Come Mussolini è diventato il “duce” del fascismo

Come Mussolini è diventato il “duce” del fascismo

L’idea che spesso si ha di Mussolini è quella di un uomo senza limiti nell’esercizio del potere. Fatto che già nel precedente articolo sul 25 luglio del 1943 abbiamo visto essere frutto della semplificazione storica alla quale spesso facciamo affidamento. Ma è ancor più comune ritenere che Mussolini fosse fin dalle origini il capo assoluto e indiscusso del Partito Nazionale Fascista, il suo “duce”. Si pensa cioè che non abbia avuto oppositori in casa sua, ma solo fedeli servitori. In realtà la storia andò diversamente. Mussolini dovette infatti fin da subito confrontarsi con le diverse anime del partito, in particolare con quegli “intransigenti” che ci vengono plasticamente rappresentati da Roberto Farinacci, il ras di Cremona. Questi potenti capi locali, comandanti di squadre fasciste, erano stati la base violenta dell’ascesa di Mussolini; quando quest’ultimo salì al potere, cominciarono a pretendere che la “rivoluzione fascista” seguisse la via più dura e diretta verso la distruzione del sistema parlamentare e del vecchio regime liberale.

Come agì Mussolini nei confronti di questi oppositori interni? Come utilizzò lo strumento del Gran Consiglio del Fascismo per imporre il suo dominio nel partito? Come si evolsero i rapporti tra Gran Consiglio e partito fascista dopo la legge di costituzionalizzazione del Gran Consiglio? E quale fu il ruolo del partito e dello stesso Gran Consiglio nella seconda fase del regime, ossia nella fase “totalitaria”?


Il ruolo del Gran Consiglio nella “mussolinizzazione” del partito fascista

Nella prima fase di vita il Gran Consiglio non ebbe una denominazione ufficiale, tanto da essere definito in modo differente a seconda delle occasioni: “Gran Consiglio del Fascismo” nel comunicato istitutivo; “Gran Consiglio del Partito Nazionale Fascista” nella prima riunione; “Gran Consiglio Nazionale Fascista” dal 13 febbraio; “Gran Consiglio Nazionale del Fascismo” dal 13 marzo[1].

Il professor Guido Melis sostiene che “la ragione di tale fatto risulta chiara se si tiene presente la premessa relativa all’incerto assetto istituzionale della prima fase del regime, caratterizzato cioè da nuovi organi poco definiti nelle loro funzioni”[2].

Ma è importante tener presente anche un altro dato fondamentale, ossia la relativa valenza nella prassi degli statuti e dei regolamenti del Partito Nazionale Fascista: è infatti in questo contesto di indeterminatezza che il Gran Consiglio poté esercitare un ruolo nel partito, prima ancora che nello Stato, nel periodo considerato.

Fin dai primi tempi successivi alla marcia su Roma, Mussolini si trovò ad affrontare le critiche di alcuni membri del partito, ras locali in testa, che iniziarono a esercitare pressioni sul duce affinché estremizzasse le conseguenze della “Rivoluzione” e non si fermasse a un compromesso con il vecchio regime liberale, a una politica moderata e parlamentare. Mussolini non volle però contrapporsi frontalmente e duramente a tali esponenti del partito, ma cercò di neutralizzare progressivamente la loro influenza all’interno di esso, pur senza perderne l’appoggio e senza eliminare lo squadrismo, che costituiva ancora una garanzia per il suo potere personale.

Lo statuto del 1921 prevedeva quattro organi dirigenti: il consiglio nazionale; il comitato centrale, avente tutti i poteri relativi alle finalità individuate dal congresso; la direzione del partito, avente in particolare un ruolo di vigilanza; la segreteria generale, dipendente dai due organi precedenti[3]. La discussione interna al partito era inoltre garantita dallo statuto. Fu proprio con la fondazione del Gran Consiglio, avvenuta il 15 dicembre 1922, che il duce iniziò a privare il partito dei suoi poteri effettivi, fino a trasformarlo in un organismo mancante di reale peso politico[4].

