Gestire l’eredità di Prometeo : verso una nuova “etica dell’energia”

“La tecnica non è applicazione della scienza.
La scienza è teoria della tecnica”
N. G. Dávila

La tecnologia è figlia della prometeica volontà di plasmare la materia a partire dal solve et coagula dell’elemento primo più volatile: il fuoco. Alla base della produzione su vasta scala vi è infatti la necessità di un considerevole apporto energetico ad alta densità*, ormai divenuto il perno di numerose decisioni economico-politiche negli ambiti più disparati.
Deve esser chiaro che la questione energetica può esser analizzata economicamente da tre punti di vista: quello delle leggi fisiche che vincolano la fattibilità pratica (e quindi politica) di un’operazione energetica, quello dello studio delle opzioni tecnologiche proponibili, e infine quello ambientale, sociale e politico-istituzionale.
Attualmente è in atto quello che si può chiamare un cambio di paradigma che porterà ad una modificazione progressiva ma radicale degli ultimi due punti sopra citati.
Ciò pone un serio interrogativo sui modi di produzione e sulla distribuzione dell’energia prodotta sul territorio, ma anche, e soprattutto, ci mette a confronto con il vero e grande cambiamento che il nuovo paradigma energetico sta man mano facendo emergere: il sorgere di una nuova etica imperniata sul concetto di sostenibilità.

Prima di inoltrarci nel discorso ci dobbiamo tutti liberare dal vizio di separare i concetti analizzandoli indefinitamente senza mai pervenire ad una sintesi unitaria. Solo in questo modo può essere veicolato il senso di un’operazione tecnologica. Non bisogna aver paura di usare analogie, aforismi, metafore ardite, ma soprattutto di porsi vicendevolmente domande. Il fatto tecnologico bruto può comunicarsi se è la cultura a precedere lo specialismo e non viceversa. Così facendo, saremo attratti dal centro di quell’unità che ancora non vediamo ma di cui abbiamo sentore: la concezione tecnologica del mondo.

Avviciniamoci al punto partendo da una considerazione fondamentale sulla modernità.
Essa è dominata, esteriormente, dalla tecnica, in quanto questa ha permesso l’affrancamento dell’uomo dai bisogni materiali e di conseguenza in quanto è volontà di potenza dell’uomo sulla natura.
Si realizza il sogno del filosofo Francis Bacon che nel Novum Organum dipinge l’uomo come un essere che, persa la sua innocenza e il dominio sulla creazione a causa della caduta e la cacciata dall’Eden, potrà riottenere con la scienza la sua originale potenza. Ai filosofi-re della Repubblica di Platone si contrappone lo scienziato, o meglio “il tecnico”, a governo della Nuova Atlantide baconiana.
Questo evidente predominio tecnico, non solo sull’aspetto materiale della vita umana ma all’interno della sua stessa concezione del mondo, è tanto lampante che abbaglia e non viene recepito in uno dei suoi risvolti più ovvi: così come lo sviluppo tecnico ha scalzato la metafisica e la ricerca del “vero” a favore di ciò che è immediatamente utile e godibile, così un’incontrollata invasione della tecnica nella vita umana ne insidierà a lungo termine la sopravvivenza, qualora gli obiettivi dello sviluppo tecnico non coincidano più con quelli dell’uomo e della biosfera.

Si include volutamente la biosfera, e quindi l’ambiente in senso lato, per non venir meno ad un altro punto fondamentale del cambio di paradigma: ogni ciclo produttivo va pensato come ciclo chiuso. Di conseguenza l’ambiente non va concepito come un serbatoio in cui gettare lo scarto fra ciò che si produce e ciò che si consuma, ma come un sistema da preservare nell’integrità dei suoi meccanismi retroattivi, in quanto strettamente correlati con l’ambiente antropico.
Un esempio non virtuoso di approccio all’ambiente potrebbe essere quello del termovalorizzatore.
Non si vede perché sia necessario passare per il costoso rendimento termodinamico (in pratica efficienze elettriche intorno al 20% e un totale medio di circa il 40% di energia recuperata) quando possiamo seguire la strada della c.d “gerarchia dei rifiuti” (prevenzione; preparazione per il riutilizzo; riciclaggio; recupero di altro tipo come ad esempio il recupero di energia; smaltimento) descritta nella Direttiva 2008/98/CE recepita con il D.Lgs. 3 dicembre 2010, risparmiando oltretutto lo sforzo dell’ingente opera di rimozione del particolato (PM10) emesso dai termovalorizzatori.

Si mette subito in chiaro che ogni istanza ambientalista intesa come ideologia dell’anteporre l’ambiente all’uomo, e non soltanto giustapporre i due, è in sostanza una presa di posizione infantile ed edonistica quando non mira all’abolizione assoluta della tecnica: sul campo di battaglia solo il neo-luddismo più estremo unito ad un nostalgico aristocratismo possono dichiararsi validi nemici; l’ambientalismo è il più presentabile ma più ipocrita cugino dell’atteggiamento NIMBY (Not In My Back Yard) ed implica comunque l’incomprensione che l’unico modo per evitare la catastrofe non è frenare la nave, ma deviare la rotta.

