IRISH FILM FESTA 12 – Sean Murray e Frank Berry emozionano il pubblico nella terza giornata della rassegna

I nuovi tasselli del mosaico storico-politico dei Troubles

Nella terza giornata della IRISH FILM FESTA, tenutasi presso la Casa del Cinema in Villa Borghese, il periodo storico dei Troubles nordirlandesi è tornato ad essere protagonista. La guerra civile tra le forze repubblicane e le truppe del governo britannico e le formazioni unioniste dell’Ulster è stata da sempre un argomento di grande rilevanza sotto molteplici punti di vista, sia nelle isole britanniche sia a livello internazionale tra le comunità della Diaspora irlandese (ma non solo).

Il cinema continua a dare il proprio contributo affinché il tema non venga dimenticato, distorto e travisato come già per troppo tempo avvenuto in passato. Come evidenziato anche in uno degli articoli della precedente edizione dell’IRISH FILM FESTA, la produzione cinematografica sui Troubles ha avuto modo di offrire dei grandi capolavori e allo stesso tempo dei grandi documenti storici, che raccontano e ricordano il sacrificio di uomini e donne crudelmente uccisi per un credo differente, per un’appartenenza politica diversa, per il fatto di non essere allineati al volere di un paese estero o anche, in alcuni casi in modo ancora più drammatico, senza alcuna di queste motivazioni.

La Direttrice Artistica dell’IRISHFILMFESTA Susanna Pellis introduce la pellicola “Unquiet Graves: Uncovering Britain’s Secret War in Ireland” prima di invitare il regista Sean Murray a prendere la parola.

Negli ultimi anni l’IRISH FILM FESTA ha avuto modo di presentare opere emozionanti, che hanno raccontato storie toccanti con un linguaggio innovativo, come nel caso del documentario Bobby Sands: 66 Days di Brendan J. Byrne (2016), o che hanno presentato prospettive diverse sul tema, come il film nordirlandese Maze di Stephen Burke (2017). Quest’anno, però, il pubblico romano e italiano ha potuto assistere a un vero e proprio salto di qualità e, ancora più importante, alla presentazione di un nuovo tassello sulla storia dei Troubles nordirlandesi con la potenza comunicativa e argomentativa di un pugno nello stomaco. La bellezza qualitativa delle opere accompagna la potenza scioccante delle rivendicazioni e delle argomentazioni presentate dai registi nelle due pellicole presentate sull’argomento.

Fonte: Unquiet Graves: Uncovering Britain’s Secret War in Ireland/Facebook

Questo è l’obiettivo che si è posto il regista nordirlandese di Belfast Seán Murray, che ha presentato il suo documentario Unquiet Graves: Uncovering Britain’s Secret War in Ireland (2018).
Il documentario, narrato dalla brillante voce del grande attore nordirlandese Stephen Rea, racconta della lunga striscia di sangue lasciata dalla Glennane Gang, una formazione paramilitare dell’area unionista nordirlandese che dal 1972 al 1980 devastò l’Irlanda del Nord e l’Éire con attentati e omicidi brutali (120 i morti, uomini e donne vittime di esecuzioni e attentati dinamitardi). 

Peculiare è il linguaggio cinematografico ibrido e complementare nell’arte e nel giornalismo d’inchiesta utilizzato dal regista (al pari di Bobby Sands: 66 Days di Brendan J. Byrne). Le ricostruzioni sceniche, le testimonianze dei parenti delle vittime e del “pentito” della Glennane Gang, John Weir, i contributi dei giornalisti e degli esperti dell’argomento, gli interventi delle associazioni per i diritti umani come Justice For The Forgotten e il Pat Finucane Centre portano tutti a un pesantissimo e potentissimo j’accuse nei confronti del Regno Unito.
L’accusa? La collusione tra i servizi segreti britannici e la formazione paramilitare ulsteriana allo scopo premeditato di destabilizzare l’area (con la certezza di restare impuniti) e frammentare il legame tra la popolazione nordirlandese e l’Irish Repubblican Army (IRA).

Seán Murray, già coinvolto in una precedente edizione dell’IRISH FILM FESTA, era presente in sala per la proiezione e ha avuto modo di introdurre la pellicola assieme alla Direttrice Artistica della rassegna Susanna Pellis. Il regista ha evidenziato come “il film rappresenti un momento di riscatto per le famiglie delle vittime della Glennane Gang e già il solo fatto che venga distribuito e proiettato in eventi internazionali è un motivo di grande orgoglioHa voluto precisare come il film risulti ancora “oggetto di un dibattito molto approfondito nel suo Paese visto l’argomento scottante e controverso sul quale ancora non è stata accettata del tutto la verità“.

Un’opera controversa, quindi, per l’attivista cinematografico di Belfast (come si è dichiarato), che ha dedicato le proprie ricerche ed energie nel ricostruire con cura la rete capillare tra la Glennane Gang, gli agenti dei servizi segreti britannici, la British Army e la Royal Ulster Constabulary (RUC, le forze di polizia dell’Ulster fino al 2001).

