]. Queste sostanze vengono già prodotte grazie a particolari batteri, detti entomopatogeni: sono patogeni naturali di alcuni insetti dannosi, che eliminano producendo specifiche tossine. Sebbene siano già usati per creare bio-pesticidi, questi batteri sono caratterizzati da un campo di applicabilità molto limitato, che potrebbe essere amplificato, insieme alla patogenicità, tramite modificazione genetica, permettendo un rimpiazzo di vecchi pesticidi. Il principale batterio utilizzato e studiato è il Bacillus thuringiensis, abbreviato Bt, che ha anche dimostrato di possedere altre interessanti proprietà oltre alla produzione di tossine: un’azione di promozione della crescita della pianta, effetti nocivi per batteri e funghi dannosi e capacità di biorisanamento. In pratica si rende utile per tutta un’altra serie di applicazioni volte ad accrescere la sostenibilità e la compatibilità ambientale di diverse attività. Il Bt non viene solo utilizzato per produrre gli stessi pesticidi, ma anche come donatore di geni per creare piante, o anche altri batteri, capaci di difendersi dai parassiti o ucciderli senza usare pesticidi. Il problema che si pone con questi OGM, o con quelli che si potrebbero creare grazie a geni estratti da questi batteri, è che non si è ancora riusciti a stabilire con esattezza quali possano essere gli effetti su altri tipi di insetti, come gli impollinatori. Un danno a questa categoria di insetti sarebbe infatti molto pericoloso, perché da essi dipende la sopravvivenza di moltissimi ecosistemi[13].

Più in generale, alcune ricerche[14] sono riuscite a ottenere buoni risultati per quanto riguarda le emissioni nocive: confrontando diverse coltivazioni OGM con coltivazioni non-OGM, hanno riscontrato livelli inferiori di emissioni di gas serra e di energia utilizzata, oltre che una richiesta d’acqua e un GWP (Global Warming Potential)[15] molto più bassi.

Occorre poi menzionare studi riguardanti più in generale l’utilizzo di OGM in settori diversi da quello alimentare ma comunque profondamente impattanti per la sostenibilità e la salvaguardia del pianeta, come quello del biorisanamento (citato poco sopra)[16]. Il biorisanamento, in poche parole, consiste nella rimozione di sostanze contaminanti da ambienti già inquinati sfruttando l’azione di microrganismi, quali funghi, batteri e raramente piante, che, nutrendosi di queste sostanze, le degradano, eliminandole dall’ambiente stesso[17]. In questo settore di solito sono i batteri a essere maggiormente usati, per via della loro grande capacità di adattamento; tuttavia il miglioramento è sempre possibile e infatti si stanno studiando batteri, funghi e persino alghe geneticamente modificati, più potenti nella loro azione e più sicuri, oltre che convenienti.


Bio-packaging: quando la natura fornisce la soluzione, o quasi

Il packaging è risaputo essere uno dei principali fattori di inquinamento legati al settore alimentare. La plastica per gli imballaggi è, ad oggi, un serio problema per la sostenibilità e la lotta all’inquinamento, principalmente per la sua longevità, che le permette di rimanere nell’ambiente per lunghissimi periodi, magari rilasciando sostanze nocive o più semplicemente entrando nella catena alimentare di molti animali (per poi tornare a noi).

Occorre però chiarire cosa sia e come funzioni la plastica sintetica, prima di parlare del bio-packaging. La plastica è un materiale, creato dall’uomo a partire da molecole dette idrocarburi, costituito da lunghe catene di atomi di carbonio a cui sono legati atomi di idrogeno, o altri atomi. La definizione polimero deriva proprio da questo: le catene sono formate da ripetizioni di un singolo elemento, il monomero, che sarebbe poi la molecola idrocarburica di partenza. Un esempio semplice e comunissimo di polimero è il polietilene, in cui la singola unità che si ripete, il monomero, è l’etilene (o etene), come suggerisce il nome stesso. Questa plastica viene utilizzata moltissimo, ad esempio per gli imballaggi, per le bottiglie, per le buste della spesa e in tante altre applicazioni. Quando si ha a che fare con un involucro o oggetto di plastica qualsiasi, se si vuole sapere se si tratta di polietilene, basta cercare la sua sigla: PE (ogni tipo di plastica ha la propria sigla).

