Come si è arrivati all’Unità d’Italia

Il “decennio di preparazione” dal fallimento del 1848 al successo dei Mille

Bettino Ricasoli presenta a Vittorio Emanuele II di Savoia i risultati del plebiscito di annessione della Toscana all'Italia. Fonte: Wikimedia Commons

Per le ambizioni unitarie italiane, i moti del 1848 non potevano non rappresentare un fallimento – come d’altronde lo erano stati quelli del 1820-21 e quelli del 1830-31[1]. In tutta Italia, infatti, dopo un iniziale successo delle insurrezioni, che avevano portato sia alla concessione di carte costituzionali di stampo liberale sia, in alcuni casi, alla cacciata dei sovrani (ad esempio di papa Pio IX, costretto a rifugiarsi nella fortezza di Gaeta), la reazione non si era fatta attendere. Alla fine del 1849, tutte le esperienze repubblicane della penisola erano state soffocate, e i sovrani erano tornati a occupare i propri troni, revocando anche le varie costituzioni.

A ciò si aggiungeva la sconfitta del Regno di Sardegna di Carlo Alberto di Savoia nella Prima guerra di indipendenza contro l’Impero austriaco, dopo che l’esercito piemontese aveva perso, prima a Custoza e poi a Novara, contro le truppe guidate dal maresciallo Radetzky. L’Austria riprese il controllo del Lombardo-Veneto, soffocando anche le rivolte di Brescia, Milano e Venezia, e restaurò l’ordine nelle legazioni pontificie[2] (Bologna, Ferrara, la Romagna e le Marche settentrionali). Carlo Alberto, travolto dalla sconfitta, scelse di abdicare in favore del figlio, Vittorio Emanuele II[3]. Il 1848, però, non fu un anno del tutto inutile.


L’ordine costituzionale nel Regno di Sardegna

Nel Regno di Sardegna, infatti, vi erano stati dei cambiamenti importanti. Anzitutto, le iniziative di Carlo Alberto, in particolare la guerra intrapresa contro l’Austria, avevano dimostrato che il Piemonte era in grado di avere una politica estera propria, non appiattita su quella delle grandi potenze europee; i tempi in cui il Piemonte si limitava a reagire a quello che faceva il resto d’Europa, barcamenandosi tra posizioni diverse, erano finiti[4].

Inoltre, il nuovo re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, scelse di non seguire la via reazionaria intrapresa dagli altri sovrani della penisola (i quali, va detto, erano fortemente condizionati dall’Austria) e di non revocare la costituzione che suo padre aveva concesso proprio nel 1848[5]. Lo Statuto albertino, destinato a regolare l’ordinamento italiano fino al 1948, lasciava comunque ampi poteri al re, il quale rimaneva unico detentore del potere esecutivo, condivideva quello legislativo con le Camere, nominava i membri del Senato e sceglieva il presidente del Consiglio e i ministri; nondimeno, lo Statuto prevedeva libere elezioni (sia pur a suffragio ristretto, su base censitaria[6]) e garantiva una certa libertà al dibattito pubblico[7].

La volontà di Vittorio Emanuele II di non imprimere una svolta reazionaria, nonostante le pressioni della parte più conservatrice dell’aristocrazia, emerse chiaramente anche dalla scelta del nuovo presidente del Consiglio, il primo da lui nominato. Massimo D’Azeglio[8], infatti, pur essendo un aristocratico e un conservatore, era un sostenitore dell’ordinamento liberale dello Stato e dello Statuto albertino[9].

Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia, con alla destra il primogenito, il futuro Umberto I, e alla sinistra il terzogenito Amedeo. Fonte: Wikimedia Commons

Il primo grande problema che Vittorio Emanuele II e il governo D’Azeglio dovettero affrontare fu la stipula del trattato di pace con l’Austria. Dopo le trattative si era giunti alla pace di Milano, in base alla quale il Piemonte, pur non subendo mutilazioni territoriali, si impegnava a pagare una consistente indennità di guerra. La Camera dei deputati a maggioranza progressista – che secondo lo Statuto era chiamata ad approvare il trattato, dato che questo imponeva un onere finanziario allo Stato – si rifiutava di avallare la ratifica, nonostante ciò volesse dire una ripresa della guerra contro l’Austria[10].