Esso servì quindi a Mussolini per dare vita a una struttura decisionale sempre più verticistica all’interno del partito, cancellando così progressivamente la democrazia interna e di conseguenza il potere dei suoi oppositori.

La prima fase di tale organismo fu infatti caratterizzata da un’intensa attività, tanto che dal 1922 al 1929 furono convocate 30 sedute. Negli anni 1923 e 1924[5], in particolare, il Gran Consiglio operò soprattutto in relazione al partito, e solo dopo iniziò a tracciare la linea delle grandi riforme del regime, definendone l’indirizzo politico sotto l’impulso di Mussolini, che ne stabiliva composizione e funzioni.

Il suo primo intervento fu la decisione, presa durante la prima riunione del dicembre 1922, di istituire la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, sanzionata poi ufficialmente due settimane più tardi da un decreto istitutivo. La creazione della Milizia fu fondamentale per Mussolini: con essa, il duce poté imporre il suo controllo sullo squadrismo fascista, restringendo la discrezionalità dei ras e continuando, allo stesso tempo, a disporre di una milizia di partito da utilizzare contro gli oppositori, sottoposta però al controllo dello Stato[6]. La limitazione del fenomeno squadristico fu anche finalizzata a tranquillizzare l’opinione pubblica conservatrice.

Il 13 gennaio 1923 il Gran Consiglio decise poi la trasformazione della direzione generale del PNF in due segretariati, uno politico e uno amministrativo, e nella seduta del 15 ottobre diede vita al nuovo ordinamento del partito. In esso si stabilì che i tre organi principali del partito erano: il Gran Consiglio stesso; il consiglio nazionale, formato dai componenti del primo e dai segretari provinciali che dovevano essere approvati da Mussolini; il direttorio nazionale, i cui cinque membri sarebbero stati scelti dal duce tra una serie di nomi proposti dal consiglio nazionale[7]. Il partito quindi, attraverso l’attività del Gran Consiglio, perdeva sempre più autonomia e potere.

Un ulteriore passaggio importante in relazione alla definitiva instaurazione del dominio mussoliniano nel PNF fu la designazione a segretario generale di Farinacci da parte del Gran Consiglio stesso il 12 febbraio 1925[8]. La sua segreteria fu l’ultimo passaggio dello squadrismo, utilizzato da Mussolini per mettere definitivamente fuori gioco i suoi avversari[9]: una volta esaurito questo compito, egli fu destituito dalla carica nella seduta del 30 marzo 1926, che fu quindi anche il giorno della sconfitta degli intransigenti.

A ottobre il Gran Consiglio varò il nuovo statuto del partito, tramite cui venne stabilita in via definitiva la nomina dall’alto delle gerarchie e il ruolo fondamentale dello stesso Gran Consiglio:

Il PNF esplica la sua azione sotto la guida suprema del Duce del Fascismo e secondo le direttive stabilite dal Gran Consiglio Fascista. […] Gli organi del PNF sono: 1) il Gran Consiglio; 2) il Direttorio Nazionale; 3) il Consiglio Nazionale. […] Norma 2. Il Gran Consiglio è l’organo supremo del Fascismo. Esso fissa le direttive dell’azione che il Partito deve svolgere in tutti i campi della vita della Nazione. […] Norma 4. Il Gran Consiglio nomina il Segretario Generale del Partito, i Vice-Segretari ed i Membri del Direttorio e fissa le linee generali dell’opera da svolgere.[10]


L’evoluzione del rapporto tra Gran Consiglio e PNF con la legge di costituzionalizzazione

Il nuovo sistema elettorale plebiscitario approvato nel maggio del 1928 aveva consacrato il ruolo del Gran Consiglio nella selezione dei deputati da eleggere: si rendeva così necessaria una sua sanzione istituzionale. Tale fatto si verificò con la “Legge sull’ordinamento e le attribuzioni del Gran Consiglio”, la cosiddetta legge di “costituzionalizzazione”, che divenne, dopo l’approvazione delle Camere, la legge n. 2693 del 9 dicembre 1928[11].

