Uomini, simboli e meme

Uomini, simboli e meme

L’età dei meme è senza dubbio l’età delle emergenze, un’età dove l’ecosistema informativo sembra insistentemente orientato a far impazzire chi ne usufruisce. Se è vero che le ideologie sono cadute, portandosi dietro nell’abisso della storia anche le chiavi di lettura – e dunque la comunicabilità – del reale, nessuna conformazione degli eventi correnti sembra solida a sufficienza da reggere al confronto con la narrazione dell’emergenza. L’emergenza, in tal senso, diviene l’unica struttura compatibile con una realtà esplosiva, dove tutto emerge nel tempo e vi scompare a velocità e con intensità estenuanti. L’Italia in tal senso è ben preparata fin dagli anni ‘90, quando la pianificazione e la continuità repubblicana sono stati sostituiti con sistemi di partito sempre più fragili, frammentari ed effimeri. L’altroieri era Berlusconi forever, ieri le lacrime e sangue, qualche ora fa Renzi e il partito della nazione, cinque minuti fa Salvini e il suo malcelato kink per la macelleria messicana.

La vera grande sostituzione – non quella “etnica” predetta dall’alt-right – ha però portato Internet dalle mani dei grandi pionieri – gente come Berners-Lee – a quella dei grandi proprietari – Bezos, Gates, etc. Cioè da Internet come utopia a Internet come distopia, seguendo il canovaccio classico di ogni rivoluzione: dai profeti, ai macellai, ai lobbisti. Non solo l’Italia, ma l’Occidente e il globo hanno visto sparire al controllo pubblico il flusso di informazioni, sempre più ampio, caotico e dominato non da coloro che l’informazione la cercano, né (solo) da chi la sa cercare, ma bensì da chi sa filtrarla o aggregarla: insomma, dalla statistica dei dati aperti all’analisi dei dati confidenziali.

Se la realtà è complessa e ambigua, i dati possono gestirne la complessità e ridurne l’ambiguità. Ma i dati sono immensi, i data center costosi (e inquinanti), l’informazione che ne deriva una fonte potenzialmente infinita di potere. Solo chi è disposto a deframmentare e disambiguare la realtà, trasformandola in dati, può forzarla all’interno di strutture e così giustificare le proprie scelte (e i costi generati). È il decision making istituzionale e aziendale che dev’essere sempre più data-driven – se non altro agli occhi delle aziende che tali dati li utilizzano in maniera sistematica e (soprattutto) di quelle che vendono strumenti per poterlo fare. La rappresentazione della realtà tramite dati implica però una perdita netta nella qualità dell’informazione. Nell’ammontare di tale perdita si quantifica il differenziale di informazione tra informatore e informato e conseguentemente la cessione di potere (ma anche responsabilità) tra di essi. Così si evita il cosiddetto info-dumping, il “gettare informazioni” addosso all’interlocutore in un frettoloso, quanto inefficace, tentativo di scaricare su di esso anche la responsabilità di gestirle. Ma con questo approccio – gioverebbe sempre ricordarlo – si generano inevitabilmente dinamiche di potere. Perché non esiste sintesi, solo perdita di dettaglio.

In questo scenario, mentre le scienze fondate sul calcolo e le realtà finanziarie ed economiche da esso supportate (o guidate) tengono il colpo, le realtà politiche e sociali (e con esse l’accademia che irriducibilmente rimane incollata al testo e non al calcolo) sono trascinate dalla tempesta dei dati, oppure si ancorano ai simboli, con effetti ancora più devastanti. È la trasformazione pluricentenaria del mondo in un oggetto di aggressione del “pensiero calcolante” già analizzata da Heidegger nel 1959. La reazione non si è fatta attendere.


Idoli e brand

Come si combatte una pioggia di dati, quando mancano gli strumenti pubblici per interpretarli? Caduta la statistica come punto di riferimento per la comprensione dei fenomeni sociopolitici, il pubblico ha perso l’unico strumento atto alla raccolta, analisi e presentazione dei dati che potesse essere efficace su larga scala, che avesse un ruolo sociale e che potesse essere utilizzata indifferentemente da partiti, giornali e associazioni. In alcuni casi, la statistica poteva e può anche essere prodotta dalle associazioni stesse. Rimangono due tendenze inverse, quella del dato confidenziale e quella dell’agiografia.