Vittorio Emanuele II, d’accordo con D’Azeglio, scelse di sciogliere la Camera indicendo nuove elezioni (e questo era un atto in linea con i poteri che lo Statuto attribuiva al sovrano), ma poi, in modo poco ortodosso, intervenne in prima persona nella campagna elettorale, indirizzando agli elettori il proclama di Moncalieri:

Io ho giurato mantenere in esso giustizia, libertà nel suo diritto ad ognuno. Ho promesso salvare la Nazione dalla tirannia de’ partiti, qualunque siasi il nome, lo scopo, il grado degli uomini che li compongono. Queste promesse, questi giuramenti li adempio disciogliendo una Camera divenuta impossibile, li adempio convocandone un’altra immediatamente, ma se il Paese, se gli Elettori mi negano il loro concorso, non su me ricadrà oramai la risponsabilità del futuro, e ne’ disordini che potessero avvenirne non avranno a dolersi di me, ma avranno a dolersi di loro.
Se io credetti dover mio il far udire in quest’occasione parole severe, mi confido che il senno, la giustizia pubblica conosca ch’esse sono impresse al tempo stesso d’un profondo amore de’ miei Popoli e de’ loro veri vantaggi, che sorgono dalla ferma mia volontà di mantenere le loro libertà e di difenderle dagli esterni come dagli interni nemici. Giammai sin qui la Casa di Savoia non ricorse invano alla fede, al senno, all’amore de’ suoi Popoli. Ho dunque il diritto di confidare in loro nell’occasione presente, e di tener per fermo, che uniti potremo salvar lo Statuto ed il Paese dai pericoli che lo minacciano.[11]

Il messaggio era chiaro: gli elettori erano chiamati a eleggere una Camera più conservatrice, che non rifiutasse la stipula della pace con l’Austria; in caso contrario, lo stesso Statuto, insieme alle libertà che esso garantiva, rischiava di essere revocato[12]. L’iniziativa del re (e di D’Azeglio) ebbe gli effetti sperati: fu eletta una Camera moderata che approvò la pace di Milano[13]. In tal modo non solo lo Statuto era salvo, ma si evitava il rischio di riprendere le ostilità contro l’Austria e si dava un messaggio chiaro al resto d’Europa: il regno di Sardegna non era ostaggio dei “rivoluzionari” e non costituiva un rischio per l’ordine costituito[14].


Cavour e la modernizzazione del Piemonte

Già il governo D’Azeglio si mosse verso una modernizzazione del Regno di Sardegna. I provvedimenti più importanti approvati in tal senso furono le cosiddette leggi Siccardi (dal nome del ministro della Giustizia che la aveva presentate) del 9 aprile[15] e del 5 giugno 1850[16]. Con queste leggi venivano eliminati alcuni privilegi ecclesiastici oramai anacronistici, come l’esistenza di tribunali ecclesiastici che giudicavano i sacerdoti anche quando questi erano accusati di reati comuni[17]. La carriera di D’Azeglio come presidente del Consiglio, però, era destinata ad avere durata breve.

Camillo Benso, conte di Cavour. Fonte: Wikimedia Commons

Nell’ottobre del 1850 entrò nel governo, come ministro dell’Agricoltura, Camillo Benso conte di Cavour[18], che in breve tempo divenne l’assoluto protagonista della vita politica del regno di Sardegna e anche del processo di unificazione nazionale. Divenuto ministro delle Finanze nel 1851, a Cavour stava stretta l’alleanza di D’Azeglio con i clericali di destra alla Camera; allo stesso tempo, il presidente del Consiglio oramai mal tollerava il protagonismo di Cavour[19]. Nel 1852 i tempi erano maturi per scalzare D’Azeglio, e a novembre Cavour fu chiamato a formare un governo. La novità principale consisteva nella maggioranza parlamentare che sosteneva il gabinetto di Cavour: non la destra moderata alleata di quella clericale (come era con D’Azeglio), ma un’alleanza tra il centro-destra moderato di Cavour e il centro-sinistra di Urbano Rattazzi[20]. Questo accordo, definito ironicamente connubio, era già stato sperimentato da Cavour quando era ancora ministro, con l’approvazione di alcune leggi e con l’elezione proprio di Rattazzi alla Presidenza della Camera[21].