Passando all’esame del testo si può osservare come il Gran Consiglio sia definito, nell’articolo 1, “organo supremo, che coordina e integra tutte le attività del Regime”[12]. Esso viene posto alle strette dipendenze di Mussolini, che secondo l’articolo 2 è “Presidente del Gran Consiglio”, lo “convoca quando lo ritiene necessario e ne fissa l’ordine del giorno”[13]. Per quanto riguarda la composizione del Gran Consiglio, la legge statuisce la presenza di tre classi di membri: membri di diritto e a tempo illimitato; componenti di diritto e “a cagione delle loro funzioni per tutta la durata di queste”; membri nominati dal capo del governo per meriti, con un mandato di tre anni suscettibile di revoca o di conferma[14]. Tale strutturazione, che presentava circa una cinquantina di membri, fu modificata con la legge 14 dicembre 1929, n. 2099, che la snellì sensibilmente[15].

È necessario osservare come il Gran Consiglio, nonostante la costituzionalizzazione (che significò soprattutto il predominio dello Stato sul partito), mantenne sempre il carattere della derivazione partitica, tanto che la nuova legge stabilì che il segretario del consesso era il segretario del partito fascista[16]; in ogni caso, il Gran Consiglio fu posto da questo momento al di fuori del partito.

In base all’articolo 11 della legge di costituzionalizzazione, il Gran Consiglio deliberava:

1) sulla lista dei deputati designati, ai termini dell’articolo 5 della legge 17 maggio 1928, n.1019;

2) sugli statuti, gli ordinamenti e le direttive politiche del Partito Nazionale Fascista;

3) sulla nomina e la revoca del Segretario, dei Vice Segretari, del Segretario amministrativo e degli altri membri del Direttorio del Partito Nazionale Fascista.[17]

Per quanto riguarda la prima funzione il Gran Consiglio la esercitò fino al 1939, quando, dopo l’approvazione del 7 ottobre 1938 dello stesso Gran Consiglio, il Parlamento approvò il disegno di legge relativo all’istituzione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, che divenne la legge 19 gennaio 1939, n. 129: il Gran Consiglio perdeva ogni potere nella designazione dei deputati, ruolo ricoperto dai “consiglieri nazionali” poiché appartenenti ad altri organi, quali il consiglio nazionale del PNF, il Gran Consiglio stesso e il consiglio nazionale delle corporazioni. Ogni membro rimaneva in carica per la durata del suo incarico principale. Veniva dunque meno qualsiasi tipo di votazione da parte del corpo elettorale e qualsiasi ruolo del Gran Consiglio in questo ambito[18].

In relazione al secondo e al terzo punto, invece, il Gran Consiglio fu sostanzialmente privato di tutte le attribuzioni relative al Partito Nazionale Fascista dalla già citata legge 14 dicembre 1929, n. 2099 e dal nuovo statuto del partito del 1929. La legge n. 2099 stabilì infatti che il segretario del partito dovesse essere nominato con un decreto reale, su proposta del capo del governo, e che lo statuto del partito dovesse essere approvato con decreto reale, su proposta del capo del governo, sentiti il Gran Consiglio e il Consiglio dei Ministri[19]. Lo statuto fu infatti promulgato con regio decreto 20 dicembre 1929, n. 2137. Quest’ultimo, pur statuendo all’articolo 3 che “il PNF esplica la sua azione sotto la guida suprema del Duce e secondo le direttive segnate dal Gran Consiglio”, stabilì la sottrazione al Gran Consiglio dei poteri di nomina: del segretario; dei vice segretari, che insieme agli altri membri del direttorio (segretario amministrativo e sei membri) venivano nominati con decreto del capo del governo; dei segretari federali, nominati sempre da Mussolini; dei direttori federali, nominati dal segretario del partito[20].