Se il dato confidenziale è quello ottenuto e utilizzato esclusivamente da una certa entità, che sia essa associazione, azienda, partito o giornale, cosa possiamo intendere oggi per agiografia? L’agiografia ha uno scopo ben preciso: sacralizzare una determinata personalità, separandola dal contesto del mondo profano, elevandola a simbolo di un preciso valore. Il santo può qui dunque essere utilizzato in due maniere: come un’idea incarnata, emettendo valore che possa dare significato alla realtà; oppure sacrificandolo qualora finisca il combustibile di tale emissione o in caso il santo si ribelli alla propria missione e ne diventi quindi l’arcinemico.

Questa strategia però comporta una serie di enormi problemi. Il primo e più ovvio è l’instabilità di un sistema di valori fondato sulle icone: un’icona può diventare arcinemico con una velocità politicamente imbarazzante, perché la sostanza della sua relazione con la comunità è fondata sull’intangibilità della propria natura di uomo. Come l’imperatore nascosto al pubblico e da esso separato, l’uomo-icona, un vero e proprio idolo del ventunesimo secolo, perde la sua natura ultraterrena con un solo schiocco di dita, divenendo a volte il proprio opposto, l’arcinemico: non potendo essere dio o ideale in terra, paga in solido la fallacia delle aspettative su di esso riposte. È il povero Rodotà, simbolo della costituzione e poi suo nemico efferato.

Il secondo problema è che, lungi dal generare idoli negativi solo come degradazione del santo, questo sistema di creazione del potente comporta una schiera di antieroi. Chi sian gli antieroi è più facile indicarlo: se il sistema è instabile, non si affida ai fenomeni di lungo periodo, ma all’attualità e soprattutto alla cronaca, infiniti generatori di singoli casi pronti alla generalizzazione, e quindi alla loro elezione a feticci della realtà della società. Antieroi sono il fuggiasco da poliziesco Ivan Il Russo, il capoultras Ivan Bogdanov. Sono antieroi soprattutto i mostri della cronaca nera, dai Bossetti alle Annamaria Franzoni, ma sono anche gli innominati immigrati che di volta in volta si passano il testimone simbolico di criminale straniero, personificandolo. Bibbiano è poi simbolo della corruzione dei servizi sociali, altri arriveranno a testimoniare la mafia delle cooperative del terzo settore. Carola Rackete, poi, sperona navi e traghetta invasori. Se i meme hanno sradicato la fotografia dal contesto, generando input da caricare di significati a essi estranei, la pornografia della violenza carica i carnefici di odio universale. Il foi gras dell’odio finisce nel modo più ovvio: tagliare la testa all’anatra – chiedere la ghigliottina, mangiare il corpo, scartare i resti.

Terzo problema: le vittime. Chi sono le vittime? Sono le Tiziana Cantone, sono tutte quelle bellissime foto sbattute in prima pagina, sempre le stesse, come un video i cui frame siano composti sempre dalla stessa immagine. Per le icone della morte ingiusta, l’azione più ovvia è stringere le mani in preghiera, pregando l’anima dipartita perché il mostro non ci venga a trovare. Che il mostro – di nuovo – venga giustiziato, smembrato, incenerito. Si chiama populismo penale, una giustizia che diviene punizione (e quindi ripicca) e poi tortura.

Quando però le vittime assumono un ambito più grande e lottano magari contro mostri più massicci e grandiosi, la situazione può sfuggire di mano, con conseguenze catastrofiche. Quarto problema: lo star system del dissenso. Siamo ormai abituati a vedere la comunità internazionale alzare al cielo idoli e trattarli come star pop, sacrificandoli sull’onda di una gestione del dissenso a metà tra gli Idol dell’estremo oriente e la Hollywood statunitense. Niente rende l’idea come Aung San Suu Kyi, idolatrata come Alessandro Magno in “Alexander”: per lei è stato prodotto un film hollywoodian-propagandistico che mutua il titolo dal soprannome da culto della personalità a lei riservato, “The Lady”. Un premio nobel per la pace ora di fronte alla Corte Penale Internazionale con l’accusa di genocidio. Come spiega James Griffiths, la scelta di elogiare la leader birmana come una santa era destinata a causare tale disappunto. Un quarto problema qui, perché lo star system del dissenso causa disastri umanitari. I prossimi su questa linea sono i curdi, beatificati con l’uso di immagini di belle combattenti curde rispettivamente dalla comunità internazionale per superficialità e dalla sinistra internazionale per la comodità di poter usufruire di dive da copertina bipartisan per difendere il PKK, un’occasione più unica che rara. Ciò ovviamente non salva i curdi dalle mire di pulizia etnica della Turchia, né dall’ISIS. Né difende chi, nelle mani dei curdi, potrebbe a sua volta soffrire atrocità. È la guerra, ma soprattutto è uno specchio per poterci sentire più buoni. Non conta che lo status di vittima non renda la stessa automaticamente buona, né dunque che la vittima meriti di essere difesa sempre dall’abuso, a prescindere dalle sue qualità morali. Né ancora che non debba cessare lo scrutinio sulle sue qualità a causa della sua condizione di vittima. Conta che la giostra giri.