Da presidente del Consiglio, Cavour poté intraprendere con decisione la via delle riforme e della modernizzazione del Piemonte. Dal punto di vista economico, egli seguì una politica decisamente liberista, inserendo le aziende piemontesi sul mercato senza timore per la concorrenza[22]; lo Stato, però, doveva favorire la crescita economica, creandone soprattutto le condizioni. Fondamentali in tal senso furono gli investimenti pubblici in infrastrutture; alla fine degli anni Cinquanta, il regno di Sardegna era sostanzialmente dotato degli stessi chilometri di rete ferroviaria del resto della penisola[23].

Come D’Azeglio, anche Cavour dovette occuparsi di politica ecclesiastica, tenendo sempre fermo il suo principio “libera Chiesa in libero Stato”[24]. Questo, però, fu un terreno irto di difficoltà per lo statista piemontese. Nel 1854, la sinistra di Urbano Rattazzi – che intanto era diventato ministro – propose una legge di soppressione degli ordini religiosi (con conseguente incameramento delle loro proprietà per il pagamento della congrua ai parroci) che non piaceva alla destra e che non convinceva nemmeno il re. L’iter legislativo fu travagliato, e solo nel maggio del 1855 la cosiddetta “legge dei conventi” venne approvata; la sua applicazione fu comunque moderata e gli ordini religiosi cari al popolo furono risparmiati[25].

Cavour fu fondamentale anche per consentire un’interpretazione in senso liberale dello Statuto. Il potere, negli anni Cinquanta dell’Ottocento, risiedeva più nella Camera che nell’autorità sovrana. Cavour sapeva trattare magistralmente il Parlamento[26], ma godeva anche della fiducia del re, nonostante le enormi differenze caratteriali tra i due: la fedeltà di Cavour alla corona non fu mai messa in dubbio[27].


Il Piemonte in Europa: la politica estera di Cavour

Come si è detto, il Piemonte rimase, dopo il 1849, l’unico Stato liberale d’Italia, e ciò lo rese automaticamente il faro al quale guardavano tutti gli intellettuali liberali della penisola. Il regno di Sardegna aprì le porte ai fuoriusciti degli altri Stati, integrandoli nella classe dirigente[28]. Presto il Piemonte divenne anche il punto di riferimento per tutti coloro i quali aspiravano all’unità d’Italia. La maggior parte degli stessi repubblicani (con l’eccezione importante di Mazzini), rinunciarono alla pregiudiziale antimonarchica, e cominciarono a sostenere la monarchia sabauda in vista di un’unificazione nazionale: Manin, La Farina e Garibaldi fondarono la Società nazionale italiana nel 1857; il motto della Società era: “L’Italia e Vittorio Emanuele”[29].

Per quanto riguarda Cavour, egli fu sempre fedele a Vittorio Emanuele II e alla monarchia sabauda, anche nelle iniziative in politica estera. Al riguardo, il re aveva due obiettivi coincidenti: vendicare le sconfitte di Custoza e Novara e allargare i confini dei propri domini nell’Italia del Nord[30]. Queste furono le direzioni verso le quali si mosse Cavour.

Per contrastare l’Austria, però, al Piemonte serviva l’alleanza con almeno un’altra grande potenza europea, e l’occasione propizia arrivò quando scoppiò la guerra di Crimea. Il 4 ottobre 1453 l’Impero turco dichiarò guerra alla Russia, e la penisola (oggi contesa tra Ucraina e Russia) divenne il teatro principale delle operazioni militari; Francia e Gran Bretagna si schierarono immediatamente al fianco della Sublime Porta, mentre l’Austria restò neutrale[31]. Cavour colse al volo l’occasione. Il presidente del Consiglio riuscì a convincere, non senza difficoltà[32], sia il re che la Camera a far partecipare il Piemonte alla guerra al fianco di Francia e Gran Bretagna, inviando in Crimea un contingente di quindicimila uomini (che poi divennero diciottomila)[33].

Dopo la capitolazione russa nel gennaio del 1856, il Piemonte poté partecipare al Congresso di pace di Parigi, oltretutto su una base di parità formale con le altre potenze europee[34]. Pur non ottenendo alcun vantaggio territoriale, Cavour riuscì a esporre il problema italiano in un consesso europeo, accusando peraltro l’Austria e i governi restaurati di fomentare azioni rivoluzionarie a causa del loro malgoverno e delle poche libertà concesse[35].