Il regista nordirlandese Sean Murray.

Una fitta ragnatela di contatti e legami tra Londra, Belfast e le formazioni più estreme nell’area unionista che in un passaggio del documentario viene spiegata menzionando la figura del Generale inglese Frank Kitson. Durante il periodo dei Troubles, l’allora Brigadiere Kitson, di stanza nell’Irlanda del Nord, utilizzò il territorio per mettere in pratica “la via britannica alla controinsurrezione”, i cui risultati gli valsero il Cavalierato dell’Ordine dell’Impero Britannico. Un piano sintetizzabile con il passaggio (citato nel documentario) del suo libro del 1971 Low Intensity Operations: Subversion, Insurgency, Peace-keeping, nel quale Kitson, parafrasando il pensiero maoista, affermava:

If a fish has got to be destroyed it can be attacked directly by rod or net (…)
But if rod and net cannot succeed by themselves it may be necessary to do something to the water (Frank Kitson, Low Intensity Operations: Subversion, Insurgency, Peace-keeping)

La “controrisposta” all’IRA consisteva nella morte fisica e psicologica del nemico, il suo totale annichilimento e la distruzione dei centri abitati con metodici attentati simultanei. Tutto questo rappresentava tanto l’operato di Kitson con l’esercito britannico, memore della propria carriera coloniale, quanto quello che la Glennane Gang compì nei suoi otto anni di attività con il sostegno più che silenzioso e nascosto delle forze di polizia e degli esecutivi di Belfast e Londra. La Glennane Gang e le forze paramilitari unioniste coinvolte nella rete britannica agirono esattamente da truppe coloniali e da attori da poter utilizzare nell’attuare piani pragmaticamente mostruosi (una scuola elementare piena di bambini da far saltare per rispondere alla morte di operai unionisti per mano dell’IRA, progetto bloccato solo all’ultimo “per il rifiuto etico” della Gang di prendervi parte).

Molto emozionante, verso la conclusione del documentario, la scelta cinematografica di Murray di inserire i versi che il famoso poeta irlandese Seamus Heaney dedicò al cugino Colum McCartney, assassinato nel 1975 dalla Glennane Gang. La poesia, “richiesta” e declamata da Rea, viene rappresentata con un sublime lavoro artistico che ricostruisce l’esecuzione di McCartney e nobilita questo ultimo gesto d’amore del poeta nei confronti del parente assassinato. Una scelta che arricchisce ulteriormente la pellicola nella sua carica emotiva, così come quella di ricordare nei titoli di coda i nomi di tutte le centoventi vittime della Glennane Gang.

Fonte: Hear My Voice The Film / Facebook

Il successivo documentario Hear My Voice del regista Brendan J. Byrne (già autore del documentario Bobby Sands: 66 Days) racconta strepitosamente, in poco meno di trenta minuti, il meraviglioso progetto artistico Silent Testimony del famoso pittore Colin Davidson.
Silent Testimony (2015) è un insieme di diciotto ritratti e familiari delle vittime dei Troubles, un momento in cui l’arte, la storia, il ricordo e la memoria si mescolano tutte insieme in una grande tavolozza dai mille colori con la quale i due “artisti” creano un gioiello in celluloide da contemplare nella sua grande bellezza estetica. Una bellezza per nulla fine a se stessa ma portatrice di un grande messaggio che tocca le corde della nostra anima mediante le struggenti testimonianze dei familiari delle diciotto vittime, indifferentemente cattoliche e protestanti, persone che con i loro ricordi riportano alla luce i cari strappati alla vita durante quel periodo storico.


ISLE OF DOCS – La Casa del Cinema teatro di un dibattito sull’arte documentaristica

Pochi istanti per conservare i ricordi delle due pellicole proiettate e ha inizio ISLE OF DOCS, il dibattito organizzato nella rassegna dell’IRISH FILM FESTA per approfondire lo sviluppo artistico del documentario in Irlanda, una forma di linguaggio che va ad arricchire la crescita qualitativa costante del movimento cinematografico irlandese nel corso degli ultimi venti anni sia in termini di lungometraggi che di cortometraggi (come riscontrato lo scorso anno in MAKING SHORTS).

Presenti nella Sala Kodak della Casa del Cinema i registi Frank Berry (regista della pellicola Michael Inside) e Seán Murray. Era invece assente Brendan J. Byrne, che si è voluto scusare dal suo profilo Twitter per il forfait improvviso. I registi, assieme alla moderatrice Susanna Pellis, hanno discusso e si sono confrontati con il pubblico presente sulle tecniche e sullo sviluppo del documentario, raccontando anche le proprie esperienze.

Numerosi gli argomenti trattati sia nel dibattito moderato dalla Pellis che nelle domande rivolte dal pubblico ai registi, come le origini della crescita della cinematografia irlandese, la reperibilità dei fondi strutturali per il cinema e la scelta delle idee per i documentari.