In sostanza, il punto 3 risultava abrogato, mentre per quanto riguarda il punto 2 rimanevano gli ordinamenti e le direttive politiche del partito. Nella prassi, però, gli ordinamenti del PNF furono varati, di regola, direttamente dal segretario del partito[21]. Al Gran Consiglio rimase in definitiva, nella sfera dei poteri deliberativi, solo quello relativo alle direttive politiche del partito. Tale ruolo deliberativo, se pur ormai praticamente inesistente, fu svolto negli anni dal Gran Consiglio con vari tipi di atti. Si trattava, a seconda delle occasioni,

di affermazioni di carattere generale, ordini del giorno di plauso e di approvazione, di direttive della futura azione che dovrà svolgere il governo, di principi che dovranno informare le nuove leggi, di affermazioni programmatiche coordinate organicamente in apposite carte, di inviti o ordini diretti al popolo, o rivolti, in modo specifico, ad altri organi dello Stato (quali i Ministri e le Camere) o addirittura a degli enti pubblici, come, ad esempio, i Comuni.[22]

In relazione al partito, il giurista Paolo Biscaretti Di Ruffia si chiede se il Gran Consiglio agisse nei suoi confronti come organo del partito stesso o come organo dello Stato. Il giurista, dopo un’attenta analisi che non possiamo qui riprendere integralmente, sostiene la tesi per la quale il Gran Consiglio deve essere considerato solo come organo costituzionale dello Stato, anche in relazione alle attività che investivano il PNF, in quanto, “la generica subordinazione del partito nei confronti dello Stato fascista, postula proprio che siano degli organi di tale Stato ad esercitare sul proprio ente ausiliare, che è il Partito, simile opera di alta direzione e siffatto generico ed elevato controllo”[23].


La progressiva emarginazione del Gran Consiglio e del partito

Abbiamo quindi osservato come il Gran Consiglio sia stato funzionale all’ascesa di Mussolini all’interno del partito fascista, strumento fondamentale del potere politico del duce. Egli riuscì a instaurare un dominio assoluto sul PNF solo dal 1926, in concomitanza con la fine della segreteria di Roberto Farinacci. Abbiamo inoltre analizzato quale siano state le prerogative attribuite al Gran Consiglio nei confronti del Partito Nazionale Fascista con la legge di costituzionalizzazione. Questi poteri rimasero in mano al Gran Consiglio per un brevissimo periodo: non perché il partito abbia successivamente riguadagnato autonomia in termini politici, ma piuttosto perché tali funzioni vennero centralizzate nelle mani del duce.

È dunque altresì necessario chiedersi se il Gran Consiglio e il partito abbiano acquisito maggiore centralità in seguito alla svolta totalitaria del regime, o se al contrario abbiano perso progressivamente potere.

Bisogna innanzitutto sottolineare che il Gran Consiglio rientrò nel processo di burocratizzazione del Partito Nazionale Fascista e di subordinazione allo Stato, che si avviava verso una trasformazione in senso totalitario. Dalle sue riunioni passarono provvedimenti importanti in tale ambito, come la proroga del blocco delle iscrizioni al partito, iniziato nel 1926, decisa nella riunione del 3 marzo 1931: tale blocco era fondamentale per il controllo delle fila del partito e per la conseguente epurazione dei membri più intransigenti nei confronti delle politiche mussoliniane. Sempre nell’ottica della subordinazione del partito, un’altra decisione importante assunta dal Gran Consiglio, l’8 ottobre 1930, fu quella della costituzione dei fasci giovanili di combattimento, finalizzata a inquadrare i giovani tra i diciotto e i ventuno anni[24].

Achille Starace (3° da destra), insieme con Itali Balbo (1° da destra) e Prospero Gianferrari (2° da destra) agli stabilimenti dell’Alfa Romeo di Milano. Fonte: Wikimedia Commons

Con la segreteria Starace, iniziata nel dicembre del 1931, il processo di devitalizzazione e marginalizzazione del partito divenne irreversibile: di esso rimase ben presto solo una struttura vuota e celebrativa per le azioni del duce del fascismo. Anche il Gran Consiglio fece parte di tale sviluppo. Basti pensare che nella sua prima fase di vita – nel periodo dal 1923 al 1929 – il Gran Consiglio tenne trentadue sessioni e centosette sedute; dal 1930 al 1936 tenne nove sessioni con cinquantasette sedute; e dal 1937 al 1943 tenne dieci sessioni con ventitré sedute[25].