A Parigi non si assunsero decisioni concrete, e Cavour non rimase soddisfatto. Il seme, però, era stato piantato; la Francia di Napoleone III, in particolare, era interessata a un cambiamento dello status quo che le permettesse di sostituirsi all’Austria come Stato guida della penisola, o almeno di sottrarre una zona di influenza all’impero asburgico[36]. Le trattative segrete tra Cavour e Napoleone III andarono avanti fino al 1858; il 10 gennaio di quell’anno, l’imperatore francese comunicò all’ambasciatore austriaco che i rapporti tra i due Paesi si erano incrinati[37].

Appena quattro giorni dopo, il progetto rischiò di naufragare: il 14 gennaio Felice Orsini, un ex-mazziniano, attentò alla vita di Napoleone III, lanciando bombe contro la carrozza reale. L’imperatore e sua moglie Eugenia ne uscirono illesi, e Napoleone III non cambiò idea sul Piemonte – in parte, forse, perché commosso dalle lettere di pentimento di Orsini, ma soprattutto perché ancora una volta Cavour poteva presentare il Piemonte come l’unico Stato in grado di frenare gli animi rivoluzionari, e poteva insistere sull’assoluta urgenza di una soluzione della questione italiana[38].

Le trattative culminarono nel luglio del 1858, quando furono siglati gli accordi di Plombières. Fu lo stesso Cavour, con una lettera, a informare Vittorio Emanuele II sui punti dell’accordo[39]. Anzitutto, la Francia sarebbe intervenuta soltanto se la guerra fosse stata iniziata dall’Austria e non dal Piemonte. Dopodiché si stabilì l’ordine che la penisola avrebbe avuto: l’Italia del Nord, comprese la Romagna e le legazioni pontificie, avrebbe costituito il Regno d’Alta Italia, con a capo Vittorio Emanuele II; il papa avrebbe conservato il potere temporale su Roma e il Lazio, mentre il resto degli Stati pontifici, insieme con la Toscana, avrebbero formato il Regno dell’Italia centrale; il Regno delle Due Sicilie sarebbe rimasto in mano ai Borbone, senza modifiche territoriali. In cambio dell’aiuto francese, il Piemonte avrebbe ceduto alla Francia Nizza e la Savoia. L’accordo era fatto: ora occorreva costringere l’Austria a dichiarare guerra al Piemonte.


La Seconda guerra d’indipendenza

Tutto sembrava più o meno pronto alla guerra, quando la Russia e l’Inghilterra, che temeva un eccessivo rafforzamento della Francia[40], tentarono di scongiurarla. L’imperatore austriaco Francesco Giuseppe, però, perse la pazienza a causa delle provocazioni piemontesi: il 17 marzo Vittorio Emanuele II istituì il corpo dei Cacciatori delle Alpi, capitanati da Giuseppe Garibaldi[41] che intanto raccoglieva volontari[42]; poco dopo un gruppo di milanesi (sudditi quindi degli Asburgo) sottoscrissero dei fondi per l’edificazione di un monumento alle glorie sabaude[43]. Per l’imperatore austriaco la misura era colma, e inviò un ultimatum al Piemonte, a cui Cavour non rispose. Il 27 giugno 1859 le armate austriache invasero il Piemonte, provocando la discesa in campo della Francia[44].

La Seconda guerra d’indipendenza volse rapidamente a favore del Piemonte e della Francia. Gli austriaci di Giulay vennero sconfitti prima a Magenta, poi nella sanguinosa battaglia di San Martino e Solferino, e la Lombardia venne occupata[45]. Nel frattempo, in Toscana e in Emilia-Romagna le insurrezioni costrinsero i sovrani alla fuga, mentre i governi provvisori rispettivamente di Ricasoli e Farini chiedevano l’annessione al Piemonte[46].

Quando la strada sembrava oramai in discesa, Napoleone III, preoccupato sia dal malcontento dell’opinione pubblica francese, che non vedeva nella guerra alcun vantaggio per la Francia, sia da una possibile minaccia prussiana, chiese e ottenne l’armistizio, che fu siglato l’11 luglio a Villafranca[47]. Il Piemonte otteneva, per tramite della Francia, la Lombardia dall’Austria, che conservava il Veneto e le fortezze di Mantova e Peschiera; per il resto della penisola era previsto il ritorno alla situazione precedente alla guerra, ma l’Austria si impegnava a non intervenire militarmente per ripristinare l’ordine. Vittorio Emanuele II firmò l’armistizio, provocando lo sdegno di Cavour, che si dimise; pochi mesi dopo, però, venne nuovamente chiamato a formare un governo[48].