Uno scatto delle fasi iniziali del panel ISLE OF DOCS. Presenti la Direttrice Artistica dell’IRISH FILM FESTA Susanna Pellis e i registi Sean Murray e Frank Berry, quest’ultimo autore della pellicola Michael Inside proiettata al termine della giornata.

Per Frank Barry, la crescita culturale del cinema e del linguaggio cinematografico in Irlanda “è stata possibile tramite una continua ricerca ed esplorazione dei generi cinematografici, a partire dai progetti a minor impatto di costi come i cortometraggi”, che sono una palestra di formazione dei cineasti. Seán Murray si è voluto invece soffermare sull’avanzata delle nuove generazioni irlandesi, definendola “il motivo trainante dell’innovazione e del processo di sviluppo della tecnica cinematografica in Irlanda.”

Condivisa da entrambi i registi l’importanza dei festival specializzati sui documentari a livello locale e internazionale per la promozione dei cortometraggi a tema documentaristico, mentre sono state presentate due diverse soluzioni circa la necessità di reperire i fondi per lo sviluppo delle pellicole. Se da una parte Barry ricorda “l’esistenza dei vari board come lo Screen Ireland e la possibilità di scegliere la strada della coproduzione con paesi esteri”, Murray è più chiaro e netto nell’offrire una panoramica nel Nord Irlanda: “I fondi sono pochi e limitati, le università non aiutano e in genere è molto difficile reperirli quando si è un attivista cinematografico come me“.

I registi Sean Murray e Frank Berry ascoltano e rispondono alle domande del pubblico nel panel ISLE OF DOCS.

Il pubblico ha quindi rivolto alcune domande ai registi e anche per me è stato possibile rivolgermi a Seán Murray, chiedendogli quale sia il clima lavorativo di un attivista cinematografico che presenta tematiche scottanti e rilevanti in modo politicamente scorretto.

“Non c’è solo un clima di aperta ostilità, è letteralmente impossibile” è stata la risposta del regista nordirlandese, che ha voluto ricordare una recentissima esperienza avuta in una conferenza svoltasi a East Belfast: “Sono stato accusato di fare propaganda filorepubblicana da detrattori che non avevano nemmeno visto i miei film. Ho pubblicato una lettera aperta sul The Unionist Voice per smontare le accuse una ad una”.

“È difficile – ha aggiunto Murray – essere considerati dei filorepubblicani quando nei miei film ho criticato anche i metodi dell’IRA, ma in parte comprendo: in gioventù anche io ero dall’altra parte della barricata e mi comportavo nello stesso modo in cui si sono comportati con me. Ma poi ho imparato ad ascoltare gli altri, ad ascoltare le loro storie.” La missione cinematografica di Murray si basa proprio su questo: “ricordare al pubblico che non importa se una loro persona cara è morta per mano repubblicana o unionista, ma che quella persona non è più con loro, che è una vittima del conflitto.

Murray ha infine omaggiato il neorealismo italiano come “fonte d’ispirazione per lui e per tutta una generazione di cineasti irlandesi”, in quanto “la carica sociale delle pellicole di maestri come Luchino Visconti o Roberto Rossellini ha ispirato nel suo Paese, come ovunque nel mondo, a coniugare il messaggio sociale per mezzo della cinepresa”.


Il carcere tra redenzione e oblio nel film “Michael Inside”

Fonte: Michael Inside / Facebook

La terza giornata si conclude con la proiezione della pellicola Michael Insideopera drammatica del regista Frank Barry, presente in sala assieme a uno degli attori più talentuosi del cinema irlandese, nonché più amati dell’IRISH FILM FESTA, Moe Dunford (presente in questa edizione con tre pellicole). Il film racconta la storia di Michael McCrea (Dafhyd Flynn) un ragazzo con un difficile passato familiare (madre morta di overdose e padre detenuto in carcere) e con un passato problematico (arrestato per reati minori adolescenziali).

Michael viene trovato in possesso di un ingente quantitativo di droga che aveva tenuto da parte per fare un favore a un suo amico. Tratto in arresto, viene condannato a un periodo detentivo di tre mesi. Michael teme di non poter resistere dentro al carcere, ma inevitabilmente la prigione cambia e abbrutisce il carattere del protagonista, che si adegua al principio “uccidi o sei ucciso”.

Le dinamiche che coinvolgono Michael e i detenuti, come il possente boss del carcere David (Moe Dunford), lo portano a cambiare il suo modo di essere, di vivere, di relazionarsi con gli altri. Il giovane riesce a sopravvivere a un prezzo elevatissimo, che paga non appena uscito dal carcere per l’incapacità di reinserirsi, per un passato che ritorna e che forse non ha mai lasciato il suo ambiente familiare.

La Direttrice Artistica dell’IRISH FILM FESTA Susanna Pellis introduce la pellicola Michael Inside con il regista Frank Berry e l’attore Moe Dunford


Guglielmo Vinci
per www.policlic.it

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