Ultimo problema, legato alla natura effimera del santo, è che tale fragilità nasconde le capriole – e le inefficienze – del potere. L’agiografia non pone questioni morali, non avanza tesi critiche, l’agiografia divide il mondo tra noi e voi, calcificando una geografia sociale irrequieta. Questa geografia è una struttura sociale depotenziata nella sua capacità di raccogliere informazioni sufficienti perché gli uomini possano rendersi rilevanti. La geografia sociale nata nell’agiografia è incapacitata nell’analizzare tali informazioni e trasformarle in dati utili a prendere decisioni e quindi è emotivamente paralizzata nell’aggregarsi per difendere diritti e interessi, o anche solo per confrontarsi sulle problematiche esistenti. Emergono quindi anche i brand, portatori di certezze commerciali da opporre all’incertezza politica. Un prodotto ha un prezzo fisso, recensioni a valanga e un tacito quanto solido accordo. Il prezzo non si negozia, il cliente ha sempre ragione e non solo non devo più negoziare, non subisco lo stalking del venditore. Poi è arrivato l’e-commerce di massa, quindi il negoziante neanche lo vedo. L’unico metro della mia felicità è qui definito dalla mia capacità di spesa, ogni ambiguità e pressione sociale è assente, di fronte allo schermo. Confrontiamo questo con una decisione politica attuata in un contesto di fortissima sfiducia nei riguardi della classe dirigente, in una società sempre meno sociale e in un contesto economico ancora lontano dalla ripresa. Cosa do col mio voto? Cosa ne ottengo? Qual è il prezzo?

Quale che ne sia il portatore, infine, il differenziale dell’informazione diventa sempre un differenziale di potere che finisce per predare le comunità fragilmente costruite attorno al santo. Di qui nasce il vero protagonista di questi primi dieci anni di ventunesimo secolo: l’iconoclasta.


Gli iconoclasti

Se la sacralizzazione di un fenomeno nasce quando questo fenomeno è in decadenza, il suo successore è senza dubbio l’iconoclasta. Di iconoclasti ne è pieno l’inizio di questo secolo, dai Brexiteer, agli xenofobi della destra europea, ai simpatizzanti di Putin, agli ecologisti, ai movimenti antiausterity, ai teorici del complotto. La sacralizzazione investe qui i simboli di un idolo negativo, visto come ostativo alla restaurazione, ripresa o salvezza della comunità. La rottura dell’idolo diviene necessaria allo spezzarsi dell’incantesimo, la falsa coscienza che è distruttrice dell’ordine delle cose (letto mai “svegliaaa” in qualche social network?).

Gli iconoclasti si oppongono qui a quello che vedono come un potere dominante, che con un’illusione collettiva sta dirottando la comunità, invece di guidarla contro il pericolo. Si sentono o sono anti-potere, ma in una società che non riesce più a interpretare o a canalizzare le proprie necessità, gli iconoclasti o nascono agiografi oppure lo diventano per non perdere rilevanza. Nati nel sospetto dell’insostenibilità della società contemporanea, finiscono per venirne predati oppure per divenire essi stessi predatori. Sono frattura delle comunità agiografiche, devono quindi decidere se diventare essi stessi agiografi di un nuovo potere, oppure finire per decadere nel calderone del ribollire sotto le fragili strutture politiche agiografiche.