Nei ducati centrali, la situazione era tutt’altro che risolta; in base ai termini dell’armistizio di Villafranca, non potevano nemmeno intervenire gli austriaci. In questo contesto si mise in moto la diplomazia inglese. La Gran Bretagna, infatti, ben vedeva la formazione di un vasto Stato guidato dai Savoia, a bilanciamento del potere di Francia e Austria. Convinse allora Napoleone III a permettere che nei territori controllati dai governi provvisori si svolgessero dei plebisciti per l’annessione al Piemonte. Nel marzo 1860, le popolazioni della Toscana, dei ducati centrali e delle legazioni pontificie scelsero, a schiacciante maggioranza, di essere annesse al Piemonte[49].

Giuseppe Garibaldi. Fonte: Wikimedia Commons

La spedizione dei Mille

Dopo i plebisciti del marzo 1860, la situazione era molto vicina a quella prospettata a Plombières: tutto il Nord, escluso il Veneto ma comprese Toscana ed Emilia-Romagna, era in mano ai Savoia; al centro sopravviveva lo Stato pontificio, che tagliava la penisola a metà includendo Lazio, Umbria e Marche; il Sud costituiva il Regno delle Due Sicilie di Francesco II di Borbone. Questo equilibrio, tuttavia, non era destinato a durare.

Soprattutto in Sicilia, infatti, gli animi erano irrequieti, e il 4 aprile era scoppiata una rivolta a Palermo[50]. Garibaldi chiese a Vittorio Emanuele II un contingente per andare in Sicilia, ma il re rifiutò per non creare incidenti diplomatici; non si oppose, però, alla raccolta di volontari che nel frattempo il generale stava conducendo[51]. Francesco Crispi, un mazziniano siciliano, spingeva affinché Garibaldi arrivasse in Sicilia a dar man forte agli insorti, forse enfatizzando un poco l’effettiva portata della rivolta[52]. Il 5 maggio 1860, alla testa di circa un migliaio di volontari, Garibaldi salpò da Quarto, presso Genova, alla volta della Sicilia[53]: così iniziò la spedizione dei Mille.

Sbarcato a Marsala l’11 maggio senza problemi – anche grazie alla conveniente presenza di navi inglesi in zona, che impedivano alle truppe borboniche di aprire il fuoco – Garibaldi fece brevemente tappa a Salemi, dove, con un proclama, assunse la dittatura in nome di Vittorio Emanuele II[54]. Il 15 maggio si combatté una delle più celebri battaglie del Risorgimento italiano, quella di Calatafimi, in cui i volontari garibaldini ebbero la meglio sulle regolari truppe borboniche[55]. La vittoria di Calatafimi ebbe un effetto psicologico dirompente, e accese l’isola; il 27 maggio Garibaldi entrò a Palermo[56]. La conquista della Sicilia orientale comportò dei momenti di difficoltà, tra i quali si ricorda soprattutto la sanguinosa battaglia di Milazzo, ma il 27 luglio i Mille presero Messina: la Sicilia era completamente conquistata[57].

Garibaldi ora voleva continuare la sua marcia verso nord, mentre da Torino Cavour e Vittorio Emanuele II premevano affinché un plebiscito sancisse l’annessione della Sicilia al Piemonte. Nella capitale sabauda, inoltre, erano sempre più preoccupati delle reazioni internazionali che Garibaldi avrebbe potuto scatenare se avesse passato lo stretto. Per tutelare se stesso e il proprio Stato, Vittorio Emanuele II mandò a Garibaldi due lettere – una pubblica, in cui gli intimava di non sbarcare in Calabria, l’altra privata, in cui lo esortava a proseguire[58].

Il problema, tuttavia, era passare dalla Sicilia alla Calabria. Nuovamente fu decisivo l’atteggiamento inglese: l’Inghilterra, come si è detto, vedeva bene un’Italia unita che non subisse l’influenza né della Francia né dell’Austria, e non partecipò al blocco delle acque messinesi; la Francia non mise a rischio i propri rapporti con l’Inghilterra per salvare Francesco II di Borbone. Lo stretto di Messina era libero, e già l’8 agosto Garibaldi occupò Reggio Calabria. La risalita del Regno delle Due Sicilie fu rapidissima, e in meno di un mese il generale nizzardo entrò a Napoli, mentre Francesco II si ritirava nella fortezza di Gaeta[59].