Avendo spiegato velocemente cosa è la plastica, o meglio i polimeri sintetici, sarà ora più facile parlare della nuova alternativa ad essa, ormai in studio da parecchi anni, e che promette di liberarci, prima o poi, dal problema: i polimeri naturali e, quindi, la plastica biodegradabile, un’innovazione sicuramente meno combattuta e fraintesa rispetto agli OGM. Quello che si vuole ottenere con una plastica biodegradabile è una minore emissione di CO2 e di altri inquinanti rilasciati durante la produzione, e la possibilità, una volta usata, di poterla demolire grazie all’azione di microrganismi quali batteri e funghi, cosa non possibile con i polimeri sintetici. Questi ultimi, infatti, resistono all’attacco dei microrganismi per tutta una serie di ragioni: la lunghezza delle molecole, troppo lunghe da digerire, la presenza di gruppi funzionali che non facilitano l’attacco microbico, l’idrofobicità della molecola che non permette la formazione di un ambiente umido, impedimenti sterici[18] e spesso la presenza di additivi antimicrobici. La bio-plastica, invece, se correttamente smaltita, è più facile da riciclare o degradare; ma anche nel caso in cui non venisse correttamente trattata, e quindi fosse rilasciata nell’ambiente, potrebbe sempre essere degradata più facilmente in natura, non costituendo un problema per l’ecosistema.

Si può quindi intuire quanto possa essere importante, per diminuire il nostro impatto sull’ambiente, convogliare molta attenzione sulla ricerca di questi sostituti, considerando anche quanto ormai sia elevata la nostra dipendenza dalla plastica. Il punto di partenza di molte ricerche è stato il rendersi conto che in natura esistono già materiali simili a polimeri, e di conseguenza la consapevolezza di avere già qualcosa da cui partire per sviluppare bio-plastiche.

Prendiamo ad esempio due dei composti naturali più comuni e studiati per questo campo, ossia l’amido, il carboidrato per eccellenza, e la cellulosa, molecola costituente la parete cellulare delle cellule vegetali. L’amido è una sostanza naturale, per l’esattezza un polisaccaride[19], che funge da riserva energetica per le piante, dove si trova in grande quantità, ed è costituito da due componenti principali: l’amilosio e l’amilopectina. Questi due componenti si possono considerare come polimeri naturali, in cui il monomero è la singola molecola di glucosio, e differiscono solo perché l’amilosio, che costituisce circa il 30% dell’amido, è lineare e solubile in acqua, mentre l’amilopectina, costituente il rimanente 70%, è altamente ramificata e insolubile. Anche la cellulosa è un polisaccaride tipico delle piante ed è formata da catene di glucosio, tuttavia si differenzia dall’amido per via del diverso legame tra i monosaccaridi, tale da rendere sostanzialmente differente la biomolecola finale. La cellulosa, infatti, risulta sempre lineare ma quasi completamente insolubile e agisce con una funzione principalmente strutturale, al contrario dell’amido che invece funge da riserva energetica.

Ma a che punto siamo, quindi? Come procede la ricerca? Si può dire bene. Amido, acido polilattico e altri materiali naturali sono già usati attualmente, anche se con alcuni problemi da risolvere. L’amido, ad esempio, è problematico durante l’estrusione[20], poiché la sua temperatura di degradazione, ossia la temperatura alla quale si ha la distruzione della molecola, è pericolosamente vicina alla temperatura di fusione, e dunque non è possibile lavorarlo in questa maniera perché si rovinerebbe. Per questo inconveniente sono state però trovate tecniche utili come la plasticizzazione (o formazione termoplastica) dell’amido, in cui si aggiungono sostanze particolari per creare il TPS (ThermoPlastic Starch), cioè amido termicamente trattabile.

Il TPS, tuttavia, non può essere usato allo stato puro, per via delle sue scarse proprietà meccaniche e la tendenza ad assorbire umidità; per questo viene mescolato con alcuni polimeri sintetici per renderlo più efficiente[21], al prezzo però di rendere la bioplastica prodotta un po’ più inquinante e meno biodegradabile. Problemi simili possono presentarsi con la cellulosa, essendo anch’essa un polisaccaride, sebbene la sua semicristallinità le conferisca comunque buone proprietà meccaniche e l’unico problema rimanga quindi la sua scarsa lavorabilità. Recenti studi hanno però trovato soluzioni molto interessanti e innovative che promettono di superare i limiti sia dell’amido che della cellulosa.