Il suo ruolo divenne quindi sempre più marginale. Si deve comunque sottolineare che in alcuni passaggi fondamentali della storia del regime nella sua ultima fase, il Gran Consiglio fu nuovamente il consesso dal quale passarono provvedimenti dirimenti. Esso approvò infatti la proclamazione dell’impero nel maggio del 1936 dopo la conquista dell’Etiopia e il conferimento del titolo di Imperatore a Vittorio Emanuele III, avvenuto il 9 maggio del 1938 su proposta del duce.  La pagina di certo più vergognosa della sua storia, come di quella di tutto il fascismo, fu il varo della legislazione razziale e antisemita, che passò all’unanimità dal Gran Consiglio nella seduta del 6 ottobre 1938[26].

Durante tale seduta fu approvata la “Dichiarazione sulla razza”, considerato il documento base della politica razzista del regime fascista. Il 17 novembre 1938 fu convertito nel regio decreto-legge n. 1728, denominato “Provvedimenti per la difesa della razza italiana”.


Marcello Salvagno
per www.policlic.it


Riferimenti bibliografici

[1] P. Pombeni, Demagogia e tirannide. Uno studio sulla forma-partito del fascismo, Il Mulino, Bologna 1984, p. 48.

[2] G. Melis, La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista, Il Mulino, Bologna 2018, p. 147.

[3] Statuto-regolamento generale del PNF (dicembre 1921), in A. Aquarone, L’organizzazione dello stato totalitario, Einaudi, Torino 1965, pp. 315-329.

[4] R. De Felice, Mussolini il fascista. La conquista del potere, 1921-1925, Einaudi, Torino 1966, p.147.

[5] A. Lyttelton, La dittatura fascista, in Storia d’Italia, Volume IV, G. Sabatucci e V. Vidotto (a cura di), Edizioni Laterza, Bologna 1998, p. 174.

[6] A. Aquarone, op. cit., pp. 17-18.

[7] Partito Nazionale Fascista, Il Gran Consiglio nei primi cinque anni dell’era fascista, Libreria del littorio, Roma 1927, pp. 86-88.

[8] Partito Nazionale Fascista, op. cit., p. 166.

[9] A. Aquarone, op. cit., p. 65.

[10] Lo statuto del partito del 1926, in A. Aquarone, op. cit., pp. 386-392.

[11] R. De Felice, Mussolini il fascista. L’organizzazione dello stato fascista, 1925-1929, Einaudi, Torino 1968, p. 304.

[12] Ordinamento e attribuzioni del Gran Consiglio del Fascismo in A. Aquarone, op. cit., pp. 493-495.

[13] Ibidem.

[14] Ibidem.

[15] Modifiche alla legge sul Gran Consiglio in A. Aquarone, op. cit., p. 505.

[16] P. Pombeni, Il partito fascista, in Il Regime Fascista. Storia e storiografia, A. Del Boca, M. Legnani, M.G. Rossi (a cura di), Editori Laterza, Bari 1995, p. 209.

[17] Ordinamento e attribuzioni del Gran Consiglio del Fascismo in A. Aquarone, op. cit., pp. 493-495.

[18] R. De Felice, Mussolini il duce, Lo stato totalitario 1936-1940, Einaudi, Torino 1981, p.75.

[19] A. Aquarone, op. cit., pp. 170-171.

[20] Statuto del partito del 1929, in A. Aquarone, op. cit., pp. 506-513.

[21] P. Biscaretti di Ruffia, Le attribuzioni del Gran Consiglio del fascismo, Giuffré, Milano 1940, p. 98.

[22] Ivi, pp. 15-18.

[23] Ivi, pp. 103-104.

[24] A. Aquarone, op. cit., pp. 177-180.

[25] R. Martucci, Storia costituzionale italiana. Dallo Statuto Albertino alla Repubblica (1848-2001), Carocci Editore, Roma 2002, p. 225.

[26] Ivi, p. 235.

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