La rapidissima risalita di Garibaldi preoccupò Cavour e Vittorio Emanuele II per due motivi: da un lato si doveva impedire al generale di andare a Roma, cosa che avrebbe causato la reazione della Francia di Napoleone III; dall’altro, il governo piemontese temeva che le idee repubblicane potessero riprende vigore, con il rischio che si creassero due Italie, una monarchica al Nord e una repubblicana al Sud[60]. Cavour, allora, decise di inviare le truppe regie incontro a Garibaldi. Promesso a Napoleone II di non minacciare Roma e il Lazio, i piemontesi invasero Marche e Umbria, battendo a Castelfidardo le truppe papaline[61]. Nel frattempo, Garibaldi coglieva un’altra vittoria contro i borbonici a Volturno[62].

Il 21 ottobre, nelle province meridionali e in Sicilia, si tennero i plebisciti che sancirono l’annessione al Piemonte (a inizio novembre toccò a Marche e Umbria), mentre il 26 ottobre avvenne il celebre incontro di Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, in cui il generale cedette al re sabaudo le responsabilità di governo nelle province liberate[63].


L’Italia unita

Alla fine di gennaio del 1861 si tennero le elezioni per la Camera italiana, che si riunì per la prima volta il 18 febbraio. In quell’occasione, Vittorio Emanuele II pronunciò il suo primo discorso al Parlamento italiano:

Signori Senatori, Signori Deputati,

Libera ed unita quasi tutta, per mirabile aiuto della divina Provvidenza, per la concorde volontà dei popoli, e per lo splendido valore degli Eserciti, l’Italia confida nella virtù e nella sapienza vostra.

A voi si appartiene il darle istituti comuni e stabile assetto. Nello attribuire le maggiori libertà amministrative a popoli che ebbero consuetudini ed ordini diversi, veglierete perché l’unità politica, sospiro di tanti secoli, non possa mai essere menomata.

L’opinione delle genti civili ci è propizia; ci sono propizii gli equi e liberali principii che vanno prevalendo nei Consigli d’Europa. L’Italia diventerà per essa una guarentigia di ordine e di pace, e ritornerà efficace strumento della civiltà universale…[64]

Il 17 marzo 1861, la Camera proclamava la legge con la quale Vittorio Emanuele II assumeva per sé e per i propri successori il titolo di re d’Italia[65].

Rispetto ai confini odierni, tuttavia, l’Italia era ancora incompleta. Era infatti ancora in mano all’Austria il Veneto, che sarebbe stato conquistato nel 1866 con la Terza guerra di indipendenza (grazie soprattutto alle vittorie prussiane, mentre fece una magra figura l’esercito italiano alla sua prima prova). Roma e il Lazio furono invece annesse nel 1870, con la breccia di Porta Pia, e Roma divenne capitale d’Italia nel gennaio del 1871. Trento e Trieste, infine, furono conquistate a prezzo altissimo con la vittoria nella Prima guerra mondiale, e faticosamente mantenute nelle trattative con Austria e Jugoslavia negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale.

Con l’Unità, l’Italia, nonostante i numerosi problemi che doveva affrontare, entrò nel novero delle grandi potenze (pur essendo considerata la least of the great powers[66]) e divenne una delle protagoniste della scena politica europea e mondiale.

Emanuele Del Ferraro per Policlic.it


Riferimenti bibliografici

[1] Per un quadro generale sul Risorgimento italiano, si veda L. Battaglia, L’Italia: dall’unificazione alla questione meridionale. Analisi storica delle conquiste e delle contraddizioni dell’Italia unita fino ai giorni nostri, in Policlic n. 5, ottobre 2020.

[2] G. Sabatucci e V. Vidotto, Storia contemporanea. L’Ottocento, Laterza, Roma-Bari 2012, pp. 161-165.

[3] G. Talamo, voce Carlo Alberto, re di Sardegna, in Enciclopedia online Treccani.

[4] D. Fisichella, Il Risorgimento tra virtù e fortuna. La formazione dell’Italia unita e l’Europa, Pagine, Roma 2018, p. 194.