Una possibile soluzione sembra essere un materiale nanocomposito[22], costituito da amido e cellulosa, che risolverebbe i problemi legati alle scarse proprietà meccaniche e all’assorbimento d’umidità descritti prima senza richiedere l’utilizzo, come per il TPS, di polimeri sintetici come “aiuto” e quindi senza contaminare una potenziale bioplastica completamente biodegradabile. Il materiale viene creato utilizzando una matrice di amido, ottenuta da chicchi d’orzo transgenici (concetto di manipolazione genetica più ampio di OGM), in cui si inseriscono delle nano-fibre di cellulosa, ricavate dalla polpa della barbabietola da zucchero, il tutto unito in diverse proporzioni a del glicerolo. I test effettuati mostrano poi come, nelle giuste proporzioni dei tre ingredienti, si ottengano dei film con proprietà meccaniche superiori e un assorbimento di acqua e ossigeno molto ridotto, senza l’utilizzo di polimeri sintetici, riuscendo così ad avere una bioplastica senza alcun contaminante sintetico, perfettamente compostabile[23].

Altra possibile strada sembra essere quella di un materiale biocomposito ottenuto a partire dai tralci di vite, ossia i residui della produzione vinicola[24], interessante non solo per via della possibilità di biodegradazione e minor impatto ecologico della produzione, ma anche per la possibilità di riciclare scarti che altrimenti andrebbero persi o magari utilizzati per qualche applicazione meno “green”. Il materiale ottenuto, e studiato, è un film ricavato grazie all’estrazione della cellulosa da questi tralci tramite procedure ad oggi già conosciute e usate. Quando formato da sola cellulosa, risulta molto rigido, come ci si aspetterebbe; tuttavia con l’aggiunta di agar si riesce a incrementare la duttilità e si rende la superficie del materiale molto più liscia e anche trasparente, probabilmente per via della struttura amorfa dell’agar[25]. Le proprietà del biopolimero variano poi in base alla sua composizione e ai procedimenti per ottenere la cellulosa: i procedimenti standard, più costosi e a maggior impatto ambientale, da cui si ottiene una cellulosa più purificata, portano a proprietà superiori e al compromesso migliore tra forza e duttilità, mentre i procedimenti semplificati restituiscono un materiale con proprietà decisamente peggiori, anche se trattamenti successivi possono portare a miglioramenti anche significativi[26].

In particolare, questo ultimo esempio mostra come, per ottenere le necessarie migliorie, si debbano sempre fare dei compromessi quando si cercano nuove soluzioni; la bioplastica è ormai (fortunatamente) una realtà già presente nella nostra vita quotidiana, ma siamo ancora al livello di dover usare soluzioni di ripiego, andando spesso a “contaminare” una plastica biodegradabile con elementi sintetici. Le alternative che si stanno trovando, di cui sono stati riportati solo due esempi in maniera approssimativa, sono promettenti e danno speranza. Tuttavia, se da una parte ci permetteranno di non doverci più adeguare a vecchi compromessi, se ne presenteranno comunque altri e, superati questi, probabilmente ne arriveranno ancora di nuovi, e così via. Questo accade perché lo impone la natura stessa: non esistono materiali perfetti in tutto, né processi con efficienze al 100%; il mondo è regolato da leggi complesse e non ideali, che impongono sempre compromessi.

Bisognerebbe peraltro riflettere su un altro aspetto: il settore alimentare, spesso in maniera stupida e incosciente, fa un uso spropositato della plastica, aggiungendola a quella già enorme impronta che imprime sull’ambiente con gli scarti di produzione, l’occupazione di suolo libero e le emissioni degli impianti. È quindi sì importante capire come sostituire la plastica con un’alternativa biodegradabile, ma allo stesso tempo occorrerebbe sensibilizzare l’opinione pubblica su come limitare l’utilizzo di qualsiasi forma di plastica quando non necessaria e su come essere in grado poi di separarla, riciclarla e smaltirla correttamente.


Ambientalismo razionale: è possibile?

Si è quindi visto come nell’ambito del settore alimentare ci siano i tentativi per l’ottenimento di una sostenibilità maggiore e un minor impatto ambientale; alcuni sono più accettati, altri più osteggiati, ma perché spesso non capiti, veicolati in maniera fuorviante o inquinati da un’inutile stigmatizzazione.