Emergenza e pianificazione

La lotta tra agiografi e iconoclasti e il loro affollarsi alle radici del potere non può che alimentare nuove bolle nell’ecosistema informativo dell’emergenza perpetua. La santificazione richiede la rivoluzione continua, l’arcinemico una lotta costante. La distruzione creatrice delle comunità non lascia tempo al consolidamento delle posizioni ottenute. Come pianifica una popolazione polarizzata come quella americana sotto Trump? Come si pianifica l’Italia divisa tra gli ultimi cavalieri templari in difesa dall’invasione e i difensori dell’umanità contro gli affogatori seriali di governo? Ogni posizione politica, dalle più irricevibili alle più legittime, non può pianificare: si deve intervenire, “fare presto”. Lo Stato però ragiona in finanziarie, segue leggi, contabilità, procedure, direttive. Fa manutenzione, dove altri promettono grandi opere. Lo Stato è normale, non è sexy o smart o social, quindi inadatto per i “tempi che corrono”.

Questo rende sempre più difficile la pianificazione, il vero collante del paese di fronte al susseguirsi delle crisi. Rende inoltre più difficile una qualsiasi forma di leadership che abbia una visione oltre il breve e medio periodo, oltre la gestione e normalizzazione della crisi. O che, a pensar male, non tragga beneficio dal mantenere viva la percezione che tale crisi sia in atto. La narrazione dell’emergenza continua, insomma, alimenta e si fa alimentare da una politica della paura, vera degradazione delle politiche di sicurezza. Non solo: degradando la sicurezza come apparato e come percezione che l’individuo ha della comunità in cui vive, viene lentamente erosa qualsiasi concezione sociale della risoluzione delle problematiche – critiche o meno che siano. Viene meno la speranza nel cambiamento e nella lotta sociale e – infine – viene meno la società come aggregazione cooperativa di individui e gruppi. Non dovrebbe stupire che i partiti abbiano smesso di cercare consenso al centro, esacerbando le proprie posizioni e partecipando alla polarizzazione della società: una società sana non manca di estremismi, ma sa mantenere la rotta. Una società che sente su di sé incombere la crisi si divide in gruppi, fortificando il proprio territorio e le proprie risorse preparandosi alla catastrofe che verrà. È feudalesimo politico, e nel feudalesimo politico gli estremisti minoritari possono sguazzare, fungendo da testa di legno di estremismi più moderati, ma molto più massicci e pericolosi per la società. Quando il gobbo Casapound suona la campana, i fedeli accorrono alla messa di Salvini. Sono per lui le offerte e le preghiere.


Bisogno e dipendenza

Crisi economica, crisi politica e odio hanno lentamente eroso il popolo europeo. Se l’informazione aveva lo scopo di creare cultura, oggi, in mano a megaditte, marketer politici e uomini piccoli, essa crea dipendenza, terrore e sconforto. Sappiamo però che c’è più cooperazione che competizione, più pace che guerra, che le energie che l’uomo è capace di generare sono ogni giorno in bilico tra diversi scenari del futuro.

Lottare contro la globale estirpazione del contesto e della complessità di cui è oggetto la realtà odierna e gli esseri umani che la abitano è oggi imperativo perché i simboli non divorino la realtà che essi hanno lo scopo di legare a concetti astratti, valori e disvalori. Gli estirpati dal mondo sono oggetto di meme, sono smembrati da Twitter, sono lasciati da soli, mascherati da simboli di fronte a un reale minaccioso che presto brucerà il simbolo, lasciando l’umano nudo di fronte all’occhio dell’opinione pubblica. È un mondo di comunità omogenee tra di loro isolate, private di ogni possibilità di dialogo tra gruppi, ma anche delle opportunità che derivano dal poter contare al proprio interno individui che costruiscano la propria identità su più status, più ruoli e dunque più livelli per poter solidarizzare con gli altri. Come nota Jon Ronson, questo fenomeno ha un opposto ben preciso e questo si chiama democrazia.

Nella società interconnessa, la roulette russa dell’informazione funziona in base alla nostra dipendenza, non in base ai nostri bisogni. Così come il gioco d’azzardo sfrutta la probabilità casuale delle vincite per farci sentire sempre in procinto di “essere fortunati”, allo stesso modo la generazione caotica di divinità positive o negative mantiene alta la nostra soglia di attenzione, catturati da uno spettacolo dove ognuno “è un magnifico eroe o un nauseante cattivo”. La realtà, indecifrata, si trasforma in un sistema binario utile all’informatica e vicino alla biologia del sistema nervoso, dove tutto è stimolo di eccitazione o inibizione. Su di questo sistema si costruisce una struttura classificatoria sempre più irrealistica, povera e antidemocratica.

Possiamo ancora permetterci tutto questo?


Francesco Finucci per Policlic.it

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