[5] G. Sabatucci e V. Vidotto, op. cit., p. 199.

[6] M. Meriggi, L’unificazione nazionale in Italia e in Germania, in F. Benigno et al. (a cura di), Storia contemporanea, Donzelli, Roma 1997, p. 133.

[7] D. Fisichella, op. cit., p. 195.

[8] Per approfondire la figura di D’Azeglio, si veda W. Maturi, voce Azeglio, Massimo Tapparelli d’, in Enciclopedia online Treccani.

[9] A. Brancati e T. Pagliarani, Il nuovo dialogo con la storia. Dalla metà del Seicento alla fine dell’Ottocento, La Nuova Italia, Milano 2007, p. 389.

[10] Cfr. La ratifica della pace di Milano e il proclama di Moncalieri, in 150anni.it.

[11] L. Polo Friz, Massimo d’Azeglio e il secondo proclama di Moncalieri, in “Italies”, VI (2002), pp. 43-58.

[12] G. Sabatucci e V. Vidotto, op. cit., p. 199.

[13] D. Fisichella, op. cit., p. 203.

[14] Ivi, pp. 203-204.

[15] Legge 9 aprile 1850, n. 1013.

[16] Legge 5 giugno 1850, n. 1037.

[17] A. Brancati e T. Pagliarani, op. cit., p. 389.

[18] Per un approfondimento su Cavour, si veda E. Passerin d’Entrèves, voce Cavour, Camillo Benso conte di, in Enciclopedia online Treccani.

[19] Ibidem.

[20] G. Sabatucci e V. Vidotto, op. cit., p. 200.

[21] E. Passerin d’Entrèves, op. cit.

[22] G. Ruffolo, Un paese troppo lungo. L’unità nazionale in pericolo, Einaudi, Torino 2009, p. 104.

[23] A. Brancati e T. Pagliarani, op. cit., p. 392.

[24] G. Ruffolo, op. cit., p. 104.

[25] D. Fisichella, op. cit., pp. 200-201.

[26] G. Ruffolo, op. cit., p. 105.

[27] D. Fisichella, op. cit., p. 198.

[28] G. Ruffolo, op. cit., p. 104.

[29] Ibidem.

[30] Ibidem.

[31] Cfr. voce Crimea, guerra di, in Enciclopedia online Treccani.

[32] E. Passerin d’Entrèves, op. cit.

[33] D. Fisichella, op. cit., p. 207.

[34] Ivi, p. 208.

[35] Ibidem.

[36] G. Sabatucci e V. Vidotto, op. cit., p. 204.

[37] G. Ruffolo, op. cit., p. 107.

[38] G. Sabatucci e V. Vidotto, op. cit., p. 205.

[39] Lettera di Cavour a Vittorio Emanuele II, 24 luglio 1858.

[40] D. Fisichella, op. cit., p. 210.

[41] G. Monsagrati, voce Garibaldi, Giuseppe, in Enciclopedia online Treccani.

[42] D. Fisichella, op. cit., p. 211.

[43] G. Ruffolo, op. cit., p. 109.

[44] Ibidem.

[45] M. Meriggi, op. cit., p. 135.

[46] G. Ruffolo, op. cit., p. 110.

[47] D. Fisichella, op. cit., p. 212.

[48] Ivi, p. 213.

[49] M. Meriggi, op. cit., p. 136.

[50] D. Fisichella, op. cit., p. 218.

[51] Ibidem.

[52] G. Ruffolo, op. cit., p. 114.

[53] Ibidem.

[54] A. Brancati e T. Pagliarani, op. cit., p. 406.

[55] Ibidem.

[56] D. Fisichella, op. cit., p. 218.

[57] Ivi, p. 219.

[58] Ivi, p. 220.

[59] Ivi, pp. 220-221.

[60] A. Brancati e T. Pagliarani, op. cit., p. 409.

[61] G. Sabatucci e V. Vidotto, op. cit., p. 212.

[62] Ibidem.

[63] Ibidem.

[64] A. Monti (a cura di), I discorsi della corona, CEDAI, Milano 1938, pp. 67 e sgg.

[65] A. Brancati e T. Pagliarani, op. cit., p. 410.

[66] R.J.B. Borsworth, Italy, the Least of the Great Powers: Italian Foreign Policy before the First World War, Cambridge University Press, 2008.

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