Viviamo, purtroppo, tempi difficili, in cui la scienza e il metodo scientifico stesso vengono messi in discussione e in cui è sempre più comune la contestazione, tramite prove ed esperimenti inaffidabili e non riproducibili. Queste “prove”, inoltre, provengono spesso da articoli scritti da utenti sconosciuti e non referenziati, i quali, senza alcun fondamento, mettono in dubbio lavori durati anni e costati milioni, solo perché trovano coincidenze che, a loro parere, non possono essere casuali. Dobbiamo quindi mantenere un sano scetticismo verso notizie provenienti da fonti ambigue o poco affidabili, indagando in maniera accurata e sensata, perché rischiamo di dare credito a persone poco informate e alle loro teorie infondate.

L’ambientalismo, in quest’ottica, dovrebbe essere quello che si potrebbe definire un “ambientalismo razionale”, ossia un movimento o modo di pensare non guidato esclusivamente dall’odio cieco per un’azienda, un sistema o persone che non la pensano come noi, perché un tale atteggiamento genererebbe solo altro odio, derisione e problemi. Soprattutto, impedirebbe alla realtà di venire a galla quando qualcosa viene manipolato o percepito nella maniera sbagliata.

Oggi si assiste a tanti di questi episodi, in cui magari persone poco informate, o non esperte di alcune materie, si fanno influenzare e sostengono posizioni che a occhi esperti appaiono assurde e ridicole; ma bisogna resistere alla tentazione di deridere, arrabbiarsi o insultare, e stabilire invece un dialogo che permetta a quella persona di risolvere i suoi dubbi e capire l’argomento. L’esempio degli OGM (ma anche, solo per citarli, i vaccini) è perfetto in questo senso, perché mostra come la guerra rabbiosa alle multinazionali, unita alla paura per il nuovo e lo sconosciuto e al clima attuale di sfiducia nella scienza, abbia portato a demonizzare qualcosa di plausibilmente utile (ovviamente sempre previi controlli e test) in tantissimi campi. Questo solo perché è stata condotta, consapevolmente o no, una campagna di disinformazione che non è stata combattuta con una vera campagna d’informazione, ma con atteggiamenti saccenti, esclusivi ed elitari.

Lo sforzo per il raggiungimento di un ambientalismo razionale, quindi, deve provenire da tutti: dagli esperti, che devono cercare di arrivare a tutti chiaramente e senza presunzione; dai non esperti, che devono stare attenti alle fonti che consultano, rendersi disponibili al confronto e accettare la possibilità di rivedere le proprie posizioni quando non supportate da reali fatti; infine, anche dai mezzi d’informazione, dai giornalisti, che devono prediligere l’informazione vera e completa allo scandalo finto ma intrigante. Solo così potremo finalmente avere un vero sviluppo del mondo intero in una direzione più ecologica e a impatto zero, libero da falsi miti, da pregiudizi e guidato dalla scienza, come dovrebbe essere.

Pierfrancesco Latorre per www.policlic.it


Note e riferimenti bibliografici

[1] Y.N. Harari, Sapiens. Da animali a dèi: breve storia dell’umanità, Bompiani, Milano 2017, pp. 107-108.

[2] Il consumatore spesso cade in errore, associando il marchio “bio” alle coltivazioni naturali senza pesticidi o sostanze chimiche; in realtà questo marchio sta solo a significare che le sostanze usate sono approvate come biologiche, rimanendo però il fatto che siano sempre pesticidi e sostanze chimiche. L’argomento viene affrontato nel dettaglio in D. Bressanini e B. Mautino, Contro Natura, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, Milano 2015, pp. 289-303.

[3] Una classe di sostanze che possiamo definire come idrocarburi alogenati, dove cioè gli atomi di idrogeno legati alla catena principale carboniosa vengono sostituiti da cloro e fluoro, rientranti nella categoria dei Freon.

[4] Le problematiche legate ai cicli frigoriferi derivano principalmente dalla necessità di avere, da un lato, una sostanza liquida che sia capace di evaporare a temperature molto basse, e dall’altro una elevata capacità termica (calore assorbito diviso differenza di temperatura), così da portare via dal sistema quanto più calore possibile durante l’evaporazione. Se infatti la capacità termica cresce, vuol dire che si sta facendo assorbire alla sostanza più calore e quindi se ne rimuoverà di più dal sistema.