La mancanza di una visione del mondo alternativa a quella materialistico-tecnica pone l’ambientalista nella condizione di chi non si rende conto di combattere una guerra in cui non potrà mai ingaggiare battaglia per carenza di armi: in nome di quale idea l’ambientalista vorrebbe limitare l’espansione tecnica? Con quali competenze se non con le stesse di cui critica le applicazioni?
Se la giustificazione è soltanto quella di preservare la terra e al tempo stesso far godere una vita placida e tranquilla ai suoi abitanti, come potrebbe questo portare ad un’etica umana e non ad un’etica in cui l’uomo è bestia da pascolo? Non il mero vivere giustifica la vita, ma il fine a cui si tende. Per proporre un’analogia letteraria, la proposta ambientalista vorrebbe farci vivere una vita da scrivani Bartelby o da Meursault di Camus: una vita ricca di niente.

In questo discorso si inserisce la generazione energetica su scala distribuita, che sta vedendo sempre più larga diffusione introducendo possibilità etiche prima assenti. Se ne sente tanto parlare: potremo essere prosumers, produttori e consumatori al contempo, e non più passivi compratori di oggetti i quali, prima di essere consumati, ci consumano dal di dentro. “Le cose che possiedi alla fine ti possiedono”.
La generazione distribuita di energia elettrica è il termine generale che include tutti gli impianti di piccola taglia collocati presso gli utenti finali in parallelo con la rete di distribuzione. Sorvolando sulle problematiche tecniche che questi impianti comportano a causa di flussi di potenza bidirezionali, essi sono il cardine della nuova etica insieme al concetto più esteso di micro-grid**.
L’idea è semplice e potente: se ognuno potesse gestire e produrre il proprio fabbisogno energetico e al tempo stesso non solo non diminuire, ma intensificare l’interconnessione con la comunità che lo circonda, si favorirebbe un “ricorso storico” del concetto di identità, di comunità e di sovranità su scala micro. Chilometro zero, sovranità alimentare, filiera corta, “nZEB” (nearly zero energy building), generazione elettrica distribuita da fonti rinnovabili e via dicendo sarebbero un mezzo di decentralizzazione del potere dalle mani delle oligarchie che oggi influenzano fin troppo gli equilibri geopolitici; sarebbe liberarsi da quella mano che da invisibile che si pensava che fosse è oggi opaca ad ogni istanza che non sia di mercato. Il tutto senza rigettare la tecnica.

La lotta, in questa era di cambiamenti, non deve essere più contro la natura ormai fin troppo maltrattata, ma contro la natura dispotica della tecnica che ci blandisce con la promessa di un paradiso in terra. L’uomo infatti non può pensare di poter essere soddisfatto passivamente da una serie di desideri immediatamente appagabili, a patto che non desideri scivolare nel cono d’ombra in cui non si distingue più una vita sana da una morte di fatto. Aiutare a mantenere vivo il naturale desiderio di infinito che ha sempre sospinto ognuno verso le più ardite imprese è il senso di una tecnica a servizio dell’uomo alla ricerca della felicità. Diventa chiara l’importanza dell’integrazione dei desideri umani in un quadro comunitario che dia senso alla tecnologia stessa: un mondo pieno di gingilli senza perché è un mondo per alienati. Entra quindi in gioco il potenziamento dell’identità territoriale locale e della partecipazione individuale.
Rafforzare l’identità tramite l’uso condiviso e su piccola scala di tecnologie energetiche di vario genere è una strada possibile. Una direzione che economicamente non è molto dissimile da un distributismo in chiave tecnologica: avremmo possesso dei nostri strumenti di produzione. Una possibilità inoltre di liberarsi una volta per tutte dal sobrio e avido ascetismo del tecnocrate di matrice protestante; una possibilità di smentire Weber quando prediceva un capitalismo guidato da “voluttuosi specialisti senza cuore”.

Siamo portati perciò ad inquisire sulla possibilità e sull’efficacia di tale soluzione. Può esistere una tecnologia “a misura d’uomo”? Può il senso ultimo della tecnologia convivere pacificamente con l’ambiente circostante ed evitare, nel suo sviluppo, di cristallizzarsi in un processo spersonalizzante dai contorni di un transumanesimo distopico?
Emanuele Severino troncherebbe ogni speranza con un cinico sorriso, come quello che sembra serpeggiare fra le pagine di Téchne, libro in cui il filosofo sbarra ogni possibile via di fuga dalla logica della tecnica, vista come uso di “cose” in bilico fra i poli dell’essere e il nulla. Allora la risposta da dare, con la lanterna ad energie rinnovabili accesa in pieno giorno, è un più autenticamente cinico “cerco l’uomo”.

Luigi Tallarico per www.policlic.it

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Densità Energetica = ” Energia per unità di volume o per unità di di massa immagazzinata in un sistema. E’ un indicatore fondamentale per comprendere perché il carbone, e il petrolio e il gas naturale poi, permisero alla Rivoluzione Industriale del secolo XVIII di modificare la produzione adottando economie industriali di scala. ”

Microgrid = ” Sistemi elettrici di media e prevalentemente di bassa tensione che contengono generazione di energia da fonte rinnovabile distribuita sul territorio e prodotta localmente, ma anche da fonti tradizionali come i combustibili fossili.
Come tali si intendono anche tutte quelle reti che localmente garantiscono un servizio di qualsivoglia natura (acqua potabile, riscaldamento, servizi per la comunità). “

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