[5] Il cloro è uno dei responsabili del danneggiamento dello strato di ozono, che scherma la Terra dai raggi UV, per via della stabilità delle molecole clorate: tanto più una molecola è stabile, infatti, tanto più a lungo tenderà a rimanere nell’atmosfera, causando quindi dei danni.

[6] Un accordo globale volto a diminuire, e infine eliminare, l’emissione dei gas e delle sostanze che riducono lo strato di ozono.

[7] Direttiva 84/360/EEC del Consiglio dell’Unione del 28 giugno 1984 concernente la lotta contro l’inquinamento atmosferico provocato dagli impianti industriali, articolo 8.

[8] Direttiva 2008/1/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 15 gennaio 2008 sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento.

[9] Una vicinanza di questo tipo porta ad aggressioni, incidenti e anche a salti interspecie di malattie, come si ritiene sia successo per l’attuale pandemia di coronavirus, che sembrerebbe essere passato dal pangolino all’uomo.

[10] D. Bressanini e B. Mautino, op. cit., pp. 118-132.

[11] La “nicchia ecologica” indica il ruolo e le funzioni di una determinata specie all’interno di un ecosistema.  

[12] La parola “chimico” non vuole avere, nella maniera più assoluta, una connotazione negativa nell’articolo, ma solo indicare i prodotti dell’industria chimica.

[13] U. Azizoglu et al., Genetically modified entomopathogenic bacteria, recent developments, benefits and impacts: A review, in “Science of the Total Environment”, 2020, 734, 139169, pp. 2-10.

[14] S. Dastan et al., Assessment of the life cycle of genetically modified and non-genetically modified rice cultivars, in “Arabian Journal of Geosciences”, 2020, 13, 362.

[15] Il GWP è un numero che sta a indicare il contributo di un gas all’effetto serra rispetto alla CO2, che ha come valore 1.

[16] G. Pant et al., Biological approaches practised using genetically engineered microbes for a sustainable environment: A review, in “Journal of Hazardous Materials”, 2021, 405 (in progress), 124631.

[17] Per una spiegazione più dettagliata si veda M. Bazzicalupo, voce Biorisanamento, in Treccani.it.

[18] Ramificazioni delle lunghe molecole, ad esempio, potrebbero impedire il corretto attacco da parte di enzimi dei batteri.

[19] Esistono diversi tipi di zuccheri: i più semplici, come il glucosio, il fruttosio e il galattosio, sono i monosaccaridi; poi ci sono gli oligosaccaridi (tra cui i disaccaridi, come il lattosio, il saccarosio o il maltosio, formati da due monosaccaridi); infine i più complessi, i polisaccaridi, come il già citato amido, ma anche il glicogeno (riserva energetica degli animali, tra cui noi), costituiti da lunghe catene di singole molecole di monosaccaridi. È evidente la somiglianza con i polimeri sintetici.

[20] Processo in cui il materiale fuso viene costretto, sotto pressione elevata, a passare attraverso un foro di particolare forma e dimensione per poi essere raffreddato o vulcanizzato, così da assumere una forma ben definita a sezione costante.

[21] P. Jariyasakoolroj, P. Leelaphiwat, N. Harnkarnsujarit, Advances in research and development of bioplastic for food packaging, in “Journal of the Science of Food and Agriculture”, C (2020), 14, p. 5033.

[22] I compositi sono particolari materiali costituiti da due fasi: la matrice, che sarebbe la parte continua, e il rinforzo, che sarebbe la fase dispersa e contenuta nella matrice. La combinazione delle due fasi dona al composito delle proprietà migliori rispetto a quelle dei singoli materiali di partenza. Nel caso dei materiali nanocompositi una delle due fasi possiede una, due o tre dimensioni nell’ordine dei nanometri.

[23] J. Xu et al., Amylose/cellulose nanofiber composites for all-natural, fully biodegradable and flexible bioplastics, in “Carbohydrate Polymers”, 2021, 253 (in progress), 117277.

[24] I. Benito-Gonzàlez et al., Valorisation of vine shoots for the development of cellulose-based biocomposite films with improved performance and bioactivity, in “International Journal of Biological Macromolecules”, 2020, 165, p. 1540.

[25] Ivi, p. 1546.

[26] Ivi, p. 1547.

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